I cadaveri non pagano nessuno

 

 

 

Mi piace il Legno storto.  E apprezzo molto lo stile di Gianni Pardo
E utilizzo spesso i suoi articoli per introdurre un colloquio fra noi . Questo articolo : I cadaveri non pagano nessuno, è stato pubblicato nella news letter del 18 febbraio 2012 e ve lo sottopongo per una riflessione. Ecco l’articolo:

“Abbiamo il dovere di rispettare chi ne sa più di noi. Lo facciamo tutti i giorni dinanzi al medico e perfino dinanzi al meccanico d’automobili, potremmo dunque farlo anche dinanzi ai grandi economisti e ai grandi governanti. È in nome di questo dovere di elementare umiltà che insieme a milioni di europei per molti mesi abbiamo presunto che quegli economisti e quei governanti sapessero ciò che facevano. E che per conseguenza le nostre obiezioni dovessero essere infondate.

Ma c’è un dovere ancora più grande, per chi è ragionevole: quello di inchinarsi ai fatti; e se i fatti sembrano dare torto alle autorità, si acquista il diritto di dire la propria opinione. Sarà sbagliata, ma dal momento che anche la linea di comportamento di chi guida l’Europa non ha dato risultati positivi, può anche darsi che, in materia di errori, arriviamo al pareggio. E per un dilettante che affronta un professionista non è risultato da poco.

Se gli interventi delle varie autorità che governano l’Europa e l’euro fossero stati efficaci, la Grecia non sarebbe più che mai sull’orlo del fallimento e della rivoluzione; l’Italia non sarebbe in recessione e senza prospettive di miglioramento; inoltre non sarebbe stata raggiunta in questo club degli azzoppati, secondo quanto scrive Davide Giacalone, da Portogallo, Belgio e Paesi Bassi, anche loro ufficialmente in recessione. I fatti dunque dànno torto alla Germania e alle massime autorità europee.

Come se non bastasse, non si può nemmeno essere sicuri che abbiamo toccato il fondo. Potrebbe andare anche peggio. Se malgrado i prestiti già concessi dall’Europa e malgrado gli sforzi di un governo che ha sfidato la più minacciosa impopolarità, in Grecia scoppiasse una rivoluzione, le conseguenze sarebbero tragiche. Non solo l’Europa perderebbe il denaro che ha già dato a quell’infelice nazione, ma le banche francesi e tedesche perderebbero d’un sol colpo il valore dei titoli greci che detengono, per un ammontare ben superiore ai fondi fino ad ora utilizzati per sostenere Atene. Le conseguenze sarebbero terribili e queste conseguenze a loro volta si trasformerebbero in cause di ulteriori disastri. I mercati infatti si chiederebbero: e a quando l’Italia, a quando la Spagna, il Portogallo, il Belgio, i Paesi Bassi?

Non importa il fatto che questi Stati abbiano una situazione economica e sociale molto migliore di quella greca: il semplice allarme potrebbe costituire una self fulfilling prophecy, una profezia che si auto-avvera. L’euro andrebbe a rotoli, l’Europa andrebbe a rotoli, forse conosceremmo la più tragica crisi economica di tutti i tempi.

E a questo punto è lecito formulare un’ipotesi. Per salvare l’Europa bisognava non limitarsi a “temere il disastro” ma “pilotarlo”. In primo luogo stabilendo che la Grecia non avrebbe pagato i propri debiti per dieci anni, in modo da darle il tempo di riprendersi. Qualcuno avrebbe potuto dire che era un simil-fallimento, ma gli si sarebbe potuto rispondere: “Preferite il fallimento autentico al simil-fallimento?”

Provvedimenti analoghi si sarebbero adottati per qualunque Stato che fosse stato riconosciuto sull’orlo di una crisi gravissima, per esempio, nel caso dell’Italia, se il rendimento dei titoli di Stato avesse raggiunto il dieci per cento.

 

Naturalmente questo genere di provvedimenti non avrebbe risolto il problema dell’indebitamento pubblico: ma qui si inserisce la seconda parte della manovra. Il debito può essere riassorbito o uscendo dall’euro e mediante una folle svalutazione (a carico dei cittadini più deboli, una sorta di crimine sociale) oppure con un lungo periodo di grande sviluppo economico. E lo sviluppo economico si ottiene diminuendo drasticamente le spese dello Stato (con la scure, non con il bisturi), abbassando risolutamente le aliquote di tasse e imposte e adottando una legislazione della produzione di tipo cinese. Quando la Grecia, l’Italia e gli altri Paesi fossero ripartiti a razzo, solo allora si sarebbe potuto amministrare la risalita e magari ricominciare a rimborsare i prestiti ricevuti.

L’austerità ha buona stampa probabilmente perché si considerano il consumo e l’abbondanza dei peccati cui è naturale che segua l’espiazione. L’espiazione però, se fa andare in Paradiso, non migliora i listini di Borsa. Se si consuma di meno, se si produce di meno, se si pagano meno imposte indirette, la nazione economicamente comincia a morire. E i cadaveri non pagano nessuno.

Sarebbe facile riconoscere di avere avuto torto, col pessimismo di mesi fa, se si fosse vista la Grecia uscire dalla sua crisi e risorgere a nuova vita. Vedendo che affonda sempre più nella miseria e nella disperazione, come avere fiducia in chi chiede ancora sacrifici?

Le ricette qui proposte possono essere sbagliate, e non sarebbe stupefacente. Purtroppo lo  sono anche quelle applicate dai Grandi”.

Questo è l’articolo, che mi sembra porre tanta carne sul fuoco. Ci vogliamo ragionare su?

 

 

 

 

 

Come dare una pillola al nostro gatto

Chi ne possiedo uno o più sa bene quali difficoltà si incontrino quando si deve somministrare una pillola ai  propri gatti. Io, ad esempio, ho tre gattine. Con una non ho alcun problema, riesco ad aprirle la bocca inserire la pillola e  fargliela deglutire, accompagnata da   un cucchiaino d’acqua e massaggiandole per qualche secondo la gola.   Per quanto riguarda la seconda, nemmeno a parlarne. Quando ce ne fosse bisogno, dovrò sicuramente ricorrere alla veterinaria. La terza non ne ha ancora avuto bisogno e sarà una scoperta verificarne il comportamento.
E’ molto divertente, secondo me, leggere ciò che accade, normalmente,  in questi frangenti,  come l’ha descritto con umorismo chi si è accinto a questa impresa,  con qualche forzatura, ma il racconto è  molto verosimile.

