L’angolo del Dialogo !!

L’antipolitica, una scorciatoia per il disastro

 

 

 

Mi faccio aiutare dalla nota di Gianni Pardo pubblicata sul Legno Storto di lunedì 16 aprile 2012.

La trascrivo integralmente.

 

“Quando le elezioni sono lontane, i rilevamenti demoscopici sono da leggere con molta cautela. Gli interrogati possono manifestare il proprio malumore, dicendo che voteranno per “il Partito del Diavolo” e invece una volta in cabina magari voteranno, come tante altre volte, per “il Partito del Male Minore”. Ma è innegabile che c’è un’impressionante disaffezione dalla politica. Non solo nelle intenzioni di voto un po’ tutti i grandi partiti perdono percentuali, ma ne guadagnano partiti come l’Italia dei Valori e soprattutto il partitino di Beppe Grillo.

             L’antipolitica ci distoglie dai reali interessi del Paese   -   L’Isola dei Famosi – C’è posta per te

 

In particolare questo Movimento, il cui messaggio è confuso, sommario e brutale, arriverebbe oltre il sette per cento. Che senso ha tutto questo? In sé la politica è una materia per persone colte, tanto  che potrebbe essere definita: “la storia applicata al presente”. Chi vuol dire la sua sul modo di governare il Paese deve avere approfondite conoscenze di economia, di sociologia, di demografia, di filosofia, di geopolitica. Deve essere informato delle esperienze passate, e soprattutto dei risultati concreti conseguiti dalle varie teorie. Mentre a metà Ottocento la discussione sulle tesi di Marx avrebbe potuto essere puramente intellettuale, oltre un secolo dopo chiunque proponesse il comunismo vedrebbe obiettare che in concreto si è dimostrato un disastro. Ma mentre come materia di studio la politica è qualcosa di complesso, di alto e di nobile, la sua incarnazione nella mente della gente appare diversa. Il cittadino medio non sa niente di niente e riduce tutto a una sintesi estremamente sommaria: qualche slogan e qualche pregiudizio. In anni lontani c’erano legioni di popolani che votavano per il Partito Comunista, sperando di ottenere la metà dei beni dei ricchi. E del resto molti votavano per la Democrazia Cristiana esclusivamente per andare contro i materialisti senza Dio.

Oggi il mondo non è cambiato, nella sostanza. Un partito come l’Italia dei Valori vende un solo prodotto: la galera. Ogni cittadino irritato che vorrebbe vendicarsi di chi è più ricco e più potente spera che incappi in qualche magistrato che lo metta al fresco. E per questo applaude chi dà voce alla sua rabbia irrazionale. Da un lato secoli di pensiero, da Aristotele a Montesquieu, dall’altro il grido di morte di una plebaglia con la bava alla bocca.

In politica un partito ha successo se ottiene molti voti e non importa come li abbia ottenuti. Ciò lascia ai demagoghi uno spazio che è tanto più grande quanto più grande è l’irritazione degli elettori. Chi non ne può più della corruzione e dell’incapacità decisionale della democrazia ascolta volentieri chi gli parla di un governo capace di imporsi, di governare sul serio e magari tagliare la testa ai cattivi. Aristotele infatti ha scritto che la dittatura nasce dalla democrazia quando essa, corrompendosi, diviene oclocrazia, governo della plebe.
In Italia iI vento dell’antipolitica soffia molto forte. La percentuale di cittadini che ha fiducia nelle forze politiche è arrivata al due (due, non venti) per cento; e la stima del Parlamento è scesa all’11%: cioè solo un cittadino su dieci crede in quell’istituzione. In molti sognano soluzioni drastiche e mitologiche e immaginano di risolvere i problemi economici tagliando gli stipendi ai politici o il loro numero in Parlamento. L’Europa ci richiede di fare dei sacrifici? Bisogna solo mandarla a quel Paese: non vogliamo mica essere governati dai banchieri! Il problema del debito pubblico si risolve facilmente dicendo: “Lo Stato italiano non paga nessuno e andate al diavolo!” Del resto, chi ha denaro da parte è segno che ne ha avuto troppo. E altre soluzioni brillanti dello stesso tenore. Il successo di un personaggio come Beppe Grillo la dice lunga sulla confusione mentale di tante persone.
Purtroppo contro questa deriva non ci sono molte soluzioni. La democrazia permette a tutti di fare politica, con gli argomenti che preferisce.

 Somiglia al gladiatore che, nel patto col lanista, includeva la possibilità di essere ucciso. Se gli italiani vogliono Beppe Grillo come Presidente del Consiglio che si accomodino. Come diceva Catone: ognuno è l’artefice della propria sorte. O, come dice un proverbio francese, si dorme secondo come ci si è fatto il letto”.

 

Insomma, di argomenti ce ne sono per l’introduzione del discorso.
Proviamo a parlarne fra noi?

 

 

La paura delle donne

 

Veramente il titolo intero di questo vecchio articolo, non mi ricordo dove pubblicato, è “Ritorna in nuove forme l’eterna paura del corpo delle donne”. E lo scrive Gianna Schelotto, ben conosciuta psicoterapeuta.

