Arte !!

Arte – Amedeo Modigliani

 

 

(1884-1920)

 

Amedeo Modigliani nacque a Livorno nel 1884 da una famiglia ebrea, un tempo agiata: madre francese e padre italiano. In casa si parlava francese, spagnolo, inglese. Sia pure nelle ristrettezze si respirava un’aria di cosmopolitismo e di abitudine al lusso.

 

Amedeo, chiamato “Dedo”, è un bambino viziato, segnato da subito da quella tubercolosi che in qualche modo contribuirà a farne un genio della pittura: lui vorrebbe scolpire, ma la polvere di pietra è micidiale per i suoi polmoni.

 

 

Frequentò lo studio livornese di G. Micheli, un allievo di G. Fattori e studiò alle scuole di belle arti di Firenze e di Venezia, dove entrò in contatto con i maggiori esponenti europei della cultura figurativa contemporanea.
La sua formazione artistica si completò a Parigi, dove si stabilì dal 1906 e rimase quasi ininterrottamente fino alla morte.

 

 

La vita di Modì, il suo strappo da Livorno e dalla frequentazione dei macchiaioli, le avventure parigine all’insegna dell’emarginazione rappresentano anche uno sforzo estremo di staccarsi da una provincia rassicurante e soffocante.

 

In questi anni il suo percorso stilistico venne influenzato da Toulouse-Lautrec, Gauguin, van Gogh: ma fu la conoscenza di Cézanne a imprimere il segno decisivo alla sua pittura (la costruzione delle figure per grandi masse cromatiche) che trovò la sua prima espressione in opere come Il mendicante di Livorno, e Il suonatore di violoncello, entrambi del 1909.

 

 

Nello stesso anno  stabiitosi definitivamente a Montparnasse, Modigliani impose una battuta d’arresto alla sua attività pittorica: l’amicizia di C. Brancusi, che con le sue forme ovoidali tendeva alla massima essenzialità plastica, e la comune scoperta del linearismo e della forza espressiva e

 

 

ritmica della scultura negra, lo indussero a esercitarsi nel disegno e a dedicarsi intensamente alla scultura. Scolpì numerose Teste in pietra e progettò un “Tempio di Bellezza” per il quale eseguì una serie di disegni di Cariatidi.

 

 

Il 1914 segnò il ritorno di Modì alla pittura, favorito dall’incoraggiamento della poetessa Beatrice Hastings e da L. Zborowski, suo futuro mercante, risulta contrassegnato da uno stile inconfondibile: tra il 1915 eil 1920, Modigliani eseguì più di trecento ritratti, genere assolutamente privilegiato nella sua produzione, e quattro paesaggi mediterranei e, infine, negli ultimi anni, una serie di ritratti della sua compagna Jeanne Hébuterne.
La sua vita fu cortissima: morì a Parigi nel gennaio 1920 di meningite tubercolare, a 36 anni.

 

 

Jeanne Hébuterne, si gettò da una finestra al quinto piano, all’indomani della morte di Amedeo, uccidendo con sé la creatura che portava in grembo.
Modigliani venne sepolto nel cimitero di Père Lachaise nel primo pomeriggio del 27 gennaio.

 

Jeanne Hébuterne fu tumulata il giorno dopo al Cimitero di Bagneux, vicino a Parigi, e fu solo nel 1930 che la sua amareggiata famiglia (che l’aveva fatta seppellire furtivamente per evitare ulteriori “scandali”) concesse che le sue spoglie venissero messe a riposare accanto a quelle di Modigliani.

 

 

La fortuna critica di Modigliani crebbe rapidammente dopo la morte, insieme ai prezzi delle sue opere e alla leggenda dell’artista maledetto, la cui forza creativa trovava indispensabile alimento nella droga e nell’alcool. La grande mostra alla Biennale veneziana del 1930, pur con polemiche, ne consacrò il riconoscimento anche da parte della critica italiana.

 

 

 

Arte – Piero della Francesca

 

 

 

Piero della Francesca nacque a Sansepolcro (Arezzo), e fu un pittore colto e raffinato del Rinascimento fiorentino.
Il suo linguaggio fu uno dei più originali del Quattrocento  rivelando una conoscenza profonda delle regole matematiche (formulate dallo stesso pittore nei suoi trattati), che sono alla base della costruzione di un universo ideale.
L’organizzazione dello spazio, attraverso la prospettiva, si applicava sia alle strutture, delineate secondo lo spirito del Rinascimento fiorentino, sia al paesaggio, dove la natura era interpretata in modo tale da giungere a un effetto di straordinaria vastità. La densità plastica delle figure e degli oggetti procede di pari passo con il rigore  che presiede alla loro disposizione. Tutto appariva collegato in questo modo, che sarebbe ben diverso senza la gamma di colori trasparenti e dolci di cui Pietro della Francesca possedeva il segreto.
Tutto ciò rese più convincente l’illusione del rilievo, diffondendo nello spazio  e sulle forme una luce cristallina che completava tutto l’insieme.
Questo linguaggio rivelò un’altra ispirazione. L’arte del grande artista, nonostante alcuni soggetti, concedeva poco al genere narrativo, reprimendo più spesso la contemplazione che l’azione. Alla grazia, alla tenerezza o al dolore, egli preferì una dignità  tranquilla che rasentava l’impassibilità.
Le figure ubbidiscono a una musicale ma severa armonia di proporzioni, le forme sono semplificate e ridotte all’essenziale, i gesti sono compassati e fermi, chiusi nell’inflessibile regola prospettica, scientificamente applicata ad ogni composizione.
Anche in seguito ai suoi numerosi soggiorni in varie città italiane -  Urbino, Ferrara, Rimini, Perugia, Roma – la sua arte lasciò una traccia profonda nella formazione di tutte le principali scuole pittoriche del tempo.
Piero della  Francesca va,  quindi,  annoverato tra i maestri che hanno avuto un ruolo preminente nello sviluppo della pittura italiana.
Negli ultimi anni della sua vita, egli si dedicò alla scrittura, lasciando ai posteri tre libri scientifici: “De Corporibus regolaribus”, “Trattato d’Abaco” e “De prospectiva pingendi”.