“ Prendete il gatto e sistematelo in grembo tenendolo col braccio sinistro come se fosse un neonato. Posizionate pollice e indice sui rispettivi lati della bocca del gatto ed esercitate una pressione delicata ma decisa finchè il gatto apre la bocca. Appena il gatto apre la bocca, inserite la pillola in bocca. Consentite al gatto di chiudere la bocca, tenetela chiusa e con la mano destra massaggiate la gola per invogliare la deglutizione.
Cercate la pillola in terra, recuperate il gatto da dietro il divano e ripetete il punto n. 1.
Recuperate il gatto dalla camera da letto e buttate la pillola ormai molliccia.
Prendete una nuova pillola dalla confezione, sistemate il gatto in grembo tenendo le zampe anteriori ben salde nella mano sinistra. Forzate l’apertura delle fauci e spingete la pillola in bocca con il dito indice della mano destra. Tenetegli la bocca chiusa e contate fino a dieci.
Recuperate la pillola dalla boccia del pesce rosso e cercate il gatto nel guardaroba. Chiamate qualcuno ad aiutarvi.
Inginocchiatevi a terra con il gatto ben incastrato tra le gambe, tenete ben salde le zampe anteriori e posteriori. Ignorate il leggero ringhiare del gatto. Dite al vostro aiutante di tenere ben salda la testa con una mano mentre inserisce un abbassa-lingua di legno in bocca.Inserite la pillola, togliete l’abbassa-lingua e sfregate vigorosamentela la gola del gatto.
Convincete il gatto a  scendere dalle tende. Scopate con attenzione i cocci di statuine e vasi rotti cercando di trovare la pillola. Mettete da parte i cocci con la nota di re-incollarli più tardi e, se non avete trovato la pillola, prendete un’altra pillola dalla confezione.
Avvolgete il gatto in un lenzuolo e chiedete al vostro aiutante di tenerlo fermo usando il proprio corpo in modo che si veda solo la testa del gatto. Mettete la pillola in una cannuccia, forzate l’apertura delle fauci del gatto aiutandovi con una matita e usando la cannuccia come cerbottana posizionate la pillola in bocca al gatto.
Leggete il foglietto illustrativo del farmaco per controllare che non sia dannoso per gli esseri umani. Bevete un succo di frutta per mandare via il saporaccio. Medicate il braccio del vostro aiutante e lavate il sangue dal tappeto usando acqua fredda e sapone.

Recuperate il gatto dal garage dei vicini. Prendete un’altra pillola. Incastrate il gatto nell’anta dell’armadio in modo che si veda solo la testa. Forzate l’apertura delle fauci con un cucchiaino.
Ficcategli la pillola in gola usando un elastico a mo’ di fionda.
Cercate un giravite nella vostra cassetta degli attrezzi e rimettete a posto l’anta dell’armadio. Medicatevi la faccia e controllate quando avete fatto l’ultima antitetanica. Buttate la maglietta e indossatene una pulita e intatta.
Telefonate ai pompieri per recuperare il gatto dall’albero del dirimpettaio. Chiedete scusa al vostro vicino di casa che rincasando ha sbandato e fracassato la macchina contro il muro per evitare di investire il vostro gatto impazzito che attraversava la strada di corsa. Prendete l’utlima pillola dalla confezione.
Legate le zampe anteriori e le zampe posteriori del gatto con una corda e legatelo al piede del tavolo. Cercate i guanti da lavoro e indossateli. Inserite la pillola nella bocca del gatto facendola seguire da un grosso pezzo di filetto di manzo. Tenete la testa del gatto in posizione verticale e inserite 2 bicchieri di acqua in modo da assicurarvi che abbia ingoiato la pillola.
Dite al vostro aiutante di portarvi al pronto soccorso, restate seduti pazientemente mentre i dottori ricuciono le vostre dita alla mano ed estraggono i frammenti di pillola dall’occhio destro. Sulla strada per tornare a casa fermatevi al negozio di arredamento per comprare un nuovo tavolo.
Telefonate al vostro veterinario e portategli il vostro gatto perché gli somministri lui la pillola.”

 

La Domenica del Bosco

 Nella Buona Domenica di oggi ospitiamo una significativa storia che l’amica Cecilia ha voluto raccontarci. É lei stessa a presentarcela con semplici parole:

Un racconto che parla di perdono, di sobrietà e di ricerca del benessere fisico e spirituale.
Che parla della gioia degli affetti …  Questi valori si possono cercare e trovare, anche se in parte, ma si possono trovare!   Comunque, prima di tutto partono dal nostro cuore, da noi stessi, dal nostro essere umili e desiderare, chiaramente, il benessere reciproco e la rettitudine.
Questa storia ha tutte le caratteristiche per poter essere vera, anche se l’ho solo immaginata, riflettendo su varie realtà.   Un grazie infinito a chi leggerà con attenzione.
Un mio affettuoso saluto, lasciando a voi la mia amicizia e disponibilità.

Cecilia Zenari    (in Eldy:  cecilia1.vr)