 Scrive la Schelotto:

 “In principio era il mestruo. Nei giorni del “sangue”  le donne erano ritenute artefici di misteriosi avvenimenti: toccato dalle loro mani “impure” il latte inacidiva; la maionese impazziva; le conserve andavano a male; le piante avvizzivano. Persuase da queste dicerie (avallate da autorevoli voci maschili) le “signore” – e nel senso letterale del termine, perché le altre, contadine e operaie, continuavano a lavorare come al solito – si adeguavano. E così illanguidivano tra svenimenti e lacrime, tra malesseri e crisi di nervi, confermando tutto ciò che si diceva di loro. Ci sono voluti più di cent’anni per liberarsi da tutto questo ed ecco che si affaccia una nuova “tara” del femminile. Se non è il mestruo, sarà il pre-mestruo a dar corpo alle antiche paure che da sempre il corpo delle donne e la sua inquietante fisiologia, i suoi continui cambiamenti  e le sue potenzialità, suscitano negli uomini.

 

Nessuno mette in dubbio i fondamenti scientifici sui quali si basano gli studi relativi alla cosiddetta sindrome premestruale. Che un certo numero di donne abbia, in quel particolare periodo, reazioni abnormi di diversa intensità, è sotto gli occhi di tutti. Certo, nel secolo scorso era impensabile – salvo rarissime eccezion i- che le donne diventassero aggressive o prepotenti verso i propri compagni: i tempi e i costumi non lo permettevano a nessuna, e questo sì in modo democratico. Né povere, né ricche, né indigenti, né bennate, si sarebbero mai sognate di alzare la voce, o peggio le mani, e di rispondere per le rime ad un marito?

 

Oggi che le signore sono liberate è più facile che si sentano autorizzate ad assecondare le tempeste interiori prodotte dagli ormoni o dai mutamenti biochimici che si agitano dentro loro. Questo però non sembra giustificare l’enfasi che si impiega nel classificare la sindrome premestruale come sindrome psichiatrica perfino pericolosa per chi sta loro vicino. Eserciti di donne corrono tutto il giorno tra casa, lavoro, scuole dei figli, cura dei genitori anziani, baby-sitter, badanti, supermercati. A qualcuna saltano i nervi soprattutto se alle quotidiane battaglie esterne si aggiungono quelle interne prodotte da un alterato metabolismo del progesterone.

Pare che il 20 per cento delle donne in quella parte del mese dia addirittura in escandescenza. Il dato lascia interdetti: solo il 20 per cento?”.

 

Fin qui la Schelotto, che come si vede, ironizza sulla cosa. Ed avrebbe  ragione se non fosse che questa discussione viene utilizzata, come altre, contro la donna. E con l’uomo che sta a guardare, a volte ridacchiando. Eh sì, la solita donna debole, irascibile, lunatica. Ma si è mai chiesto l’uomo, tanto curioso delle donne, se, ancora una volta, non debba  dare una mano alla sua compagna, anche per far ridurre quel 20 per cento al 15-10 per cento? Perché la donna si arrabbierà ma l’uomo sembra continuare a capire poco i problemi femminili.

 

 

 

I cadaveri non pagano nessuno

 

 

 

Mi piace il Legno storto.  E apprezzo molto lo stile di Gianni Pardo
E utilizzo spesso i suoi articoli per introdurre un colloquio fra noi . Questo articolo : I cadaveri non pagano nessuno, è stato pubblicato nella news letter del 18 febbraio 2012 e ve lo sottopongo per una riflessione. Ecco l’articolo:

“Abbiamo il dovere di rispettare chi ne sa più di noi. Lo facciamo tutti i giorni dinanzi al medico e perfino dinanzi al meccanico d’automobili, potremmo dunque farlo anche dinanzi ai grandi economisti e ai grandi governanti. È in nome di questo dovere di elementare umiltà che insieme a milioni di europei per molti mesi abbiamo presunto che quegli economisti e quei governanti sapessero ciò che facevano. E che per conseguenza le nostre obiezioni dovessero essere infondate.

Ma c’è un dovere ancora più grande, per chi è ragionevole: quello di inchinarsi ai fatti; e se i fatti sembrano dare torto alle autorità, si acquista il diritto di dire la propria opinione. Sarà sbagliata, ma dal momento che anche la linea di comportamento di chi guida l’Europa non ha dato risultati positivi, può anche darsi che, in materia di errori, arriviamo al pareggio. E per un dilettante che affronta un professionista non è risultato da poco.

Se gli interventi delle varie autorità che governano l’Europa e l’euro fossero stati efficaci, la Grecia non sarebbe più che mai sull’orlo del fallimento e della rivoluzione; l’Italia non sarebbe in recessione e senza prospettive di miglioramento; inoltre non sarebbe stata raggiunta in questo club degli azzoppati, secondo quanto scrive Davide Giacalone, da Portogallo, Belgio e Paesi Bassi, anche loro ufficialmente in recessione. I fatti dunque dànno torto alla Germania e alle massime autorità europee.

Come se non bastasse, non si può nemmeno essere sicuri che abbiamo toccato il fondo. Potrebbe andare anche peggio. Se malgrado i prestiti già concessi dall’Europa e malgrado gli sforzi di un governo che ha sfidato la più minacciosa impopolarità, in Grecia scoppiasse una rivoluzione, le conseguenze sarebbero tragiche. Non solo l’Europa perderebbe il denaro che ha già dato a quell’infelice nazione, ma le banche francesi e tedesche perderebbero d’un sol colpo il valore dei titoli greci che detengono, per un ammontare ben superiore ai fondi fino ad ora utilizzati per sostenere Atene. Le conseguenze sarebbero terribili e queste conseguenze a loro volta si trasformerebbero in cause di ulteriori disastri. I mercati infatti si chiederebbero: e a quando l’Italia, a quando la Spagna, il Portogallo, il Belgio, i Paesi Bassi?

Non importa il fatto che questi Stati abbiano una situazione economica e sociale molto migliore di quella greca: il semplice allarme potrebbe costituire una self fulfilling prophecy, una profezia che si auto-avvera. L’euro andrebbe a rotoli, l’Europa andrebbe a rotoli, forse conosceremmo la più tragica crisi economica di tutti i tempi.

