Pensieri e non solo….!!

BUON 2014

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"Dalla Redazione tutta, i migliori Auguri per un Felice e sereno Anno 2014. Cercheremo di dare sempre il meglio di noi stessi e, possibilmente, di migliorarci" Giovanna - Giuseppe - Lorenzo -  Nembo - Sabrina"

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BUON NATALE

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STORIELLA DI NATALE

Durante il periodo di Natale, tanti anni or sono, il nome

del Bambino Gesù, nato così Povero e così Grande, era

spesso presente nei nostri pensieri e nei nostri discorsi.

Nelle letterine dorate,

che lo rappresentavano appena nato,

scrivevamo, con impegno, poche righe colme d’amore e di

riconoscenza, ai nostri genitori; ogni anno, il papà le

ritrovava, commosso, sotto il piatto, al pranzo di Natale.

Anche i semplici doni contribuivano a rendere gioiosa

l’atmosfera: un orsetto dal pelo corto, ricciolino; un

bambolotto di plastica; la tradizionale tombola; l’oca coi

dadi; una pistola da cowboy; un’armonica a bocca; un

trenino, con le rotaie, che funzionava a molla: quello era

il massimo!

Ricordo, papà, quel lontano mattino di Natale, quando tu

salisti pian, piano, le scale di legno, con aria

compiaciuta e ti sedesti tra noi, sul lettone, portandoci

dei doni dentro al paniere: tre mandarini, poche arachidi

ed alcune noccioline. E noi, un po’ stupiti, un po’ delusi,

cercavamo di comprendere se quello era uno dei tuoi soliti

scherzetti… Rimane, così, in me, indelebile la tua

immagine di giovane papà, il tuo grande affetto, il tuo

entusiasmo nell’insegnarci i sentimenti veri del cuore.

…Il tuo grande presepe, con lo sfondo dipinto a pennello,

le luci colorate, le casette ed il castello che tu avevi

costruito con tanto impegno e passione.

Quel presepe l’avevi promesso in un momento di grande

dolore… e la promessa fu mantenuta, fino a che noi

diventammo adulti e le tue forze, papà, vennero meno.

La sera, ci riunivamo, davanti al Bambino, commossi,

a dire una preghiera o ad ascoltare, mentre suonavi, col

tuo “prezioso” violino, le dolci lodi all’Altissimo.

Al pranzo di Natale, il nonno Vittorio non mancava mai.

Sette, otto tortellini a testa, in brodo, (allora erano

una novità), carne di manzo e gallina lessa, un po’ di

sottaceti ed infine il panettone coi canditi, riscaldato

nel forno della stufa a legna o vicino al caminetto.

Per la gioia di noi piccini, nonno Vittorio s’improvvisava

un po’ prestigiatore e un po’ pagliaccio. Faceva così

scomparire l’orologio, per poi ritrovarlo dentro le nostre

tasche. E, ancora… le espressioni buffe e gli occhi storti,

che ci divertivano tanto!

Caro papà, dopo tanti, tanti anni, poco prima di Natale,

decisi di comprare un bel giaccone, per te, volevo farti

una bella sorpresa. Arrivati alla tua casa, te lo facemmo

indossare e qualcuno, gentilmente, con tono quasi

supplichevole, ti chiese se, anche tu, potevi fargli un bel

dono. Subito lo assecondasti, non sapendo, però, di che

regalo si trattasse… e la risposta fu: “Se può venire una

settimana da noi, a trascorrere insieme il Santo Natale”.

Ti fu impossibile, stavolta, negare e quel Natale, in

famiglia, passò all’insegna della Pace e del Perdono.

Diventasti, per tua scelta, un papà e nonno super protetto

e, in due giorni, decidesti di rimanere per sempre con noi.

Se quel Bambino è nato povero per noi, l’ha fatto per

renderci ricchi di solidarietà, fratellanza ed amore.

Il Piccolo Signore aspetta sempre, in silenzio, un nostro

gesto di Pace, un sorriso Sincero, un semplice Sì.

