Archive for novembre, 2014

LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

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Era cresciuta in fretta questa bambina, diventata presto donna in un ambiente ostile e ricco di insidie per una ragazzina che, per il suo sviluppo precoce, dimostrava qualche anno in più della sua vera età.

Anita Garibaldi ragazzaAnita da ragazza 

 

Anha, questo il nome della ragazzina, era di mente sveglia e aveva capito subito come reagire alle insidie che le si erano presentate già nell’età dell’adolescenza; aveva imparato a difendersi reagendo senza indugio fin dalle prime occasioni.

Di indole ribelle e anticonformista per eccellenza aveva imparato a cavalcare, non usava la sella e si esibiva in lunghe irrefrenabili galoppate per sfogare la sua rabbia e la voglia di rivolta.

Anita amazzone

Anita  amazzone 

 

Al mare faceva il bagno nuda, senza curarsi della reazione scandalizzata dei presenti e della sua mamma che la rimproverava aspramente ma lei non se ne curava: era ribelle in tutto. In una occasione nella quale un uomo le si avvicinò e cercò appena di afferrarla, si può capire con quali poco lodevoli intenzioni, lei reagì colpendolo con calci e pugni e il malcapitato dovette battere in ritirata bastonato e umiliato. L’individuo era stato servito anche per il caso che avesse avuto la malaugurata idea di tentare una seconda volta.

 

Anita Garibaldi guerrigliera

Anita guerrigliera

 

Siamo in Brasile, terra di conquiste e rivoluzioni, negli anni tra il 1830 e il 1840 e Anha era stata influenzata e iniziata da uno zio agli ideali di giustizia sociale e ai discorsi politici per cui si era creata una forma-mentis da ribelle reazionaria in difesa della libertà.

Tutto questo non mancò di suscitare attorno a questa ragazza che si affacciava alla vita, numerose maldicenze e la madre, nella speranza di riportarla alla ragione e alla normalità, le impose, a soli 14 anni, il matrimonio con un calzolaio di Laguna, il paese dove abitavano. Fu una pia illusione, perché non sempre il matrimonio, per di più se imposto, può essere la soluzione giusta per calmare uno spirito ribelle per natura che cercava, a modo suo, la soluzione per la propria vita.

 

Anita  in difesa della libertà

Anita in difesa della libertà

L’anno successivo, correva l’anno 1835, proprio a Laguna scoppiò la rivolta detta degli “straccioni” e Anha guardò con ammirazione le gesta dei ribelli sognando di emularli e partecipare lei stessa al loro fianco. Lotte e battaglie durarono 4 anni e finalmente, nel 1839, i rivoltosi conquistarono la città.

 

Giuseppe Garibaldi

      Giuseppe Garibaldi

 

Numerosa fu la partecipazione degli abitanti che si recarono in chiesa per intonare il “Te Deum” nella messa di ringraziamento al Signore. Fu in quella occasione che Anha incontrò l’uomo della sua vita, un bell’uomo venuto da oltre oceano in aiuto dei rivoltosi: quell’uomo si chiamava Giuseppe Garibaldi e fu un incontro fatale per entrambi. Si ritrovarono di nuovo già il giorno successivo, Peppino la fissò intensamente negli occhi e pronunciò in italiano la frase “Devi essere mia”. Sarà stata la sonorità della lingua italiana (Giuseppe Garibaldi non conosceva ancora bene il portoghese) o forse la fermezza delle parole seppure pronunciate con dolcezza a convincere Anha a legarsi a lui per non separarsi mai più.

 Immagine di Anita ancora in Brasile

Anita 

Due animi molto simili si erano trovati e avevano unito i loro cuori, era nato un amore di quelli pieni di sentimento e di incontenibile passione e ardore amoroso. Peppino volle trasformare il diminutivo del nome portoghese Anhina in quello spagnolo di Anita ed è quello che la storia riporta fino ai giorni nostri: Anha Maria de Jesus da Silva nota come Anita Garibaldi.