E a questo punto è lecito formulare un’ipotesi. Per salvare l’Europa bisognava non limitarsi a “temere il disastro” ma “pilotarlo”. In primo luogo stabilendo che la Grecia non avrebbe pagato i propri debiti per dieci anni, in modo da darle il tempo di riprendersi. Qualcuno avrebbe potuto dire che era un simil-fallimento, ma gli si sarebbe potuto rispondere: “Preferite il fallimento autentico al simil-fallimento?”

Provvedimenti analoghi si sarebbero adottati per qualunque Stato che fosse stato riconosciuto sull’orlo di una crisi gravissima, per esempio, nel caso dell’Italia, se il rendimento dei titoli di Stato avesse raggiunto il dieci per cento.

 

Naturalmente questo genere di provvedimenti non avrebbe risolto il problema dell’indebitamento pubblico: ma qui si inserisce la seconda parte della manovra. Il debito può essere riassorbito o uscendo dall’euro e mediante una folle svalutazione (a carico dei cittadini più deboli, una sorta di crimine sociale) oppure con un lungo periodo di grande sviluppo economico. E lo sviluppo economico si ottiene diminuendo drasticamente le spese dello Stato (con la scure, non con il bisturi), abbassando risolutamente le aliquote di tasse e imposte e adottando una legislazione della produzione di tipo cinese. Quando la Grecia, l’Italia e gli altri Paesi fossero ripartiti a razzo, solo allora si sarebbe potuto amministrare la risalita e magari ricominciare a rimborsare i prestiti ricevuti.

L’austerità ha buona stampa probabilmente perché si considerano il consumo e l’abbondanza dei peccati cui è naturale che segua l’espiazione. L’espiazione però, se fa andare in Paradiso, non migliora i listini di Borsa. Se si consuma di meno, se si produce di meno, se si pagano meno imposte indirette, la nazione economicamente comincia a morire. E i cadaveri non pagano nessuno.

Sarebbe facile riconoscere di avere avuto torto, col pessimismo di mesi fa, se si fosse vista la Grecia uscire dalla sua crisi e risorgere a nuova vita. Vedendo che affonda sempre più nella miseria e nella disperazione, come avere fiducia in chi chiede ancora sacrifici?

Le ricette qui proposte possono essere sbagliate, e non sarebbe stupefacente. Purtroppo lo  sono anche quelle applicate dai Grandi”.

Questo è l’articolo, che mi sembra porre tanta carne sul fuoco. Ci vogliamo ragionare su?

 

 

 

 

 

Se i Sindacati dicono no

 

 

 

 

E’ un articolo di Gianni Pardo, comparso sulla News Letter del Legno Storto il 17 marzo 2012.  Come sempre, spinge al dialogo e lo favorisce. Non c’è bisogno di essere d’accordo su questa o quella parte, o su questa o quella affermazione. Il testo ci mette sui binari e noi faremo il resto.

Ecco l’articolo:

“Nella situazione attuale, il governo, la Cgil, la Cisl, la Uil e la Confindustria dicono che, se non esistono certe condizioni minime, non firmano l’accordo. Purtroppo, le condizioni minime o non esistono per l’uno o non esistono per l’altro.

Nell’antichità e nel Medio Evo si verificava qualcosa di simile con l’assedio. A volte esso si concludeva con un assalto vittorioso al castello, ma spesso si aveva uno stallo: l’assediante non riusciva ad entrare, l’assediato non riusciva a scacciarlo. E tuttavia alla lunga si manifestava una grande differenza, rispetto agli scacchi: l’assediato aveva bisogno di cibo e poteva arrendersi per fame; l’assediante era anch’esso in difficoltà, tanto che a volte desisteva.

Per quanto riguarda la riforma del lavoro, la situazione non è del tutto dissimile. Il “no” dei sindacati ha indubbiamente un peso ma non è un’arma risolutiva. Il governo  può infatti inviare comunque la riforma al Parlamento, e porre la questione di fiducia. Il problema si sposterebbe allora dal tavolo delle trattative alla società, ai partiti e al Parlamento.

 

Se i sindacati, in caso di un atto di forza, fossero in grado di mobilitare la società al punto da paralizzare l’Italia con una serie di scioperi, fino a mettere in pericolo la pace sociale e la stabilità economica, l’esecutivo potrebbe essere indotto a cedere. Ma i sindacati hanno ancora questo seguito? Essi avrebbero certo l’entusiastico consenso di personaggi esagitati come Landini della Fiom o i politici di Sinistra e Libertà, per non parlare dei fossili di Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, ma non è detto che avrebbero il sostegno del Pd. E questo potrebbe pesare parecchio, sia nel quantum delle adesioni alle manifestazioni, sia nel giudizio che i giornali darebbero della protesta. Si è visto con le manifestazioni Anti-Tav

 

Il problema principale dunque non riguarda i sindacati o gli extra-parlamentari ma i tre partiti della maggioranza. Una volta che la riforma fosse definita, magari dopo l’abbandono del tavolo dei negoziati da parte della Cgil, che farebbe il Pd? Un tempo si diceva che la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci, poi si è detto che il Pd è la cinghia di trasmissione della Cgil: ora Bersani e i suoi avrebbero il coraggio di disobbedire al “loro” sindacato e a una buona parte della loro base, allevata nel più utopico massimalismo?

