La nostra Terra !!

“La strada del Sagrantino”

 

Se volete gustare un buon bicchiere di Sagrantino , seguitemi…… e diverremo amici…. ANGELOM  vi accompagnerà……

 

 

Nell’Umbria,  la mia cara regione e particolarmente a Montefalco, si coltiva uno dei più preziosi vitigni autoctoni d’Italia, il Sagrantino. Tra queste colline coltivate a vigneto ed ulivo, dove sorgono torri, borghi e castelli medievali, si estende un percorso culturale ed eno-gastronomico che attraversa per 60 chilometri paesi dove la tradizione vinicola non è confinata fuori dal tessuto urbano, ma è parte integrante di esso: “La strada del Sagrantino”.
Nell’intero territorio che comprende Montefalco, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria siti in provincia di Perugia. si produce questo nettare.
 

I Frati francescani venuti dall’Asia Minore portarono questo vitigno chiamato “Sagrantino”, in seguito alle nuove tecnologie e a coltivatori capaci che hanno  impostato nuove tecniche, oggi è diventato il fiore all’occhiello dell’enologia umbra, esportato in tutto il mondo.
Il vino Sagrantino è nato come “Dolce”, anche se attualmente prevale la versione “Secco”. Un tempo, infatti, questo vino veniva prodotto esclusivamente nella tipologia “Passito”, ed ottenuto dall’appassimento delle uve su graticci di legno.

                                                       
Questa tecnica di produzione era assai congeniale alle uve di Sagrantino, capaci di appassire per mesi senza marcire e con gli acini piccoli e neri che conservano a lungo intatta la componente zuccherina. Sia nella versione “Secco” che in quella “Passito”, l’invecchiamento previsto è di almeno trenta mesi, di cui, per il “Secco”, almeno dodici in botti di legno. Ciò consente di ottenere un vino dal colore rubino tendente al granato, dai profumi di more di rovo e dal gusto caldo e speziato. Sono molte le manifestazioni organizzate durante l’anno, lungo “La Strada del Sagrantino”.

                           
Tra le più importanti, grazie anche al grande coinvolgimento della popolazione locale, ricordiamo: Cantine Aperte, Terre del Sagrantino, Il mercato delle Gaite, Agosto Montefalchese, Settimana Enologica e Frantoi Aperti.

                                 
Di seguito troverete altri eventi che si svolgono nei comuni legati alla Strada del Sagrantino:

Festivi Calici
Dal  dicembre a gennaio, Montefalco inaugura la rassegna gastronomica legata ai grandi vini passiti, provenienti da tutta Italia.
Tra Cielo e Terra
Nei comuni legati alla Strada del Sagrantino, nel mese di giugno si svolge “Tra cielo e terra” un evento caratterizzato da numerosi spettacoli della nuova drammaturgia, tra i più interessanti del panorama italiano.
Calici di Stelle
Nei comuni di Montefalco, Torgiano e Castel Viscardo (TR) si potrà trascorrere la notte di San Lorenzo  aspettando le stelle cadenti e gustando dell’ottimo vino.
Arte in Tavola
In programma a Bevagna da Aprile a Maggio, “Arte in tavola” promuove i prodotti della terra e dell’artigianato, attraverso mostre mercato nelle principali vie del centro storico della città.
Genius Loci
Genius Loci è ormai un appuntamento classico dell’estate di Gualdo Cattaneo e de La Strada del Sagrantino. Alla degustazione degli ottimi vini umbri si unisce dell’ottima musica e del buon cibo….

Angelom

LA BIANCA SIGNORA DEL CONERO !!

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Il Parco del Conero

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Parco del Conero

Verde, aspra e sorprendete… in una giornata limpida basta salire in vetta al Monte Conero, per abbracciare le colline “rotolanti”, i borghi e le cittadine ricchi di storia, i monti innevati dei Sibillini e della Laga, il mare con le calette e le spiagge dorate.
Qui inizia uno dei tratti più belli e suggestivi di tutto il litorale adriatico : il Parco del Conero.
Rocce a strapiombo e calde atmosfere, la prima sensazione è quella di trovarsi in un angolo meraviglioso, dove la natura si è divertita a dipingere un capolavoro.
Dalle dolci colline marchigiane, il paesaggio del Parco passa all’incanto delle scena che offre quello che la gente del posto chiama familiarmente “il Monte”. Originatosi a seguito di una lunga azione di sedimentazione marina iniziata nel Giurassico, il Monte Conero è emerso nel Pliocene, cinque milioni di anni fa, con i suoi 572 metri di altezza, punta di meridiana di un Parco esteso per 6.011 ettari. Prima area regionale protetta nelle Marche (1987) con quattro città al suo interno, un angolo di mondo che nello scrigno dei gioielli ha panorami mozzafiato che fanno capolino tra la macchia mediterranea e la parte agricola, la falesia che si tuffa nel mare cristallino creando calette e spiagge di indubbio incanto, il rosso dei corbezzoli, il giallo oro delle ginestre, il viola della lavanda, i lecci, gli ulivi e le viti.
Il termine Conero deriva dal greco komaros, che significa corbezzolo, un arbusto dai frutti rossi e zuccherini ancora oggi diffusissimo in tutta la zona.


Strada del Monte Conero vista di Pietralacroce


Strada del Monte Conero vista di Pietraluce


Partendo da Ancona, capoluogo delle Marche, lasciandosi alle spalle il Passetto, la strada del

Monte che attraversa l’intero promontorio, si inerpica e consente improvvise visuali di piccole  spiagge di ciottoli bianchi, di scogliere calcaree, di calanchi brulli che tagliano la macchia mediterranea e conduce alla Baia di Portonovo.

“La Bianca Signora del Conero”… qui il tempo sembra essersi fermato, d’inverno le onde del mare ed il verso dei gabbiani e degli animali sono l’unico suono che l’orecchio coglie.

D’estate il turismo approda in questo angolo di paradiso, un insieme di baie di ciottoli bianchi lambite da un mare trasparente color smeraldo.

E poi, immersi in tramonti ineguagliabili, la cena nei caratteristici ristorantini pieds dans l’eau.


Baia di Portonovo e Fortino Napoleonico


Baia di Portonovo con il Fortino Napoleonico

Incastonata nel verde della macchia mediterranea e lambita dal blu dell’Adriatico, la Chiesa di Santa Maria di Portonovo XI sec. eretta in candida pietra del Conero, gioiello di architettura romanica, con caratteristiche che fondono la croce greca con le forme della basilica latina, sta a ricordarci che nel 1034 fu edificato, in questo splendido luogo, un Monastero. Sembra impossibile che così vicino al mare sopravviva un edificio eretto mille anni fa. La spiaggia della Vela con il suo sciabordìo è a pochi metri, è qui che sorge la “Chiesetta” come la chiamano gli anconetani. Affascina la posizione, Santa Maria sta appollaiata ai piedi del Monte Conero, lambita da un bosco (dove scorazzano anche i cinghiali) con la zona absidale rivolta verso il mare.