Garibaldi e Anita con piccolo in braccio as cavallo

Garibaldi e Anita a cavallo con figlio in braccio 

Anhina abbandonò il marito e da quel momento divenne la compagna inseparabile del Generale Garibaldi, lo seguiva nelle sue battaglie e combatteva al fianco dei suoi uomini, sia nelle battaglie terrestri che negli attacchi navali.

In una battaglia combattuta nel 1840, Anita cade prigioniera delle truppe imperiali ma, con molta scaltrezza, riesce ad intenerire il comandante brasiliano implorandogli di concederle di rivedere per l’ultima volta il cadavere del marito nel campo di battaglia. Anita riesce ad eludere la sorveglianza delle guardie, si impossessa di un cavallo e fugge al gran galoppo per ricongiungersi con il suo amato Peppino, attestatosi con il suo contingente sulle rive del Rio Grande.

 

La Famiglia di Garibaldi a Montevideo

 

A settembre nasce il loro primo figlio al quale viene imposto il nome Domenico ma che, per volere di Garibaldi, verrà ricordato come Menotti in onore del patriota italiano.

Pochi giorni dopo il parto Anita riesce a sfuggire ad un nuovo tentativo di cattura: i soldati imperiali tentano di circondare la casa dove si trova Anita ed uccidono gli uomini lasciati da Garibaldi a difesa. Anita con molta tempestività e destrezza riesce a fuggire da una porta secondaria, o forse da una finestra, e con il neonato in braccio sale in groppa ad un cavallo e fugge precipitosamente nel bosco. Ancora una volta la sua abilità di cavallerizza riesce a salvarla. Resta nascosta per quattro giorni, allattando il suo piccolo ma senza alimenti per lei, finché non viene ritrovata da Garibaldi e i suoi.

 

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La situazione della rivoluzione brasiliana era divenuta ormai insostenibile soprattutto per una coppia che ha messo su famiglia. Peppino e Anita prendono congedo dalla guerra e nel 1841 si trasferiscono verso sud, a Montevideo, in Uruguay. Il 26 marzo 1842 Anita e Peppino si sposano nella Parrocchia di San Francesco d’Assisi facendo, molto probabilmente, carte false perché Giuseppe Garibaldi dovette dichiarare, assumendone la responsabilità, di avere notizie certe sulla morte del precedente marito di Anita.

 

La Famiglia Garibaldi

 

In Uruguay vi rimangono sette anni prima di trasferirsi poi in Italia. In quegli anni nascono Rosita (1843), Teresita (1845) e Ricciotti (1847). Si può dire che si erano imborghesiti perché il Grande Generale si guadagnava il sostentamento della famiglia impartendo lezioni di francese e matematica.

Ma negli animi ribelli lo spirito guerriero non si spegne mai e, nel 1848, alle prime notizie dei movimenti rivoluzionari in Europa, il richiamo era troppo forte e la famiglia Garibaldi si trasferisce in Italia. Partirono prima Anita con Teresita e Ricciotti (Rosita era morta a soli due anni), sbarcano a Genova e verranno ospitati a Nizza dalla madre di Garibaldi. Giuseppe la raggiunge con Menotti, qualche mese più tardi.

Anita morente trasportata da Garibaldi

Anita morente trasportata da Garibaldi

 

Le vicende delle loro battaglie in Italia fanno parte della storia del nostro Risorgimento ma di questo possiamo parlarne in un’altra occasione. Possiamo ricordare che Anita, nuovamente incinta, morì il 4 agosto 1849 a Mandriole di Ravenna durante una precipitosa ritirata dopo una sconfitta subita dal contingente di Garibaldi da parte dell’esercito austriaco intervenuto in difesa delle forze papali. Fu un duro colpo per l’eroe dei Due Mondi che era veramente innamorato di Anita. Si racconta che non volesse lasciarla e, piangendo, continuava a stringere nella sue mani il polso di lei. Fu un suo fedelissimo luogotenente. Il Cap. Leggero, a convincerlo a riprendere la fuga prima dell’arrivo della Polizia Papalina e dell’Esercito Austriaco.