Se dovessero sposare la causa della Cgil poi dovrebbero votare la sfiducia a Monti. E questo probabilmente non basterebbe neanche a far cadere il governo, perché il Pdl (da sempre desideroso di attuare quella riforma) e l’Udc sarebbero in grado di confermare la fiducia all’esecutivo.

 

 

La conseguenza sarebbe che il provvedimento passerebbe comunque e la situazione politica sarebbe totalmente cambiata. Il governo non sarebbe più l’espressione di una maggioranza tripartita ma di un centro-destra sostenuto da Pdl e Udc, cosa di cui sarebbe felice Silvio Berlusconi; il Pd invece sarebbe indicato come il partito degli sfascisti, il partito di quelli che non vogliono conformarsi ai pressanti consigli dell’Europa, il partito di quelli che vogliono fare fallire l’Italia come la Grecia. Pessimo affare.

Se invece il Pd decidesse di votare la fiducia al governo Monti, se pure condendo la decisione con tutta la retorica possibile a proposito del dovere di salvare la Patria, di fatto si attuerebbe la più grave frattura fra il Pd e la Cgil dell’era repubblicana. La conseguenza più ovvia sarebbe che soprattutto la sinistra estrema ed extraparlamentare griderebbe che il Pd non è affatto “il partito dei lavoratori”, ma “il partito dei padroni”, “il servo dei capitalisti”, “l’alleato della Confindustria” e, ancora peggio, uno che ha fatto un favore a Berlusconi. Se non è un pessimo affare, certo è una gatta da pelare.

In tutto questo frangente il governo potrebbe rimanere sereno e tirare diritto. Infatti, pretendendosi tecnico,  non dovrebbe mirare a rimanere al potere dopo le elezioni; dovrebbe essere pronto a fare le valigie, se battuto in Parlamento; e infine, più semplicemente, dovrebbe essere disposto a continuare a governare se pure con una maggioranza meno grande. Ma per profittare di questa comoda posizione dovrebbe essere capace di dimostrare fermezza. E questa non è una qualità che abbondi, a sud delle Alpi”.

Questo è l’articolo. Ne vogliamo parlare?

 

 

 

 

 

Del pareggio di bilancio

 

 

 

Leggo nella news letter de Il Legno Storto, il giornale pubblicato in web, questo articolo di Livio Ghersi del 12 agosto 2011 che mi sembra estremamente interessante. Lo propongo in parte in quanto è molto lungo. Ma la parte fa capire agevolmente il tutto. Il tema è attuale perché è stato fatto proprio dai Paesi UE ed è stato deciso nella riunione del 2 marzo 2012.

 

“I politici italiani, nella loro media, hanno il torto di non prendere sul serio le parole; di conseguenza, sono pronti e generosi nell’assumere impegni. Anche quando sanno benissimo che quegli impegni non potranno essere onorati perché mancano le condizioni strutturali per onorarli.

 

 

Tra le parole con cui troppi ritengono di poter “giocare” rientrano pure quelle che, invece, ci si aspetterebbe avessero una particolare solennità: perché destinate a far parte della Costituzione della Repubblica, mediante riscrittura delle disposizioni esistenti, o tramite l’inserimento di disposizioni nuove.

 

 

Sono meravigliato dell’unanimità che si riscontra fra le parti politiche a proposito della proposta di inserire in Costituzione il principio del pareggio di bilancio. Enunciare questo principio è facile. Metterlo in pratica, molto ma molto più difficile.

Il nostro bilancio è strutturalmente in deficit. Qui c’entra poco Berlusconi. Si tratta di una tendenza di lunghissimo periodo. Governi di diverso e fra loro alternativo indirizzo politico hanno subìto, o incentivato, questa realtà.

Cito velocemente qualche dato, attingendo a studi che ho fatto in passato.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’esercizio finanziario 1997, quando si era ancora sulla scia della politica di risanamento finanziario condotta dai governi presieduti, prima da Giuliano Amato, poi da Carlo Azeglio Ciampi, nel biennio compreso tra il mese di aprile 1992 e il mese di aprile 1994. Le entrate complessive stimate coprivano il 64,14 % del totale delle spese previste. Di conseguenza, si prevedeva di finanziare il restante 35,86 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’anno finanziario 2010, ossia con il Governo presieduto da Berlusconi e la politica economica affidata al Ministro Tremonti. Il totale complessivo delle entrate stimate copriva appena il 59,38 per cento delle spese complessive preventivate. Per fare quadrare il bilancio, si prevedeva, pertanto, di finanziare il 40,61 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

— Bilancio dello Stato di competenza per l’anno finanziario 2011, quello in corso. Il totale complessivo delle entrate stimate copre il 64,72 % delle spese. Per fare quadrare il bilancio, si prevede, pertanto, di finanziare il 35,27 % delle spese mediante ricorso al mercato, cioè con nuovo indebitamento.

La realtà ci dice che, quando va bene, le entrate coprono due terzi del totale delle spese. Così è sempre stato, non per un periodo eccezionale, ma per decenni e decenni. Sostenere che, già nel 2013, si possa conseguire il pareggio del bilancio dello Stato significa fissare un obiettivo teoricamente possibile, ma praticamente difficilissimo. Si richiederebbero tagli della spesa pubblica di tale entità da determinare sconvolgimenti sociali. Sarebbe il Governo (questo, o un altro) in grado di fronteggiare le proteste che prevedibilmente si scatenerebbero in ogni zona del Paese e che vedrebbero uniti giovani e vecchi, disoccupati e pensionati, corporazioni di ogni sorta?

Se la prospettiva realistica è questa, com’è possibile che le forze politiche, quasi unanimemente, dicano sì alla proposta di inserire in Costituzione il pareggio del bilancio, con la stessa tranquillità con cui un privato cittadino potrebbe decidere di mangiare un cono gelato?