Chiesetta di S.Maria dallo scoglio della Vela

Chiesetta di S. Maria dallo scoglio della Vela

La storia di Santa Maria è avvolta nel mistero, fu infatti costruita fra il 1034 e il 1050 ma nulla si sa del suo architetto. Inconfondibile invece lo stile romanico, con elementi bizantini e lombardi. Alla chiesa era annesso un monastero benedettino andato distrutto. Fino al XIV sec. il complesso fu un importante centro economico e religioso nonostante l’insolita posizione sul mare che lo esponeva alle scorrerie dei pirati. Ma a decretarne la fine non fu un popolo invasore bensì un terribile terremoto che nel 1320 distrusse il monastero e costrinse i frati benedettini ad abbandonare Portonovo. La chiesetta restò miracolosamente in piedi. Nel 1810 fu utilizzata come ricovero dalle truppe napoleoniche di stanza nel Conero. Nel 1894 lo Stato Italiano, divenuto proprietario, avvia il primo restauro a cui sono seguiti quello più importante nel 1988 e nel 1995 fino ad oggi e che le ha restituito l’antico splendore.
L’interno è sorprendente, con le sue cinque navate così armoniosamente suddivise da far sembrare lo spazio più ampio di quello che è realmente. Al centro della navata si innalza ariosa una cupola ellittica di chiara influenza bizantina. Da qui piovono a terra i raggi del sole filtrati da quattro bifore. Un gioco di luce che contribuisce a rendere ancor più mistica e contemplativa l’atmosfera di Santa Maria. L’aria salmastra e il silenzio accompagnato dal lento infrangersi delle onde sulla riva, rendono questo luogo un angolo di straordinaria pace interiore.

Chiesa S. Maria di Portonovo

Chiesa di S. Maria di Portonovo





Chiesetta di S.Maria Portonovo - Presbiterio

Dettaglio del Presbiterio, con al centro l’icona di fine ’800 raffigurante  la Vergije Eléusa o Madonna della Tenereza.

Le poderose colonne della navata centrale poggiano su un pavimento originale a disegni geometrici in pietra e cotto. Indicano che i rettangoli e i rombi tracciati a terra probabilmente delimitavano gli spazi riservati ai frati da quelli dei fedeli. Bellissime alcune pietre della estrema navata di destra che sembrano quasi scogli lavorati, forse blocchi presi direttamente dal mare.
Uscendo dalla Chiesetta, la luce del sole per un attimo abbaglia lo sguardo e all’ombra dell’ulivo si indugia un po’ prima di lasciare questo luogo pieno di armonia.
Mille anni di storia per questo “faro” che illumina di fede la costa anconetana.

Chiesa di Santa Maria vista dal mare

Chiesa di S. Maria vista dal mare

Carlotta.an

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Alla scoperta dell’ Italia …..!!

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Ecco una notizia diversa da quelle che siamo costretti a leggere oramai da mesi ogni giorno, riportata dai media che rende onore alle Marche e a tutti i marchigiani. E’ certamente un riconoscimento molto serio sulla qualità della vita nella nostra regione che ho voluto tuttavia rendere un po’ ironico nel tentativo di alleggerire il clima serioso e di incertezza che ci accompagna in questo periodo.

LE DONNE MARCHIGIANE CAMPIONESSE EUROPEE

Over in forma

Le donne marchigiane sono le più longeve d’Europa con una media di 85.5 anni, superiore a francesi 85 e spagnoli 83.8. Questo si evidenzia sulla base degli ultimi dati Istat relativi al 2010.

Le marchigiane conquistano il primato anche a livello nazionale, davanti a Trentino Alto Adige con 83.5 anni. Uomini invece al secondo porto in entrambe le classifiche, con una aspettativa media di vita di 80 anni. Meglio di loro solo i bolzanini 80.2, al terzo posto la Toscana 79.9. La media italiana è di 84.3 anni per le donne e di 79.1 per gli uomini.

Primati che, secondo la Coldiretti, confermano che il segreto della longevità è strettamente legato alla connotazione rurale della regione Marche, dove il 65% del territorio è gestito dalle imprese agricole.

Ma alla base del record c’è anche uno stile di vita sano con una alimentazione ancora legata ai prodotti del territorio e fondata sui principi della dieta mediterranea, recentemente riconosciuta come patrimonio immateriale dell’UNESCO, che si fonda sul consumo abbondante di frutta e verdura, olio di oliva e di un buon bicchiere di vino e si conferma come un elisir per combattere l’invecchiamento.


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In dieci anni, precisa la Coldiretti, la speranza di vita media in Italia è aumentata di 2.1 anni per le donne e di 1.5 anni per gli uomini, collocando il nostro paese ai vertici europei.
Secondo recenti studi pubblicati sul British Medica Journal analizzati dal team di Francesco Sofi, nutrizionista dell’Università di Firenze, la dieta mediterranea riduce del 13% l’incidenza di Parkinson e dell’Alzheimer, del 9% i problemi cardiovascolari e del 6% quella del cancro.
Dal riconoscimento dell’UNESCO può venire dunque un importante impulso anche al recupero di sane abitudini soprattutto nelle giovani generazioni dove il problema del sovrappeso e dell’obesità riguarda un terzo dei bambini.
Inoltre, una indagine della London School of Economics889012f9n39w6poc889012f9n39w6poc
condotta su un campione di 12 mila ultrasessantenni di
diversi Paesi fa emergere che la terza età oggi non arriva
prima di aver spento 75 candeline. A pensarla così soprattutto
gli italiani secondo cui, lo dicono 4 su 10, si diventa anziani
attorno agli 80 anni, non prima!

CARLOTTA


Che dire allora?… la donna “marchigiana” vive a lungo, vive sana e…

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… piena di energia !!

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Alla scoperta dell’Italia …..!!

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Salve a tutti amici di eldy …oggi abbiamo il piacere di comunicarvi  che nel  mondo incantato del bosco è arrivata una nuova collaboratrice che si occuperà delle tradizioni Italiane

LORENZO GIOVANNA GIUSEPPE FIORENZO FRANCO NADIA SABRINA

DANNO IL BEN VENUTO ALLA NOSTRA CARA AMICA

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ANTICHE CULTURE E TRADIZIONI

DELLA NOSTRA TERRA

“Il barometro delle cipolle di Urbania 2011”

Cipolle di Urbania

Emanuela Forlini, insegnante di Urbania, l’antica Casteldurante a pochi chilometri da Urbino, ogni anno ripete il rituale della lettura delle cipolle per conoscere “l’andata meteorologica dell’anno”.
La Forlini narra anche di documenti che testimoniano di una battaglia persa da Federico da Montefeltro, duca di Urbino, reo di non aver creduto al responso delle cipolle!
Emanuela ci fa vedere gli spicchi di cipolla. Alcuni mostrano il sale da cucina ancora solido come la sera precedente: indizio di tempo secco; nella cavità di altri spicchi invece il sale si è sciolto, indicando piovosità. Nella lettura del comportamento del sale sta il segreto delle cipolle, facendo molta attenzione all’intensità del colore del sale e del velo di cipolla, così come al livello di umidità.
Emanuela ha imparato dal nonno Domenico e dal padre Anselmo mentre, all’inizio dell’anno, si impegnavano in una strana cerimonia con una semplice cipolla e annunciando poi che tempo avrebbe fatto nei mesi successivi. Erano diverse le persone che si dedicavano al rituale, frutto della fusione tra credenze primitive e spirito religioso cristiano. Adesso è rimasta solo lei. “Non si tratta di una stregoneria o di una sciocca superstizione! E’ un sistema dalle origini antichissime, legate alla campagna. Mio nonno era abituato da sempre a utilizzare le cipolle per prevedere il tempo, e il babbo, che era un avvocato colto e intelligente, riteneva doveroso continuare l’antica usanza. Morto anche mio padre nel 1994, io ho voluto mantenere in vita questa sapiente tradizione”.