 Nella vita non è mai troppo tardi per crescere ed amare

Mancavano pochi minuti allo scoccare della mezzanotte di capodanno, qualcuno cominciava a riempire i calici di spumante per il brindisi ed io, dalla mia finestra di casa, potevo notare facilmente un gruppo di vicini che, sul loro terrazzo, festeggiavano con botti e spumante, l’arrivo del Nuovo Anno.
Ero sola, ma non triste, e quell’ultimo giorno dell’anno avevo ricevuto una bella lezione, da non dimenticare. Da molto tempo, avevo deciso di vivere in sobrietà,  giorno per giorno, ma il fatto che qualche familiare non la pensasse, un po’, come me mi dava molto fastidio…
E questa non era, certo, sobrietà! Sì, avrei dovuto lavorare ancora molto su di me, per semplificarmi la vita, allontanando, così, tante inutili amarezze e stupidi rancori!
In questi ultimi anni mia sorella Paola aveva scelto di andarsene da casa e questo mi aveva addolorato molto. Doveva allora terminare gli studi, ma tutti i giorni, specialmente ad ogni fine settimana, papà si prendeva una grossa sbronza e questo destabilizzava in continuazione la nostra quiete: mamma si disperava e Paola non poteva studiare in questo contesto, dedicandosi a particolari ricerche, che richiedevano molta energia e concentrazione.
Fu così che un giorno, Paola, dopo aver tanto implorato papà di farsi curare, raccolse le sue poche cose e ci lasciò, risoluta, con profonda amarezza. Ero sicura che era molto avvilita, ma non capivo come poteva lasciarci così, pretendendo che il papà l’ascoltasse… Tutti eravamo certi che papà non sarebbe stato capace di smettere, come lei chiedeva.
Piano, piano, nel tempo compresi che, solo andandosene, lei poteva essere libera di vivere con un po’ di tranquillità, non assistendo alle scenate che in casa si susseguivano in continuazione.
Ero molto arrabbiata con lei, mi sentivo sola e per di più credevo che lei non volesse  più aver a che fare con noi: con noi che avevamo sempre nascosto, a torto, la dipendenza  di papà e cercato di sostituirlo e scusarlo, perché nessuno venisse a conoscenza del suo problema…
Quel 31.12.09 stavo mettendo in ordine i miei cassetti, in camera, e cercavo di togliere le cose inutili.
Mi venne tra le mani una scatoletta, chiusa da un bel fiocchetto.
Era il regalo che mi aveva fatto Paola, proprio il giorno prima di partire: quel giorno io compivo 19 anni! Ne erano passati otto, ormai!
Avevo sempre pensato con grande rabbia che mi aveva fatto proprio un bel regalo, lasciandoci così: in panne! E quel pacchettino, per ripicca, non lo avevo mai aperto, anzi un giorno stavo per buttarlo via: solo all’ultimo momento non lo feci.
Papà, da tempo, aveva dato la sua dipartita. Tumore al fegato, il tempo per il trapianto non c’era proprio stato e lui, con nostro stupore, aveva smesso di bere proprio negli ultimi mesi della sua vita: non so se per paura o perché era diventato più consapevole della disperazione che regnava nella nostra casa.
Si iniziò a vivere meglio, senza più liti, ci sembrava ora di vivere in una fiaba… se non ci fosse stata la sua malattia che ci preoccupava tanto!
Rimaneva il fatto che Paola non c’era e questo mi portava, ancora, ad avere dell’astio nei suoi confronti, non riuscivo a comprenderla: almeno ci avesse lasciato il suo indirizzo e un’ulteriore opportunità, per un semplice dialogo! Il solo numero di cellulare non mi bastava, per questo non le avevo parlato subito della malattia di papà! Quell’ultimo giorno dell’anno 2009, (dopo otto anni che la sentivo solo di rado), decisi finalmente:  di aprire quel piccolo dono,  di telefonarle chiedendole scusa per avere avuto tanta rabbia nei suoi confronti. Sì ora desideravo ricucire un rapporto!
Non mi importava se avessi ricevuto una brutta risposta, anzi comprendevo chiaramente che, ora, ero io che dovevo amare! Appena aperta la scatolina, rimasi senza parole: c’erano tre chiavi raccolte in un portachiavi azzurro, una stupenda coroncina del rosario, in dono, ed una letterina con scritto così:
“Cara sorellina, con tanto dolore, dopo aver proposto a papà di chiedere aiuto all’ospedale, di frequentare il club, di troncare con questo modo di vivere, (sempre brillo ed arrogante), di farsi aiutare, insomma, e non trovando alcun riscontro, mi sento in dovere di andarmene, perché sto male…, non riesco a portare avanti gli studi in un clima così pesante nella nostra casa, inoltre non riesco nemmeno più a dormire. Mi farò aiutare, tu sai che sto veramente male, cercherò poi una soluzione, anche un umile lavoro per la mia vita…  Intanto ti lascio le chiavi dell’appartamento che ho preso in affitto. Vivo con una compagna di studi e che tra non molto lascerà tutto a mia disposizione, perché ormai ha terminato. Ti scrivo l’indirizzo: nell’appartamento c’è una stanzetta in più e, quando ne sentirai il bisogno, puoi venire, senza problemi. Se vuoi fammi sapere che non mi porti rancore e che, magari, verrai spesso a trovarmi e a confidarti con tua sorella più grande.

Fai come meglio credi!
Io non ti chiederò più nulla e rispetterò la tua volontà.
Ti vorrò sempre bene. Paola”.

Seguiva la data ed un indirizzo: Paola viveva nella nostra città, una via vicino all’Università, ma non così lontano dalla nostra casa. Ed io che credevo fosse andata a vivere in un’altra città, per dimenticare… e l’avevo tanto detestata!
E’ vero, lei mi aveva chiesto di farle sapere… ma io credevo fosse lei a non voler sapere di noi…
Compresi: mi sentivo male, mi sentivo così stupida…
Ma ammetto che mi sentivo anche… così felice per avere Paola…
Quella notte di capodanno, su quel terrazzo di fronte a casa mia,  tutti brindavano… ed io, con quello che era successo nelle nostre vite, speravo, in cuor mio, che dentro quei calici ci fosse una semplice bibita zuccherata, perché avevo imparato quanto male può fare l’alcol alle persone: a papà l’aveva fatto fino a farlo morire, a mia sorella fino a costringerla ad andarsene di casa, a me fino ad odiare Paola, una sorella meravigliosa che ci voleva bene veramente…
Ora, dovevo fare il numero di telefono e, tra una lacrima di dolore ed una di gioia, dire a Paola se mi perdonava e che, accidenti!, solo oggi avevo aperto quel pacchettino con il suo messaggio d’amore… e chiederle… per favore, se avrebbe avuto ancora la gioia di farmi conoscere la sua  piccolina e suo marito.
Alzai il telefono per fare il numero… ma subito dovetti riattaccare: stavano suonando alla porta.
Andai ad aprire, chiedendomi chi mai fosse a quell’ora…
Dovetti rimanere senza fiato, perché era lei, mia sorella Paola con la bimba in braccio ed un giovane uomo: certamente il marito!
Questa volta era lei che aveva deciso di cercare una ”testa dura” come me, e proprio… mentre io stavo per cercare lei!, chiedendole perdono. Questa volta le avrei detto convinta che il silenzio non serve che a dividere i cuori. Lei, sicuramente avrebbe sorriso e mi avrebbe rinvitata a frequentare il club.
Sì, questa volta, finalmente, avrebbe ricevuto da me una bella risposta affermativa!
…Un abbraccio ed un pianto liberatorio … e, in un attimo, avevamo cancellato il dolore e l’indifferenza, che molte volte mettono radici nei cuori feriti e smarriti.
Ed il brindisi per la vita continuava ancora, ed i nostri calici sarebbero stati, in futuro, sicuramente e per sempre, traboccanti  di speranza, fiducia e perdono!