Bilancio della crisi

mille fallimenti al mese

 

Il punto è che liquidano questa proposta come il riconoscimento di un obiettivo tendenziale, che non costa niente affermare, e che poi resterà appunto tendenziale. Indicherà la rotta, fermo restando che la pratica è cosa del tutto diversa. L’articolo 4 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, ha forse impedito che oggi milioni di cittadini siano inoccupati, disoccupati, espulsi dal mercato del lavoro, costretti a forme di precariato e di sfruttamento lavorativo che la parola “flessibilità” non riesce del tutto a nascondere? Allo stesso modo si può affermare il pareggio del bilancio e poi continuare ad andare avanti con il deficit, constatando l’impossibilità di fare altrimenti”.

Questo è l’articolo e sui suoi contenuti possiamo sbizzarrirci quanto vogliamo. Ma uscendo dall’ovvio e dallo scontato. Dialoghiamo fra noi. Io ci sto e voi?

 

 

 

 

LA LEGALITA’ E’ NECESSARIA !!

  LA LEGALITA’ E’ NECESSARIA

 

  di ANGELOM

Papa Benedetto XVI ha così parlato il 16 gennaio 2012 all’udienza annuale con gli amministratori romani e regionali.
«I recenti episodi di violenza nel territorio spingono a continuare nell’ impegno per educare al rispetto della legalità e per tutelare la sicurezza».
Il duplice recente omicidio di Torpignattara, con la morte di Zhou Zeng e della figlioletta Joy, è stato uno degli argomenti toccati durante l’ incontro fra il Santo Padre e il sindaco Gianni Alemanno.
«È necessario promuovere una cultura della legalità – ha aggiunto Papa Ratzinger – aiutando i cittadini a comprendere che le leggi servono per incanalare le tante energie positive presenti nella società e così permettere la promozione del bene comune».
Dobbiamo riflettere anche sul fatto che le vittime di oggi sono cittadini extracomunitari venuti a lavorare a Roma, mentre gli aggressori sembrano essere altri immigrati che qui hanno invece scelto la via dell’ illegalità e della sopraffazione per arricchirsi.
E’ necessario un nuovo grande Patto sociale, che unisca insieme famiglie, associazioni, società civile e istituzioni, e applicare subito una riforma fiscale che si ispiri al principio del quoziente familiare, per aiutare le giovani coppie a sposarsi e a creare nuclei familiari. Uno speciale sostegno deve essere assicurato, in particolare, a quelle famiglie numerose, che spesso si trovano a dover affrontare difficoltà rese talvolta insormontabili dalla mancanza o dalla insufficienza del lavoro. Bisognerebbe, inoltre,  rafforzare e valorizzare il volontariato cattolico organizzato, attivando con il massimo impegno il «bonus bebè» per le giovani coppie e per le politiche per l’emergenza educativa, nonché per aiutare i giovani a trovare lavoro.
Per poter rilanciare questa speranza, è necessario partire con una serie di strategie che possano porre al centro, innanzitutto, una grande spinta verso l’educazione alla legalità da un lato e dall’altro dare la sensazione, ma non solo, che la presenza costante degli addetti alla sicurezza cittadina e di controllo dei quartieri rappresenti il sostegno fisico a ciò che viene messo in piedi da una strategia più complessiva.
Il Paese deve scegliere se continuare sulla strada di questi ultimi anni o favorire concretamente  la legalità e il senso civico. Il problema dell’evasione fiscale incide su tutti: chi non è responsabile di compiere il suo dovere, pagando le tasse che gli spettano, fa un danno agli imprenditori  onesti e, quindi, all’intero sistema economico.

Articolo proposto da ANGELOM

L’Angolo del Dialogo : Vita Privata !!

Vita privata

Il titolo completo dell’articolo è “La vita privata? E’ perduta”. L’articolo è stato scritto da Pierluigi Battista ed è apparso sul Corriere della Sera Sette del 21 luglio 2011, a pag. 17. Leggiamolo insieme.

“Era bella, la vita privata. Non era male prima che fosse distrutta dalla tecnologia e dall’ideologia della trasparenza assoluta, un rifugio dove gli individui potessero mettersi al riparo dello sguardo indagatore della società e dell’autorità. Dove ci si poteva nascondere. Dicono, gli ossessi della trasparenza, i fanatici del totalitarismo guardone: non ho niente da nascondere. Ecco, la vita privata era meravigliosa perché era uno spazio protetto dove gli altri non si dovevano impicciare. Prima che, complici telefonini e mail, prendessero definitivamente il potere facendo il deserto dove prima c’era la vita privata.
La vita privata non esisteva prima del mondo moderno, prima delle ragazze di Vermeer, prima del romanzo ottocentesco, prima delle abitazioni che creavano attorno alle persone un’atmosfera domestica, spesso tempestosa e tossica, ma sempre meglio di una vita interamente assorbita dallo spazio pubblico. La vita privata non esisteva nel mondo pre-moderno e cessa di esistere nel mondo post-moderno. Intercettare illegalmente è diventata pratica comune nei giornali che appartengono a gruppi editoriali spregiudicati. Intercettare legalmente è diventata pratica comune di magistrati che inseriscono nei loro atti giudiziari migliaia e migliaia di pagine di intercettazioni destinate a diventare pubbliche anche se vengono coinvolte persone non accusate di alcun reato. La carta di credito passa al vaglio di chi vuole e può sapere dove sei andato, con chi sei andato, cosa hai comprato, cosa hai mangiato. Le mappe satellitari di Google ti troveranno ovunque. Le telecamere disseminate per le strade della città restituiranno con le immagini tutto di te: dove hai passeggiato, con chi, gesticolando come. Il telepass dirà dove hai trascorso il weekend, quale città hai visitato, con quante persone a bordo.
Poi ci sono le mail, che si usano come fossero la posta di un tempo. Ma un tempo la posta era sigillata, chiusa, affrancata, senza mediazioni e spiate tra il mittente e il destinatario. Nella posta elettronica, mentre scrivi, qualcuno sa già tutto: e un giorno potrebbe usarlo contro di te, oppure userà le informazioni per una pubblicità sempre più personalizzata. Il telefono cellulare capterà ogni sospiro. I messaggi inviati via sms, apparentemente così intimi e personali, sono rintracciabili, traducibili, alla mercé di chiunque, del potere, dei colleghi, dei familiari. La vita privata? Via, distrutta, massacrata. Era bella, la vita privata”.