 

 

Analizziamo, di seguito,  due  fra i suoi maggiori dipinti.
La Vergine non possiede attributi regali ed è còlta nel gesto di posare una mano sul fianco, per sorreggere il peso del ventre.
L’interesse dell’artista per la simmetria è particolarmente evidente in quest’opera.
La Madonna è in piedi, leggermente ricurva per il ventre gonfio, che accarezza con una mano, mentre  con l’altra si dà sostegno all’altezza dei fianchi. Lo sguardo è abbassato, come per dare un tono nobile e austero, e il quadro evidenzia una dolce bellezza giovanile, sottolineata dalla postura fiera del collo e la fronte alta e nobile (secondo la moda del tempo che voleva le attaccature dei capelli rasate o bruciate con una candela).

 

 

Ad Urbino nella Galleria Nazionale è conservato uno dei dipinti, al contempo più belli e più difficili da interpretare.
L’opera raffigura sulla sinistra un personaggio vestito come un nobile (forse Ponzio Pilato), seduto su di un trono: davanti agli occhi di questa persona si svolge proprio la flagellazione di Cristo, il quale appare seminudo, coperto nella zona pubica da un panno chiaro, legato ad una colonna del porticato dove avviene la scena. La colonna è sormontata da una statua, che presumibilmente rappresenta il Sole.
L’addetto alla flagellazione ha una tunica nera, mentre degli gli altri due personaggi presenti uno sembra tenere il Cristo per un braccio mentre l’altro, col capo curiosamente coperto da un turbante, osserva dando le spalle a chi guarda il quadro.
Sulla destra, con un efficacissimo gioco di prospettiva, sono raffigurate tre persone: un uomo barbuto con abbigliamento orientale, un giovane scalzo e vestito di rosso, e un adulto vestito elegantemente.
Questi tre personaggi,  volutamente dipinti dall’autore, rappresentano una scena di grande effetto. Essi appartengono sicuramente alla sua epoca e dunque non ascrivibile al periodo storico della flagellazione stessa.
Le varie interpretazioni, relative a queste tre figure, portarono a ritenere che rappresentassero le complesse vicende del periodo del Rinascimento, allorché non si esitava a ricorrere all’assassinio, per eliminare un rivale alla successione al trono.

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Stone Balancing

 

La nostra cara amica Carlotta ha voluto farmi conoscere una singolare e  interessante manifestazione, che ha avuto luogo  nelle Marche e precisamente  a Portonovo (An ), il 14 e 15 Aaprile scorso, con la partecipazione di artisti, provenienti da diverse parti del mondo. Si tratta dello “Stone Balancing”, ovvero  di pietre in equilibrio.
Riportiamo dalla stampa locale le varie fasi dell’evento e alcune immagini molto suggestive.

 

“Sulla riva del mare, nel Parco del Conero, nella baia di Portonovo, Artisti  dello Stone Balancing, provenienti dal Canada, USA, Filippine, Europa e Italia si sono trovati, per la prima volta a livello internazionale, in un contesto  artistico di pietre in equilibrio.
L’accostamento delle opere artistiche con la bellezza dei luoghi e la loro spettacolare simbiosi naturalistica, ha prodotto un effetto molto particolare.
Si tratta di un’ iniziativa nata a seguito del primo raduno spontaneo di artisti balancer italiani a Portonovo nell’aprile 2011. Grazie al successo ottenuto, 160 artisti di tutto il mondo si sono uniti sul web, e nell’associazione SABIART fondata ad Ancona, Capoluogo e Regione, le sedi storiche e naturali per questa disciplina.

 

 

Riteniamo il Rock Balancing  2012 una forte promozione del territorio per le sue naturali caratteristiche, e per la novità dell’evento che potrà catalizzare interessi e curiosità per molti media,  anche internazionali.
Ricordiamo che Portonovo è un’incantevole baia sotto il promontorio del Conero, nelle Marche,  al centro dell’Adriatico.
Il concorso fotografico potrà contribuire, grazie anche al web, alla visibilità internazionale di Portonovo e della Riviera del Conero e della loro bellezza e peculiarità.

 

Grande spettacolarità, non crederete ai vostri occhi, le pietre di Portonovo si alzeranno verso il cielo in composizioni ardite, irreali e magicamente armoniose nello splendido contesto della baia ai piedi del Monte Conero.
I Maghi dei sassi in equilibrio al raduno mondiale di Portonovo
Si chiama Rock o Stone Balancing o in mille altri modi, più o meno convenzionali, una disciplina moderna ma antica… come per i Dolmen, i Menhir o le Pietre Monumentali dell’Isola di Pasqua.
Oggi è una variegata disciplina tra Arte e Zen, esercitata da pochi in tutto il mondo ma sempre con successo da più persone. Il sogno di creare quanto la nostra mente ha sempre ritenuto impossibile o almeno improbabile: l’elemento istintivamente visto come pesante e immobile acquisisce leggerezza e volatilità.

 