Cecilia 

Ricordiamoci di mandare avanti le lancette di un ora ….

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Il cavallo cieco che vince le corse !!

 

 

Sono sicura che molti di voi hanno già letto questa notizia: io ne vengo a conoscenza solo ora e vorrei proporla a chi, come me, non l’avesse ancora letta.

 

“Si tratta di un purosangue di nove anni, cieco dalla nascita a causa di un fungo. Ma, forse per necessità, ha sviluppato all’ennesima potenza tutti gli altri sensi. Ho sempre pensato agli animali come a esseri misteriosi che sanno più di quello che esprimono con le loro  mille  manifestazioni, che stupiscono ogni giorno.  La cecità, tuttavia, non impedisce a Laghat, questo è il nome del cavallo, di vincere in  pista.”  Questo è ciò che racconta il suo proprietario al quotidiano “Il Tirreno”. E prosegue:

 


 

“Il purosangue ha già vinto diciannove corse in cinque anni e ha al suo attivo una serie di buoni piazzamenti. Invece che in un box, vive in una comoda capanna nel parco di San  Rossore a Pisa, dove si allena. Il suo proprietario, Federico  Di Paola, racconta in un’intervista al quotidiano che il cavallo non ha alcun problema a stare in gruppo e ad evitare contatti con gli altri.

 

 

“Devo ancora capire come sia possibile – dice Di Paola che è anche il suo fantino – ma posso dire di non aver mai avuto problemi a comandarlo, anche in corse particolarmente affollate, di sedici-diciotto partenti. Reagisce perfettamente ai comandi, da sempre.
Ha una luce dentro – sostiene ancora il suo proprietario – .  Riesce ad orientarsi perfettamente in pista, ha  un senso che gli consente di evitare i contatti con gli altri cavalli. Laghat vive in un capanno attrezzato, dentro San Rossore,  insieme alla compagna, una cavalla grigia.”

 

 

Se i Sindacati dicono no

 

 

 

 

E’ un articolo di Gianni Pardo, comparso sulla News Letter del Legno Storto il 17 marzo 2012.  Come sempre, spinge al dialogo e lo favorisce. Non c’è bisogno di essere d’accordo su questa o quella parte, o su questa o quella affermazione. Il testo ci mette sui binari e noi faremo il resto.

Ecco l’articolo:

“Nella situazione attuale, il governo, la Cgil, la Cisl, la Uil e la Confindustria dicono che, se non esistono certe condizioni minime, non firmano l’accordo. Purtroppo, le condizioni minime o non esistono per l’uno o non esistono per l’altro.

Nell’antichità e nel Medio Evo si verificava qualcosa di simile con l’assedio. A volte esso si concludeva con un assalto vittorioso al castello, ma spesso si aveva uno stallo: l’assediante non riusciva ad entrare, l’assediato non riusciva a scacciarlo. E tuttavia alla lunga si manifestava una grande differenza, rispetto agli scacchi: l’assediato aveva bisogno di cibo e poteva arrendersi per fame; l’assediante era anch’esso in difficoltà, tanto che a volte desisteva.

Per quanto riguarda la riforma del lavoro, la situazione non è del tutto dissimile. Il “no” dei sindacati ha indubbiamente un peso ma non è un’arma risolutiva. Il governo  può infatti inviare comunque la riforma al Parlamento, e porre la questione di fiducia. Il problema si sposterebbe allora dal tavolo delle trattative alla società, ai partiti e al Parlamento.

 

Se i sindacati, in caso di un atto di forza, fossero in grado di mobilitare la società al punto da paralizzare l’Italia con una serie di scioperi, fino a mettere in pericolo la pace sociale e la stabilità economica, l’esecutivo potrebbe essere indotto a cedere. Ma i sindacati hanno ancora questo seguito? Essi avrebbero certo l’entusiastico consenso di personaggi esagitati come Landini della Fiom o i politici di Sinistra e Libertà, per non parlare dei fossili di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, ma non è detto che avrebbero il sostegno del Pd. E questo potrebbe pesare parecchio, sia nel quantum delle adesioni alle manifestazioni, sia nel giudizio che i giornali darebbero della protesta. Si è visto con le manifestazioni Anti-Tav

 

Il problema principale dunque non riguarda i sindacati o gli extra-parlamentari ma i tre partiti della maggioranza. Una volta che la riforma fosse definita, magari dopo l’abbandono del tavolo dei negoziati da parte della Cgil, che farebbe il Pd? Un tempo si diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci, poi si è detto che il Pd è la cinghia di trasmissione della Cgil: ora Bersani e i suoi avrebbero il coraggio di disobbedire al “loro” sindacato e a una buona parte della loro base, allevata nel più utopico massimalismo?

Se dovessero sposare la causa della Cgil poi dovrebbero votare la sfiducia a Monti. E questo probabilmente non basterebbe neanche a far cadere il governo, perché il Pdl (da sempre desideroso di attuare quella riforma) e l’Udc sarebbero in grado di confermare la fiducia all’esecutivo.

 

 

La conseguenza sarebbe che il provvedimento passerebbe comunque e la situazione politica sarebbe totalmente cambiata. Il governo non sarebbe più l’espressione di una maggioranza tripartita ma di un centro-destra sostenuto da Pdl e Udc, cosa di cui sarebbe felice Silvio Berlusconi; il Pd invece sarebbe indicato come il partito degli sfascisti, il partito di quelli che non vogliono conformarsi ai pressanti consigli dell’Europa, il partito di quelli che vogliono fare fallire l’Italia come la Grecia. Pessimo affare.

Se invece il Pd decidesse di votare la fiducia al governo Monti, se pure condendo la decisione con tutta la retorica possibile a proposito del dovere di salvare la Patria, di fatto si attuerebbe la più grave frattura fra il Pd e la Cgil dell’era repubblicana. La conseguenza più ovvia sarebbe che soprattutto la sinistra estrema ed extraparlamentare griderebbe che il Pd non è affatto “il partito dei lavoratori”, ma “il partito dei padroni”, “il servo dei capitalisti”, “l’alleato della Confindustria” e, ancora peggio, uno che ha fatto un favore a Berlusconi. Se non è un pessimo affare, certo è una gatta da pelare.