Tutte cose che forse sapevamo, ma fanno impressione. A me sì. E a voi? Non abbiamo più bisogno del privato?

Lorenzo.rm

La finanza internazionale è innocente ??

 

La finanza internazionale è innocente


E’ un articolo scritto da Gianni Pardo  sul giornale web “Il legno storto” dell’11 dicembre 2011.

A me piace perché fa ragionare ed è per questo che lo sottopongo alla vostra attenzione.

 

Vi trascrivo l’articolo:

 

“Come mai “i mercati”, come si dice, hanno tanto potere? Come mai la finanza internazionale può mettere in pericolo la sopravvivenza economica delle nazioni? Come mai il problema della moneta, per esempio in Grecia, sembra avere più peso della volontà del Parlamento?

Questi interrogativi  hanno spinto parecchi a pensare che non sono i governi che guidano realmente i Paesi ma le forze della finanza internazionale. Potenze oscure, malvagie. Plutocrati che pensano solo a guadagnare sul disastro, a costo di rovinare interi popoli. Ma questa è una visione ingenua e vagamente infantile. Chiariamo la realtà con una parabola. 

 

C’era un marchese che viveva in un bel castello insieme con la famiglia. La moglie, un’ex modella, amava i bei vestiti e andava a Londra per un concerto rock o a Montreal per una mostra di pittura. I tre figli non erano da meno e la servitù, tanto lautamente pagata da essere invidiata da tutto il contado, non comprendeva meno di quaranta persone. Purtroppo, benché il patrimonio fosse ingente, le spese superavano le entrate. Il marchese da prima cominciò col pagare in ritardo i fornitori e gli stipendi dei dipendenti, poi prese a far debiti, rilasciando cambiali alle banche e, poiché alla scadenza non era in grado di pagarle, rilasciava nuove cambiali con l’ammontare maggiorato. Andò avanti così per parecchio tempo finché le banche cominciarono ad allarmarsi. Ormai il marchese doveva tanto denaro a tanta gente che era meglio per tutti che non fallisse. Gli istituti di credito però pretesero garanzie reali e il marchese offrì in pegno quadri e tappeti. Poi si passò ad un’ipoteca sulla casa e infine ad un’ipoteca su tutti i feudi. I debiti continuavano ad aumentare e le banche avrebbero preferito vedersi rimborsare il denaro piuttosto che avere nuovi titoli di credito: ma il marchese non aveva un soldo e, per convincerle a fargli ancora credito, da un lato ventilava il proprio fallimento, dall’altro offriva interessi più alti. I quali interessi aumentavano il suo debito complessivo, rendendo ancora più improbabile che il capitale fosse restituito.

 

Il nobile, pur vivendo nel suo castello, pur essendo il proprietario dei feudi, in realtà non possedeva più niente. I creditori potevano disonorarlo da un giorno all’altro facendolo fallire, potevano buttarlo fuori dalla sua stessa casa, lui e tutta la sua famiglia, mentre i servitori, che gli avevano fatto credito, erano pronti a passare alle vie di fatto.

 

A questo punto Papandreou, pardon, il marchese si mise a promettere che avrebbe assolutamente cambiato modello di vita. Purché non lo mettessero sul lastrico, purché gli dessero ancora denaro almeno per pagare la servitù e il cibo della sua famiglia, si impegnava a dimezzare le spese, razionalizzare l’amministrazione, sorvegliare meglio la produzione delle campagne, insomma far sì che la famiglia guadagnasse più di quanto spendeva. E un giorno avrebbe rimborsato banche e servitori. Accettò perfino che ci fossero degli incaricati dei creditori all’interno del castello per sorvegliare che quelle promesse fossero mantenute.

 

Ora ci si può chiedere: erano le banche e i dipendenti ad essere cattivi, o era il marchese e tutta la sua famiglia che si erano permessi assurdi lussi a spese degli altri? Sono colpevoli i creditori della Grecia e dell’Italia, se trepidano temendo di perdere i soldi che hanno prestato, o sono questi Paesi che rischiano di divenire i truffatori dell’Europa e dei loro stessi cittadini che hanno avuto fiducia nello Stato?

 

Fra l’altro questa truffa non sarebbe affatto indolore, come pensano quelli che dicono: l’Italia non paghi e gli altri si attacchino al tram. Non solo perché i principali creditori sono gli stessi risparmiatori italiani, ma perché le conseguenze del fallimento sarebbero drammatiche: per anni inflazione a carico dei ceti più deboli, fallimenti delle imprese, disoccupazione, abbassamento del livello di vita, vertiginoso aumento del costo dei beni importati, assoluta assenza di investimenti stranieri, disonore che si ripercuoterebbe per molti decenni non sul blasone in sala da pranzo ma sull’economia dell’intero Paese. Se il governo greco ha sfidato la rivoluzione non è stato per non deludere le banche francesi, ma perché il costo di un default sarebbe più tragico di quello che la gente vive oggi. Anche se attualmente è tanto esasperata che ammazzerebbe volentieri i ministri.

