.Compendio di articoli !!

Arte – Amedeo Modigliani

 

 

(1884-1920)

 

Amedeo Modigliani nacque a Livorno nel 1884 da una famiglia ebrea, un tempo agiata: madre francese e padre italiano. In casa si parlava francese, spagnolo, inglese. Sia pure nelle ristrettezze si respirava un’aria di cosmopolitismo e di abitudine al lusso.

 

Amedeo, chiamato “Dedo”, è un bambino viziato, segnato da subito da quella tubercolosi che in qualche modo contribuirà a farne un genio della pittura: lui vorrebbe scolpire, ma la polvere di pietra è micidiale per i suoi polmoni.

 

 

Frequentò lo studio livornese di G. Micheli, un allievo di G. Fattori e studiò alle scuole di belle arti di Firenze e di Venezia, dove entrò in contatto con i maggiori esponenti europei della cultura figurativa contemporanea.
La sua formazione artistica si completò a Parigi, dove si stabilì dal 1906 e rimase quasi ininterrottamente fino alla morte.

 

 

La vita di Modì, il suo strappo da Livorno e dalla frequentazione dei macchiaioli, le avventure parigine all’insegna dell’emarginazione rappresentano anche uno sforzo estremo di staccarsi da una provincia rassicurante e soffocante.

 

In questi anni il suo percorso stilistico venne influenzato da Toulouse-Lautrec, Gauguin, van Gogh: ma fu la conoscenza di Cézanne a imprimere il segno decisivo alla sua pittura (la costruzione delle figure per grandi masse cromatiche) che trovò la sua prima espressione in opere come Il mendicante di Livorno, e Il suonatore di violoncello, entrambi del 1909.

 

 

Nello stesso anno  stabiitosi definitivamente a Montparnasse, Modigliani impose una battuta d’arresto alla sua attività pittorica: l’amicizia di C. Brancusi, che con le sue forme ovoidali tendeva alla massima essenzialità plastica, e la comune scoperta del linearismo e della forza espressiva e

 

 

ritmica della scultura negra, lo indussero a esercitarsi nel disegno e a dedicarsi intensamente alla scultura. Scolpì numerose Teste in pietra e progettò un “Tempio di Bellezza” per il quale eseguì una serie di disegni di Cariatidi.

 

 

Il 1914 segnò il ritorno di Modì alla pittura, favorito dall’incoraggiamento della poetessa Beatrice Hastings e da L. Zborowski, suo futuro mercante, risulta contrassegnato da uno stile inconfondibile: tra il 1915 eil 1920, Modigliani eseguì più di trecento ritratti, genere assolutamente privilegiato nella sua produzione, e quattro paesaggi mediterranei e, infine, negli ultimi anni, una serie di ritratti della sua compagna Jeanne Hébuterne.
La sua vita fu cortissima: morì a Parigi nel gennaio 1920 di meningite tubercolare, a 36 anni.

 

 

Jeanne Hébuterne, si gettò da una finestra al quinto piano, all’indomani della morte di Amedeo, uccidendo con sé la creatura che portava in grembo.
Modigliani venne sepolto nel cimitero di Père Lachaise nel primo pomeriggio del 27 gennaio.

 

Jeanne Hébuterne fu tumulata il giorno dopo al Cimitero di Bagneux, vicino a Parigi, e fu solo nel 1930 che la sua amareggiata famiglia (che l’aveva fatta seppellire furtivamente per evitare ulteriori “scandali”) concesse che le sue spoglie venissero messe a riposare accanto a quelle di Modigliani.

 

 

La fortuna critica di Modigliani crebbe rapidammente dopo la morte, insieme ai prezzi delle sue opere e alla leggenda dell’artista maledetto, la cui forza creativa trovava indispensabile alimento nella droga e nell’alcool. La grande mostra alla Biennale veneziana del 1930, pur con polemiche, ne consacrò il riconoscimento anche da parte della critica italiana.

 

 

 

La Domenica del Bosco,,,,,VIVA LA MAMMA!!

 

 

Il Creatore nella sua infinita saggezza, bontà e infallibilità ha assegnato alla donna il ruolo di madre e il difficile compito di essere mamma.

 


 Una parola che contiene tutto l’Universo.

 

Si commemora in Italia nella seconda domenica di maggio.

È una festa che viene rievocata ogni anno in tutti i Continenti anche se le date non sono coincidenti in tutti i paesi ma questo non sminuisce l’importanza della ricorrenza e del pensiero che ciascuno di noi rivolge alla propria mamma.

 

A maggio dello scorso anno, nel Bosco, abbiamo avuto modo di ricordare le origini della istituzione della festa della mamma e la sua evoluzione nei vari paesi.

Quest’anno, giusto per non ripeterci, vogliamo, invece, ricordare la festa facendo riferimento al rapporto che la donna nella sua natura di madre ha con i propri figli.