 

Anita in fin di vita arriva alla Villa Guiccioli a Mandriole di Ravenna

Anita in fin di vita arriva alla Villa Guiccioli a Mandriole di Ravenna

 

Anita fu frettolosamente sepolta nella sabbia allo scopo di nascondere il corpo alla perquisizione delle pattuglie.

Pochi giorni dopo la salma di Anita fu ritrovata e venne tumulata nel cimitero di Mandriole, poi subì diverse traslazioni: 10 anni dopo, alla presenza di Garibaldi, dei figli Menotti e Teresita e di alcuni fedelissimi tra cui Nino Bixio, fu prelevata e traslata a Nizza per una più degna sepoltura.

Gianicolo - Monumento ad Anita Garibaldi Gianicolo – Monumento equestre ad Anita

Solo nel 1932, per volontà del nipote Ezio, ultimogenito di Ricciotti, allora deputato del Parlamento Italiano, la salma fu traslata a Roma e deposta nel monumento equestre del Gianicolo che la ritrae nella veste di una valente cavallerizza in ricordo di una delle sue fughe raccontate proprio in questa pagina.

Anita ebbe una vita breve ma vorticosa, morì che non aveva ancora compito 28 anni, 11 dei quali vissuti intensamente con il suo uomo: Giuseppe Garibaldi.

 

La lapide di AnitaLapide a ricordo di Anita Garibaldi          

 

Mi fermo qui e spero di non avervi annoiato. Mi son lasciato prendere la mano dalle ricerche Web per andare a scoprire particolari che a scuola non ci avevano detto.

Buona Domenica nel Bosco.

 

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 Richard Wagner- La Cavalcata delle  Valchirie

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Pensieri e non solo…!!

 

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 Tra i record battuti in Italia, c’è  da annoverare lo spreco dei farmaci. Ci permettiamo anche questo lusso, allorché  tre quarti del pianeta vorrebbe poterli  avere, ma  non se lo può permettere. In Italia, l’abuso di medicinali e lo spreco degli stessi è enorme.  Ogni anno si gettano  via 1Miliardo di pillole,  per un controvalore di 650Milioni di euro, facendo felici le varie case farmaceutiche, che ogni  anno producono un fatturato di circa 25Miliardi di euro. 

 

farmaci 1Farmaci in eccedenza

 

In tempo di spending review,  dobbiamo  riflettere seriamente su questo problema,  ovvero sulla cultura dello spreco che riguarda la sanità. Ogni famiglia, in media,  getta via  50 pillole all’anno (80euro),  un grave danno collettivo nascosto. Stime dell’agenzia Italiana del farmaco ( Aifa) evidenziano  che nei primi 9 mesi del 2012, in Italia la spesa relativa  ai medicinali, distribuiti attraverso le farmacie pubbliche e private,  è stata  di  19,2Miliardi di euro e,  di questi,   ben 15 a carico del servizio Sanitario Nazionale. Lo spreco è dovuto anche al  quantitativo di farmaci contenuti in ogni confezione.  Spesso accade che le  medicine prescritte  non si  assumono,  oppure solo  in parte.  Le cause possono essere di varia natura: ci si sente un po’ meglio,  quindi  si interrompe la terapia, oppure si avvertono effetti indesiderati e  si evita l’assunzione del farmaco, o per altri motivi correlati.  In tal modo si   determinano sprechi immensi,  non solo in ambiente domestico, ma anche lungo la catena di distribuzione e nei luoghi di cura (Ospedali, cliniche, case di riposo, campioni gratuiti, ecc…).

