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CONFERENZA DI JOHANNESBUG

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Conferenza di JOHANNESBURG

 

Dopo dieci anni dalla conferenza di Rio, nel 2002 si tenne a Johannesburg, in Sudafrica, il Vertice mondiale dello sviluppo sostenibile, con l'obbiettivo di verificare i progressi realizzati in campo ambientale e di elaborare norme che potessero migliorare la qualità della vita nel rispetto dell'ambiente. Fin dalle prime fasi si dovette constatare che i risultati realizzati nel decennio precedente erano molto lontani dalle aspettative. Per esempio, gli aiuti allo sviluppo invece di crescere si erano ridotti, passando dallo 0,32% allo 0,22% del Pil dei paesi ricchi. La diminuzione dei gas serra risultava molto inferiore a quanto ci si era prefissati e alcuni paesi che pur avevano firmato la convenzione del 1992 avevano aumentato le proprie emissioni. A differenza del vertice di Rio, quello di Johannesburg non si è concluso con grandi dichiarazioni e importanti trattati. I partecipanti hanno infatti preferito puntare su una serie di azioni concrete. Fra queste, l'obbiettivo di ridurre in maniera significativa la perdita di biodiversità, ma il governo statunitense a rifiutato di prendere impegni significativi per migliorare le condizioni dell'ecosistema terrestre.

La Dichiarazione di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile si apre affermando, tra le altre cose, che le migliorie apportate all'ambiente serviranno soprattutto per costruire un mondo migliore per coloro che oggi sono bambini; dalla conferenza di Rio a quella di Johannesburg, tuttavia, i governi non sono rimasti inoperativi, incontrandosi in altre piccole conferenze quali quella di Monterrey e quella di Doha, dando così luogo a una sorta di predisposizione per la conferenza di Johannesburg, che ha comunque gli stessi obbiettivi degli incontri precedenti.

I dieci anni da Rio sembrano, per molti versi, essere passati invano senza cambiare il mondo: per i principali gas climalteranti si registrano livelli di concentrazioni mai registrati in precedenza e tassi di crescita molto sostenuti. La concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera ha raggiunto livelli mai superati nei passati 420.000 anni. Nei prossimi secoli, la concentrazione di anidride carbonica - come la temperatura e il livello del mare - è destinata a crescere, anche in presenza di una riduzione delle emissioni, per effetto dei meccanismi di assorbimento dell'anidride carbonica da parte degli oceani. In Italia si è verificato un +11,9% di incremento delle emissioni di gas serra dal 1990 ad oggi rispetto agli obiettivi di Kyoto. Mentre gli Usa, i principali produttori di gas serra e i principali responsabili del parziale fallimento di Kyoto, hanno fatto segnare addirittura un +29%. Altro obiettivo di Rio era lo stop alla deforestazione. Ebbene in 10 anni, tra '90 e 2000, in America Latina è stata distrutta una superficie forestale pari al doppio della regione Lombardia (45.878 kmq) mentre negli anni '80 erano già stati cancellati 150 milioni di ettari di foresta tropicale, un continente grande quanto Italia, Francia, Germania e Regno Unito messi insieme. L'effetto Sahara, oggetto già da Rio di uno specifico accordo, viaggia anch'esso a ritmi sostenuti: il 20% delle zone aride del mondo si sta rapidamente trasformando in deserto; anche il 27% del territorio del nostro Paese è a rischio: siccità e salinizzazione minacciano soprattutto Sardegna, Basilicata, Puglia, Sicilia e Calabria.

E con Johannesburg la situazione non è migliorata: con la Conferenza si è giunti a un "Piano d'Azione" vago e senza scadenze, e i successi realizzati sono stati veramente pochi, e concernenti solo alcuni punti affrontati durante l'incontro. George Bush, rivelandosi ancora una volta per niente interessato alla risoluzione dei problemi ambientali (ma anche di quelli riguardanti lo sviluppo sostenibile e la povertà del Terzo Mondo), ha fin da subito dichiarato che non avrebbe preso parte alla Conferenza, raccogliendo il dissenso di molti; e Silvio Berlusconi ha seguito l'esempio, per poi ricredersi, essendosi reso conto che sulla tutela dell'ambiente qualche consenso poteva riceverlo: egli, però, si è limitato a proporre piani che sono stati giudicati (dal WWF Italia) carenti di coraggio, innovazione e pertinenza.