Come sappiamo, nella convinzione corrente, per una mamma i figli sono tutti uguali, maschi e femmine ma nella realtà il legame ha due aspetti ben distinti perché il rapporto tra donne, nell’ambito della loro  femminilità, ha sempre qualcosa di imprescindibile e speciale.

 

Per aiutarci a capire vogliamo dedicare questa Domenica del Bosco ad una breve analisi del rapporto madre/figlia oltre che dal lato puramente affettivo, anche analizzando l’innato conflitto/rivalità tra donne dal punto di vista strettamente femminile. Allo scopo citiamo qualche  aforisma, scritto da mamme più o meno note, che riguardano il rapporto tra madri e figlie tenendo presente che poi, le figlie, a loro volta, diventano anch’esse mamme. E la vita continua, ecco:

  • …. la figlia non abbandona mai la madre, così come la madre non abbandona mai la figlia. C’è un legame così forte tra loro che nulla può spezzarlo. Mi piace definirlo “il legame indistruttibile” (Rachel Billington).

  • …. Il mio cuore fu tutto suo. Mi sentii terrorizzata, entusiasta, orgogliosa e completa…. tutto insieme…. quel giorno…. abbiamo cominciato il nostro meraviglioso duetto, un’unione di cuore, mente e anima che continua ancora oggi. (Naomi Judd).

  • Il mio amore per lei e il mio odio per lei sono intrecciati in modo così sconcertante che a malapena riesco a vederla. Non so mai chi è. Lei è me e io sono lei e siamo un tutt’uno. (Erica Jong).

  • Io e mia figlia viviamo accesi scambi di idee e intense esplosioni di rabbia, conclusi nel giro di pochi minuti. Mio marito, suo padre, rimane a bocca aperta davanti all’amore dopo la tempesta. (Evie Barbarelli).

  • Dal momento che sei stata plasmata da me, tutto ciò che fai, nonostante la tua libertà, riguarda per forza anche me. E perciò quando saremo lontane, attenderò sempre tue notizie con ansia (Maya V. Patel).

  • Dal primo momento che ti ho vista, ho avuto la consapevolezza che insieme avremmo fatto grandi cose nella vita. Ti amo con tutta l’intensità con la quale una madre è capace di amare una figlia. (Jennifer).

  • Quando ho smesso di vedere mia madre con occhi di bambina, ho visto la donna che mi ha aiutato a dare alla luce me stessa. (Nancy Friday).

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Care amiche, nell’augurare a tutte, mamme e non, una felice Festa della Mamma vi invito a lasciare un segno o una riflessione/considerazione sulla vostra esperienza di mamma o di figlia. I maschietti non godono di esenzione. Il Bosco ringrazia.

 

 

 


Dedica ad una mamma che non c’è più

 

Da te ho avuto la vita,
dal tuo seno
ho ricevuto nutrimento.
Ciò che mi davi
erano tue privazioni.
Nella mia oscurità
sei stata luce,
nei miei dubbi
sei stata certezza,
nella mia nebbia
sei stata chiarezza,
nelle mie malattie
sei stata toccasana.
Mai nessuna
potrà essere come te.
Ora che non ci sei capisco
che per quanto meritavi
non ti ho dato abbastanza,

per quanto mi hai dato

dovevo darti di più.
Tutte le mie mancanze
sono, oggi, il mio rimorso.
Ti chiedo perdono

ma so che anche da lassù

ancora una volta

hai  perdonato.

Grazie mamma.

 

 

 

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L’angolo del dialogo

 

E’ un articolo a firma di Raffaele La Capria apparso sul Corriere della Sera del 24 maggio 2011 a pag 41. Ve lo propongo un po’ scorciato a causa della sua lunghezza.  Ma è rimasto tutto il suo significato. Ve lo propongo all’indomani di una consultazione elettorale che fa capire e non fa capire. Ma una cosa è chiara: non ci sono più margini  per chiacchierare. O almeno non ce ne dovrebbero essere.

Ecco l’articolo:

……………

“Non c’entra più l’antipolitica, non c’entra più il governo o l’opposizione, l’appartenenza a questo o quel partito: la questione è fisiologica. Parlo della quantità di chiacchiera politica, di discorso politico, soprattutto di televisione politica, del dibattito, scontro, battibecco politico-televisivo quotidiano che siamo costretti a ingurgitare; e dico che la questione è fisiologica perché la mente, il cervello, la fantasia non ce la fanno più a fronteggiare la caterva di opinioni, spiegazioni, concioni, che ci vengono propinate senza pietà, e c’è un limite a tutto.. Dopo la sovrabbondanza viene il rigetto. Rigetto fisiologico, rigetto del fisico che non regge, del metabolismo che non funziona. Troppo cibo forzatamente ingerito non ce la fai a digerirlo, provoca maldistomaco, maldipancia, vomito.
Se la situazione è questa, l’unico rimedio è la dieta. Una dieta ferrea da osservare con poche semplici regole che ti devi imporre per un certo periodo di tempo, quello necessario a riportarti a una situazione di più sopportabile normalità.