 Farmaci scadutiFarmaci scaduti

 

Si tratta, quindi,  di un danno economico ma anche ambientale, dal momento che   il 64,3% degli Italiani non depositano i prodotti scaduti o meno  negli appositi raccoglitori, che si trovano presso le varie farmacie, ma nelle pattumiere o,  peggio ancora,  li abbandonano nei terreni,  li gettano nei  lavandini e nei wc, niente di più sbagliato; ciò equivale a una piccola bomba chimica, che verrà  poi   disseminata sul territorio.

 

raccolta FARMACI(1)Raccoglitore presso le farmacie

 

Cerchiamo, invece, di prendere contatto con  Onlus  serie o con associazioni che si occupino di distribuire tali farmaci eccedenti, con cognizioni mediche,  a persone indigenti o facilitare le donazioni ad organizzazioni non  “Lucrative”, per utilità sociale  verso  i paesi poveri.
Un’iniziativa lodevole,  che si svolge ogni anno,  è la “ Giornata del farmaco”,  il secondo sabato di Febbraio in tutta Italia, che invita i cittadini a donare le medicine nelle farmacie convenzionate. Occorre, pertanto,  sensibilizzare sempre più l’opinione pubblica per un consapevole uso dei medicinali.

 

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Richard  Clayderman  – Sérénade de l’étoile

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Giornata eliminazione violenza contro le donne

 

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 Il 25 Novembre è la giornata dedicata all’eliminazione
della violenza  contro le donne.

 

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Alla luce degli avvenimenti, pressoché giornalieri, di uccisioni, stupri, stalking (in italiano: comportamenti reiterati di tipo persecutorio), e altre forme vessatorie, le donne, in pratica,  stanno constatando che nessun provvedimento, realmente serio e definitivo, sia stato ancora  messo in atto  per arrestare questo  perverso e disumano fenomeno.  La Giustizia commina spesso pene blande, pertanto gli autori di tali crimini sono prosciolti in tempi brevi e ripetono nuovi reati.
E’ assai sorprendente, ma non è stato ancora recepito il concetto che la donna vuole essere riconosciuta,  rispettata, vuole una sua identità, vuole scegliere come, quando e cosa fare, vuole conquistare il suo spazio psichico, sociale e fisico che le è sempre  stato negato. Vuole usare la sua energia per affermare una sua forma di pensiero e il metodo di conduzione della sua vita e delle sue scelte.
La specifica attenzione che dovrebbe essere rivolta ad un problema così scottante,  che si esplicita, in primo luogo, nel rispetto  verso ogni donna,  è latitante sia nelle scuole, nelle strutture pubbliche e  sociali ma, soprattutto, in seno alle famiglie. Da parte delle donne,  la sopportazione di tali iniquità è giunta al limite.

 

C’è un elenco,  scaturito da un sussulto di coscienza, da parte maschile, nei confronti della donna. Non  è mai stato chiarito  a chi sia attribuibile, da Shakespeare in giù. Lo evidenziamo qui di seguito.

 

*    Per tutte le violenze consumate su di lei,
*   Per tutte le umiliazioni,
*   Per la sua intelligenza che avete calpestato,
*  Per il suo corpo  che avete sfruttato,
*   Per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
*    Per la libertà che le avete negato,
*    Per la sua bocca che avete imbavagliato,
*    Per le  ali che le avete tarpato,

*   per tutto questo:

 

“IN PIEDI, SIGNORI, DAVANTI AD UNA DONNA!”

 

 

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Fausto Papetti  – Fascination

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

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Ho letto questo simpatico racconto inviatoci dall’amica Enrica Bosello per la pubblicazione nella nostra Buona Domenica e mi ha sinceramente commosso per la maniera dolce di esprimere sentimenti e sensazioni. Forse per questo non ho trovato le parole giuste per scrivere una adatta presentazione ma mi è venuto in mente questo sovratitolo:

 

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Tutti i giovedì pomeriggio alle ore 16 sono fuori della scuola, prendo il mio nipotino, Chicco e lo porto a basket, lo zaino della scuola, sul sedile di fianco al mio, sul sedile posteriore, lo zaino del basket, vicino a Chicco. “Nonna,” dice:

  • – “L’acqua da bere l’hai messa?, hai messo tutto?