Il 14 e 15 aprile 2012 i  più noti esponenti mondiali dello Stone Balancing,  per lo storico primo raduno mondiale, hanno scelto Portonovo di Ancona, la splendida baia incastonata sotto il Monte Conero  al centro dell’Adriatico.
Portonovo è presto divenuto la palestra di molti Balancer italiani e dell’esponente locale Carlo Pietrarossi, che per primo ne ha scoperto le naturali predisposizioni ambientali per esercitare l’arte meditativa, ecologica e dal forte impatto estetico e naturalistico.
Mettere le pietre in equilibrio, nasce come forma di meditazione ZEN, oggi è conosciuta come una forma “d’arte della terra”  Land Art.  Le pietre, rocce o ciottoli sono sovrapposte senza alcun ausilio, la gravità e l’equilibrio trovato sono le uniche condizioni accettate.
“Balancer” sono chiamati coloro che con umiltà e pazienza erigono le figure di pietra in equilibrio, anche denominate impropriamente sculture. La personale sensibilità artistica e bravura nella ricerca dell’equilibrio fa sì che le opere siano molto personali, riconoscibili e facilmente univoche.
Generalmente in “full immersion” nella natura:  i fiumi, i laghi, le spiagge rocciose. Questi sono i luoghi eletti. Molti Balancer durante la brutta stagione fanno “Stone Balaning Indoor” . Ciò  serve a  mantenersi in esercizio anche a casa o in ambienti chiusi. La ricerca dell’equilibrio di due o più pietre esige pazienza e concentrazione, estraniarsi dallo scorrere del tempo, immersione nella natura del luogo dove si opera, ascolto dei suoni e del silenzio. L’equilibrio prodotto è la certificazione di un raggiunto stato di grazia. Il tempo per mettere in equilibrio, il tempo che rimangono in equilibrio, il tempo è escluso, non ha spazio, non è contemplato… e forse è proprio l’uscita dal tempo che prende così tanto il Balancer, ma anche chi si affascina guardando: i bambini sono i più pronti a comprendere il messaggio profondo, smettono presto di guardare e iniziano a fare i loro equilibri.
Lo Stone Balancing è un’ottima alternativa anche ai consueti passatempi da spiaggia, rispettoso dell’ambiente e della convivenza sociale, per questo si sta diffondendo con soddisfazione nei luoghi turistici di più avanzata sensibilità ecologico-ambientale. Le opere di “Stone Balancing” sono uniche, irripetibili e assolutamente momentanee. Gli autori colgono l’essenza dell’opera per il breve tempo di esistenza e ne rendono partecipi gli spettatori che possono manifestare l’apprezzamento con un’ offerta libera.
Notevole lo stupore per chi guarda incredulo  queste composizioni… nella tentazione irrefrenabile di sfiorarle e verificarne l’autenticità della forza dell’equilibrio solo con la loro dissoluzione.

 

 

Portonovo si mostra in abito invernale con squarci d’estate ai campioni mondiali dello Stone Balancing, e non perde il suo fascino la baia ai piedi del Cònero che, anzi, soffia sui precari equilibri delle pietre, con un vento altalenante da nord che sembra voglia mettere alla prova e sfidare davvero gli esponenti di questa strana disciplina, tra arte e Zen. Tra pioggia e sole, centinaia gli spettatori increduli e affascinati dalla magia delle pietre sospese. Decine i fotografi, incantati dal binomio land-art e ambiente circostante.
Per ore gli artisti partecipanti a tale raduno  si sono esibiti, spesso in rigoroso silenzio del pubblico ipnotizzato, silenzio rotto dagli applausi ogni volta che una pietra difficile si faceva addomesticare in equilibri impossibili.
Michael Grab è un giovane balancer, arrivato dal Colorado appositamente  per questa manifestazione: ” E’ molto bello qui – dichiara con i piedi immersi nell’acqua adriatica tornata gelida – mi affascina il suono delle pietre che rotolano trascinate dalla risacca, e stiamo vivendo una grande esperienza, è la prima volta che noi appassionati delle pietre in equilibrio ci incontriamo a livello internazionale”.

 

 

Viene invece dal Venezuela Joel Alvarez, dalla zona ai confini con la foresta amazzonica- E’  un grande ambientalista e molto loquace nel suo spagnolo che preferisce definire latino-americano: “Il mio paese è meraviglioso, ma stiamo lavorando molto per creare una sensibilità ambientale ed ecologica che purtroppo è ancora acerba, adoro bilanciare le pietre e normalmente opero in zone fluviali, spesso il fragore della corrente o delle cascate vicine è assordante e qui invece respiro con l’aria salmastra una pacatezza ovattata e tranquilla”.
John Felice Ceprano partito dal Canada, anche lui grande artista del balancing: “Sono abituato a sassi molto grandi, più spigolosi e squadrati, come ce ne sono nella mia zona ad Ottawa, questi di Portonovo sono meravigliosi, ma molto rotondi e difficili da equilibrare”.
Peter Juhl viene da Minneapolis, Stati Uniti: “Questa è un’esperienza fantastica, è bellissimo incontrarsi con artisti che condividono una comune passione, così particolare, e poi qui stiamo trovando un’accoglienza meravigliosa, ottimo cibo e tanta umanità”.
Heiko Brinkmann tedesco, ha portato la famiglia ed approfitta del raduno per visitare le Marche e scoprire i nostri angoli sconosciuti:  “Mi piacciono molto le policromie di queste pietre di Portonovo, colori molto vari che poi cambiano se bagnate”.

 

 

Marina Garbetta viene dalla Svizzera ed è entusiasta della manifestazione che ha attirato tantissima gente, anche con l’incertezza meteo. Poi tanti altri italiani: Renato Brancaleoni da Riccione, un vero mago dell’equilibrio, adora alternare grandi pietre con altre molto piccole e sferiche o addirittura conchiglie. Nella Failla, artista siciliana e operosa coorganizzatrice dell’evento, Gabriele Meneguzzi, land-artista di Pordenone, Paolo Spoltore da Genova, Salvatore Donnarumma da Sorrento… e i locali Giuseppe Ceramicola, Tommy Buglioni, Loriana Tittarelli e Carlo Pietrarossi, l’anconetano che per primo ha introdotto la stone balance nella nostra zona e artefice organizzatore dell’evento: “Abbiamo fatto sforzi inauditi per creare dal nulla questa manifestazione, autofinanziata e con pochissime risorse. Ringraziamo Aldo e Rosanna Roscioni e tutti gli operatori di Portonovo, per il sostegno, l’assessore Nobili del comune di Ancona e Giorgio Sartini della Pro Loco Calamo… e gli altri enti per l’appoggio morale. Speriamo di poter replicare in futuro questa esperienza, il Cònero ha fatto bellissima mostra di sé  e riteniamo sia ideale dell’arte delle pietre”.
Piazzaweb su facebook ha già pubblicato alcune suggestive immagini, ma ora si attendono le foto dei tantissimi fotografi che  hanno partecipato  al concorso abbinato  2012. Le immagini “Portonovo, dove le pietre sognano”, saranno prima su facebook e poi in mostra e premiate alla Mole Vanvitelliana di Ancona alla fine di giugno”.