 

 

 

Prima regola: divieto di ascoltare ogni trasmissione televisiva dove vengono discusse, analizzate, spiegate le ragioni dell’uno e dell’altro, basate su sondaggi, percentuali, numeri e numeretti, e via dicendo: tanto non se ne ricava gran che, oltre il fastidio.
Divieto di ascoltare quelle sottili analisi proustiane, raffinate e avvolgenti, su una materia vile che non lo consente; quelle analisi dedicate al nulla e con esito nullo, per esempio sulla battuta di un politico, su un suo malaccorto comportamento e relativo “arrière pensée”, su quel che ha detto e su quel che intendeva dire e su quel che invece gli vogliono far dire, su quel che ha dichiarato davvero o per finta.
…………………

 


Divieto di accettare l’invito a partecipare al  famoso dibattito settimanale su questa o quella questione politicamente rilevante scelta da un qualsiasi conduttore per sua insindacabile volontà: accettare l’invito sarebbe un’arma offerta al nemico, quello che strumentalizzerà a proprio favore qualunque cosa si dica, perché qualunque cosa si dica, a favore o contro, servirà a teatralizzare la trasmissione con vantaggio della televisione e del conduttore. Faccio presente che quanto ho detto non vale e non sarebbe nemmeno democraticamente proponibile se le due parti si parlassero ed instaurassero un vero dialogo. Ma siccome non si parlano e danno solo spettacolo di sé, a chi giova il loro furore o il loro cicaleccio se non alla tv?
……….
Ultima regola della dieta (e vale soprattutto per i partecipanti alle trasmissioni) sarebbe non sorridere in queste occasioni, non sorridere di soddisfazione, di compiacenza, di superiorità o d’altro come se si stesse parlando in un salotto qualsiasi. Meglio mostrarsi severi e gravi come la situazione richiede. Siamo o no un paese in guerra? Qualcuno se n’è accorto? Chi è che applaude? Zitti per favore. Non c’è niente da applaudire. Non ci sono guai dovunque intorno a noi? E morti, e feriti, e dolore, e barconi carichi di disperati?

 

.………………..

Ho tagliato qui l’articolo. Il succo del ragionamento c’era tutto, ed è inutile dire che lo condivido interamente nella sua sostanza. Semmai sarei propenso addirittura ad ampliare le regole della dieta e proporre un digiuno completo, Personalmente non ne posso più di precisazioni, puntualizzazioni, polemiche, critiche, casini vari. Dico solo una cosa, in conclusione, lasciando a voi  il compito di partecipare al dibattito: ma è mai possibile che in politica ci sia qualcuno che abbia sempre, sistematicamente, ragione e qualche altro che abbia sempre, sistematicamente, torto?
E che, sulla base di questo, ci siano sempre duelli invece che pacate discussioni?
E ora si scateneranno sui risultati delle amministrative. Come se l’unico risultato lampante non fosse il disinteresse della gente. Tecnici o non tecnici, politici o antipolitici, non ne possiamo più. Vero?

 

 

 

 

 

 

La Domenica del Bosco

 

Sa bessìda de Efis

Nel gergo dei cagliaritani questa frase che significa ”L’uscita di Efisio”  viene ripetuta ogni qualvolta qualcuno esce da casa e tarda a rientrare al proprio domicilio.

Il riferimento è notoriamente legato ai tradizionali festeggiamenti di Sant’Efisio, che il 1° maggio di ogni anno, fin dal 1657, prevede la processione votiva che porta il simulacro del santo dalla sua chiesetta in Cagliari fino a Nora, luogo del suo martirio, con ritorno a Cagliari dopo 4 giorni.

La storia di Efisio

Nacque ad Elia, alle porte di Antiochia in Asia Minore, intorno alla metà del III secolo da madre pagana e padre  cristiano.

Fu arruolato tra le truppe di Diocleziano per combattere i cristiani, ma durante il viaggio verso l’Italia si convertì al  Cristianesimo.

Secondo una leggenda devozionale, durante una notte gli sarebbe apparsa una croce che splendeva fra le nuvole: mentre contemplava questo strano fenomeno, avrebbe udito una voce misteriosa dal cielo che gli rimproverava il fatto di essere persecutore dei cristiani e, per questo, gli veniva preannunziato il suo martirio.

Inviato in Sardegna per difendere gli interessi dell’ Impero Romano, fu accusato di infedeltà ed egli stesso rivelò a Diocleziano di essersi convertito alla fede cristiana. Venne imprigionato, torturato e messo a morte sul patibolo di Nora il 15 gennaio 303.