La Forlini fornisce volentieri ogni spiegazione: “Chiarisco che la previsione, per essere attendibile, deve avvenire in tre fasi. Si comincia il 1° gennaio e si finisce il 12, prendendo nota ogni giorno del tempo che fa. Sono i cosìdetti “giorni conterecci”: a ciascun giorno corrisponde un mese dell’anno; per esempio se il 2 gennaio piove, possiamo ritenere che febbraio -2 sta per secondo mese dell’anno- sarà molto umido; se il 5 ci sarà il sole, avremo un maggio caldo e sereno, e così via. Per essere più sicuri, dal giorno seguente in poi si fa la stessa cosa a ritroso, assegnando dicembre al 13 gennaio, novembre al 14, ottobre al 15 e avanti così. In caso di discordanza, il tempo sarà probabilmente variabile.
Poi arriva la prova della cipolla, la terza fase che toglierà ogni incertezza”. Finalmente ci siamo. “E’ sufficiente procurarsi un normale ortaggio, tagliarlo in dodici spicchi, “sfogliarli” e prendere una parte di ogni spicchio. Metto queste foglie su una tavoletta di legno, sei sopra e sei sotto, e le cospargo di sale. Quindi porto l’assicella all’aperto, verso oriente, e resterà lì per tutta la notte tra il 24 e il 25 gennaio. E’ la data in cui si festeggia la conversione di San Paolo, scelta un tempo dai contadini per la sua atmosfera un po’ magica”.
E proprio la magia di questa notte, detta di San Paolo dei segni, che valorizza l’antico rito.
“Al mattino, con molta attenzione, passo alla lettura: se il sale si è sciolto su un pezzo di cipolla il mese corrispondente sarà ricco di pioggia; se invece non si è sciolto, avremo siccità, con tutte le varianti intermedie”. Il confronto delle tre prove dovrebbe garantire un responso preciso.

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E l’affidabilità? Si parla del 70-80% riferendosi ad alcuni anni, mentre per il 1998, ad esempio, c’è stato un vero enplain: 12 mesi su 12.

Attenderemo anche noi il 31 dicembre per sedare lo scetticismo; si fa presto a verificare: basta aspettare la fine dell’anno!

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Urbania, antica Casteldurante del ducato di Urbino, è situata nella verde vallata del fiume Metauro. I duchi Montefeltro-Della Rovere la consideravano “luogo delle delizie” e fecero costruire un’apposita strada che permetteva di raggiungerla da Urbino in tre ore di lettiga. Francesco Maria III Della Rovere portò qui la sua residenza e vi morì, nel 1637, ponendo fine al ducato. La città tornò allo Stato Pontificio e prese il nome attuale in onore di Urbano VIII. Fu conosciuta in tutta Europa grazie all’arte della ceramica, particolarmente fiorente durante tutto il ‘500. Da visitare, il Palazzo Ducale con il Museo Civico, la Cattedrale, la Chiesa dei Morti, il Museo Diocesano, il Barco Ducale.

Carlotta.an


IL BARCO DUCALE di URBANIA

URBANIA PALAZZO DUCALE

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Scopriamo l’Italia ……. SAN ZEMIAN !!

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Duomo di Modena


A proposito delle nostre usanze,  siamo lieti di presentarvi uno spaccato di San Zémian, patrono di Modena e di San Geminiano al tempo stesso, che il nostro amico Franco Muzzioli ha voluto inviarci.


Duomo di Modena e Piazza Grande


SAN  ZEMIAN



Il corteo con i valletti del Comune che portano i ceri e l'olio santoIl 31 di gennaio  è la festa de  San Zèmian da la bèrba bianca patroun ed Mòdna ( San Geminiano dalla barba bianca patrono di Modena). In questo giorno tòt i zèmian (tutti i modenesi) affollano strade e piazze per una delle maggiori manifestazioni fieristiche emiliane.

L'arcivescovo rivolge il suo saluto di commiato

” fera, fera ch’in nà quatrein sùspera, teimp d’alegria, ch’in nà quatrein al scapa via” (fiera , fiera chi è senza soldi sospira, tempo di allegria, chi non ha soldi scappa via).

Il Sindaco di Modena entra in chiesaChi era questo San Geminiano ? Il secondo vescovo di Modena,  nato attorno al 312 . Ha contribuito a portare il Cristianesimo ad un popolo allora prevalentemente pagano, esorcista e taumaturgo. Fece  innumerevoli miracoli anche dopo la sua morte. Si narra che, per sua intercessione, Modena fu salvata da Attila, infatti fece scendere sulla città una nebbia fittissima,  nascondendola completamente alle orde Unne che passarono oltre. E’ venerato anche a Pontremoli ed a San Geminiano,  dov’ è pure patrono.

In mezzo alla neve, la tradizionale sfilataNel giorno della fiera Modena è invasa da centinaia di bancarelle di tutti i generi e l’affluenza è tale che si dice che ” per la fèra de San Zèmian,  la mùntagna la vìn al pian” ( per la fiera di San Geminiano, la montagna viene al piano), per dire che arrivano proprio tutti, compresi  i montanari.

La benedizione con la reliquia del SantoAltra caratteristica della fiera di San Geminiano è che gli uomini devono acquistare un oggetto della fiera per le loro donne,  mentre queste ultime lo avrebbero dovuto fare alla fiera di Sant’Antonio abate,  che cade qualche giorno prima, cioè il 17 gennaio.

Durante la fiera viene disputata la ”corrida”, corsa di 13.350 mt.,  che vede la partecipazione di  ”corridori illustri”: tra gli italiani si sono visti: Cindolo, Arese, Fava , Ortis, Pimazzoni, Bordin,  Guida, Cova, Mei, Morandi e tanti altri.

La tomba del SantoLa parte più importante della festa è quella rituale. Vengono esposte le reliquie del Santo nel meraviglioso Duomo romanico (patrimonio dell’umanità), tra lo sfavillìo di migliaia di candele.

Da boun zemian av dèg, gnì a la fera av ‘spètem a brazi avèrti !

(Da buon geminiano vi dico, venite alla fiera, vi aspettiamo a braccia aperte !)