 

Non è la finanza internazionale, la colpevole della situazione. Nessuno insegue nessuno pregandolo di accettare un prestito. Chi contrae un prestito e poi non è in grado di rimborsarlo è l’unico colpevole dei guai in cui può trovarsi.”.

 

Questo è l’articolo. Intendiamoci, quando si passa dal racconto ai fatti concreti non tutto è così facile come viene dipinto. Ma la semplicità serve a spiegare bene il debito. Quando, poi, si passa dal “rientro del debito” ai tempi e ai modi del “rientro” c’è da discutere ancora. Ma mi sembra inutile che ci addentriamo ora. Vi aspetto al dialogo. Volete?

 

Lorenzo.rm

 

 

 

 

 

” I diritti civili non sono umani ”


 

 

    

” I diritti civili non sono umani “          

Scritto da Gianni Pardo e pubblicato nella mail di Legno Storto, giornale in web venerdì 25 novembre 2011.

 

Io l’ho lasciato integrale e lo leggo insieme a voi. Penso che faccia bene a tutti leggerlo e commentarlo.

 

Ed ecco l’articolo:

 

“Maurice Cranston, filosofo e politologo inglese, scrisse, nel 1973, un articolo interessante, dal titolo: “What are Human Rights?”(1), “Che cosa sono i diritti umani?”. Sosteneva una tesi evidente: “Sono diritti umani i diritti politici e civili, come il diritto alla vita, alla libertà, e ad una corretta competizione”, ma vengono considerati anche umani e universali quelli che sarebbero “diritti economici e sociali, come il diritto ad una assicurazione in caso di disoccupazione, pensioni di vecchiaia, servizi medici, ferie pagate”. Il lungo articolo dimostra al di là di ogni dubbio che mentre i diritti politici e civili possono essere accordati praticamente dovunque, dal momento che per lo Stato si tratta generalmente di rispettare i singoli, e non di fare qualcosa per loro, i diritti “economici e sociali” non possono essere attuati in Paesi che, per ragioni economiche, non sono in grado di permetterseli. Un diritto è tale quando è esigibile in modo coercitivo e richiede, dice Cranston, che gli faccia da contrappeso il dovere di un altro. Nel campo dei diritti “economici e sociali”, invece, non solo manca la persona obbligata ma addirittura spesso non potrebbe neppure esistere: per ragioni pratiche ed economiche.

 

L’articolo cita anche il fatto che all’Onu, “Nel 1966, ai due gruppi di diritti fu accordato uno stato più o meno paritario, con la ricezione simultanea nell’Assemblea generale delle due Convenzioni, l’una sui diritti politici e civili, l’altra sui diritti sociali ed economici”. E si è trattato di un errore. “Un diritto umano è una cosa della quale nessun essere umano può essere privato senza che sia compiuto un grave affronto alla giustizia”, dunque questo primo genere di diritto è sacrosanto, mentre il secondo genere (quello dei “diritti” sociali ed economici) rischia di rimanere una pia aspirazione. Per giunta, dal momento che introduce un elemento di confusione nel campo dei diritti, può danneggiare il progresso sociale.

 

La tesi di Cranston, come si è detto, è evidente quando nega la qualità “umana” ai diritti “sociali ed economici” ma, a guardar bene, aggiungiamo qui, non sono “umani” nemmeno i diritti civili e politici. È vero che questi ultimi possono essere “facilmente” adottati dal momento che spesso non importano nessun esborso monetario, ma di fatto essi non sono stati affatto concessi dovunque e in ogni tempo: la qual cosa contraddice la loro definizione di “umani”. Umano è il fatto che camminiamo tutti sugli arti inferiori e non a quattro zampe, mentre non è “umana”, ma frutto della civiltà, l’abolizione della schiavitù, della poligamia, della tortura.

 

È vero, come scrive Cranston, che la violazione dei diritti civili, agli occhi di un occidentale, costituisce “un grave affronto alla giustizia”: ma dove sta scritto che il diritto debba sempre corrispondere alla nostra idea di giustizia? Per un islamico integralista corrisponde a giustizia che si tagli la mano al ladro e si lapidi l’adultera. E il tedesco che dicesse a un musulmano integralista che considera la sua interpretazione della sharia un obbrobrio potrebbe sempre sentirsi rispondere: “Noi puniamo severamente i colpevoli, il tuo popolo ha ucciso milioni di persone che non erano colpevoli di nulla. Sei sicuro di avere l’autorità morale per rimproverarmi?”

 

Sia i “diritti civili e politici”, sia i “diritti sociali ed economici” sono legittime aspirazioni. Che ovviamente condividiamo. Ma mentre i primi divengono diritti quando sono consacrati nel diritto positivo (unica condizione), i secondi divengono diritti non quando sono consacrati in norme di legge e basta, ma quando la società se li può permettere e la legge li sanziona (due condizioni). Nelle economie che sono al livello di sussistenza le ferie pagate sono impensabili e tali rimarrebbero anche se consacrate in norme di legge. In una società progredita esse sono inscritte nei contratti di lavoro e divengono diritti. Ma diritti “italiani”, “francesi”, “tedeschi”, non “umani”.