 

SABIART:  associazione per arte, natura, turismo e impegno sociale.
La neonata SABIART, con il tema conduttore dell’arte delle pietre in equilibrio, ha già da tempo intessuto collaborazioni attive sul piano della art-terapy e attività ludico-creativa con le Patronesse dell’Ospedale Pediatrico Salesi di Ancona, e sono in corso contatti con istituti per portatori di handicap e per la terza età.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Claude Monet

 

 

 

Con Claude Monet si entra nel vivo della vicenda dell’Impressionismo.Fu proprio lui, infatti, l’umile pittore che portò alla sua espressione più matura i suoi risultati più entusiasmanti e ricchi d’avvenire la pittura “en plein air”. Monet guardò con amore e con gioia le mille piccole meraviglie di cui è colma la natura, e fu il poeta che tradusse sulla tela, con  intatta freschezza di sentimento, la sua impressione visiva.

Ninfee

Quello che Monet cercò di cogliere era il fermento fuggevole della vita stessa, l’accendersi improvviso del verde di una foglia, colpita da un raggio di sole, gli irripetibili riflessi di una superficie d’acqua su cui la luce e l’ombra tessono i loro arabeschi, il vivo palpitare di una distesa erbosa nell’ora del mezzogiorno.

Il sorgere del Sole

I paesaggi rappresentano senz’altro la produzione più altamente riuscita di Monet; ma anche l’essere umano è visto da lui in questo limpido rapporto atmosferico,  come  ci dimostrano i frammenti e il bozzetto rimasti del suo perduto capolavoro: “Le déjeuner sur l’herbe”.
Ed è sorprendente che, nelle difficoltà di una vita povera e dolorosa, il genio di Monet abbia sempre saputo attingere dalla natura impressioni di una felicità così inalterabile e radiosa. Senza mai  concedere nulla al gusto corrente, alle pretese della critica contemporanea, Monet proseguì per la sua strada, sostenendo la parte di guida nel gruppo degli Impressionisti, contribuendo ad organizzare la loro prima mostra nel 1874.

Donne in giardino

Alla fine, la sua costanza e il suo genio furono premiati: dopo il 1890 la sua pittura ottenne tutti i riconoscimenti ufficiali e nel secolo nuovo, quando Monet si ritirò, ormai vecchio a Giverny, non dipinse che fiori e le famose,  innumerevoli ninfee del suo giardino, con una sensibilità e una perfezione stilistica che non hanno precedenti: tutti i pittori di Francia guardarono a lui come a un maestro da venerare.
Per Claude Monet, l’acqua è l’elemento fondamentale della pittura impressionista. Essa è costituzionalmente mobile e riflettente, tutto ciò che la sovrasta e la circonda vi si specchia, con i suoi diversi colori, influenzando tutto l’ambiente.

Per l’artista, l’acqua esprime il senso della relatività del nostro essere, non soltanto perché i riflessi variano continuamente, ma ancor più perché essa, pur presente e tangibile fisicamente, pur apparentemente sempre uguale, non è mai la stessa.
Le  ninfee di Monet sono, infatti, il punto d’arrivo di un’utopia progettata e realizzata nell’ultima stagione della sua vita, che dipingeva nel laboratorio, specialmente ideato, nel suo meraviglioso giardino.

 

La Grenouillère

Ristorante sull’isolotto di Croissy, sulla Senna.
In questo quadro la natura, invece di essere rappresentata come qualcosa  di distaccato da noi, vive in tutta la sua mobilità e dinamicità e noi viviamo in mezzo ad essa. L’acqua è la  protagonista della scena, poiché esprime la relatività dell’essere: come noi cambiamo continuamente anche l’acqua  non è mai la stessa.

                 

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Giovanni Boldini

 

 

 

 

Giovanni Boldini

(1842-1931)

Confesso di non essermi mai imbattuta in  questo artista che, solo recentemente ho avuto modo di conoscere e le cui opere mi hanno lasciato un certo non  so che d’intrigante.
Riguardando i Blog ho visto che in passato (2010) Flavio trattò l’argomento, in modo egregio. Non mi sembra, pertanto, inutile aggiungere qualche altro elemento, in merito ad  alcune tra le sue opere più significative  per conoscere le vostre impressioni ed emozioni, se ve le suscitano.
Mi ha colpito,intanto, la modernità di questo pittore.

 

Boldini dipinge donne bellissime ed elegantissime, affusolate e sontuose, e lo  fa con grande sapienza. I volti sono straordinariamente realistici e resi nei minimi dettagli (si intuisce perfino il colore blu delle vene sottopelle), la luce è dipinta con una maestrìa rara, e gli abiti sono dipinti con pennellate ora cariche, ora più leggere, ma sempre veloci e sapienti, quasi un guizzo che fa intuire più che descrivere.

Il risultato è la leggerezza: sembra di sentire il fruscìo di sete e chiffon. Anche le gondole di Venezia sono solo una pennellata, ma che arte!
Alla fine dell’Ottocento impazzerà, da qualche tempo, quell’euforia di frivola mondanità estrema, fatta di mode e di vizi, di eccessi e di bellezze esuberanti, di locali à la page, di giochi di seduzione e ambiguità di costumi. Se ci fu un artista che seppe immortalare questo spirito edonista della Belle Epoque fu proprio Giovanni Boldini, il Ferrarese Parigino, le parisien per eccellenza, quintessenza del peintre mondain che, dopo aver metabolizzato la tradizione ferrarese rinascimentale, il colorismo veneto  e la rivoluzione dei macchiaioli, scelse di asservirsi alla febbre contagiosa dell’alta società, inseguendo da vicino e in presa diretta la febbricitante mondanità di Parigi, dove visse per oltre trent’anni e dove morì nel 1931 a 89 anni. Proprio in questo sta la grandezza estetica di Boldini, un pittore padrone di una maestrìa tecnica tale da farsi bastare pochi tratti e solo alcune pennellate per lasciare, all’occorrenza, lo spettatore a bocca aperta, esteticamente coinvolto, quasi preso da una sindrome stendhaliana, all’interno di quel mondo fatto di luccichii e lustrini che egli effigiò.
I suoi meriti, tuttavia, non si esauriscono qui, vanno ben oltre l’impatto puramente estetico.
Piccolo, tarchiato, per niente avvenente, Boldini seppe perfettamente godersi la propria vita e le opportunità che Parigi poté offrirgli.

Sin dagli esordi fiorentini, in quegli anni della seconda metà dell’Ottocento, che lo videro lavorare spalla a spalla con il gruppo dei macchiaioli, come dimostrano le sue opere iniziali, e ancor più nel mondo parigino altisonante, nel quale arrivò stabilmente sul finire dell’Ottocento, la joie de vivre e la leggerezza dell’essere non l’abbandonarono mai, come traspare in ogni sua tela e in ogni suo tocco.