Franco Muzzioli

Gennaio 2011

Le bancherelle della fiera di San Geminiano in piazza Grande

Ombrelli aperti, ma sempre una simpatica passeggiata  nella tradizioneSan Geminiano - Piazza Grande

Un momento della funzione religiosa56

Umbria …….. MONTEFALCO e le sue tradizioni !!

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ANGELOM   INVITA TUTTI GLI ELDYANI  L’ANNO PROSSIMO A MONTEFALCO (PG) PER LA FESTA DELLA VENDEMMIA E LA SETTIMANA ENOLOGICA.

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La festa della vendemmia e la settimana enologica a Montefalco (PG)

Una giornata di appuntamenti per gli amanti del vino e gli enoturisti che si sono dati appuntamento a Montefalco il 19 settembre 2010 dall’Italia e dall’Europa in occasione della 31^ edizione della Settimana Enologica. La giornata ha avuto una serie di eventi a partire dalle primissime ore della mattinata. Alle 8.30 ha avuto luogo un percorso “Trekking del Sagrantino”, tra gli scorci più suggestivi dei boschi e dei vigneti del territorio, che anticipava  la “Passeggiata dei sapori” sulla strada del Sagrantino prevista alle 10, con una guida enoturistica e degustazioni in due cantine del territorio

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Alle 10.30 il museo di San Francesco ha ospitato il convegno “L’estetica del Sagrantino”, condotto da Franco Maria Ricci, a cui sono intervenuti la sommelier Daniela Scrobogna sul tema del colore, l’architetto Sergio Bianconcini sul tema del paesaggio, il professor Nicola Perullo sul tema dell’estetica ed Pierpaolo Sirch su quello della viticoltura.


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A partire dalle 11, per concludersi alle 19, il complesso di Sant’Agostino ha fatto da cornice suggestiva al banco d’assaggio dei vini di Montefalco, con momenti di degustazioni di cibo tradizionale sul filo dell’esperienza del gusto, che daranno modo di gustare le combinazioni contemporanee di antichi ingredienti, sapientemente preparati dallo chef Cesare Marretti, protagonista quotidiano del programma “La prova del cuoco”.

Alle 12 il complesso di Sant’Agostino ha ospitato invece la degustazione comparata di tre tipologie di vini bianchi e tre vini rossi sul tema del “Colore del vino”, con le valutazioni delle caratteristiche organolettiche dei vini attraverso lo studio dei rispettivi cromatismi.


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Alle 15 la piazza del Comune è stata colorata con la sfilata dei carri dell’uva per la tradizionale Festa di fine vendemmia.

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Negli spazi del teatro di San Filippo Neri, della chiesa di Santa Maria di Piazza e del museo di San Francesco, dalle 11 alle 23, sono stati contemporaneamente proiettati video ispirati dalla dimensione domestica, pubblica e rituale del Sagrantino, che alle 21.30 si è potuto assistere anche la messa in scena di uno spettacolo teatrale appositamente dedicato, “A proposito di vino e di bruschette”, organizzata a cura di “La Fontemaggiore” in collaborazione con il teatro Stabile dell’Umbria. La manifestazione Settimana enologica si svolge da alcuni anni a Montefalco, in Umbria, patria del Montefalco Sagrantino DOCG e sede del Centro nazionale vini passiti.

Dal 2009 la manifestazione ha cambiato nome in Enologica Montefalco. La manifestazione si è svolta dal 17 al 19 Settembre 2010. E’ stata  presentata l’annata 2007 del Sagrantino di Montefalco.

questo articolo è stato scritto da ANGELOM

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LOCALITA’ PUGLIESI …!!

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puglia

Le Località Turistiche

La ricchezza di località turistiche presenti nella Valle d’Itria è incredibile, ci sono paesini e borghi medievali uno più bello dell’altro, densi di storia ed architettura affascinante.

- ALBEROBELLO è la città dei famosi trulli, unica al mondo, e non a caso dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Passeggiando fra le vie di questo borgo mi è sembrato di essere in una fiaba, se avete dei bambini impazziranno letteralmente.

Alberobello Alberobello

- LOCOROTONDO è stato decretato uno dei borghi più belli d’Italia e non è difficile capire il perchè. Durante la mia visita era in corso la manifestazione “Balconi in fiore“, che consiste in una gara fra tutti i cittadini di Locorotondo, per decretare chi ha il balcone fiorito più bello.

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- POLIGNANO AL MARE è una ridente cittadina, arroccata su una costiera rocciosa che affaccia direttamente sul mare cristallino della Puglia. Moltissimi gli scorci panoramici per ammirare  la bellezza del paese da più prospettive.

Polignano a Mare Polignano a Mare

- CISTERNINO è un altro piccolissimo borgo che regala  emozioni e stupore ad ogni angolo del suo centro storico, la cui architettura  è di chiaro stampo medieveale con influenze romaniche. Particolare l’iniziativa “Fornello pronto” durante la quale tutti i macellai del paese diventano ristoranti per i turisti, i quali possono scegliere direttamente al banco frigo la pregiata carne per la cena, che si consuma fra le caratteristiche vie del paese.

Cisternino Cisternino

- OSTUNI ovvero la città bianca,  il borgo che mi è piaciuto di più, una vera perla che spicca per il fascino e l’architettura del suo centro storico, fatto di stradine in roccia e casette che sembrano di marzapane. La chiamano la Capri del sud, ed il paragone è azzeccatissimo!

Vista di Ostuni La festa di Sant'Oronzo

Nel centro di Ostuni sono presenti moltissimi ristorantini e locali di una bellezza ed eleganza sconcertante, i turisti hanno solo l’imbarazzo della scelta.

Non posso non citare fra questi la taverna della gelosia , uno dei ristoranti più romantici che ho mai visto e nel quale mi sono fatto la migliore cena in territorio pugliese.

Un altro locale che merita di essere ricordato è il Riccardo caffè , american bar dallo stile unico, ricavato all’interno di una suggestiva grotta in roccia, a dir poco meraviglioso!

Un mare color smeraldo

Che l’Italia abbia un mare pulito per gran parte della propria costa è assodato, ma la Puglia mi ha stupito anche in questo senso e penso che possa essere paragonata tranquillamente alla Sardegna senza sfigurare. La costa è piena di calette ed insenature sia scogliose che sabbiose, che aspettano solo di essere scoperte.

Considerazioni

I flussi turistici si concentrano solo nei mesi di luglio ed agosto,  ma la Puglia non è solo mare e sole, è una regione completa sotto ogni punto di vista, che può attirare turismo d’affari, culturale, eno-gastronomico, proprio come la Toscana, che infatti vive di turismo durante tutto l’anno o quasi.

glitterfy-flpbk013583341723134Nel 2009 la Puglia è stata l’unica regione italiana a registrare un incremento del turismo, segnando un + 8 rispetto all’anno precedente, ma il potenziale da sfruttare è enorme e si deve fare meglio. C’è bisogno di investire di più in promozione, soprattutto all’estero, visto che i turisti stranieri rappresentano solo una piccolissima fetta del fatturato, inferiore al10% del totale annuo.