Detto questo si potrebbe concludere che Efisio sarebbe stato ricordato al pari di tanti altri martiri cristiani poco conosciuti ma un fatto importante lo ha portato ai fastosi festeggiamenti che si ripetono immancabilmente a Cagliari, ogni anno fin dal 1657.

Nel 1656, infatti, i sardi invocarono il Martire affinché sconfiggesse la terribile ondata di peste propagatasi nell’isola a causa di alcuni marinai catalani affetti dal morbo, approdati  ad Alghero su un veliero mercantile. A Cagliari morirono circa diecimila abitanti. La città fece un voto a Sant’Efisio: se fosse riuscito a sconfiggere la peste, ogni anno si sarebbero svolti i festeggiamenti in suo onore.

Provvidenziali piogge nel mese di settembre fecero scomparire la peste e l’evento miracoloso venne attribuito alla intercessione del santo. Il 1° maggio dell’anno successivo si svolse la prima processione che si ripete ancora oggi. Quest’anno è stata festeggiata la 356a festa.

L’organizzazione prevede un cerimoniale molto preciso con personaggi e compiti ben definiti:

-         Alter Nos : è il delegato del sindaco a sciogliere l’antico voto della città. Si presenta a cavallo con abito dell’Ottocento, frac e cilindro e indossa le insegne municipali (fascia tricolore e Toson d’oro);

-         Confratelli : l’Alter Nos è scortato da due file di confratelli che indossano l’abito penitenziale;

-         Mazzieri : sono quattro, indossano un’elegante livrea del Seicento e hanno il compito di scortare l’Alter Nos lungo il cammino della processione.

-         Decano : è il delegato dell’Arcivescovo di Cagliari, segue, insieme ai sacerdoti, il carro che trasporta il simulacro;

-         Miliziani : indossano giubbe rosse e sono armati di archibugio e sciabolone. Rappresentano la scorta incaricata di proteggere il corteo;

-         Cavalieri : partecipano alla sagra dal 1886 in sella a cavalli ornati con ghirlande e fiocchi multicolori;

-         Terzo Guardiano : rappresentante della Sagra e responsabile dell’organizzazione;

-         Guardiania : è il corpo di guardia del Terzo Guardiano, ne fanno parte 23 confratelli  elegantemente vestiti;

-         Collaterali : Sono due confratelli nominati annualmente per custodire il simulacro lungo il percorso. Si posizionano ai lati del cocchio.

La processione che prevede un percorso di oltre 60 km., dura quattro giorni, dall’1 al 4 maggio, parte da Cagliari per poi proseguire a Giorgino, località nella quale viene cambiato il cocchio di città con quello di campagna e gli abiti del Santo, poi prosegue ancora verso Capoterra, Sarroch, Villa San Pietro, Pula e Nora.

Il percorso inverso si svolge il 4 maggio con arrivo a Cagliari in  notturna.

Il primo maggio, oltre agli aspetti religiosi, la processione ha valenza turistica e di folklore culturale mentre quella del 4 maggio è prevalentemente religiosa, molto sentita dai cagliaritani e non solo.

L’intera Sardegna è comunque strettamente legata alla devozione del Santo e ogni primo maggio sfilano in processione a Cagliari tutti i colori dell’isola con i costumi dei vari paesi partecipanti, ma anche le cosiddette traccas: carri addobbati a festa, trainati da buoi, all’interno dei quali sono esposti in mostra i prodotti più genuini della terra, dell’artigianato sardo ed i dolci messi in bella mostra nei cestini appositamente intrecciati.

Possiamo tranquillamente asserire che nel bacino del Mediterraneo, la processione di Sant’Efisio sia tra le più importanti se non proprio la più importante per valenza, durata, lunghezza del percorso, numero dei partecipanti, paesi coinvolti e tipicità dei costumi presenti, di rara e incommensurabile bellezza, alcuni dei quali risalgono a centinaia d’anni fa.

Una manifestazione che, almeno una volta nella vita, deve essere vista.

Auguro a tutti una serena domenica.

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Il gatto pianista

 

Chopin il gatto pianista

 

Ho trovato questa storiella accaduta in Inghilterra, che mi sembra divertente. L’ho tradotta e ve la propongo.