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Convenzioni internazionali

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Convenzioni internazionali sull'ambiente

   

Le convenzioni sull'ambiente nascono dalla necessità di porre un freno all'indiscriminato sfruttamento dell'ambiente che sta avendo luogo ormai in tutto il pianeta. Le convenzioni non nascono, però, come progetti destinati esclusivamente alla risoluzione dei problemi ambientali, infatti durante questi avvenimenti si è parlato anche delle problematiche relative alla violazione dei diritti umani e allo sviluppo sostenibile. Ma il tema base delle conferenze è rimasto comunque quello legato ai disastri ambientali causati dal surriscaldamento globale, come testimonia, ad esempio, l'abbondanza di punti dedicati al cambiamento dell'ecosistema terrestre stillati nella conferenza di Stoccolma; in ogni caso, molto spesso i disagi ambientali sono strettamente legati alla violazione dei diritti umani o alle problematiche sociali in generale: ed è proprio per questo che la risoluzione di tali danni ambientali porterebbe anche a un netto miglioramento delle condizioni umane. Detto questo, appare ovvio che lo scopo che si sono riproposte la convenzioni ambientali è più che ambizioso, poiché porre fine al surriscaldamento globale e a tutti i problemi che ne derivano (anche, di conseguenza, alle problematiche sociali -soprattutto a quelle riguardanti il terzo mondo-) non è senza dubbio un progetto immediato. Già la parziale risoluzione degli sconvolgimenti climatici porterebbe a un immediato miglioramento, ad esempio, dell'economia delle zone maggiormente colpite dai mutamenti del clima. Come le convenzioni hanno cercato di spiegare, quindi, un forte miglioramento per tutta la condizione generale del pianeta è già a disposizione: difatti, come abbiamo già detto, la mitigazione di alcuni elementi nocivi per l'ecosistema quale l'inquinamento arrecherebbe un gran vantaggio alle attività economiche, industriali, agrarie, ecc..., e l'eliminazione dei fattori inquinanti non costerebbe molto ai governi del Primo Mondo, sia dal punto di vista economico che da quello relativo all'impegno richiesto. Ma, come è spiegato nella pagina che si occupa di cosa si sta facendo per rimediare (oltre che in quelle concernenti le Conferenze, ovviamente) , i governi principali (soprattutto gli USA) si rifiutano di collaborare.

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Noi  abbiamo parlato  della  conferenza di Rio e del  protocollo di Kyoto nei prossimi post, parleremo in seguito di altre conferenze principali, quelli in cui si è parlato dei maggiori problemi ambientali, in cui si è ottenuta l'attenzione globale.

 

La conferenza di Stoccolma

La conferenza di Jhoannesburg

Vertice internazionale sul clima a Bali

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re3Articolo preso dal web

La Conferenza Di Rio

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LA CONFERENZA DI RIO

Nel giugno 1992, quando Rio de Janeiro ospitò la seconda Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, il mondo incominciava a rendersi conto della necessità di coniugare salvaguardia dell'ambiente e sviluppo economico e sociale. Il vertice partì infatti con grandi ambizioni, promuovendo trattati, accordi e convenzioni che riguardavano tutte le principali emergenze ambientali e sociali del pianeta. Fra l'altro, adottò un programma globale per favorire lo sviluppo sostenibile.

 

Ma noi dobbiamo prendere in esame esclusivamente gli aspetti riguardanti la salvaguardia dell'ambiente: si affrontò una convenzione sulle foreste, che poneva un freno allo sfruttamento indiscriminato delle foreste tropicali; una convenzione sulla biodiversità, che introduceva il principio della conservazione della diversità biologica, l'uso sostenibile di tutte le sue componenti e una distribuzione equa dei benefici derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche; una convenzione sul cambiamento climatico, che conteneva un programma di abbattimento graduale dei gas serra e una serie di indicazioni pratiche per realizzarlo. Durante la conferenza, per sovrintendere all'applicazione degli accordi, nasce la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (CSD) con il mandato di elaborare indirizzi politici per le attività future e promuovere il dialogo e la costruzione di partneriati tra governi e gruppi sociali: la CSD è una commissione funzionale del Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) dell'ONU, composta da 53 Stati membri eletti per tre anni secondo una chiave di ripartizione geografica. La sessione ordinaria si riunisce ogni anno, con la partecipazione dei 53 Ministri di turno e delle oltre 100 Organizzazioni Non Governative. La CSD ha la funzione di rendere note le questioni di sviluppo sostenibile all'interno del sistema delle Nazioni Unite e aiuta a migliorare il coordinamento delle attività in materia di ambiente e sviluppo.