In tutto questo frangente il governo potrebbe rimanere sereno e tirare diritto. Infatti, pretendendosi tecnico,  non dovrebbe mirare a rimanere al potere dopo le elezioni; dovrebbe essere pronto a fare le valigie, se battuto in Parlamento; e infine, più semplicemente, dovrebbe essere disposto a continuare a governare se pure con una maggioranza meno grande. Ma per profittare di questa comoda posizione dovrebbe essere capace di dimostrare fermezza. E questa non è una qualità che abbondi, a sud delle Alpi”.

Questo è l’articolo. Ne vogliamo parlare?

 

 

 

 

 

La festa del PAPA’ !!

La festa di San Giuseppe che si celebra il 19 Marzo ha origini molto antiche, che risalgono alla tradizione pagana. Il 19 Marzo è a tutti gli effetti la vigilia dell’equinozio di primavera, quando si svolgevano i baccanali, i riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità, caratterizzati da un’estrema licenziosità. Nel mese di Marzo venivano svolti anche i riti di purificazione agraria. Tracce del legame con questo tipo di culti si ritrovano nella tradizione dei falò dei residui del raccolto dell’anno precedente ancora diffusi in molte regioni.

 

Secondo la tradizione San Giuseppe, oltre ad essere il patrono dei falegnami e degli artigiani, è anche il protettore dei poveri, perchè a Giuseppe e Maria fu negato un riparo per il parto da poveri in fuga. Da ciò l’usanza presente in alcune regioni del Sud di invitare i poveri il 19 Marzo al banchetto di San Giuseppe. Il padrone di casa serviva i poveri, che siedevano alla tavola benedetta da un sacerdote.

 

E’ per questo che un elemento importante legato alla festa di San Giuseppe è il pane, che ricorre spesso soprattutto nel contesto siciliano, soprattutto deposto sugli altari. I falò e le tavole imbandite si ritrovano anche nel Salento, dove la festa è celebrata all’insegna degli elementi fondamentali del pellegrinaggio e dell’ospitalità

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La Domenica del Bosco !!

Ancora un racconto di bambini nel periodo 1940-1945

CRONACA DI UN BOMBARDAMENTO

LA GUERRA
(Nella memoria di un bambino)

Avevo poco più di cinque anni. Da pochi mesi ci eravamo sistemati in questo paesino di poco più di 200 abitanti a seguito dello ‘sfollamento’ dalla città, Cagliari che era stata oggetto delle incursioni aeree nemiche e dei bombardamenti inizialmente su obiettivi sensibili quali il porto marittimo, l’aeroporto, la stazione ferroviaria e in un secondo tempo anche bombardamenti a tappeto sulle abitazioni civili e monumenti cittadini. Con inizio dal 17 febbraio 1943, in pochi giorni la città era ridotta ad un cumulo di macerie, innumerevoli morti e feriti. Mio padre, richiamato al servizio militare, fu destinato ad una caserma del centro Sardegna dalla quale dipendevano le postazioni antiaeree ubicate in difesa della diga sul fiume Tirso. In tale diga funzionava una importante stazione idroelettrica per la produzione di energia. Mio padre, nelle incertezze del momento, pensò di avvicinare la famiglia e aveva dato a mia madre le indicazioni per raggiungere questo paesino nelle vicinanze della caserma ove egli era stato destinato. Ricordo che era stato un viaggio faticosissimo, in parte in treno e parte in pullman, durato due giorni e una notte. Notte trascorsa, in una sala d’attesa di una stazione intermedia, accovacciati per terra sui fagotti di lenzuola e coperte contenenti le cose essenziali portate via da casa, aspettando l’arrivo del treno che ci avrebbe consentito di proseguire il viaggio verso la destinazione finale.


Tante volte ho sentito raccontare che all’arrivo, al bambino grande  (che poi ero io), gli fu data una zuppa di latte e pane e fu messo a letto. Dormì fino alla sera del giorno dopo, quindi un’altra tazza di latte e si addormentò ancora fino al mattino successivo. Solo allora  avevo recuperato la stanchezza accumulata in quei due giorni di viaggio!
Mi integrai presto nel gruppo dei bambini del paese che mi presero a benvolere. Ogni mattina ci si riuniva per i giochi e si scorrazzava in tutte le vie prive da qualsiasi veicolo a motore. Il più grande di noi forse non aveva compiuto ancora otto anni e gli era stato riconosciuto il ruolo di ‘capo’  perché lui decideva dove andare e il gioco da fare ogni mattino quando ci si riuniva. Sempre lui, per la sua maggiore esperienza, ci indicava quale era il punto più protetto e sicuro dove ripararci quando passava una mandria di bovini o un gregge di pecore al rientro dal pascolo. Era stato lui che aveva smorzato qualche nascente rivalità nei miei confronti da parte di qualcuno del gruppo, motivando il fatto che essendo “strangiu”  (straniero), cioè non del posto, dovevo essere rispettato come ospite, e tutti si adeguarono. Diventai quindi il suo ‘luogotenente’ ed ero orgoglioso del ruolo perché avevo assunto una certa importanza nel gruppo.


Non eravamo lontani dalla guerra perché anche in questa zona avvenivano le incursioni aeree proprio per la presenza della diga con gli impianti idroelettrici che era un obiettivo da colpire per i conseguenti danni cha avrebbe provocato la sua distruzione.  I bombardamenti avvenivano prevalentemente durante le ore notturne e ricordo ancora mia madre che mi scuoteva per svegliarmi dal sonno e mi sollecitava a correre verso gli improvvisati rifugi quando suonavano le sirene d’allarme. Lei, già alla terza gravidanza, mi seguiva spaventata e affannante con in braccio la mia sorellina di appena 3 anni. Per il ripetersi di questo fatto decisero di mettermi a dormire presso la famiglia della casa che aveva nel proprio cortile una sorta di rifugio che altro non era che una buca scavata nel terreno, sotto una enorme pianta di fico, e ricoperta di tronchi, tavole e frasche e che poteva ospitare circa dieci persone. Questa buca veniva illuminata da una candela alloggiata in una nicchia affinché la luce non trapelasse all’esterno. Nella mia nuova sistemazione per la notte non avevo bisogno di vestirmi in fretta e correre verso la presunta salvezza perché dormivo nella stanza di una ragazza, allora 16enne, ed era lei che al suonare delle sirene d’allarme, mi avvolgeva in una coperta e mi portava in braccio al rifugio. Io mi svegliavo al contatto dell’aria fresca della notte e la prima cosa che mi capitava di vedere era il cielo nero solcato dai razzi illuminanti con i quali si cercava di individuare gli obiettivi sui quali sganciare le bombe. Mia madre con la mia sorellina arrivava quando già erano iniziate le preghiere per invocare la protezione della Madonna e dei santi, oltre a quella del Buon Dio. Negli anni successivi, con la maturazione della ragione, capii che quella “buca rifugio” altro non poteva essere che una tomba pronta senza bisogno di altra sepoltura nel caso fosse arrivata la devastazione di una bomba.
Le incursioni e i bombardamenti non erano mai mirati verso i centri abitati ma una mattina ci fu un episodio che ho vissuto dal vivo e che ha lasciato un ricordo indelebile nel corso di tutta la mia esistenza:


Durante il giorno capitava di vedere il passaggio di aerei in volo di ricognizione per individuare gli obiettivi da colpire poi nelle incursioni notturne. Erano voli in quota, fuori dalla portata dell’offensiva delle postazioni contraeree. Quella mattina apparve in alto una formazione di tre aerei, probabilmente caccia da ricognizione francesi provenienti dalla vicina Corsica. Un gruppo di donne del paese si fermarono ad osservare e noi ragazzini/bambini incuriositi facemmo altrettanto, addossati ad un muretto che su un lato della strada fungeva da parapetto verso la scarpata mentre sull’altro lato c’era una serie di case in mattoni crudi (lardiri, ovvero mattoni di fango d’argilla e paglia), tipiche di vaste zone della Sardegna.
Uno degli aerei si staccò dalla formazione e si diresse verso di noi. Non si ebbe il tempo di capire cosa stesse succedendo e ce lo trovammo davanti sempre più vicino. Il rombo dei motori dell’aereo in picchiata e subito dopo in cabrata forse coprì il rumore della sventagliata di mitra che ci passò poco sopra la testa. Solo dopo ci siamo resi conto che avevamo corso un bel rischio perché l’unico a farne le spese era stato un vecchietto del paese che era seduto, addossato al muro, sull’altro lato della strada per godersi i primi tepori del sole primaverile. Conseguente lutto cittadino ed esequie della vittima il giorno successivo. Noi ragazzini, nella nostra incoscienza infantile continuavamo a giocare nelle strade e proprio mentre gli adulti partecipavano ai funerali della incolpevole vittima, noi ci siamo dedicati al recupero delle pallottole conficcatesi nel muro di mattoni crudi. Il capo banda né recuperò tre per non doversi smentire del ruolo di capo mentre io, a fatica, ne recuperai solo una ma tanto bastava perché anche io avessi il mio trofeo e convalidassi la mia importanza nel gruppo.
Chiaramente il tutto ci fu poi sequestrato dagli adulti che ci redarguirono severamente per aver recuperato quelle pallottole allargando il foro nel muro lasciato dalle stesse.
Ancora oggi mi domando cosa abbia spinto l’equipaggio di quell’aereo a buttarsi contro degli inermi civili contravvenendo, forse, agli stessi scopi della missione di perlustrazione diurna. Volevano solo spaventare degli inermi civili o volevano compiere una strage?  Oppure dimostrazione di forza e voglia di vendetta perché nei giorni precedenti era stato abbattuto un loro aereo proprio dalla contraerea della zona? Domande destinate a restare senza risposta per sempre. Ma questa è la guerra.

Perdonate la mia prolissità: doveva essere un racconto breve ma i ricordi che via, via mi tornavano alla mente mi hanno preso la mano e vi prego di scusarmi se, alla fine, sono stato noioso ma volevo raccontarvi anche questa storia.

Nel ringraziarvi per la cortese attenzione auguro a tutti una serena Domenica.

                                                                            Giuseppe

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Del pareggio di bilancio

 

 

 

Leggo nella news letter de Il Legno Storto, il giornale pubblicato in web, questo articolo di Livio Ghersi del 12 agosto 2011 che mi sembra estremamente interessante. Lo propongo in parte in quanto è molto lungo. Ma la parte fa capire agevolmente il tutto. Il tema è attuale perché è stato fatto proprio dai Paesi UE ed è stato deciso nella riunione del 2 marzo 2012.

 

“I politici italiani, nella loro media, hanno il torto di non prendere sul serio le parole; di conseguenza, sono pronti e generosi nell’assumere impegni. Anche quando sanno benissimo che quegli impegni non potranno essere onorati perché mancano le condizioni strutturali per onorarli.

 

 

Tra le parole con cui troppi ritengono di poter “giocare” rientrano pure quelle che, invece, ci si aspetterebbe avessero una particolare solennità: perché destinate a far parte della Costituzione della Repubblica, mediante riscrittura delle disposizioni esistenti, o tramite l’inserimento di disposizioni nuove.

 

 

Sono meravigliato dell’unanimità che si riscontra fra le parti politiche a proposito della proposta di inserire in Costituzione il principio del pareggio di bilancio. Enunciare questo principio è facile. Metterlo in pratica, molto ma molto più difficile.

Il nostro bilancio è strutturalmente in deficit. Qui c’entra poco Berlusconi. Si tratta di una tendenza di lunghissimo periodo. Governi di diverso e fra loro alternativo indirizzo politico hanno subìto, o incentivato, questa realtà.

Cito velocemente qualche dato, attingendo a studi che ho fatto in passato.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’esercizio finanziario 1997, quando si era ancora sulla scia della politica di risanamento finanziario condotta dai governi presieduti, prima da Giuliano Amato, poi da Carlo Azeglio Ciampi, nel biennio compreso tra il mese di aprile 1992 e il mese di aprile 1994. Le entrate complessive stimate coprivano il 64,14 % del totale delle spese previste. Di conseguenza, si prevedeva di finanziare il restante 35,86 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’anno finanziario 2010, ossia con il Governo presieduto da Berlusconi e la politica economica affidata al Ministro Tremonti. Il totale complessivo delle entrate stimate copriva appena il 59,38 per cento delle spese complessive preventivate. Per fare quadrare il bilancio, si prevedeva, pertanto, di finanziare il 40,61 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’anno finanziario 2011, quello in corso. Il totale complessivo delle entrate stimate copre il 64,72 % delle spese. Per fare quadrare il bilancio, si prevede, pertanto, di finanziare il 35,27 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

La realtà ci dice che, quando va bene, le entrate coprono due terzi del totale delle spese. Così è sempre stato, non per un periodo eccezionale, ma per decenni e decenni. Sostenere che, già nel 2013, si possa conseguire il pareggio del bilancio dello Stato significa fissare un obiettivo teoricamente possibile, ma praticamente difficilissimo. Si richiederebbero tagli della spesa pubblica di tale entità da determinare sconvolgimenti sociali. Sarebbe il Governo (questo, o un altro) in grado di fronteggiare le proteste che prevedibilmente si scatenerebbero in ogni zona del Paese e che vedrebbero uniti giovani e vecchi, disoccupati e pensionati, corporazioni di ogni sorta?