Accanto alla copiosa produzione di cui abbiamo parlato, affiancò una serie di vedute delle città che visitò, ma non mancò di rappresentare anche la vita all’aperto, quella delle rive della Senna e della campagna francese.
La Grande Strada a Combes-la-Ville  esemplifica bene il bottino che Boldini strappò agli Impressionisti.
Questo cielo, già illuminato dalla luce reale di un assolato pomeriggio primaverile, ha come
contrappunto un’atmosfera più cupa, ma strepitosamete reale, nella Passeggiata mattutina, dove quel cielo grigio che preannuncia il temporale convive con una figura che, per contro, mostra molte leziosità, ma meno aderenza al reale

 

 

 

 

 

 

 

Un segno, un tratto, pochi gesti per delineare una figura, e poi ancora la messa a fuoco su un particolare, un oggetto, un volto, una mano.
Tutto il resto è segno, puro movimento. Lo stesso movimento protagonista delle rappresentazioni di cavalli, suo soggetto ricorrente, ma soprattutto dell’affascinante Notturno a Montmartre (Cavalli di notte) dove, dall’oscurità di un fondo bruno, emerge l’efficace movimento di una carrozza in corsa.
Bellissima La cornice dorata nella quale è protagonista niente altro che una semplice cornice, unico elemento definito e a sua volta incorniciato da una schiera di segni e pennellate veloci ma  ben studiate

Altra opera di Boldini, molto particolare: Il bimbo con il cerchio, dove il tratto tipico del pennello del pittore riesce a cogliere la frustrazione di un fanciullo strappato dalla madre al proprio gioco.
Infine, L’Amazzone (Alice Réginault a cavallo). La migliore caratteristica di questo dipinto sta nell’assoluta disinvoltura di Boldini nel combinare, senza remore, un paesaggio fatto di stesure di colore.

 

Quasi campiture orizzontali sovrapposte, anticipazione di tante correnti contemporanee, ed un piccolo barboncino in corsa, che pare essere stato rubato da un  dipinto rococo.
Il quasi assoluto piacere estetico che ogni dipinto dell’artista esprime, contribuisce, senza alcun dubbio, a dimostrare la fama  che Boldini riscosse presso i contemporanei.

 

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ARTE : I quadri della nostra amica!!

Arte

Gif Separatori - verrde centro viola

I quadri della nostra amica Lieve

I dipinti di Lieve  sono ad olio, di  varia grandezza , che non superano i  60X70 cm., e si ispirano a diversi grandi  della pittura, (anche se qualcuno ha tutti i crismi dell’originalità).

Lasciamo ogni commento  agli amici di Eldy, e del Bosco in particolare, che sapranno sicuramente esprimere le loro emozioni. Eccone alcuni esemplari.  Giovanna3.rm

Lieve -signorina

Lieve -il porto visto dal mio terrazzo

Lieve -ortensie

Lieve - serata deludente

Lieve - un sogno

Lieve - fiore

Lieve -cesto con frutta bacche  e foglie

Lieve - tralcio di ortensie secche

Rubrica

Gio'

Sabry

Gif Separatori - verrde centro viola

L’Artista della carta

 

 

 

 

 

 

 

Un noto bibliotecario, Clark Powell, e autore di oltre 100 libri, sosteneva che “I libri sono veramente cose morte, a meno che la loro lettura non li riporti in vita”.
Non la pensa sicuramente così Su  Blackwell, l’artista della carta, che fa di questo materiale povero creazioni uniche con citazioni fantastiche e folcloristiche.
Pagine incise, intagliate, sminuzzate,  prendono vita e danno luogo a magiche scenografie, regalando fiabe e sogni.
Castelli illuminati da una pallida luna, o bimbetti che parlano con gli animali del bosco, sono i protagonisti  di racconti delicati ed effimeri come la materia di cui sono composti.
Rappresentano la fragilità della condizione umana, dei suoi sogni e speranze. Fragilità di carta, appunto.

 

Su prende un  libro e lo trasforma in poesia, sceglie un paragrafo o un’immagine del testo, poi inizia un finissimo lavoro di cesellatura e taglio della carta. Le sue fonti di ispirazione sono le favole e il folclore: non poteva sfuggirle Alice, intagliata nel libro di Lewis Carroll. Ha inoltre prodotto alcuni complessi modelli  tratti dalle Fiabe di Hans Christian Andersen, ricreando alcuni edifici dalle pagine di una guida turistica. Tale passione è nata in Su Blackwell, Londinese, nel corso  di un suo viaggio in Thailandia, dove la carta viene  usata per cerimonie spirituali.


Usare la carta, così delicata, e trasformarla in un processo irreversibile, è per l’artista il simbolo della precarietà del mondo in cui viviamo e della fragilità della nostra vita, dei sogni e delle ambizioni. I suoi personaggi preferiti sono le bambine, per il loro senso di vulnerabilità ma anche per la loro visione delle cose.

 


Anche se l’intento può sembrare un po’ malinconico, l’effetto-stupore che se ne ricava è totale. Colpisce soprattutto la sua capacità di creare un’atmosfera magica e fantastica intorno ai lavori tratti da libri, e  di saper trasmettere questa sensazione a chi guarda le sue opere.

Le sue doti artistiche di scultrice e  interprete hanno affascinato anche il mondo della Moda, tanto che due riviste importanti come “Harper’s Bazaar” e  “Vogue” le hanno dedicato un servizio. Intanto Su Blackwell continua a farsi conoscere.

 

 

Aprire un libro con lei è come far fiorire una storia, entrarci dentro, essere risucchiati dalle pagine, vedere gli alberi che crescono sopra di noi, castelli che si ergono maestosi, farfalle che prendono il volo. E’ come se i personaggi e il paesaggio delle storie, intrappolati nelle pagine  per molto tempo fossero stati improvvisamente liberati.

 

 

 


 

 

 

 

L’ Arte del Paleolitico

 




 

 

 

 

 

L’ Arte del Paleolitico è una finestra su un mondo perduto. Ci mostra gli animali preistorici, nel caso specifico le Faune Pleistoceniche,  con gli occhi di coloro che  li videro nella loro quotidianità .