 

Durante la conferenza hanno partecipato rappresentanti dei governi di 178 Paesi, più di 100 capi di Stato e oltre 1000 Organizzazioni Non Governative. Sono state sottoscritte 2 convenzioni e 3 dichiarazioni di principi; solo l'Agenda 21 non riguarda i problemi ambientali, in quanto si occupa dello sviluppo sostenibile, ma le altre 2 dichiarazioni e tutte le convenzioni riguardano i problemi dell'ecosistema terrestre:

-La "Dichiarazione dei principi per la gestione sostenibile delle foreste" sancisce il diritto degli Stati di utilizzare le foreste secondo le proprie necessità, senza ledere i principi di conservazione e sviluppo delle stesse.

-La "Convenzione quadro sui cambiamenti climatici", cui seguirà la Convenzione sulla Desertificazione, pone obblighi di carattere generale miranti a contenere e stabilizzare la produzione di gas che contribuiscono all'effetto serra.

-La "Convenzione quadro sulla biodiversità" ha l'obiettivo di tutelare le specie nei loro habitat naturali e riabilitare quelle in via di estinzione.

La "Dichiarazione di Rio su Ambiente e Sviluppo" definisce in 27 principi diritti e responsabilità delle nazioni nei riguardi dello sviluppo sostenibile. Tuttavia la dichiarazione non riguarda esclusivamente lo sviluppo sostenibile, infatti tratta anche dei problemi ambientali:

"Gli Stati coopereranno in uno spirito di partnership globale per conservare, tutelare e ripristinare la salute e l'integrità dell'ecosistema terrestre. […] Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, a diversi livelli. […] Gli Stati faciliteranno e incoraggeranno la sensibilizzazione e la partecipazione del pubblico, rendendo ampiamente disponibili le informazioni. […] Gli Stati dovranno cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e favorevole, idoneo a generare una crescita economica e uno sviluppo sostenibile in tutti i Paesi, a consentire una lotta più efficace ai problemi del degrado ambientale. […] Le misura di lotta ai problemi ecologici transfrontalieri o mondiali dovranno essere basate, per quanto è possibile, su un consenso internazionale. […] La Comunità e i singoli cittadini devono assumersi in prima persona le proprie responsabilità. La condivisione della responsabilità impone un'azione collettiva […]"

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IL PROTOCOLLO DI KYOTO

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Il protocollo di Kyoto è un trattato internazionale riguardante il riscaldamento globale, firmato a Kyoto, in Giappone, l'11 Dicembre 1997 da più di 160 paesi: è entrato in vigore dai primi mesi del 2005. Secondo questo trattato, tutti i paesi aderenti devono impegnarsi per ridurre almeno del 5% rispetto ai livelli del 1990 le emissioni di gas inquinanti, e quindi dannosi per l'atmosfera entro il 2012; in particolare, è necessario diminuire l'anidride carbonica per evitare l'effetto serra e l'allargamento del buco dell'ozono.

Purtroppo non tutti i paesi hanno aderito: il problema più consistente riguarda gli Stati Uniti che sono uno tra i paesi più industrializzati e più inquinanti, che avrebbero quindi dato una svolta positiva alle condizioni ambientali, se avessero firmato il protocollo. Per quanto riguarda i paesi dell'Unione Europea, questi sono tenuti ad abbassare le emissioni dell'8%, il Giappone del 5% mentre per la Russia è stata accettata la proposta di stabilizzarsi sui livelli raggiunti nel 1990; alcuni paesi, poco inquinanti, hanno ottenuto il permesso di aumentare l'industrializzazione di una certa percentuale, senza dover pagare sanzioni.

 

In realtà il protocollo di Kyoto, finora, non ha avuto completamente successo, in quanto la Russia ha decrementato notevolmente le emissioni ma si è così limitata a nascondere l'incremento dell'8% da parte dei paesi ricchi ed industrializzati; quindi, il risultato finale rivela che solo quattro paesi europei sono in linea con il programma stabilito nell' accordo.