Se la prospettiva realistica è questa, com’è possibile che le forze politiche, quasi unanimemente, dicano sì alla proposta di inserire in Costituzione il pareggio del bilancio, con la stessa tranquillità con cui un privato cittadino potrebbe decidere di mangiare un cono gelato?

Bilancio della crisi

mille fallimenti al mese

 

Il punto è che liquidano questa proposta come il riconoscimento di un obiettivo tendenziale, che non costa niente affermare, e che poi resterà appunto tendenziale. Indicherà la rotta, fermo restando che la pratica è cosa del tutto diversa. L’articolo 4 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, ha forse impedito che oggi milioni di cittadini siano inoccupati, disoccupati, espulsi dal mercato del lavoro, costretti a forme di precariato e di sfruttamento lavorativo che la parola “flessibilità” non riesce del tutto a nascondere? Allo stesso modo si può affermare il pareggio del bilancio e poi continuare ad andare avanti con il deficit, constatando l’impossibilità di fare altrimenti”.

Questo è l’articolo e sui suoi contenuti possiamo sbizzarrirci quanto vogliamo. Ma uscendo dall’ovvio e dallo scontato. Dialoghiamo fra noi. Io ci sto e voi?

 

 

 

 

In ricordo di : Whitney Houston !!

Scrivere la biografia di Whitney Elisabeth Houston non è cosa semplice, è stata considerata una delle più grandi cantanti del mondo, con una voce straordinaria e un talento fuori del comune apprezzata e riconosciuta da tutti i più grandi discografici. Whitney Elisabeth Houston nasce a Newark nel New Jersey il 9 agosto 1963, cresce a East Orange. La madre è già cantante del gruppo soul  Sweet Ispiration, corista di Aretha Frannklin ed Elvis Presley, e del gruppo gospel Drinkard Sister, di cui fa parte anche la famosa cantante, sua cugina, Dionne Warwick, con questi . Whitney spesso sale sul palco e si esibisce con loro.Nel 1977 fa la corista nel singolo Life’s a party, Michael’s Zager Band che gli offre subito un contratto, rifiutato per la giovane età.

Nel 1978 come voce di supporto canta nel singolo di Chaka Khan , “I’m every woman”,  reinterpretato anni dopo nel 1992 nella colonna sonora del film “La guardia del corpo”.  Non si può dimenticare questo film come protagonista insieme al bravissimo attore Calvin Costner, il brano  saltò subito nelle vette delle hit nel mondo. Inizia da giovanissima comparendo come prima ragazza di colore in copertina nei  più significativi giornali di moda Vogue, Seventeen, Glamour e Cosmopolitan. Terminati gli studi Whitney, firma un contratto discografico con la Tara, aiutata dai genitori per la sua ineguagliabile voce.  Nel 1996 dopo “The preacher’s  wife” colonna sonora dell’omonimo film dedicato al gospel, nel 1998 la Houston torna con un nuovo album intitolato “My Love is your love” e un duetto per il film “Il principe d’Egitto” con Mariah Carey. Nel 2000 esce il doppio album antologico “Whitney – the greatest hit” con alcuni brani inediti. Nello stesso anno, dopo un brutto periodo burrascoso per  cause legali dovute alle durissime vicende personali con l’ex marito Bobby Brown e a causa della sua dipendenza dalle droghe, la  casa discografica, la casa discografica  “La Arista” le offre comunque un contratto da 100 milioni di dollari e lei si mette al lavoro sul nuovo album, che esce alla fine del 2002 e si intitola “ Just Whitney”. La  realizzazione in studio –viene pubblicata “The ultimate collection “ che  viene lanciato dopo ben quattro anni dalla sua incisione. Nel 2003 la cantante passa ancora un periodo negativo dal quale esce dopo la riabilitazione e dal divorzio; in quell’anno pubblica l’album di Natale.

Nel 2008 esce – solo su internet – il brano “Like I never left”, prodotto da Akon, nello stesso anno
esce una dichiarazione  de l”Guinness dei primati”  che l’artista Whitney  Houston è la più premiata e popolare del mondo, guadagnando 6 Grammy Awards detenendo il record per numero di American Music Awards avendone ricevuti 22 in tutto.
Nel 2009 arriva finalmente “il disco del ritorno”, la prima collezione di inediti in 7 anni: si intitola I “Look to you”, e oltre al brano con akon comprende altre 10 canzoni. Il disco lo presenta  in alcune trasmissioni televisive e nel suo tour. di promozione. Nel 2011 ritornata da un centro specializzato per curare le sue dipendenze, si rimette al lavoro per ritornare al cinema, producendo il remake del film “Sparkle”, nel quale ha il ruolo della protagonista.
Per concludere la sua biografia si può aggiungere che Whitney Houston è stata inserita alla 34ª posizione nella
lista dei 100 cantanti più grandi di tutti i tempi della rivista Rolling Stone
. È stata una delle donne di maggior successo discografico, la quarta donna per numero di vendite negli Stati Uniti con circa 55 milioni di dischi certificati dalla RIIA. Detiene anche il primo posto nella classifica degli artisti di colore di maggior successo insieme a Michael Jackson.
Inaspettatamente la vita di una grande artista si conclude così tragicamente l’11 febbraio 2012, è stata trovata in condizioni critiche in una stanza di un hotel a Beverly Hills ed è morta poco dopo, dove si trovava a per partecipare al party per la 54 esima edizione dei Grammy Awards. Le cause della morte rimangono ancora ignote, va ricordato che da tempo la cantante soffriva di una forte depressione ed era dipendente da farmaci e droghe. Di recente era sta divulgata la notizia che il suo patrimonio sia stato tutto  dilapidato. Peccato……