  • – “Io? Non gioco a basket… non so cosa c’è dentro…”

  • – ”Non lo hai preparato tu?”

  • – “Nonna…cavolo, potevi guardare!!!” poi apre lo zaino, e trovando tutto dice: “Wau che colpo, nonna!!”

  • – “Lo ha preparato la tua mamma, ringraziala stasera”.

  • – “Nonna sono le 16 e 15 non puoi andare un po’ più veloce, arriviamo in ritardo, se vai come una lumaca!”

ragazzino con zainetto

 

Il nostro battibéccare continua, finché non arriviamo alla palestra, corre, lo chiamo, ma è già avanti, quando raggiungo la palestra, è già entrato nello spogliatoio, esce poco dopo con un altro ragazzino, mi guarda e sorride, è diventato un monello, mi mancano i momenti in cui si faceva coccolare, le nostre chiacchierate e i suoi abbracci.

Giocano tra di loro, lo chiamano riscaldamento, poi l’allenatore inizia a fischiare, parla con tutti i ragazzini e le ragazzine, non capisco cosa dice, le parole rimbombano nella palestra.

Si sentono le pallonate, il mio Chicco è il più magro e il più piccolo di tutti, ma si impegna, riesce anche a fare canestro, mi sembra ieri, che piccolo, piccolo era quasi sempre da me, ora invece, lo vedo molto poco…

 

palestra di basket

 

Lo chiamavo topo, ma ora si infastidisce quando lo chiamo così:

– “Nonna, sono grande adesso!!”

Avrebbe dovuto andare a prenderlo il papà, ma ha avuto un problema di lavoro, per cui sono andata ancora io, esce con passo lento svogliato, gli chiedo cosa sia successo, mi risponde che è stanco, deve ancora studiare storia.

Tornato a casa, in attesa che i suoi genitori ritornino, lo faccio studiare, ma è molto svogliato, mi arrabbio, alzo la voce, sbuffa ma non risponde, inizia di nuovo a leggere ad alta voce…

Dopo un po’ di volte, e qualche mio atto di nervosismo, ha saputo spiegare con parole sue il capitolo e ha risposto correttamente a tutte le domande.

 

ragazzo che fa i compiti

 

Soddisfatta, ho avuto la brutta idea di dire: – “Oh! Finalmente!”

Sono scesi due lacrimoni da quegli occhioni, mi ha guardato ed è corso in camera sua…

Ho aspettato un pò di tempo, poi sono salita a cercarlo, era sul letto, gli ho accarezzato la testa, e ho detto: – “Voglio solo vederti fare bella figura”, e l’ho lasciato solo.

Poco dopo è sceso, con un biglietto dove aveva scritto:

 

 

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Per un po’ nessuno dei due ha parlato, poi ha iniziato a farmi battutine, gli ho chiesto se mi aiutava a fare alcune cose, e dopo aver sistemato quello che dovevamo, senza motivo mi ha chiesto: “Nonna, se tu vincessi un trimiliardo di milioni di euro (Che non so cosa voglia dire) cosa faresti?”

-Ho risposto: – “Sono tanti soldi… ci devo pensare… ANDREI A SCUOLA!” – “Noooo! Nonna certo che sei strana forte”

  • – Sono strana?

  • – Direi, un pacco?

  • – Un pacco di cosa?

  • – Mi guarda dall’alto al basso, e poi con quel sorriso sornione mi dice, – “Non lo so…”

Mi sento in colpa per aver perso la calma, quelle due lacrime mi hanno colpito più di uno schiaffo.

Il mio ruolo è diventato quello di un tassista che va come una lumaca, che rompe le scatole, fa venire il mal di cuore, e che è un pacco di stranezza.