Cecilia

 

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

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Il Bosco ci ha abituati a trattare e discutere tra noi di grandi temi: sociali, politici, economici e culturali ma ci dà anche l’opportunità di parlare di argomenti più leggeri ma non per questo meno importanti e lo facciamo settimanalmente nella rubrica

 

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  che possiamo considerare ‘luogo di ritrovo’ per tantissime amiche/amici che ringraziamo di cuore per la costanza e fedeltà al blog, sempre ampiamente dimostrata.

L’amica Gabriella.bz  ci presenta ancora una sua storia e ci parla, oggi, della lontananza tra le persone, non tanto nel senso relativo alle distanze geografiche ma nel senso della solidarietà umana e della possibilità di annullare queste distanze tra persone che, seppure vicine, non riescono a trovare un dialogo tra loro. Non è mai proficuo isolarci ma, anzi, è necessario cercare l’aggregazione e la socializzazione. Noi già lo facciamo con il nostro relazionarci in chat ma l’amica Gabriella, in questo suo racconto, ci dà una bella dimostrazione di come farlo anche nella vita reale.

Nel ringraziare la brava Gabriella, auguro a tutti buona lettura e serena Domenica.

 

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Dice una vecchia canzone:

 

La lontananza sai è come il vento,

che fa dimenticare chi non s’ama…

è già passato un anno ed è un incendio che, mi brucia l'anima. Io che credevo d' essere il più forte. Mi sono illuso di dimenticare, e invece sono qui a ricordare . . . a ricordare te.

 

ma a me il vento piace e non mi fa dimenticare chi mi ama. Non ho tante compagne ma spesso vado da due amiche che sono sole. Nel percorrere quella via c’è un vento molto forte, anche se non freddo.

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Mi piace sentire il vento che mi spettina, fa volare e ballare le foglie, adoro la solitudine ma quella che puoi amare, perché se tu prendi in mano un libro, o il p.c. e come sottofondo ascolti un bel pezzo musicale la solitudine scompare. Ho due amiche, sono sorelle e vivono nella stessa casa, detestano sia la lontananza che la solitudine. Vado a trovarle per far capire loro che sia la solitudine, sia la lontananza,  si possono vincere. Basta non chiudersi in casa in attesa che qualcuno bussi alla porta, come fanno loro. Abitiamo in una bellissima città, vuoi sognare passando davanti al Kursaal, lo puoi fare pensando che molti anni fa si aprivano i saloni e danzavano, Re, Regine, Principi ecc.

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Si possono visitare i castelli che ci sono in città o si può fare un giro e guardare le bellezze che circondano Merano. I giardini al Castel Trauttmansdorff, se entri al mattino ed esci la sera, ti rimane ancora da visitare qualcosa. Andiamo ai musei o passiamo per i parchi, non manca neppure il Parco dedicato a SISSI Imperatrice d’Austria.

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Possiamo poi fare un giro con i cavalli, andare alle terme e perché no? un pò di shopping e andare verso casa lungo il Passirio, dove ci sono le famose passeggiate. Le ho invitate a casa mia, ma la musica non è di loro gradimento, sono uscite sul balcone ma c’era un pò d’aria fresca e sono rientrate subito. Abito abbastanza in alto e l’aria non manca e ogni alito di vento viene subito percepito. Nel pomeriggio provo a insegnare un gioco vecchio che penso possa essere di loro gradimento. Siamo tutte trentine perciò il gioco dovrebbe riuscire bene. Si deve scrivere una frase in stretto dialetto e vedere chi arriva prima ad indovinare. Una è entusiasta, ma l’altra dice: no! Capisco che è un po’ difficile, ricordo che giocando con mio marito e amici, usciva sempre vincitore mio marito sebbene fossimo dello stesso paese. Forse con una ero a buon punto perché mi aveva chiesto dei libri che aveva notato in casa, poi ne avrei cercati altri alla biblioteca, ma facendo venire lei, in modo da trovare un buon motivo per farla uscire.