Discografia Essenziale
•    WHITNEY HOUSTON1987Arista
•    WHITNEY1988Arista
•    I’M YOUR BABY TONIGHT1990Arista
•    THE BODYGUARD (colonna sonora)1992Arista
•    WAITING TO EXHALE (colonna sonora)1995Arista
•    THE PREACHER’S WIFE1996Arista
•    MY LOVE IS YOUR LOVE1998Arista
•    WHITNEY – THE GREATEST HITS2000Arista
•    JUST WHITNEY2002Arista
•    ONE WISH: THE HOLIDAY ALBUM 2003Arista
•    THE ULTIMATE COLLECTION 2007Sony BMG
•    I LOOK TO YOU 2009 Sony BMG

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Buona Domenica

 

 

 Come instillare nei bambini l’amore

per la lettura e lo studio

 

 

 

In questa pagina vorrei parlare di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la lettura e lo studio;  e, in particolare, come far recepire tale messaggio ai bambini, agli adolescenti, perché ne facciano buon uso.
Poche cose, secondo me, sono più importanti dell’insegnare ai bambini a leggere e studiare.
Fra i più bei ricordi dell’infanzia alcuni conservano l’immagine dei genitori che leggevano loro un bel libro.

 

 

 

Naturalmente saper leggere e studiare non significa automaticamente trarne beneficio. Molti, pur avendo queste capacità, non le usano e si dedicano invece ad attività meno proficue.

 

Qual è, perciò, il metodo migliore da adottare per instillare nei bambini la sete di quella conoscenza che tornerà loro utile?

I bambini imparano ad amare lo studio e la lettura, soprattutto quando questi si svolgono in un contesto in cui regna  l’amore e la serenità. Ma ciò, ahimé, non sempre è possibile. Tuttavia, sarà importante dare il buon esempio: quest’ultimo è un potente alleato dell’amore.
I bambini che spesso vedono i genitori leggere e studiare saranno probabilmente più inclini a considerare questa attività parte integrante della loro vita. L’amore e l’esempio, quindi, sono essenziali per far nascere nei bambini il desiderio di leggere. Ma, a livello pratico, quali sono gli accorgimenti da adottare in questo senso?

In primo luogo, mettere i libri a loro disposizione, fin dalla più tenera età. Fare in modo che essi si abituino ad avere libri fra le mani. In questo modo i libri diventeranno i loro amici ed entreranno a far parte della loro vita.
In seguito, leggere loro regolarmente ad alta voce. L’abitudine di leggere qualche brano o racconto insieme, ogni giorno, sarà loro d’insegnamento per pronunciare le parole correttamente e pian piano assorbiranno tale consuetudine giornaliera. Anche il modo in cui si legge ha la sua importanza. Se i genitori saranno entusiasti anche i figli lo saranno, anzi chiederanno di rileggere loro il brano o il racconto più volte. E’ necessario accontentarli. Col tempo si entusiasmeranno a nuovi argomenti. Occorre però fare attenzione:  non devono sentire la lettura come una costrizione. Se  non saranno costretti non vedranno l’ora che arrivi il momento di leggere, e si sarà fatto un passo avanti verso l’obiettivo che ci proponiamo.

 

 

 

E’ importante, inoltre, incoraggiare i bambini  a partecipare e parlare di ciò che viene letto. Sarà una sorpresa constatare come essi impareranno a riconoscere, pronunciare e capire il significato di molte parole difficili. Parlare di ciò che si legge, quindi, è un buon metodo per favorire il loro apprendimento. Ho letto in un libro che trattava questo specifico argomento: “Per i bambini, la cui mente è in fase di sviluppo, la conversazione è essenziale per imparare a leggere e scrivere”.
E’ opportuno, ancora, chiedere ai bambini di leggere qualcosa a loro scelta e incoraggiarli a fare domande. Forse, saremo noi stessi inclini a fare domande e indicare possibili risposte. In tal modo, i bambini capiranno che i libri sono fonte di informazioni e che le parole che leggono racchiudono un preciso significato. In ogni caso, occorre non dimenticare che saper leggere presuppone una capacità complessa. Per farla propria occorrono tempo e fatica. E’, quindi, consigliabile alimentare l’amore per la lettura che sta crescendo nei bambini non risparmiando le lodi. Lodandoli si appassioneranno maggiormente alla lettura.

 

 

 

Insegnando ai bambini a studiare si dà loro uno scopo per leggere.
Studiare implica imparare fatti e afferrare la relazione che questi hanno fra loro. Richiede anche capacità di organizzare, ricordare e usare informazioni. Rimanendo seduti e focalizzando l’attenzione su un particolare argomento, per periodi brevi, i bambini impareranno a concentrarsi, una capacità essenziale per l’apprendimento. Inoltre si potranno incoraggiare a valutare che ciò che hanno appena appreso ha relazione con ciò che già conoscono. Ciò insegnerà loro a fare i vari collegamenti. Oppure si potrà chiedere loro di riassumere con parole proprie ciò che hanno letto. In tal modo saranno aiutati ad afferrarne il significato e a ricordarlo. Ripassare, ovvero rileggere i punti principali di un articolo, dopo averlo letto, è un altro esercizio mnemonico molto importante.
Creare altresì condizioni che favoriscano lo studio e la concentrazione, come una buona aerazione e un  ambiente luminoso, è sicuramente un aspetto molto positivo, ma non sempre raggiungibile. In ogni caso, quando si decide di dedicare un determinato tempo alla lettura e allo studio, occorre essere coerenti e agire con regolarità. I bambini impareranno così che c’è un tempo prestabilito per ogni attività.


E’ importante, ancora, evidenziare il valore dello studio. Aiutare i bambini a comprendere i benefici concreti dello studio. Mettendo a frutto le informazioni imparate si comprende il vero scopo dello studio.
Quando i ragazzi arriveranno a considerare lo studio e la lettura un mezzo per raggiungere un obiettivo importante vi si dedicheranno con passione.
Non si finirà mai di elencare gli effetti positivi che derivano dall’instillare nei bambini l’amore per la lettura e lo studio. Buoni risultati a scuola, sul lavoro, nelle relazioni umane, nella comprensione del mondo in cui viviamo e nei rapporti tra genitori e figli sono solo alcuni dei benefici, per non menzionare l’enorme soddisfazione che la lettura e lo studio ci procurano.

 

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