 

 

 

“Il gatto che girava per il salotto elegante della mia professoressa d’italiano delle superiori, sembrava essere stato scelto in base all’arredamento: il suo mantello, ben curato e morbido già solo allo sguardo, era bianco con sfumature argentee, adattissimo al divano chiaro che padroneggiava nella sala ed ai mobili neri lucenti stile anni ’70, ma anche i suoi occhi, vispi e vitali, non sfiguravano nel bagliore sfolgorante di un salone chiaro, illuminato da un lampadario gigantesco posto al centro del soffitto e degno dei più bei palazzi cinquecenteschi. Perfino i suoi movimenti, veloci, ma soffici ed eleganti, rientravano nella sensazione di morbidezza che poltrone, divano e cuscini sparsi un po’ ovunque, davano dell’ambiente. Il gatto, in questo contesto, mi appariva come bello ma freddo: forse perché mi sembrava una parte dell’arredamento. Gli anni passati dai   tempi   della  scuola,  il  diverso,   ed   in    parte imbarazzante, ruolo che s’instaura fra un ex allievo e la sua insegnante più bacchettona  del liceo, incontrata per caso, dieci anni dopo, per  ragioni di lavoro, avevano creato un’atmosfera gelida.
Così, tanto per rompere il ghiaccio, e non sapendo trovare altro argomento, dissi qualcosa sul gatto, una frase credo originale, intelligente e veramente arguta: “Bello il suo gatto!”. Frase che si commenta da sé!! A questa ne feci seguire un’altra altrettanto originale, da chiedere i diritti d’autore: “Da quanto tempo ce l’ha?” La professoressa, con la sua consueta austerità, mi disse con precisione la data di nascita, quella della prima vaccinazione, e tutta una sequenza di date che mi fecero ricordare, con un bel crampo allo stomaco, che lei era stata anche la mia insegnante di storia. Quando ormai il mio sguardo si era perso nel nulla, ipnotizzato da quella sequenza cronologica, sentii improvvisamente una musica di pianoforte: non era certo fluida né ben eseguita, tutt’ altro, ma distinsi bene l’armonia dell’ “Inno alla gioia” di Beethoven.  Così, colsi l’occasione per interrompere la padrona di casa e chiederle:”E’ sua figlia che suona il piano?” “No è Chopin” mi rispose secca. La risposta, soprattutto detta da lei, simbolo di serietà, mi colse di sorpresa e lì per lì non riuscivo a capire se fosse impazzita oppure dicesse sul serio, ed in questo caso chi diavolo era Chopin? Non certo il fantasma del famoso compositore. Poi intravidi un leggero sorriso affiorare fra le sue labbra, e con gli occhi indicare dietro di me, mi girai e vidi il gatto, quel suo meraviglioso gatto, disteso sopra il pianoforte con il muso a guardare la tastiera, tutto concentrato a muovere le sue zampine sui tasti, il bello e che lo faceva seguendo l’armonia della nota composizione e non a caso! Mi voltai di nuovo, questa volta nella direzione della mia ex professoressa, e non so dirvi che faccia avessi, ma lo stupore doveva aver disegnato un’espressione sul mio viso davvero divertente tanto che fece scoppiare a ridere la mia ex insegnate. Questa, una volta ripresasi dalla ricca risata, mi indicò il suo micio dicendomi: “Ecco Chopin”. A quel punto la risata divenne corale, ed il ghiaccio venne definitivamente rotto permettendomi di scoprire, tolti definitivamente i panni dell’austera professoressa, una donna deliziosamente simpatica, amante, non solo della cultura, ma anche della buona tavola, della buona compagnia e dei gatti.”

 

 

1 Maggio

 

La Domenica del Bosco


STORIE MODERNE

Qualche tempo fa ho avuto modo di raccontare “Storie dell’altro secolo”: brevi racconti ambientati nel contesto generazionale del secolo scorso (ricorderete  “Beato lui” e “Marianna”).

Oggi vorrei raccontare una storia relativa ai giorni nostri. Me la suggerisce una persona amica, che mi prega, ovviamente, di non citare il suo nome e questo mi fa sospettare che possa esserci qualcosa di realmente accaduto nella sua storia. Mi dice, però, che ha preso spunto proprio dal raccontino “Chattamore” che aveva letto nel Bosco qualche tempo fa. Con un po’ di fantasia e per il piacere delle lettrici amanti del ‘gossip’ possiamo quindi considerare questo racconto quasi una seconda puntata di Chattamore.

 

 

LA STORIA

Paolo e Sara, i due protagonisti, si erano conosciuti in chat una mattina, prestissimo: lei, in preda alla tensione per una notte insonne cercava qualcuno con cui dialogare, lui, solitamente molto mattiniero le aveva rivolto un saluto considerando che erano i soli presenti. Paolo capì subito lo stato d’animo nel quale si trovava Sara in quel momento mentre lei fu coinvolta positivamente dalle risposte rassicuranti che Paolo dava alle sue domande, con tanta comprensione e complicità dettate dalla sua esperienza di uomo maturo ormai avviato alla terza età. Lei, donna ancora nel fiore degli anni, separata, porta avanti con il suo lavoro la crescita del figlio frutto del suo matrimonio fallito.

I dialoghi tra Paolo e Sara proseguono nei giorni successivi in privato e non è difficile capire che nasce tra loro una complicità reciproca tale da sentirsi attratti l’una per l’altro e viceversa al punto da arrivare a scambiarsi i primi timidi abbracci e poi affettuosità, virtuali, s’intende, ma quasi fossero reali tanto era l’intensità e la passione che li aveva presi e coinvolti. Era nato l’amore? Ma in chat era possibile? Sembrava di si…… forse.