 

Particolare della Grotta di Lescaux, 19.000-15.000 a.C – Rinoceronti

 

“Da Altamira in poi tutto è decadenza”,  diceva Pablo Picasso e “nessuno di noi è in grado di dipingere così bene”.  In effetti, guardando l’ arte della Preistoria con i nostri occhi moderni, riusciamo a scorgere tutte le caratteristiche che fanno dell’ Arte della Preistoria un’ arte… contemporanea:  gli animali sono perfettamente riconoscibili,  trasmettono forza,  energia,  vitalità,  spesso sono state sfruttate le sporgenze delle rocce per renderli tridimensionali. Alcune figure sono enormi. Gli animali possono essere descritti con poche linee essenziali, a volte diventano astratti e spesso sono accompagnati da simboli,  a cui non sappiamo più dare un significato. Ma le immagini sono anche molto misteriose e, come gli animali estinti che spesso hanno ritratto, l’ unica cosa che sappiamo è ciò che riusciamo vedere in apparenza. Poi c’è tutto un mondo segreto,  legato ai simboli,  alla comunicazione più profonda che non riusciamo più a capire: non sappiamo esattamente cosa queste immagini volessero comunicare .

 

Il celebre “cavallo cinese” di Lescaux . 19.000-15.000 a.C.

L’ arte del Paleolitico europeo è l’ arte rupestre per eccellenza,  quella delle caverne di Chauvet (33.000-29.000 anni fa), Cosquer (25.000-20.000 anni fa), Lascaux (19.000-15.000 anni fa) e Altamira (15.000-11.000 anni fa). In Europa l’arte delle caverne, appare singolarmente concentrata nell’area Franco-Cantabrica,  con poche testimonianze in Italia e nel resto della Penisola Iberica.
 La conservazione eccezionale dell’ arte paleolitica dell’ area Franco-Cantabrica,  la si deve ad una serie di fattori fortunati di carattere geologico e climatico che hanno sigillato le grotte con l’ accumulo di detriti e pietrisco, che ne hanno ostruito gli ingressi alla fine del Pleistocene, mantenendo all’ interno condizioni stabili di temperatura e di umidità.  Gli uomini che hanno concepito questi capolavori erano prevalentemente nomadi, vivevano di caccia, pesca e raccolta.  Dipendevano in tutto e per tutto dalla natura e dagli animali, anche per le costruzioni delle loro abitazioni che erano semplici capanne costruite con pelli,  ossa di animali,  frasche. Nell’ arte del Paleolitico, si distinguono due categorie fondamentali di opere:
1. L’ arte rupestre o parietale. Comprende incisioni,  pitture e rilievi eseguiti sulle pareti o sui soffitti delle caverne, molto raramente sulle pareti sotto le rocce o su superfici rocciose all’ aperto. L’ arte parietale è documentata con una straordinaria ricchezza   nella Francia Sud-Occidentale  (Aquitania e Pirenei ) e Spagna Settentrionale (Asturie, Cantabria, Paesi Baschi ),  dove si sono scoperte più di 160 grotte con capolavori del Paleolitico. Al di fuori della Francia e della Penisola Iberica è molto difficile trovare grotte con arte rupestre paleolitica. In Italia ne sono documentate una decina,  tra cui la Grotta del Caviglione ai Balzi Rossi,  la Grotta Paglicci nel Gargano,  la Grotta Romanelli nella Penisola Salentina, il Riparo Romito di Papasidero in Calabria, Cala Genovese sull’ isoletta di Levanzo, l’ Addaura e la Grotta Niscemi presso Palermo,  la Grotta Fumane sui Monti Lessini.

Graffito nel Riparo Romito di Papasidero, – CS – 19.000- 10.000 a.C.

2. L’ arte mobiliare che comprende piccoli oggetti e manufatti raggruppabili in quattro categorie principali:  ornamenti (pendagli, rondelle, figure intagliate nell’ osso e nel corno di renna);  armi e utensili (arpioni, propolsuri, zagaglie,  bastoni forati,  decorati con incisioni,  rilievi o piccole figure di animali scolpite a tutto tondo); placchette in pietra o in osso con figure incise; statuette di animali o umane in pietra,  in osso, corno,  avorio e argilla.  A differenza dell’ arte parietale,  l’arte mobiliare è presente in tutta Europa.

 

La splendida statuetta rappresenta un bisonte. La Madaleine, Francia 20.000-12.000 a.C. ,
Musée des Antiquités Nationales, St. Germain en Laye

 

Le tecniche pittoriche

 

I cacciatori nomadi o semi-nomadi che hanno concepito questi capolavori,  li hanno eseguiti con ciò che la Natura metteva a loro disposizione .
In alcuni casi le incisioni o le pitture sono state eseguite nei pressi dell’ ingresso delle caverne,  dove la luce riusciva a illuminare l’ interno,  ma nella maggior parte dei casi,  le opere venivano realizzate nel ventre delle caverne,  in luoghi bui e di difficile accesso.  Gli artisti disponevano quindi di un’ illuminazione artificiale.  Diversi ritrovamenti archeologici documentano quali fossero i mezzi utilizzati:  lucerne di pietra, alimentate dal grasso  animale, con uno stoppino fatto di licheni,  muschio,  corteccia o ramoscelli. Le lucerne  rinvenute nelle grotte,  sono numerose. L’ artista sceglieva il luogo dove dipingere le sue immagini tenendo conto della morfologia generale della caverna,  sfruttando sporgenze o fessure che potessero ricordare forme animali o parti del corpo animale. Per le incisioni veniva utilizzato un bulino di selce dalla punta robusta. Le immagini dipinte venivano realizzate solamente con il contorno,  oppure con l’ utilizzo di uno o due colori per riempire lo spazio all’ interno della figura. A volte il contorno veniva tracciato prima a incisione,  poi veniva colorata la figura. In altri casi si colorava prima l’ immagine e poi veniva rifinita incidendo tutta la figura o solo alcune parti. I colori utilizzati erano pigmenti naturali : minerali terrosi come le ocre per i colori dal giallo chiaro (limonite) al rosso chiaro (ocra rossa , ematite) al bruno scuro (ocra rossa mescolata al biossido di manganese),  il nero veniva fatto con carbone di legna o il biossido di manganese. Il blu e il verde non sono documentati nell’ arte paleolitica,  il giallo e il bruno sono più rari rispetto al nero e al rosso. Ai colori si univa un legante:  acqua,  grasso animale,  uova. Il colore veniva steso con un pennello ( il suo uso ha lasciato tracce ben visibili ),  con le dita ( su alcuni dipinti si notano le impronte digitali ) e con la tecnica dello “spruzzo”:  l’ ocra rossa o gialla veniva masticata e poi soffiata o sputata sulla parete,  in modo da ottenere un riempimento della figura a tinta piena, oppure poteva essere eseguita riempiendo un tubicino di osso riempito di colore. Un altro modo per dipingere le figure era l’ utilizzo di un batuffolo di pelliccia,  soprattutto quando si voleva sfumare il colore. A Lascaux e Altamira è stata utilizzata spesso questa tecnica.