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Ero per strada e mi dicevo, vento, vento fammi venire un suggerimento, per l’altra amica. Arrivo a casa loro senza nessuna idea, ma dopo i saluti, quella più taciturna, mi chiede: “Ti piace mettere in ordine i ‘Santini’?“ Io la guardo e dico, non l’ho mai fatto, ma c’è sempre una prima volta in tutte le cose, vuoi farmi vedere quello che hai? Ritorna  in sala con tanti di quei Santini da farmi rimanere sbigottita. Comincio a guardarli e vedo che certi sono molto belli e con vecchie date, le chiedo, sei sicura di non farle vedere a persone esperte? Forse ci ricavi del denaro.

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Lei risponde, è perché non lo vuoi fare? No dico e mi metto a separare date e pizzi. Mi  sembra di avere il mio Santino della  prima S. Comunione bordato tutto in pizzo che tengo ancora. Per quel giorno ho separato un sacchetto di Santini. Poi bisognerà comprare gli album appositi, ma per ora si continua a separare per 15 giorni sempre e solo di pomeriggio. Lei guardava e parlava solo per rispondere alle mie domande, verso la fine del lavoro mi chiede, perché mi hai detto che non avevi mai fatto questo lavoro?  Perché non l’avevo mai fatto ma mi è piaciuto così è facile farlo. Alzando  gli occhi  mi dice, lo sai che ho provato da sola a fare il gioco delle frasi in dialetto ed è molto bello anche se difficile. L’abbraccio e forse un passo è fatto.

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Ci troviamo dopo pochi giorni al bar  in centro tutte e tre siamo felici. Io perché sono riuscita far uscire almeno per un pò le malinconiche sorelle. Spero i trovare altri giochi ma il più è fatto. Io ritorno alla mia malinconia e lontananza ma per me, non sono pesanti, anzi la mia musica sottofondo, il p.c. o un  libro e mi sembra di volare sulle ali del vento.

 

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UN SALUTO AD UN ARTISTA

 

CIAO LITTLE TONY

Buon San Valentino !!

" Buon San Valentino a tutti voi amici del Bosco "

   

Il tentativo della Chiesa cattolica di porre termine ad un popolare rito pagano per la  fertilità, è all'origine di questa festa degli innamorati.

Fin dal quarto secolo A. C. i romani pagani rendevano omaggio, con un singolare rito annuale, al dio Lupercus. I nomi delle donne e degli uomini che adoravano questo Dio venivano messi in un'urna  e opportunamente mescolati. Quindi un bambino sceglieva a caso alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità affinché il rito della fertilità fosse concluso. L'anno successivo sarebbe poi ricominciato nuovamente con altre coppie.

Determinati a metter fine a questa primordiale vecchia pratica, i padri precursori della Chiesa hanno cercato un santo "degli innamorati per sostituire il deleterio Lupercus. Così trovarono un candidato probabile in Valentino, un vescovo che era stato martirizzato circa duecento anni prima. 

La leggenda

A Roma, nel 270 D. C il vescovo Valentino di Interamna, (oggi è la città di Terni), amico dei giovani amanti, fu invitato dall'imperatore pazzo Claudio II e questi tentò di persuaderlo ad interrompere questa strana iniziativa e di convertirsi nuovamente al paganesimo. San Valentino, con dignità, rifiutò di rinunciare alla sua Fede e, imprudentemente, tentò di convertire Claudio II al Cristianesimo. Il 24 febbraio, 270, San Valentino fu lapidato e poi decapitato. 

La storia inoltre sostiene che mentre Valentino era in prigione in attesa dell'esecuzione, sia "caduto" nell'amore con la figlia cieca del guardiano, Asterius, e che con la sua fede avesse ridato miracolosamente la vista alla fanciulla e che, in seguito, le avesse firmato il seguente messaggio d'addio: "dal vostro Valentino," una frase che visse lungamente anche dopo la morte del suo autore.

Franco Battiato  - E più ti amo  (Inno all'amore....)

 

La Domenica del Bosco

   

Dopo settimane ricche di argomenti impegnati ritorniamo alla nostra solita buona domenica, cioè alla giornata dedicata al riposo perciò, con questo spirito, vi racconto una mia storiella che spero possa  contribuire ad un meritato relax festivo.