Paolo, persona molto concreta, vincolato da un matrimonio ormai logoro, tale da considerasi separato in casa, adattatosi alla convivenza per il quieto vivere, cercava di convincere Sara della impossibilità del loro rapporto considerando, oltre al suo vincolo matrimoniale, anche e soprattutto la grande  differenza d’età tra loro. Sara, entusiasta di avere incontrato una persona come Paolo diceva che non intendeva perderlo, che non gli importava del fatto che era sposato e per quanto riguarda la differenza d’età diceva che l’amore non ha età e citava, come esempio a sostegno della sua tesi, alcuni personaggi televisivi che avevano realizzato i propri sogni unendosi ad una compagna molto più giovane ed entrambi avevano trovato la felicità. Niente era impossibile.

Loro stavano bene insieme, si capivano e questo era sufficiente.

Stando così le cose non  pensavano certamente di dover costituire una coppia stabile, comunque continuavano a scambiarsi in chat affettuosità con molta passione e intensità quasi fosse realtà. La cosa poteva andare avanti così. Non programmavano un incontro, o perlomeno non pensavano di poterlo fare né a breve né in futuro, considerando anche l’enorme distanza geografica che li separava: lui del profondo sud, lei di una importante città industriale del nord.

Si sostenevano a vicenda, si sentivano vicini col pensiero e questo poteva bastare. Sara diceva che lei sapeva amare anche con la mente oltre che con il corpo e si sentiva soddisfatta. Con grande compiacimento Paolo si era adattato alla situazione, era una cosa nuova, almeno per lui pensava, ma che in fondo gli piaceva quasi fosse un gioco.

Ma, quando si dice il destino. L’occasione fu galeotta quando Paolo, da poco pensionato, aveva preso contatto con una importante azienda industriale del nord per l’affidamento di una rappresentanza di vendita nella sua regione di prodotti chimici per l’agricoltura, nell’intento di avviare una attività che avrebbe potuto assicurare un lavoro e un reddito al figlio ancora in cerca di occupazione. Per la definizione del contratto di rappresentanza fu invitato a recarsi nella sede centrale della Società che si trovava, ironia della sorte, proprio nella città di residenza del suo amore virtuale.

Ne informò Sara che si dimostrò subito entusiasta della cosa: non immaginava che l’incontro, sebbene segretamente sperato, potesse realizzarsi così presto. Avrebbero avuto l’insperata occasione di incontrarsi fisicamente, di trovarsi l’uno di fronte all’altra, di guardarsi negli occhi e di scambiarsi un vero, caloroso abbraccio anziché i soliti innocui approcci virtuali sebbene vissuti quasi fossero realtà tanto era l’intensità  passionale profusa con le parole nelle chat in privato.

Nella loro mente, però, si affacciò subito il dubbio: si sarebbero piaciuti? Quale sarebbe stata la reazione fisica dell’incontro nel reale? Passare dalle parole ai fatti sarebbe stato semplice? Mistero!  Provare per credere e le ansie andavano in crescendo in attesa della data fissata per il giorno ics.

Sara avrebbe pensato agli aspetti logistici, ricerca dell’alloggio ecc. e sarebbe venuta a prenderlo all’aeroporto.

Stabilito il programma, continuavano a sentirsi in chat in attesa dell’evento ma proprio due giorni prima della data prevista ci fu il primo litigio tra gli innamorati (chiamiamoli così):  lei, ebbe un impulso di gelosia perché gli era subentrato il dubbio che lui potesse tenere analoghi rapporti in chat anche con altre donne. A nulla valsero le rassicurazioni di lui, lei era convinta del contrario e fu rottura. Comunque lei gli disse che avrebbe mantenuto gli impegni presi e sarebbe venuta a riceverlo all’arrivo ma senza entusiasmo, tutto era finito. Due giorni di silenzio poi lei lo chiamò al cell. solo per chiedere la conferma dell’ora d’arrivo e assicurargli che l’avrebbe trovata comunque ad attenderlo.

E fu così! L’incontro avvenne fuori dello scalo dopo uno scambio al cellulare per individuare il punto di ritrovo ma non ci fu un abbraccio né un bacio, solo una stretta di mano. Si squadrarono con un colpo d’occhio per un giudizio sommario di conoscenza al primo impatto: “Caspita è proprio una bella donna” pensò Paolo; “È un bel signore” pensò Sara. Salirono in auto e si avviarono per raggiungere il centro città, intanto si studiavano a vicenda e parlavano, cercavano di conoscersi e di capirsi chiedendosi, in cuor proprio, il perché di questo incontro. Non c’era niente di logico ma stavano insieme.