 

Uno dei bisonti di Altamira – 15.000-11.000 a. C.
                                                 

Gli animali e il loro significato

L’ arte del Paleolitico comprende tre temi:  gli animali,  i segni e le impronte di mani,  le rare figure antropomorfe. Di questi,  le figure antropomorfe e le impronte delle mani possono anche non essere presenti,  i segni possono essere poco frequenti  ma ciò che non può mai mancare sono gli animali,  i soggetti per eccellenza dell’ arte preistorica. Gli animali ritratti sono spesso erbivori,  mentre i carnivori,  i pesci e gli uccelli sono abbastanza rari .

Leroi-Gourhan, un grande studioso dell’ arte del Paleolitico,  ha dimostrato che nel bestiario dell’ arte preistorica c’è una chiara gerarchia figurativa. L’ animale più rappresentato è stato il cavallo,  che è presente in quasi tutti i complessi di arte parietale. Il secondo gruppo comprende invece i Bovidi,  specialmente il bisonte e l’uro (Bos primigenius). Cavallo e Bovidi sono il tema centrale dell’ arte del Paleolitico.  Un terzo gruppo è costituito da animali che lo studioso ha definito “animali complementari”.  I più raffigurati di questi sono il cervo e la cerva.  E’ interessante notare che nei complessi di arte parietale con animali di clima freddo come il mammuth,  il rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis) o la renna,  è ugualmente presente il cervo,  animale di clima temperato. Segue poi il mammuth,  presente in tutta l’ area Franco-Cantabrica,  ma assente in Italia e nel Sud della Penisola Iberica. In alcune caverne è comunque l’ animale più raffigurato ( Pech Merle, Chabot, Arcy).  Dopo il mammuth gli animali più rappresentati sono lo stambecco e la renna. Animali poco rappresentati e ritratti nelle parti più profonde e inaccessibili delle grotte,  sono il leone delle caverne  (Panthera spelea),  l’ orso e il rinoceronte lanoso. Eccezionale il caso di Rouffignac,  dove il rinoceronte lanoso costituisce più della metà di tutte le figure dipinte.
Ancora più rare sono le figure mostruose o fantastiche (figure antropomorfe con testa di animale),  pesci e uccelli.

 

Rinoceronti lanosi


 

 Leoni delle caverne – Grotta di Chauvet- 33.000-29.000 a.C. 

La Grotta di Chauvet però ha un bestiario molto differente rispetto a quello tradizionale dalle caverne dell’ area Franco-Cantabrica.   Nella composizione del bestiario paleolitico vi sono così delle sensibili variazioni regionali. Se la coppia cavallo e bisonte o uro è il tema dominante dei Pirenei,  in Cantabria lo è quello di cavallo e cervo o cerva. Se la renna nel periodo più antico è assente nei Pirenei, in un periodo più recente del Paleolitico aumenta di importanza in tutte le regioni. Il merito di Leroi-Gourhan è comunque quello di avere dimostrato che le figure degli animali nell’ arte paleolitica non sono casuali, ma seguono uno schema logico.

Un raro esempio di animale ferito, nell’ arte paleolitica.Lascaux 19.000-15.000 a.C.

 

L’ interpretazione dell’ arte parietale come espressione di riti connessi alla magìa propiziatoria della caccia è ormai decisamente respinta, perchè questa tesi è smentita dal confronto tra il bestiario dipinto e la fauna che effettivamente era cacciata dagli uomini del Paleolitico Superiore e che conosciamo attraverso l’ analisi delle ossa accumulate tra i rifiuti dei pasti fossilizzati. Inoltre,  il numero delle specie rappresentate nell’ arte paleolitica è di molto inferiore rispetto alla varietà faunistica che viveva in Europa a quei tempi,  dimostrando che agli artisti non interessava rappresantare la fauna,  ma solo determinati animali, i quali non svolgevano necessariamente un ruolo di primo piano nella vita quotidiana. Inoltre,  gli animali feriti nell’ arte preistorica,  sono meno frequenti di quanto si pensasse:  appena il 4% di tutte le immagini di animali e si tratta soprattutto di cavallo e bisonte. Per Leroi-Gourhan l’ arte del Paleolitico è un gioco costante di associazioni simboliche. Il tema fondamentale sarebbe la coppia cavallo ( maschio) e bisonte/uro  (femmina),  mentre gli “animali complementari” accompagnerebbero la coppia primordiale.  L’ arte esprimerebbe una cosmologia,  quella dei popoli cacciatori del Paleolitico Superiore,  centrata sulla divisione della natura in elementi maschili e femminili,  il cavallo e il bisonte rappresenterebbero quindi i due principi vitali,  opposti ma complementari senza i quali non ci sarebbe vita. J.D. Lewis-Williams, dell’ Università di Witwatersrand,  Johannesburg,  ritiene che l’ arte del Paleolitico abbia un ruolo sciamanico e sarebbe nata per commemorare le esperienze e le visioni degli sciamani in trance: gli animali dipinti sarebbero stati ritenuti dotati di poteri particolari,  come per esempio curare le malattie o portare prosperità e benessere alla comunità.  Le pitture diventerebbero fonte esse stesse di poteri particolari, servendo agli sciamani per orientare le loro visioni.