Io nel mio piccolo stò già incominciando a fare del sano passaparola, rivolgendo il messaggio soprattutto verso quegli italiani, i quali quando pensano alla parola vacanza, troppo glitterfy-flpbk013591182523134spesso associano il termine “estero” (io ero uno di questi), senza considerare che rispetto alle mete straniere, l’Italia offre molte alternative migliori, sicuramente più semplici da raggiungere e soprattutto a prezzi decisamente più abbordabili.

Video realizati da giuseppe9.pa

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La Puglia !!

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La Puglia  si affaccia a est sul mar Adriatico, a sud sul mar Ionio e confina con il Molise a nord, la Basilicata e la Campania a ovest. Comprende le province di Bari, Regione PugliaBrindisi, Foggia, Lecce  e Taranto. Capoluogo della Regione è Bari.
La romana Apulia, deriva il suo nome dalla popolazione degli apuli, giunti forse dall’altra sponda dell’Adriatico. La parola “Puglia” scomparve poi nell’uso amministrativo; dopo l’unità d’Italia la regione venne chiamata “Puglie” e solo nel censimento del 1921 venne ufficialmente adottata la forma al singolare.
La Puglia forma una specie di stretto rettangolo, allungato da nord-ovest a sud-est per circa 350 km., che si protende tra il canale di Otranto (Adriatico) e il golfo di Taranto (Ionio) con la penisola del Salento. Più della metà del territorio è pianeggiante, il resto è quasi prevalentemente collinare. Nella sua sezione settentrionale un’ampia superficie, la più vasta pianura d’Italia dopo la Pianura Padana, è denominata il Tavoliere delle Puglie.
Gli Appennini, che nella loro sezione meridionale si inarcano verso il mar Tirreno, non interessano la Puglia, se non marginalmente: una breve dorsale secondaria, i monti della Daunia, culmina nel monte Cornacchia (1152 m.), al confine con la Campania. Per il resto la Puglia è la sola regione dell’Italia peninsulare che non comprende alcun gruppo del sistema appenninico. Se si escludono i monti della gravina-di-pugliaDaunia, l’unico rilievo pugliese che supera i 1000 m. è il monte Calvo (1055 m.), nel Gargano, che in origine era un’isola unita poi alla terraferma.
Quasi tutta la regione è costituita da rocce calcaree dove sono evidenti i fenomeni del carsismo, sia di superficie sia di profondità. Il luogo più spettacolare del carsismo pugliese è rappresentato dalle grotte di Castellana, nelle Murge di Bari, esplorate solo a partire dal 1938 e che sono le più grandiose d’Italia (tra i vari ambienti, si ricordano la grotta Nera, il cavernone dei Monumenti, la caverna del Precipizio, la grotta Bianca ecc.).
La Puglia ha uno sviluppo costiero di 800 km. e con una morfologia molto varia. Il tratto che circonda il Gargano è quasi ovunque alto e roccioso, ma presenta anche un’area pianeggiante in corrispondenza dei laghi costieri di Varano e di Lesina, che un tempo comunicavano con il mare, da cui oggi sono separati da cordoni dunosi. Il Gargano, che chiude a nord il golfo di Manfredonia, è l’unica rientranza di rilievo della costa adriatica pugliese, che è morfologicamente varia, in ampi tratti bassa e sabbiosa, e in altri cartoline_pugliaBIGmovimentata da minute insenature. Nel Salento le pur modeste alture si spingono sino al litorale, dove il capo di Santa Maria di Leuca delimita a sud-est la penisola italiana. Sullo Ionio si apre il golfo di Taranto, che alterna anch’esso coste alte e dirupate ad altre basse e sabbiose.
Non esistono fiumi di una certa rilevanza che siano interamente pugliesi. A nord il Fortore (88 km.) e più a sud l’Ofanto (134 km.) nascono dall’Appennino campano e interessano la Puglia solo nel tratto inferiore. Fortissima è l’irregolarità delle loro portate; a piene invernali che possono provocare esondazioni e persino improvvisi cambiamenti di percorso, si contrappongono magre estive tali che i corsi d’acqua non raggiungono nemmeno la foce. Del tutto inadeguato alle attuali richieste idriche è ormai l’acquedotto Pugliese, che attinge le acque principalmente dal fiume Sele, in Campania.
La protezione dell’ambiente è ancora carente; vi sono zone di grande interesse paesaggistico, come il Gargano, che è stato da tempo raggiunto da un intenso turismo e in cui soprattutto la fascia costiera, ormai densa di edificazioni, andrebbe maggiormente tutelata.
Tra le poche riserve, la più vasta e famosa è la Foresta Umbra, cioè “ombrosa”, nell’ambiente più alto e DSCN0172piovoso del Gargano, dalla fitta e lussureggiante vegetazione, formata in prevalenza da faggi ma ricca anche di altre specie, come i tassi e i lecci. Si ricordano, al di fuori dell’area del Gargano, dove sono in parte protette le dune del lago di Varano, la riserva dell’ambiente salmastro di Margherita di Savoia, all’estremità meridionale del golfo di Manfredonia e il bosco di Tricase, nel Salento, con un bel querceto.
Se si eccettua il Gargano si hanno esigui lembi di bosco, anche ad alto fusto, solo sui monti della Daunia, oltre che alcune pinete litoranee e qualche bosco di quercia. Altrettanto povera è la fauna naturale, che trova i suoi rifugi per lo più nella Foresta Umbra. Vi si trovano ancora caprioli, gatti selvatici e volpi.

Nel 2004 nasce una nuova provincia   BAT  …….. Barletta Andria Trani

batLa Provincia di Barletta-Andria-Trani è una provincia della Puglia di 384.293 abitanti, con capoluogo congiunto fra le città di Barletta, Andria e Trani, istituita nel 2004. Le prime elezioni del Consiglio provinciale sono previste per il 2008, in concomitanza con la scadenza del Consiglio provinciale di Foggia. Confina a nord-ovest con la Provincia di Foggia, a nord-est con il Mare Adriatico, a sud-est con la Provincia di Bari, a sud con la Provincia di Potenza (Basilicata) e ha un’estensione territoriale di 153.866 ettari. Le tre città che costituiscono il capoluogo congiunto sono centri molto popolosi …

La Puglia è, tra le regioni d’Italia, una delle più ricche di reperti preistorici, tra i quali assumono un valore preminente i dolmen e i menhir diffusi soprattutto nella Capitanata, nel Tavoliere e nella Terra di Bari. Verso la fine del II millennio a.C. si consolidarono i gruppi etnici dominanti nell’era protostorica, i quali formarono le stirpi dei dauni, dei peucezi e dei messapi. Come per gran parte dell’Italia meridionale le forme più evolute di governo e di insediamento derivarono dalla colonizzazione ellenica che raggiunse il culmine nel IV secolo a.C., periodo in cui si affacciarono in Puglia le milizie dei romani.

Che cosa è la pizzica ?