Mi è tornato alla mente un detto: “La scuola è per tutti, lo studio è per pochi…”

 

nonna che gioca col nipotino

 

Rientro a casa mia, il pensiero, torna alla mia insistenza affinché studiasse storia, il dubbio è… dovevo farlo io? Oppure potevo lasciar perdere.

Oggi c’ero io, ho fatto quel che ritenevo giusto, se non avessi perso la pazienza, non avrebbe mai finito di studiare… certo è che mi piaceva di più fare la nonna, qualche anno fa, quando mi correva incontro, quando si aggrappava alle mie maglie, e non voleva andare via, quando giocavamo insieme, e non dovevamo studiare.

 

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Giovanni Marradi – Had I Known (Se  l’avessi saputo)

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L’Angolo del dialogo

 

 

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http://www.mondoperaio.net/

 

 

Ho preso l’articolo dalla news letter di ADL (Avvenire dei Lavoratori), che mi giunge regolarmente. Mi sembra materia di attenta riflessione, soprattutto quando ne propone i temi una persona per bene come Alberto Benzoni, del quale mi onoro di essere amico.

 

 

“In Italia, mediamente, si vota molto di più che negli altri paesi d’Europa. Ma in Italia, come negli altri paesi d’Europa, si vota sempre di meno. Dobbiamo preoccuparcene? O, per essere più chiari, chi dovrebbe preoccuparsene?
Ai partiti, statene pur certi, la cosa non fa né caldo né freddo. Non mancano mai, dopo ogni tornata elettorale, le geremiadi sulla disaffezione, il discredito della politica, le sue ragioni, il futuro della democrazia e via discorrendo.

 

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Ma, passata la settimana di lutto, torna il “business as usual”. In un universo di riferimento in cui gli assenti hanno il torto fondamentale di non esistere.
In questo quadro la polemica contro Renzi, che non rappresenterebbe il 41 ma appena il 23% degli italiani, lascia il tempo che trova. Perché si potrebbe facilmente rispondere che, con lo stesso metro, Grillo è sotto il 15, Berlusconi sotto il 10 e l’opposizione di sinistra sotto il 3%; e perché, al dunque, conta il peso dei consensi veri e non il valore di quelli virtuali.

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Pure, di questa disaffezione crescente noi cittadini dovremmo preoccuparci. E non perché infici i “verdetti”, ma perché altera profondamente il rapporto tra partiti e politica.
Per capirci qualcosa, partiamo dal paese simbolo dei valori della democrazia liberale. Negli Stati Uniti la percentuale dei votanti tra gli aventi diritto al voto supera il 50% solo nel caso delle presidenziali, mentre per tutti gli altri tipi di elezione siamo a livelli nettamente inferiori a questa soglia. Diciamo che gli americani votano spessissimo ed hanno la possibilità di dire la loro su una grande quantità di problemi (dai referendum propositivi, alla nomina dello sceriffo o del procuratore locale, sino al diritto di revocare il mandato ai loro rappresentanti): ma votano poco.
Un fatto, ecco il punto, considerato assolutamente normale. L’anno scorso i democratici, e noi con loro, hanno esultato per l’elezione di De Blasio a sindaco di New York (la linea del “tax and spend” aveva dunque un futuro…). Ma nessuno, dico nessuno, si è peritato di ricordare che la partecipazione al voto era stata del 25%.

 

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E’ normale per due ragioni. La prima, diciamo così storica, ha a che fare con i rapporti degli americani con la politica. Un rapporto in cui il voto non è un diritto-dovere civico ma una facoltà individuale. Nessuno ti iscrive automaticamente nelle liste elettorali, raggiunta la maggiore età; devi provvedere tu stesso. E, se qualche istituzione o qualche partito (come i repubblicani nel Sud) vuole metterti i bastoni nelle ruote, può farlo. Ancora: l’offerta politica, nella sua forma essenzialmente personale, può interessarti, oppure no, e in quest’ultimo caso nessuno ti getterà la croce addosso: anzi la tua non scelta sarà considerata assolutamente normale. Diciamo di più, preventivata in partenza.