 

Mai e poi mai, da ragazzetto, avrei potuto immaginare che in tarda età le vicende della vita mi avrebbero portato a calpestare le tavole di un palcoscenico, eppure così è stato

Solo una volta avevo avuto l’occasione di partecipare ad una recita della compagnia amatoriale del Teatrino del Circolo Cattolico rionale della mia città natale ma non come attore o comparsa, bensì come rumorista. Infatti, con due sassi e una vecchia bagnarola di lamiera, avevo avuto il compito di simulare dei rumori che dovevano somigliare a dei tuoni quando gli attori sulla scena venivano a trovarsi sotto un  temporale e, ancora, con una trombetta e un fischietto avevo dovuto simulare, dietro le quinte, i rumori di una stazione al momento della partenza di un treno.

     

Sta di fatto che nell’ultimo anno, un amico, veterano dell’ambiente teatrale, ha voluto coinvolgermi, inizialmente per fargli da spalla, in qualche sua recita e affidandomi poi, visto il successo iniziale (a suo dire), veri e propri ruoli non più di contorno. Insomma, dopo tanti lavori svolti nella vita, mi sono ritrovato a fare pure l’attore e devo dire, con mia grande sorpresa, anche con un buon successo. È proprio il caso di dire: mai dire mai e vi racconto com’è andata. 

 

Palcoscenico

 

Dovevamo preparare qualcosa per una serata di intrattenimento collegiale per gli iscritti all’Associazione di volontariato della quale faccio parte e interpellammo Giovanni (Gianni per gli amici) proprio perché esperto in materia teatrale, anche se a livello amatoriale, ma  si era cimentato in vari ruoli e personaggi per tanti anni.

 

Marchese di Navarra

 

Fu proprio Gianni che mi coinvolse per recitare con lui la scena de “À livella” di Antonio de Curtis (Totò) che si svolge in un cimitero il due di novembre, ma la recitammo non nell’originale parlata napoletana bensì tradotta nel dialetto sardo-campidanese che la rende un po' più spassosa e caratteristica, almeno per gli spettatori locali. 

 

          À  LIVELLA

Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fà chesta crianza;      ognuno adda tené chistu penziero.

            // ……...….\\

Perciò,  stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo,                             suppuorteme vicino – che te ‘mporta? Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”.

     SU LIVELLU

                                  Su dusu de novembre c'è s'usanza

de andai a visitai su campusantu.                             D’ognunu depi fai custa onoranza                               po’  chini s’è mancau, po’ chini eus prantu.

                                                                         // …………. \\                .

 Ascurta immoi custus fueddus mius!              Supportami accanta… calandi de sa corti Lassa chi su pagliacciu du siganta a fai is bius Nosus, seus serius, faeus parti de sa morti !.

   

Netturbino

 

Ero incerto e titubante ma la capacità di convincimento di Gianni contribuì a farmi superare tutte le riluttanze iniziali. Non avevo timore del “pubblico” perché sono abbastanza estroverso e sfacciato ma mi frenava la paura di eventuali gaffe e immancabili papere. Mi misi a studiare la parte e facemmo qualche prova poi finalmente il debutto e fu un successo: gli applausi si sprecarono. Caspita, pensai tra me, sono diventato pure attore. Attore è una parola grossa, diciamo, così per dire, che mi ero messo a fare l’istrione. Si sa che l’appetito vien mangiando per cui, sempre con Gianni, ci preparammo per altre rappresentazioni, le occasioni non mancavano.

Altro pezzo forte, recitato sempre in dialetto campidanese è stata la commedia “Il dottore e l’ammalato”, scenetta che si svolge un sabato sera in un Pronto Soccorso con quattro personaggi: la donna delle pulizie, l’infermiera, un dottore neo laureato e sfaticato, nonché il malato, più che altro immaginario che si inventa una serie di malanni inesistenti al punto che il medico, pur di liberarsene lo invita a recarsi in un luogo dove si guarisce di tutti i mali, cioè: il cimitero. Io recito la parte del malato ed è chiaro che al palese invito del medico, mi ritrovo immediatamente guarito dei presunti mali e scappo di corsa. Scenetta esilarante con applausi finali assicurati.