Il trattato prevede l'obbligo in capo ai paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti nel periodo 2008-2012. Perché il trattato potesse entrare in vigore, si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55 nazioni firmatarie e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti; quest'ultima condizione è stata raggiunta solo nel novembre del 2004, quando anche la Russia ha perfezionato la sua adesione.

Nel novembre 2001 si tenne la Conferenza di Marrakech, settima sessione della Conferenza delle Parti. In questa sede, 40 paesi sottoscrissero il Protocollo di Kyoto. Due anni dopo, più di 120 paesi avevano aderito al trattato, fino all'adesione e ratifica della Russia nel 2004, considerata importante poiché questo paese produce da solo il 17,6% delle emissioni. Nell'aprile 2007 gli stati aderenti erano 169. I paesi in via di sviluppo, al fine di non ostacolare la loro crescita economica frapponendovi oneri per essi particolarmente gravosi, non sono stati invitati a ridurre le loro emissioni. L'Australia, che aveva firmato ma non ratificato il protocollo, lo ha ratificato il 2 dicembre 2007. L'India e la Cina, che hanno ratificato il protocollo, non sono tenute a ridurre le emissioni di anidride carbonica nel quadro del presente accordo, nonostante la loro popolazione relativamente grande. Infatti Cina, India e altri paesi in via di sviluppo sono stati esonerati dagli obblighi del protocollo di Kyoto perché essi non sono stati tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra durante il periodo di industrializzazione che si crede stia provocando oggi il cambiamento climatico. I paesi non aderenti sono responsabili del 40% dell'emissione mondiale di gas serra.

 

 

In base a quanto riportato, si capisce quindi che il Protocollo di Kyoto è un accordo internazionale che fissa gli obiettivi per i tagli nelle emissioni dei gas serra nei paesi industrializzati. Questi gas sono considerati almeno in parte responsabili del surriscaldamento complessivo (l'innalzamento a livello mondiale della temperatura che può avere conseguenze catastrofiche per la vita sulla Terra). Il protocollo, come già detto, è stato istituito nel 1997, basato sui principi stabiliti in una struttura d'accordo firmata nel 1992. I paesi industrializzati sono quindi impegnati a tagliare le loro emissioni combinate del 5% sotto i livelli del 1990 entro il 2008 - 2012. Ciascun paese che ha firmato il protocollo accetta il suo specifico obiettivo.

I paesi industrializzati hanno ridotto le loro emissioni complessive di circa il 3% dal 1990 al 2000. Ma, come sopra detto, questo è stato principalmente dovuto ad un rilevante decremento nelle emissioni da parte delle collassate economie dei paesi dell'ex Unione Sovietica, che hanno mascherato un aumento decisamente rilevante tra i paesi ricchi. Le Nazioni Unite affermano che i paesi industrializzati sono adesso ben oltre gli obiettivi previsti per la fine del decennio e prevedono per l'aumento delle emissioni un valore superiore del 10% ai livelli del 1990 per il 2010.

Kyoto è quindi senza dubbio sull'orlo del fallimento. L'accordo stabilisce che, affinché esso diventi vincolante nella normativa internazionale, deve essere ratificato dai paesi responsabili per almeno il 55% delle emissioni totali di gas serra riferite al 1990. Il trattato ha subito un grave colpo nel 2001, quando gli Stati Uniti, responsabili per un quarto delle emissioni mondiali, si sono tirati fuori. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si allontanò dal Protocollo di Kyoto nel 2001, affermando che metterlo in pratica sarebbe stato seriamente dannoso per l'economia del paese. La sua amministrazione ha definito questo trattato "sbagliato senza rimedi", in parte perchè esso non obbliga i paesi in via di sviluppo ad impegnarsi nella riduzione delle emissioni. Bush assicurò che avrebbe sostenuto la riduzione delle emissioni attraverso azioni volontarie e tecnologie energetiche innovative. Adesso la soglia del 55% è stata raggiunta con la ratificazione del protocollo da parte della Russia.