E’ un ballo tipico  pugliese , dela zona del salento (lecce) . fa parte della grande famiglia della tarantella , tipiche danze diffuse nel Italia meridionale ………

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la pizzica si balla in coppia, non necessariamente formata da individui dello stesso sesso. A pizzica2differenza di quanto molti immaginano, la pizzica tra uomo e donna non era necessariamente una danza di corteggiamento. Essa infatti si ballava soprattutto in occasioni private e familiari, ed in tali occasioni era molto probabile che a danzare si trovassero parenti anche molto stretti, o individui tra i quali intercorreva una grande differenza d’età. Così il ballo tra un fratello ed una sorella poteva diventare occasione di divertimento e scherzo, come quello tra un anziano e la sua nipotina poteva diventare un momento di apprendimento da parte della seconda dei ruoli. Tra due uomini invece spesso si creava più tensione, o meglio, competizione, ed il ballo diventava allora un momento di sfida in cui ci si confrontava, danze_dioniso_hesibendole, su doti quali agilità, creatività e prestanza fisica. Un esempio di danza tra due uomini è riscontrabile nella tradizione ostunese, dove è molto facile vedere due uomini ballare insieme ed in cui uno dei due uomini (o a turno), si prende gioco dell’altro riproducendo passi e pose comici o caratteristici della danza femminile….ACHILLE

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GRAZIE  FRANCESCA.BA PER ALCUNI SUGGERIMENTI !!

Il Costume Siculo !!


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CC733_coredoPer trovare le origini del costume femminile di Piana, è stato necessario guardare le stampe di Houel del 1700, di Vuiller o ai più antichi atti dotati che menzionano tale costume sin dal sedicesimo secolo. Ovviamente esso ha subito nel corso di cinque secoli diverse trasformazioni: nelle dimensioni, nella ricchezza dei ricami, nei tessuti e nel modo di essere indossato. Il fatto che a Palazzo Adriano (paese di origine albanese) veniva normalmente usato questo tipo di costume sicuramente sino alla fine del 700 fa pensare ad una origine comune, ma identificare questa con l’Albania non è del tutto accettabile o almeno non come l’unica. Infatti se è vero che, vicina alla sfera di influenza bizantina, l’Albania ha risentito, sin dalla fine del primo millennio, del fascino e della bellezza dei vestimenti in uso alla corte di Bisanzio; essendone prova l’uso di ricami d’oro e di pietre preziose sia nelle vesti che nei parametri sacri, è anche vero che dal 1400 anche l’Italia era entrata in rapporto con questa cultura e questa ricchezza, in special modo, tramite Venezia. Ed è anche vero che in Italia nel 500 e 600 si possono osservare abiti di gran dame italiane ritratte dai migliori pittori dell’epoca in abiti del tutto simili alle nostre “ nçilone ”. L’ampia gonna raccolta in vita da numerose piegoline , ad esempio, fu lanciata nel campo della moda dell’Europa di allora da Caterina De Medici.
La famosa “ Fornarina ” di Raffaello è un esempio di come le maniche attaccate al corpetto tramite laccetti che lasciano Costumi Tradizionali (1956)sbuffare ai lati la camicia siano state un indumento tipico del 500 e il velo portato in vario modo ritorna in incisioni veneziane del ’600. La moda italiana del 500 e 600 è dunque il modello primario da cui si attinse per dar vita a questo costume, in special modo a quello oggi da sposa ma un tempo usato come normale abito di gala. Mentre importanti spunti si hanno osservando il presepe storico della reggia di Caserta, si nota infatti che le “kurore” fasce di rete d’oro lavorate a tombolo, ornano numerose gonne dei personaggi femminili settecenteschi. Ciò è un esempio di quanto forti siano gli influssi siculo-campani nell’altro tipo di completo femminile formato da gonna ornata da “kurore” con giubbino e mantellina. Inoltre tutti ricordano l’Annunziata di Antonello Da Messina e la sua cerulea mantellina la quale è diventata un capo fondamentale del costume arbëreshë, seppure arricchito di ricami d’oro. Allo stesso modo si può trovare il prototipo della camicia ricamata e dal bavero ricadente sulle spalle nella camicia spagnola e senza particolari ricerche ci si accorge che il giubbino (xhipuni) anche per sua etimologia è chiaramente un capo siciliano. Uno dei capi più particolari e sicuramente originale è “la keza” (copricapo femminile) un tempo era usato da tutte le donne che ne possedevano più di uno, sia per le feste che per i giorni feriali; era realizzato in vari tessuti più o meno pregiati, dal velluto alla seta, al lino fino o al cotone. “Keza” è in genere di due colori: rossa con la fascia centrale verde o bordeaux e verde, ricamata in oro o ricoperta di rete lavorata a tombolo o disadorna, quest’ultima usata sotto il manto nero nel costume del Venerdì santo.Arabic-traditional-Dress
Oggi questo è stato caricato di un simbolismo nuovo, quello del peso della responsabilità familiare e viene indossato solo il giorno delle nozze.
Parte integrante del costume sono inoltre i gioielli. La cintura in argento “brezi” in primo luogo. Esso è il risultato dell’evoluzione della cintura in argento orientale tramite il progressivo ingrandimento e modificazione del disegno della placca frontale. I “brezi” più antichi hanno infatti la placca piatta e sbalzata senza trasformazioni. L’intera cintura in argento e ricoperta d’oro, è composta da piccoli quadretti agganciati tra loro per permettere alla stessa di girare attorno alla vita; nel medaglione che funge da fibbia vi è riprodotta l’effigie di San Giorgio o della Madonna, raramente si vede anche qualche cintura con l’effigie di San Vito.  Orecchini con pendenti (pindajet), crocetta con pettorale (kriqja e kurçec), anello di diamanti grezzi (domanti), collana a doppio filo di pietre di granata chiusa in più punti da sfere di filigrana (Rusari), sono la parure che completa l’abito. Questi gioielli d’oro rosso a volte smaltato che si riscontrano nella gioielleria siciliana del 600 e 700 dove rubini, smeraldi e diamanti tagliati rozzamente sono montati a 5617_lom60_5617_1notte, si possono osservare ormai solo a Piana in special modo il giorno di Pasqua. Seppure questi costumi e i preziosi monili che vi fanno da ornamento, vengono tuttora tramandati da madre a figlia e conservati gelosamente, hanno perso ormai il loro legame con gli eventi; essi non sono più abiti ma costumi con tutto ciò che tale termine implica. La perdita progressiva di questo legame infatti, ebbe inizio negli anni venti quando la nuova moda europea introdusse i vestiti pratici e leggeri , liberando le donne (investite di nuovi ruoli sociali) dalle ampie ed ingombranti gonne. Negli anni trenta  e quaranta incominciò a cadere in disuso l’abito da mezza fasta. Dopo il quaranta, le donne indossavano i costumi tradizionali solo in occasioni particolari quali: battesimi, matrimoni e soprattutto la Pasqua, non rispettando però in genere l’attinenza del costume con l’evento celebrato. Solo il costume da sposa è rimasto legato all’evento, forse per la grande particolarità di esso. Il fatto che questi abiti così ricchi e preziosi abbiano fatto parte dei corredi di gran parte  delle donne da marito di Piana, non deve far pensare a una smoderata ricchezza delle famiglie di Piana, le quali a dire il vero versavano in cattive condizioni soprattutto nell’ottocento e inizi novecento. La produzione quasi ininterrotta di essi si deve invece attribuire alla grande abilità artigianale delle donne del luogo, nel trasformare la seta (mola) o il velluto e l’oro (in fili, in lenticiole e in canatiglie) importati da Napoli, in raffinati e preziosi abiti usando il tombolo o il telaio o semplicemente l’ago, come si fa per l’arricciatura delle maniche delle camicie e per i merletti a punto d’ago….