 

Il malato immaginario

 

Voi certamente convenite che un vero attore, per essere considerato tale, deve essere capace di presentarsi al giudizio del pubblico con un monologo degno di intrattenere una platea senza annoiare i malcapitati spettatori e quel buontempone di Gianni, sceglie e mi affida un pezzo classico di Carlo Alberto Salustri (1871/1950), poeta romanesco, più noto con lo pseudonimo di Trilussa (che poi altro non è che l’anagramma del suo cognome).

Trattasi de: “L’uccelletto in chiesa”, un monologo ricco di doppi sensi che è stato recitato tante volte alla radio e in televisione con grande maestria da personaggi famosi e bravissimi come Andrea Bocelli, Gigi Proietti ed altri.

Certo non intendo paragonarmi neanche lontanamente a dei mostri sacri come quelli citati perché sarebbe proprio un assurdo ma devo dirvi che, con i preziosi consigli dell’amico Gianni, sono riuscito ad ottenere dei buoni progressi tanto che di questo pezzo ne ho fatto il mio “cavalluccio di battaglia” e raccolgo ogni volta molti consensi e applausi.

In confidenza posso dirvi che, in tutta questa vicenda, ho avuto l’impressione che quel mattacchione di Gianni, già avanti negli anni e che non sta tanto bene in salute, abbia voluto lanciarmi in questa avventura lasciandomi in eredità le sue cose affinché  l’opera prosegua, come suol dirsi: lo spettacolo deve continuare.

É proprio vero che non si finisce mai di imparare e ogni occasione è buona per tenere in esercizio il corpo e la mente.

Nel chiedere di esprimere il vostro parere concludo augurandovi una Buona Domenica e rivolgendovi l’invito a seguire il mio esempio.  Raccontateci le vostre esperienze in terza età. Grazie.

     

Era d’agosto e un povero uccelletto,

ferito dalla fionda di un maschietto,

andò, per riposare l’ala offesa,

sulla finestra aperta di una chiesa.

 Dalla tendina del confessionale

Il parroco intravide l’animale

Ma, pressato dal ministero urgente,

rimase intento a confessar la gente.

 

Mentre in ginocchio alcuni, altri a sedere

Dicevano fedeli le preghiere,

una donna, notato l’uccelletto,

lo prese al caldo e se lo mise al petto.

D’un tratto un cinguettio, ruppe il silenzio e il prete

A quel rumore il ruolo abbandonò di confessore

E scuro in viso peggio della pece

S’arrampicò sul pulpito e poi, fece:

“Fratelli, chi ha l’uccello per favore,

esca fuori dal tempio del Signore.”

I maschi, un po’ stupiti a tal parole,

lenti s’accinsero ad alzar le suole.

Ma il prete a quell’errore madornale

“Fermi! Gridò” mi sono espresso male.

Rientrate tutti e statemi a sentire:

“Solo chi ha preso l’uccello, deve uscire”

A testa bassa, la corona in mano,

cento donne s’alzarono piano, piano.

Ma mentre se n’andavano, ecco allora

Che il parroco strillò:“Sbagliate ancora!

Rientrate tutte quante,

figlie amate,

ch’io non volevo dir

quel che pensate.

Ecco quel che ho detto e torno a dire:

solo chi ha preso l’uccello deve uscire,

ma mi rivolgo, non ci sia sorpresa,

soltanto a chi l’uccello ha preso in chiesa.”

Finì la frase e nello stesso istante,

le monache s’allontanavano tutte quante,

e con il volto pieno di rossore

lasciavano la casa del Signore

Oh santa Vergine!” esclamò il prete,

Fatemi la grazia, se potete!.

Poi, “Senza fare rumore dico,

piano, piano s’alzi soltanto chi ha l’uccello in mano.”

Una ragazza che col fidanzato

s’era messa in un angolo appartato,

sommessa mormorò: “Che ti dicevo?

Hai visto? Se n’è accorto!.

 

 Charles Aznavour -  L'Istrione