Qualcuno afferma che l'accordo è già troppo limitato e senza il supporto degli Stati Uniti è virtualmente superato. Altri affermano che il suo fallimento sarebbe un disastro, poiché, nonostante le sue imperfezioni, esso costituisce una base operativa per negoziati futuri che altrimenti occorrerebbe un altro decennio per ricostruire. Gli impegni di Kyoto sono stati ratificati nella legislazione in alcuni paesi, alcuni stati degli Stati Uniti e nell'Unione Europea, e resteranno in piedi indipendentemente dal destino del protocollo stesso. Ma se Kyoto va in pezzi, sia i politici sia le società che lavorano nella direzione di economie compatibili con il rispetto del clima si troveranno di fronte un cammino molto più duro.

Anche i paesi emergenti sarebbero senza dubbio danneggiati dal protocollo di Kyoto: l'accordo riconosce che i paesi in via di sviluppo contribuiscono meno ai cambiamenti del clima, ma molto verosimilmente subiranno la maggior parte dei suoi effetti. Molti di loro hanno firmato l'accordo. Non devono impegnarsi verso specifici obiettivi, ma devono rendere noti i loro livelli di emissione e dare avvio a programmi nazionali per la riduzione delle alterazioni del clima. In ogni caso, Cina ed India, tra i più grossi inquinatori potenziali con enormi popolazioni ed economie in crescita, hanno entrambi sottoscritto l'accordo.

E' importante dire che durante il protocollo è stato deciso di consentire la contrattazione delle emissioni. La contrattazione delle emissioni (emission trading) agisce in modo da consentire ai paesi di compare e vendere le quote loro attribuite sulle emissioni di gas serra. I paesi fortemente inquinanti possono comprare "crediti" non utilizzati da quei paesi che sono autorizzati ad emettere più di quello che in realtà fanno. Dopo un negoziato molto difficile, i paesi adesso possono anche guadagnare crediti per le attività che incrementano la capacità ambientale di assorbire carbonio. Queste includono la piantagione di alberi e la conservazione del suolo, e possono essere realizzati nel paese stesso, o da quel paese operante in un paese in via di sviluppo.

 

 

Importante è anche l'opinione dei climatologi riguardo il protocollo: infatti la maggior parte di essi sostiene che gli obiettivi nel Protocollo di Kyoto sono semplicemente delle scalfitture della superficie del problema. L'accordo punta a ridurre le emissioni dai paesi industrializzati soltanto intorno al 5%, mentre vi è il consenso, tra la maggior parte dei climatologi che, per evitare le peggiori conseguenze del riscaldamento complessivo, sono necessari tagli alle emissioni dell'ordine del 60%. Tuttavia, tra gli approcci alternativi per la risoluzione dei problemi climatici, solo uno appare effettivamente promettente: questo è basato sul principio che un'eguale quota di emissioni di gas serra dovrebbe essere assegnata a ciascun individuo sul pianeta. La proposta, definita "contrazione e convergenza" afferma che i paesi ricchi dovrebbero "contrarre" le loro emissioni con l'obiettivo che quelle totali "convergano" a livelli equi basati sulla quantità di inquinamento che gli scienziati pensano che il pianeta possa sopportare. Sebbene molti commentatori affermino che non sia realistica, i suoi sostenitori includono l'organizzazione delle Nazioni Unite per il Controllo dell'Ambiente e il Parlamento Europeo.

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Pallante e il Protocollo di Kyoto

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Articolo preso dal web.

La Deforestazione

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Il disboscamento, o deforestazione, consiste nell'abbattimento degli alberi per motivi commerciali o per sfruttare il terreno per la coltivazione.

Il 30% delle superfici emerse del nostro pianeta è ancora occupato da foreste: esse sono perlopiù concentrate nelle aree a cavallo dell'equatore e nelle zone a clima continentale.

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Un'area di foresta abbattuta da un'industria di legname.