Espletate le formalità dell’alloggio in albergo per lui, andarono a pranzo insieme e continuava la fase di studio e conoscenza reciproca. Paolo fu subito “preso” da questa donna giovane, bella, elegante, molto distinta ed erudita con la quale era piacevole conversare tanto da portarlo a farle delle confidenze personali, cose che non avrebbe mai rivelato a nessuno a lei invece le raccontava con semplicità. Lei faceva altrettanto parlandogli dei rapporti problematici con l’ex marito per la gestione, l’educazione e gli studi del figlio. Era il loro primo incontro ma parlavano come se si conoscessero da sempre, forse per effetto della conquistata reciproca fiducia o delle loro intimità vissute in chat. Misteri dei rapporti in web.

Si scambiarono un bacio. Un bacio vero, desiderato da entrambi  con naturalezza e passione amorosa. Dovevano lasciarsi perché Paolo aveva da assolvere l’impegno assunto con la Società per la quale era venuto in questa città e già si resero conto che quel distacco creava una certa ansia in entrambi ma si tranquillizzarono pensando che si sarebbero ritrovati per la cena e che a quell’ora avrebbero deciso il da farsi.

Non è dato sapere come si sia conclusa la giornata ma lascio il tutto alla vostra fervida immaginazione. Posso solo dirvi che in un momento di intensa passione amorosa Paolo le disse:

“Ma noi chi siamo?” e Sara rispose: “L’Amore”.

 

 

Al momento non so come sia proseguita la storia ma sicuramente c’è stato un seguito e potremo saperlo in una prossima puntata.

Amiche ed amici del Bosco vi auguro una Buona Domenica.

 

 

Giuseppe

 Per cogliere appieno il valore della gioia bisogna avere qualcuno con cui condividerlo. (Mark Twain)

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Arte – Piero della Francesca

 

 

 

Piero della Francesca nacque a Sansepolcro (Arezzo), e fu un pittore colto e raffinato del Rinascimento fiorentino.
Il suo linguaggio fu uno dei più originali del Quattrocento  rivelando una conoscenza profonda delle regole matematiche (formulate dallo stesso pittore nei suoi trattati), che sono alla base della costruzione di un universo ideale.
L’organizzazione dello spazio, attraverso la prospettiva, si applicava sia alle strutture, delineate secondo lo spirito del Rinascimento fiorentino, sia al paesaggio, dove la natura era interpretata in modo tale da giungere a un effetto di straordinaria vastità. La densità plastica delle figure e degli oggetti procede di pari passo con il rigore  che presiede alla loro disposizione. Tutto appariva collegato in questo modo, che sarebbe ben diverso senza la gamma di colori trasparenti e dolci di cui Pietro della Francesca possedeva il segreto.
Tutto ciò rese più convincente l’illusione del rilievo, diffondendo nello spazio  e sulle forme una luce cristallina che completava tutto l’insieme.
Questo linguaggio rivelò un’altra ispirazione. L’arte del grande artista, nonostante alcuni soggetti, concedeva poco al genere narrativo, reprimendo più spesso la contemplazione che l’azione. Alla grazia, alla tenerezza o al dolore, egli preferì una dignità  tranquilla che rasentava l’impassibilità.
Le figure ubbidiscono a una musicale ma severa armonia di proporzioni, le forme sono semplificate e ridotte all’essenziale, i gesti sono compassati e fermi, chiusi nell’inflessibile regola prospettica, scientificamente applicata ad ogni composizione.
Anche in seguito ai suoi numerosi soggiorni in varie città italiane -  Urbino, Ferrara, Rimini, Perugia, Roma – la sua arte lasciò una traccia profonda nella formazione di tutte le principali scuole pittoriche del tempo.
Piero della  Francesca va,  quindi,  annoverato tra i maestri che hanno avuto un ruolo preminente nello sviluppo della pittura italiana.
Negli ultimi anni della sua vita, egli si dedicò alla scrittura, lasciando ai posteri tre libri scientifici: “De Corporibus regolaribus”, “Trattato d’Abaco” e “De prospectiva pingendi”.

 

 

Analizziamo, di seguito,  due  fra i suoi maggiori dipinti.
La Vergine non possiede attributi regali ed è còlta nel gesto di posare una mano sul fianco, per sorreggere il peso del ventre.
L’interesse dell’artista per la simmetria è particolarmente evidente in quest’opera.
La Madonna è in piedi, leggermente ricurva per il ventre gonfio, che accarezza con una mano, mentre  con l’altra si dà sostegno all’altezza dei fianchi. Lo sguardo è abbassato, come per dare un tono nobile e austero, e il quadro evidenzia una dolce bellezza giovanile, sottolineata dalla postura fiera del collo e la fronte alta e nobile (secondo la moda del tempo che voleva le attaccature dei capelli rasate o bruciate con una candela).