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vecchiaABITO DI MEZZA FESTA

Sostituendo, in questo abito, la seta con tessuti meno pregiati, eliminando i merletti e le lavorazioni a tombolo della gonna, si ottiene l’abito giornaliero, ancora usato da pochissime signore.

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ABITO DEL VENERDI’ SANTOmamola

L’abito caduto oggi in disuso, era caratterizzato da un ampio manto di seta nera che avvolgeva la figura quasi totalmente, lasciando intravedere solo la parte più bassa della gonna. L’abito era indossato, sia per partecipare alle celebrazioni pomeridiane, che si svolgono tuttora in questo giorno, sia per partecipare alla processione del Cristo morto, una delle più sentite da tutta la popolazione, tanto che vi partecipavano anticamente anche le donne in lutto “stretto”. Naturalmente quest’abito non era ornato da gioielli.

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abitfestaABITO DI FESTA

Questo vestimento era d’uso per partecipare alle processioni più importanti e per partecipare ai matrimoni e ai battesimi. A proposito di questi riportiamo un’usanza particolare. Poiché il sacramento del battesimo veniva amministrato sin dai primi giorni di vita, in casa, quando la madre era ancora impossibilitata ad alzarsi dal letto indossava solamente il giubbetto, il colletto e i polsini ricamati e il fiocco in testa e seduta sul letto assisteva alla cerimonia.

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ABITO DI GRAN GALACosstumeFem

Questo abito veniva usato il giorno di Pasqua e durante la settimana Santa, oggi impropriamente in qualsiasi occasione di festa. Numerosissime “ncilone” sono state realizzate dalle abili mani delle ricamatrici del luogo negli ultimi decenni con ricami sempre più ricchi ed abbondanti, modificando gli antichi disegni fatti in genere di sottili girali d’acanto e piccoli fiori in oro e argento. L’uso sempre più frequente della “ncilona” è dovuto anche alla impossibilità di realizzare oggi le “Kurorë” che ornano l’altro tipo di gonna; l’oro in fili odierno infatti si spezza continuamente durante la lavorazione a tombolo.

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Se l’uso degli altri abiti tradizionali va man mano relegandosi alla sola giornata di Pasqua, questo invece è tuttora preferito al comune abito bianco. Oggi solo le spose indossano il costume correlato di maniche, fiocchi relativi, velo e “keza”, motivo questo per cui esistono pochi esemplari di questi indumenti. Fino alla prima metà del nostro secolo “pampinija”, abito in broccato o damascato, sostituiva a volte in questa occasione quello in seta ricamata.

Particolare dell’odierno abito da sposa in cui si nota la manica che lascia sbuffare la camicia trattenuta da sei fiocchetti a quattro petali. Oggi a questi fiocchi si attribuisce un valore simbolico che sicuramente non avevano in origine. Questi simbolismi partono dal concetto di donna madre e sposa identificando nei fiocchi sia i figli, giusto ornamento per la donna, sia gli apostoli nell’identificazione donna-chiesa.

Una spiegazione più plausibile e meno complicata è che questi fiocchi (chiudi manica), di chiara origine tardo rinascimentale, esistano come ricco ornamento di un abito sicuramente sino alla fine del ’700 corrispondeva all’abito di gran gala.

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Se l’abito femminile tradizionale si è così ben conservato altrettanto non si può dire per quello maschile, forse perché non è mai esistito in una forma stereotipata ma ha subito le trasformazioni storiche del costume.

Per esigenze sceniche però, alla fine degli anni cinquanta, per una rappresentazione al teatro Biondo di Palermo, il  costumista creò, ispirandosi anche al mondo dei balcani, un costume maschile che potesse accordarsi anche cromaticamente a quello femminile.

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Musei Siculi !!

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MUSEO REGONALE DI CAMARINA (RAGUSA)


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Il museo è ubicato all’interno dell’area archeologica dell’antica città “classica” di Camarina. Il sito dista 35 Km da Ragusa ed è raggiungibile percorrendo la provinciale S. Croce-Scoglitti (Frazione del comune di Vittoria).
La fondazione di Camarina, vera e propria colonia di popolamento voluta da Siracusa sulla costa meridionale della Sicilia, risale secondo Tucidide al 598 a.C.
La storia arcaica della città viene funestata intorno al 552 a.C. da un forte contrasto con la madre-patria Siracusa, al quale non fù estraneo l’importante ruolo assunto nel territorio da Camarina che diviene base commerciale e sbocco sul mare del retro-terra indigeno.
Il periodo di maggiore notorietà per la città è comunque quello corrispondente alla sua seconda fase di vita, quella di età classica, dagli inizi alla fine del V secolo. Dopo la distruzione ad opera dei Cartaginesi, nel 405 a.C., Camarina viene nuovamente ricostruita ad opera di Timoleonte.
Questa fase della città si chiude con la distruzione romana del 258 a.C. alla quale segue una nuova ricostruzione che dà vita alla città repubblicana.
La sede museale è una costruzione rurale di fine ottocento, esempio significativo di una tipologia residenziale agricola molto diffusa nella fascia costiera iblea.
L’edificio, che si articola in diversi corpi di fabbrica organizzati attorno ad uno spazio centrale aperto su due lati verso la campagna, insiste nel sito dell’acropoli dove sorgeva il tempio di Athena, i cui resti sono ancora visibili all’interno di uno degli ambienti del museo.
Il museo illustra la storia politica, civile ed economica della città di Kamarina, lo sviluppo urbanistico, i più importanti monumenti e la produzione materiale ed artistica.
Le collezioni. Tutto il materiale archeologico esposto è frutto di ricerche archeologiche condotte dalla Soprintendenza di Siracusa che hanno interessato tanto l’area della città quanto la necropoli.
L’ordinamento è cronologico, ad eccezione che per i materiali di provenienza subacquea.

CASA MUSEO GIOVANNI VERGA (CATANIA)


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La Casa Museo, un appartamento al secondo piano di un palazzo ottocentesco, è la dimora in cui Verga trascorse la sua infanzia e risiedette per lunghi periodi circondato dai familiari e dagli amici più cari. Dopo la morte di Giovannino Verga Patriarca, erede dello scrittore, la casa venne acquistata dalla Regione Siciliana ed aperta al pubblico dopo il restauro.