Fin dall'antichità l'uomo disbosca per ottenere la legna da ardere per il riscaldamento domestico o da usare come materiale da costruzione, per ottenere nuovi terreni da destinare all'agricoltura o per far spazio all'espansione urbana. Questo fenomeno oggi interessa soprattutto le aree a clima tropicale del nostro pianeta, poiché molte foreste dei territori a clima temperato sono ormai state abbattute, soprattutto le antiche foreste dell' Europa centrale, ridotte ad occupare poche aree protette specie nel sud della Germania o in Polonia, oppure le foreste della Cina del Nord-est, o i boschi di latifoglie degli stati USA affacciati sull'Atlantico. Nelle aree a clima tropicale le foreste sono spesso abbattute con un metodo davvero deleterio: una volta scelta la parte di foresta da abbattere, gli alberi vengono tagliati e poi, specie se il terreno servirà per coltivare, vengono dati alle fiamme, poiché la loro cenere funge da fertilizzante.

bosco_home Questo sistema arreca gravi danni all'equilibrio dell'ambiente naturale, infatti la cenere fertilizza per poco tempo il terreno, mentre la distruzione del sottobosco distrugge in tutto e per tutto l'habitat della foresta pluviale accelerando fenomeni erosivi del terreno. Dopo pochi anni si deve abbandonare il terreno e disboscare un'altra area. Inoltre l'utilizzo del fuoco è molto pericoloso perché danneggia la fauna e spesso sfugge al controllo causando danni ancora più gravi. Questo fenomeno, purtroppo ancora molto frequente nella foresta amazzonica e in crescita in molte altre aree del pianeta, porta via molti alberi ai polmoni verdi della Terra. I paesi maggiormente interessati da questo fenomeno, spesso connesso con attività illegali, ma non sempre, sono la Cina meridionale, la Cambogia, l'India meridionale, l'isola indonesiana del Borneo, la Birmania, la Malesia, la Thailandia in Asia, in Africa soprattutto il bacino del Congo ed anche la Nigeria, e in America latina la Colombia, il Brasile, il Venezuela, la Guinea, l'Uruguay e nell'America centrale soprattutto il Messico, il Belize e l'Honduras.

Le piante aiutano a mantenere stabile la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera (attraverso la fotosintesi clorofilliana). L'utilizzo di combustibili fossili ed il diboscamento stanno causando un aumento di CO2 nell'atmosfera, che ha diretta influenza in fenomeni come l'effetto serra ed il riscaldamento globale.

La foresta amazzonica: uno degli ultimi habitat ancora intatti della Terra

Il diboscamento è il risultato della rimozione di alberi senza che vi sia una riforestazione sufficiente. Mentre il diboscamento delle foreste pluviali tropicali ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica, le foreste torride tropicali stanno scomparendo ad una velocità sostanzialmente più alta. Invece di catturare le precipitazioni, che filtrano poi nel sottosuolo, le aree diboscate diventano aree di veloce deflusso acquifero superficiale. Il diboscamento contribuisce inoltre ad una riduzione dell'evaporazione delle acque, che diminuisce l'umidità atmosferica e le precipitazioni. Anche la produzione di legname è una causa di disboscamento.. Le foreste sono inoltre un'importante riserva di carbone, sono fondamentali per il ciclo del carbonio, risanando l'aria dall' anidride carbonica e altri agenti inquinanti. I boschi e le foreste sono inoltre importantissimi ecosistemi con una elevatissima biodiversità in cui vivono numerosissime specie viventi. Sono anche oggetto di bellezza estetica, naturalistica e culturale. Il diboscamento comporta la perdita di questi valori, del rispetto delle foreste e in generale dell'ambiente.

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I metodi per controllare e ridurre la deforestazione sono numerosi, ma tutti dipendono dalla volontà politica di attuarli, anche in contrasto con forti interessi economici. Fra questi vi è prima di tutto una agricoltura sostenibile, che attui sistemi di rotazione delle colture e che utilizzi meno territorio. Questo non è affatto scontato nei paesi in via di sviluppo dove la popolazione è in rapida crescita. Una corretta gestione delle foreste è alla base di tutto. Alla Conferenza di Rio del 1992 si è proposto un sistema gestione forestale sostenibile (GFS), con lo scopo di controllare il patrimonio e gli ecosistemi forestali a livello mondiale. A questo è seguita la formazione di alcune organizzazioni come il Forest Stewardship Council, attivo per la salvaguardia delle foreste tropicali, del Nord America e dell'Europa: FSC certifica i prodotti costituiti da materie prime che non consumano il patrimonio forestale. Purtroppo la deforestazione continua ad avanzare, e si sta rendendo necessario attuare politiche di riforestazione. Ad esempio in Cina il governo ha chiesto ai cittadini di contribuire piantando alberi. Anche numerose associazioni si occupano della riforestazione, ma purtroppo sembra che gli sforzi non siano completamente condivisi a livello mondiale. L'unico paese che ha aumentato il proprio patrimonio boschivo nel corso del XX secolo mediante politiche governative è Israele. In Europa il disboscamento sembra aver rallentato la sua corsa, ma in paesi come l'Italia questo sembra più essere dovuto all'abbandono del patrimonio boschivo e in parte di quello agricolo, piuttosto che ad una loro oculata gestione.