 

Troppa gente crede che definendo “diritto” un desiderio, un’aspirazione, un dovere morale, lo si rivesta di maggiore autorità ed efficacia. In realtà non è così. Si crea confusione e frustrazione nei più ignoranti. Un disoccupato che ha sentito dire che la Costituzione italiana riconosce il diritto al lavoro come potrà mai capire che la Costituzione non ha mai parlato seriamente ed ha solo espresso un desiderio?

 

Diritto è ciò che è suscettibile di attuazione concreta ed ha una sanzione. Il decalogo impone di “onorare il padre e la madre”, il diritto impone l’obbligo degli alimenti per i genitori indigenti. L’onore non è esigibile, il cibo sì, e chi lascia morire di fame i genitori è condannato dal giudice: è questa la differenza fra morale e diritto.”.

 Grazie dell’attenzione che vorrete dargli.

COMINCIA LA BATTAGLIA D’ITALIA !!

E’ FINITA LA CAMPAGNA DI GRECIA:

COMINCIA LA BATTAGLIA D’ITALIA


Una battaglia mondiale finanziaria epocale e’ iniziata martedi’ 8 novembre con l’annuncio del Presidente Berlusconi di rimettere il mandato, ma solo dopo l’approvazione della “Legge di stabilita’”.
Il giorno dopo, quando i mercati internazionali hanno realizzato che molto probabilmente l’Italia andra’ ad elezioni anticipate rispettando, così,  la sovranita’ popolare, come voluto da Berlusconi, si e’ scatenata l’aggressione speculativa sulla Borsa di Milano.


Gli attacchi sono arrivati in particolare dalla finanza d’oltreoceano. La banca d’affari statunitense Goldman Sachs si e’ affrettata ad avvertire che quello delle elezioni popolari e’ lo scenario peggiore. Meglio un governo tecnico. Magari guidato da quel Mario Monti molto ben conosciuto ed introdotto negli ambienti di Goldman Sachs ed in generale della finanza americana. Monti e’ infatti International Advisor di Goldman Sachs, nonche’ membro della Trilateral Commission.
Ma perche’ l’attacco speculativo alla Borsa di Milano e’ stato cosi’ duro? Per un motivo molto semplice.
Ora il destino del futuro dell’attuale sistema finanziario mondiale cosi’ lo conosciamo, basato cioe’ sulla speculazione pura (e non piu’ sull’economia reale che produce sviluppo e ricchezza per un Paese), frutto dei Derivati introdotti negli USA alla fine degli anni ’80, e’ in pericolo. Rischia la fine.
E la sua fine potrebbe portare ad un ripensamento dell’intero sistema finanziario mondiale, incluso un ritorno alla sovranita’, soprattutto monetaria, degli Stati.

Il futuro di questo sistema basato sui Derivati e’ paradossalmente in mano ai Paesi piu’ deboli della catena: i cosiddetti PIIGS, acronimo che in inglese suona anche come “maiali” … PIIGS sta per: Portugal, Ireland, Italy, Greece, Spain.
La Grecia e’ gia’ stata sconfitta e annullata in questa battaglia. Ora e’ cominciata la “battaglia d’Italia”. E l’Italia, in quanto Paese piu’ importante tra i PIIGS e’ determinante.
Da un lato ci sono le banche americane che vogliono che il sistema da loro creato continui, ed evolva, fino ad annullare del tutto la sovranita’ degli Stati e ogni forma residua di democrazia: in Grecia ad esempio le pressioni hanno impedito che i greci votassero un referendum sui tagli imposti dalla BCE che li portera’ alla poverta’ piu’ nera, alla fame, nel senso piu’ reale, e non metaforico, del termine.


E dall’altro il sistema europeo di Westfalia, basato sullo Stato nazione, sulla separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) e sul principio di rappresentanza a suffragio universale.
Per capire questa battaglia e l’importanza epocale che essa riveste (dal suo esisto dipendera’ la societa’ mondiale per i secoli a venire) bisogna considerare il timore di queste quattro banche americane: Goldman Sachs, JPMorgan, Citygroup, Bank of America . Esse detengono, in particolare Goldman Sachs, circa il 95% di tutti i Derivati mondiali, titoli finanziari che dopo la “crisi” iniziata nel 2008 non valgono piu’ nulla.
La loro esposizione in termini monetari e’ di:
600.000.000.000.000.000.000 $

Ovvero di 600 trilioni di dollari.
Ora bisogna considerare che il PIL mondiale equivale a:

65.000.000.000.000.000.000 $

Ovvero a 65 trilioni di dollari. Cio’ significa che l’esposizione di queste banche supera di 10 volte l’intera ricchezza del pianeta. Servirebbero altri dieci interi pianeti solo per tappare il loro buco finanziario.
L’esplosione della bolla dei Derivati si sta avvicinando. Se dovesse travolgere le banche americane esse cadrebbero tutte come tesserine del domino, trascinando con se’ innanzitutto gli Stati Uniti, che farebbero bancarotta (forse non prima di avere scatenato una guerra mondiale di conquista), e a seguire i sistemi finanziari esteri piu’ esposti e ad esse legate.
Per questo motivo le banche americane hanno trovato la soluzione di spalmare la loro immensa mole di debito/esposizione sugli Stati, ovvero sui cittadini, attraverso i cosiddetti piani di salvataggio e i tagli alla ricchezza reale e al risparmio degli Stati. E’ questa infatti la risposta alla semplice domanda: “ma se la crisi e’ stata generata dalla finanza internazionale, perche’ la pagano i cittadini?”
Perche’ la finanza internazionale, cosi’ come la conosciamo, ovvero speculativa, rischia di scomparire.

Proposto da NEMBO