 

 

Ad Urbino nella Galleria Nazionale è conservato uno dei dipinti, al contempo più belli e più difficili da interpretare.
L’opera raffigura sulla sinistra un personaggio vestito come un nobile (forse Ponzio Pilato), seduto su di un trono: davanti agli occhi di questa persona si svolge proprio la flagellazione di Cristo, il quale appare seminudo, coperto nella zona pubica da un panno chiaro, legato ad una colonna del porticato dove avviene la scena. La colonna è sormontata da una statua, che presumibilmente rappresenta il Sole.
L’addetto alla flagellazione ha una tunica nera, mentre degli gli altri due personaggi presenti uno sembra tenere il Cristo per un braccio mentre l’altro, col capo curiosamente coperto da un turbante, osserva dando le spalle a chi guarda il quadro.
Sulla destra, con un efficacissimo gioco di prospettiva, sono raffigurate tre persone: un uomo barbuto con abbigliamento orientale, un giovane scalzo e vestito di rosso, e un adulto vestito elegantemente.
Questi tre personaggi,  volutamente dipinti dall’autore, rappresentano una scena di grande effetto. Essi appartengono sicuramente alla sua epoca e dunque non ascrivibile al periodo storico della flagellazione stessa.
Le varie interpretazioni, relative a queste tre figure, portarono a ritenere che rappresentassero le complesse vicende del periodo del Rinascimento, allorché non si esitava a ricorrere all’assassinio, per eliminare un rivale alla successione al trono.

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25 aprile

 

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La Lontra

 

 

A quanto pare, siamo sempre in prima linea  nel distruggere o rendere   l’ambiente invivibile,  non solo a noi stessi   ma anche a diversi animali, contribuendo spesso alla loro estinzione. E’ ciò che stava accadendo  a una piccola e innocua creatura, la lontra. Grazie al pronto intervento del Corpo Forestale e del WWF questo processo si è arrestato. Dalla Rivista scientifica Focus ho tratto  alcune notizie in proposito, che vi riporto qui di seguito.

 

 

“Ti prego, ti prego!” sembra implorare questa piccola lontra con le zampine conserte e gli occhi chiusi. Che abbia pensato in questo modo di chiedere aiuto per la sua stessa sopravvivenza? In effetti, in Italia la lontra (Lutra lutra) è diventata uno degli animali a maggior rischio di estinzione, inserito nella lista rossa delle specie più minacciate. Nei nostri corsi d’acqua, un tempo popolati da questo simpatico mustelide, ne sono rimasti ormai poco più di 200 esemplari, concentrati soprattutto al Sud (Calabria, Basilicata, Campania e Puglia) e in alcune zone del Centro (Molise e Abruzzo).

 

 

 

Le maggiori minacce per la sopravvivenza della lontra, considerato un mammifero chiave degli ecosistemi fluviali in quanto indice del loro stato di salute, sono rappresentate dalla distruzione del suo habitat, dall’inquinamento e dalla presenza invasiva dell’uomo, che si traducono in carenza di cibo, incidenti stradali, bracconaggio e danni al sistema riproduttivo causati da pesticidi e metalli pesanti presenti nelle acque dei nostri fiumi.
Le molte iniziative per la conservazione della lontra, che fanno capo a un gruppo di lavoro costituito da Università, Corpo Forestale dello Stato e WWF Italia, sono volte alla tutela dei bacini fluviali dove vivono i nuclei principali, sia alla creazione e gestione di alcuni centri di allevamento, oltre all’azione di monitoraggio e prevenzione dei reati ambientali.
E forse la preghiera della lontra qualche timida risposta l’ha già ottenuta: secondo gli ultimi dati del Corpo forestale, il numero di esemplari è cresciuto dai 100-130 degli anni ’90 ai circa 220-260 stimati ai giorni nostri. Un lento recupero, che va sicuramente incentivato e salvaguardato.

La lontra è un carnivoro di medie dimensioni, appartenente alla famiglia dei Mustelidi. Conduce una vita strettamente legata all’acqua e la sua anatomia risponde perfettamente al suo adattamento all’ambiente acquatico.
Il corpo è allungato e fusiforme, la pelliccia, di color bruno sul dorso e sulle zampe e color nocciola-bianco sul ventre, sul petto e sulla gola, è spessa e impermeabile, le zampe sono corte ma robuste, con piedi palmati, la coda è larga e piuttosto schiacciata. Le orecchie sono piccole e, come le narici, si chiudono quando l’animale si immerge; gli occhi, anch’essi piccoli e rivolti in alto, sono ben adattati alla visione subacquea; il muso è dotato di vibrisse che permettono di individuare la preda in acque torbide o nell’oscurità notturna.
Si nutre essenzialmente di pesce, come l’arborella, il cavedano, il vairone e l’anguilla, che cattura con grande abilità. “