bosco_home Taglio illegale di alberi: il profitto è per pochi, il danno per tutti Che si tratti dell’Amazzonia, piuttosto che dell’Indonesia o della Russia orientale, la situazione non cambia: In oltre 70 Paesi la mafia del legno elude la legge e gestisce un giro d’affari multimilionario. Un esempio di questa attività fraudolenta: lo sfruttamento di superfici boschive oltre i confini autorizzati, oppure il taglio della legna nelle aree protette.

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STILE SALUTE - la deforestazione - OLIO DI PALMA

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Articolo preso dal web.

IL PROBLEMA ENERGETICO

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979585-1_FOTOMEDIA-1Traliccio dell' alta tensione

 

Come abbiamo detto nella pagina dedicata all'inquinamento, la maggior parte delle centrali dedite a produrre l'energia elettrica per il nostro pianeta sono altamente inquinanti, perchè, come nel caso delle centrali termoelettriche, si fa uso di combustibili fossili che, una volta bruciati, producono un aumento sostanziale di ossidi, polveri sottili nonché anidride carbonica, tutti elementi che contribuiscono all'inquinamento e al surriscaldamento globale.

Il problema non interessa solamente le centrali termoelettriche, ma anche le centrali termonucleari che, anche se non inquinano direttamente, possono essere molto pericolose nel caso di incidenti, senza dimenticare l'enorme quantità di scorie radioattive che vengono prodotte da queste centrali e che, per ora, è praticamente impossibile smaltire.

Il mondo, quindi, si sta ponendo da diversi anni un modo di produrre energia elettrica che non utilizzi combustibili fossili, uranio o altre fonti che potrebbero essere cause di inquinamento. In un primo momento si decise di muoversi verso le fonti energetiche rinnovabili, le energie alternative, come ad esempio l'energia eolica, solare, delle biomasse. Ma un utilizzo massiccio di queste energie ha riscontrato vari problemi: innanzitutto i costi altissimi, per una quantità di energia comunque molto bassa, l'inquinamento visivo, soprattutto nel caso delle centrali eoliche, ma anche per le centrali fotovoltaiche e solari a specchio. Di conseguenza la possibilità di un utilizzo maggiore delle fonti alternative è, ora come ora, un'utopia.

Un'altro problema che si è posto in questi ultimi anni è stato quello dei biocarburanti, per produrre i quali sono necessari interi campi monocoltivati che oltre a impoverire il terreno, usano lo spazio precedentemente occupato o da prodotti destinati al mercato o da alberi: i biocarburanti quindi sono più danosi che utili, già quest'anno si è dovuta mettere mano alle riserve poiché i prodotti agricoli non bastavano più e inoltre i biocarburanti incrementano il disboscamento della foresta amazzonica.

 

Scorcio di foresta amazzonicaAmbiente da salvare

I problemi che si pongono le varie nazioni, quindi, sono molteplici; le nazioni vogliono avere centrali che producono abbondante energia elettrica, ad un basso costo e possibilmente il meno possibile inquinanti. Ma ciò, per ora, non è possibile, perchè come abbiamo visto prima si hanno o centrali altamente inquinanti a basso costo o centrali a basso impatto ambientale, ma ad altissimo costo. Per cercare di risolvere questo problema e quindi diminuire l'inquinamento senza troppi problemi di costo vengono tenute delle conferenze nelle quali più stati cercano di raggiungere accordi che controllino il costo dell'energia e l'inquinamento delle fabbriche. Dopo il protocollo di Kioto l'ultima conferenza, chiusasi il 15/12/2007 a Bali lo ha rettificato e si è deciso di avviare nuovi negoziati che dovranno concludersi entro il 2009 con un accordo sul clima che integri il protocollo di Kyoto.

 

imagepppUn consiglio per risparmiare corrente e soldi.

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Articolo preso dal web