Al suo interno sono custoditi gli arredi ed i libri che appartennero a Giovanni Verga. Tra gli oltre 2600 volumi figurano opere di Giacosa, Oriani, Rod, Capuana, Di Giacomo, Deledda, Marinetti, Borgese, Villaroel, nonché di autori russi e francesi come Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Gorkij, Flaubert, Maupassant, Dumas, Zola.

Dopo la scomparsa dello scrittore, alcuni decenni più tardi, in via S. Anna fu ritrovato quanto rimaneva della passione pionieristica del Verga per la fotografia.

Le lastre e le pellicole (oggi raccolte in una collezione privata) svelano un interesse documentario che, anche se casuale, certo non si discosta dall’ideologia verista.

Le fotografie ritraggono soprattutto volti familiari allo scrittore: la madre, i fratelli, gli zii, i nipoti, ma anche i contadini che lavorano per la famiglia Verga, nelle campagne di Tébidi, a Vizzini. L’interesse per la fotografia (tecnica che nella seconda metà dell’Ottocento coinvolse intellettuali della buona borghesia in un hobby, per l’epoca, decisamente d’èlite) accomunò Verga, Capuana e De Roberto, rendendoli artefici di sperimentazioni non prive di interesse.


GALLERIA REGIONALE DI PALAZZO BELLOMO DI SIRAGUSA

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La Galleria è attigua alla chiesa di S. Benedetto e si trova nel centro storico di Ortigia, a breve distanza dalla fontana Aretusa.
La sede museale è un edificio sorto in età sveva, poi trasformato ed ampliato nel XV secolo dai Bellomo, famiglia tra le più potenti della Siracusa del ’400, che lo elessero a loro residenza. Nel 1723 il palazzo venne venduto al monastero di S. Benedetto e collegato in un unico complesso architettonico all’attiguo Palazzo Parisio.
Nel 1948 venne inaugurato come sede della Galleria, con una prima sistemazione museografica. Dopo radicali interventi di restauro, negli anni Settanta si pervenne al completamento dell’attuale allestimento.
La Galleria illustra gli sviluppi della cultura figurativa a Siracusa e più in generale nell’area sud-orientale della Sicilia, con particolare riguardo alla produzione pittorica e alle arti decorative
Le collezioni d’arte medioevale e moderna della Galleria (un patrimonio di opere databili dall’età bizantina al XVIII secolo) provengono dal Museo Archeologico di Siracusa, che nel 1940 le distaccò a Palazzo Bellomo con l’intento di valorizzarle.
Parte ditali collezioni proveniva da chiese e conventi della Sicilia sud-orientale a seguito della soppressione degli ordini religiosi (1866); altre erano invece giunte al museo per acquisti e donazioni.
L’ordinamento è concepito secondo un criterio rigorosamente cronologico. L’esposizione si svolge su due piani.

MUSEO ARCHEOLOGICO DI PALAZZO VARISANO DI ENNA


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La sede museale è Palazzo Varisano, un edificio costruito nel XVIII sec. sui resti di un impianto più antico cinquecentesco di cui restano ancora tracce negli ambienti del piano terreno.

L’edificio è anche ricordato nelle cronache storiche poiché in esso il 13 agosto del 1863 Giuseppe Garibaldi tenne il celebre discorso concluso dalla frase “…o Roma o morte”.


Il museo illustra le fasi di età preistorica, classica e medievale dei siti archeologici nella provincia di Enna, ad esclusione dei territori di Centuripe, Aidone e Piazza Armerina, per i quali esistono o sono in fase di allestimento specifici musei.

Enna ha restituito materiali preistorici della prima età del bronzo, mentre le fasi successive sono meno documentate fino all’arrivo dei Greci. La città, che fu sotto l’influenza di Siracusa e Gela, era nota soprattutto per il culto di Demetra, alla quale fu dedicato un importante santuario.

La sua posizione strategica le ha permesso di mantenere l’identità di città, attraverso le varie fasi storiche fino ai giorni nostri.

Nel territorio dell’ennese, a Cozzo Matrice, sono stati messi in luce i resti di una stazione officina per la lavorazione della selce, databile alla prima età del rame, nonché tracce dell’età del bronzo e di un abitato indigeno ellenizzato. Inoltre la presenza di varie aree sacre a Demetra e Kore, insieme ad un grande antro che coincide con la descrizione di Diodoro, confermerebbe la localizzazione di questi luoghi con quelli del ratto di Proserpina. Altri centri ellenizzati furono Capodarso e Rossonmanno. Quest’ultima in particolare continuò ad esistere in età romana e bizantina.

Alla preistoria risalgono anche gli insediamenti e le necropoli attorno a Calascibetta, Pietraperzia, Assoro e Cerami. Agira, patria dello storico Diodoro Siculo (I secolo a.C.), fu importante città sicula poi grecizzata. Nella seconda metà del IV secolo a.C., sotto Timoleonte, raggiunse una grande prosperità e fu sede di importanti edifici, fra cui un grande teatro.


Le collezioni provengono da scavi effettuati dalla Soprintendenza, da acquisizioni da privati e trasferimenti dai Musei di Siracusa ed Agrigento.


L’ordinamento del Museo è curato secondo un criterio topografico dei comprensori, dei siti e dei contesti di provenienza. In ciascuna sala sono esposti i reperti e, attraverso supporti didattici, sono illustrati i luoghi di rinvenimento e la storia delle ricerche.

MUSEO REGIONALE “AGOSTINO PEPOLI “ DI TRAPANI


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La sede museale è il trecentesco ex convento dei Padri Carmelitani, ampiamente rimaneggiato tra il Cinquecento ed il Settecento.
Esso è contiguo all’importante Santuario della SS.ma Annunziata, dove è conservata e venerata la statua in marmo della “Madonna di Trapani” opera concordemente attribuita a Nino Pisano.

Il museo illustra, insieme alle collezioni di pittura e di scultura, lo svolgimento delle arti figurative nel territorio trapanese con particolare riferimento alle arti decorative ed applicate nelle quali la città di Trapani primeggiò soprattutto per quanto riguarda il settore delle opere in corallo, della maiolica, degli ori, degli argenti e della scultura presepiale.

Le collezioni. Il nucleo essenziale delle raccolte è costituito dalle collezioni private del Conte Agostino Pepoli che ai primi del Novecento fu il promotore dell’istituzione.
Ad esse si aggiunsero altre opere provenienti dalle soppresse corporazioni religiose della città, nonché dalla pinacoteca Fardelliana, costituita in prevalenza da dipinti di scuola napoletana che il Generale GB. Fardella aveva donato alla città natale.
Tale nucleo originario fu arricchito successivamente per lasciti, depositi e donazioni con altre raccolte di antiquaria e di arti applicate tra le quali meritano di essere ricordate quelle del Conte Hernadez di Erice e dell’Ospizio Sieri Pepoli.

L’ordinamento, oltre a porre nel dovuto risalto le opere di pittura e di scultura, dà ampio spazio ai settori delle arti decorative ed applicate.


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