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Le ceramiche di Caltagirone

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LE CERAMICHE DI CALTAGIRONE


Una tradizione millenaria. le testimonianze archeologiche di una produzione ceramica locale, risalenti al VI millennio Caltagirone - Vaso potiche  maiol. coper. - celeste-beigea.c. sono state restituite dagli scavi nei villaggi limitrofi, intorno all’abitato di Caltagirone. Successivamente, l’influenza greca si manifestò, oltre che nell’organizzazione sociale, anche nell’attività artigianale della produzione di terrecotte. I ceramisti locali appresero dai Cretesi l’introduzione del tornio, rivoluzionando l’antica Caltagirone - Alzatina in ceramica multicoloreattività  della ceramica. L’esempio più significativo della produzione di Caltagirone, testimonia gli stretti legami con la cultura Greca.E’ il cratere a figure rosse, risalente al V secolo a.C., conservato presso il Museo della Ceramica che ne  dà il via. Dopo un lungo periodo di decadenza, quello della dominazione romana e bizantina, arrivarono gli arabi.Conquistata la Sicilia nell’827, gli arabi si stabilirono a Caltagirone ed innestarono nella produzione  nuove tecniche e  decori che avevano appreso nel lontano Oriente, determinando un forte rilancio dell’artigianato  ceramico locale. Furono gli arabi, per esempio, che introdussero la Caltagirone  -  Piatto ottagonale decor. fruttatecnica dell’invetriatura del vasellame, che da Caltagirone si diffuse prima in Sicilia e poi nel resto d’Italia. Sono infatti calatine e siciliane le più antiche protomaioliche italiane,  e di esse splendidi esempi sono conservati nel Museo della Ceramica di Caltagirone. L’originalità dell’arte ceramica calatina,che non aveva mai smesso di primeggiare fra le diverse fabbriche isolane, fu particolarmente apprezzata dai Caltagirone - Gufo in ceramica beigeregnanti Normanni che ne incoraggiarono lo sviluppo. Già a partire dal XIV secolo, gli artigiani calatini godono di una meritata fama in tutta l’area del Mediterraneo, e ciò  favorirà  la loro produzione ovunque. Ciò grazie anche al privilegio concesso da Alfonso d’Aragona che nel 1432 consentì il commercio delle ceramiche di Caltagirone in tutte le città demaniali. Gli artigiani, che già godevano della possibilità di trarre da vaste cave d’argilla la materia prima del loro lavoro, e dal vicino Bosco di Santo Pietro la legna per ardere le proprie fornaci, poterono così affermarsi come i più importanti e qualificati produttori isolani di ceramiche. I decori sembrano Caltagirone - Gatto in ceram. artist. giallo-nerorichiamarsi alla fastosa arte del tessuto e del ricamo siciliano, i colori – dapprima il manganese, poi il verde, i ramina, il giallo arancio ed il blu cobalto – a quelli del luminoso paesaggio siciliano.Già in quel periodo i  pavimenti furono una delle tipologie che affermarono Caltagirone. Ciò permise di  arricchire i saloni dei palazzi dell’aristocrazia e le navate delle chiese. Gli artigiani, inoltre,  impiegarono  una ricca policromia per la produzione dei vasi. Il Settecento segna il periodo di Caltagirone - Gattino in ceramica blu-bianco-giallo - Caltag.maggiore sviluppo e diffusione della ceramica di Caltagirone, fino ad identificarsi quasi con essa. Il terribile terremoto del 1693 che seminò il lutto nell’intera Val di Noto, distrusse chiese e sbriciolò palazzi, e con essi il vasellame e le vettovaglie. Il terribile evento, tuttavia,  non piegò i calatini.  Furono chiamati i più importanti architetti del Regno che disegnarono il volto barocco della città, che ancora oggi è possibile ammirare. Costituiscono esempi significativi la facciata della chiesa di S.Pietro, il Caltagirone - Piatto da parete in ceram. multic.balcone Ventimiglia, l’ingresso del Museo della Ceramica e, in tempi più recenti, la scalinata di Santa Maria del Monte ed il Cimitero Monumentale, che ospita al suo interno eleganti cappelle gentilizie, rivestite in terracotta (prevalentemente realizzate dalla fabbrica Velia), alla quale si devono anche alcune ville Liberty della Città. Candelieri, vasi, lucerne, calamai, formelle per dolci, sono solo alcuni esempi di come si sia sbizzarrita la capacità creativa degli artigiani di Caltagirone. Nelle loro cento e più Caltagirone - Barattolo in ceramica per caffèbotteghe l’argilla viene plasmata anche per la creazione di eleganti sculture che rappresentano personaggi e scene della vita quotidiana. I presepi di Caltagirone non si rifanno ad un contesto sfarzoso, come in quelli napoletani, ma raffigurano, con grande semplicità ed una minuziosa cura dei particolari, scene di vita popolare.A questa tradizione ogni anno, a Natale, è Caltagirone - Fruttiera in ceramica policromadedicata una mostra che raccoglie la migliore produzione: dalla preistoria fino ai tempi recenti. La Scuola di ceramica vi radunò i più autentici interpreti dell’antica tradizione,  trasmettendo agli studenti – i segreti e la passione per un’arte antica, efficace testimone di una cultura millenaria.

Giovanna3.rm

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Rubrica 2 V

Gio 3. V

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Omaggio a Lieve !!

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In  omaggio alla nostra cara amica Lieve,  presentiamo alcuni dipinti del  pittore contemporaneo che  lei predilige.


Con affetto, da parte della Redazione del Bosco e degli amici

Eldyani che lo frequentano.

Sono opere di Lucien Freud, nipote di Sigmund Freud, grande pittore figurativo, molto particolare e intrigante.
I suoi nudi sono scabrosi, quasi sempre dipinti in tre zone erogene: il volto, il sesso, i piedi.
Egli scrisse una volta: “Cosa chiedo a un dipinto?  Voglio che sia carne,  gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre, convincere”.
E’ morto recentemente a 88 anni, nella sua casa di Londra, il 21 luglio 2011.


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Lucian Freud - Donna con cane bianco

Lucian Greud - Uomo con il suo caneLucien Freud - Nudo di donna

Lucien Freud - Nudo di Uomo- Probabilmente suo autoritratto

Lucien Freud - Nudo di donna bionda

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