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A votare sono quelli che hanno cause o interessi da promuovere o da difendere collettivamente. Il che taglia fuori i più deboli, per censo o per razza, la popolazione carceraria o ex carceraria, gli irregolari d’ogni tipo (quelli che, per la stessa ragione, corrono alle urne in paesi come l’India o il Sud Africa). Comunque lo si consideri, un’alterazione della competizione a vantaggio di una delle due parti.
La seconda, diciamo così politica, ha a che fare con l’alterazione nel modo di essere dei partiti.

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Che si tratti di democratici oppure di repubblicani (nel già citato contesto di scarsa partecipazione al voto), per vincere la competizione non è affatto necessario convincere gli incerti – o per meglio dire i cittadini in generale – su temi di carattere generale: è piuttosto necessario e sufficiente mobilitare i propri specifici sostenitori su specifiche parole d’ordine. In un contesto in cui la demonizzazione dell’avversario è l’argomento decisivo per l’identificazione della propria Causa.
E’ il campo per le lobby organizzate e i vari gruppi ultrà (rappresentanti di interessi e soprattutto di passioni collettive). Non è quanto basta per vincere (quasi sempre nelle competizioni senatoriali, sempre in quelle presidenziali, l’estremismo non paga). Ma è quanto basta e avanza per paralizzare e inquinare i processi di decisione: e a qualsiasi livello.
Una situazione – quella dell’astensionismo strutturale di massa – che i protagonisti del bipolarismo vivono comunque senza problemi. E che anzi tendono ad alimentare. Da una parte la destra, ostacolando in ogni modo le nuove iscrizioni sul registro degli elettori.

 

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Dall’altra, tutti insieme appassionatamente, ritagliando i collegi (quelli della Camera) in modo tale da blindare le maggioranze uscenti. In tal modo gli elettori sono in grado di conoscere – non la sera delle elezioni, ma settimane prima – il nome del vincitore nel loro collegio; il che non li incoraggia a votare, anzi.
In tutto questo, attenzione, non c’è alcun riferimento alla situazione italiana. E se ci fosse sarebbe casuale. E, se proprio fossimo tirati per i capelli ad affrontare l’argomento, a cercare la morale della favola, ci limiteremmo a dire che i nostri “costruttori di sistemi” dovrebbero attribuire una qualche importanza anche alla necessità non dico di scoraggiare l’astensionismo ma almeno di non promuoverlo.

 

 

Inutile dire che l’articolo mi è piaciuto molto e che lo considero utile al nostro angolo di dialogo. Ne vogliamo parlare?

 

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 Richard Clayderman  – The Dream of Olwen

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

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Il periodo tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno è quello nel quale si concentrano maggiormente le feste e le sagre paesane o rionali in molte regioni italiane. In redazione pervengono richieste, soprattutto da parte di affezionate lettrici, che chiedono di pubblicare nel Bosco la descrizione di una di queste feste rimasta a loro più cara o più simpatica dopo averle viste o vissute in prima persona. Ci trovate disponibili alla stesura di un servizio di questo tipo, lo facciamo in continuazione per tutti e tutte, ma è necessario che venga inviata in Redazione una vostra bozza personale sulla quale poter lavorare. Non dovete preoccuparvi della perfezione nello scrivere, bene o male, sarà compito dei redattori apportare i dovuti aggiustamenti in fase di stesura finale prima della pubblicazione che sarà fatta a nome del proponente. Questo vale anche per qualsiasi altro elaborato o personale lavoro che i lettori intendono portare alla conoscenza degli amici del Bosco.

Qualche giorno fa si è festeggiato San Martino e pur considerando che quest’anno il clima ha portato tanta pioggia e non ci ha dato quelle splendide giornate di sole di novembre che siamo soliti chiamare “estate di San Martino” ma, pioggia o sole, resta comunque sempre valido il detto popolare: “Per San Martino, ogni mosto è vino” e allora passiamo a presentarvi questo lavoro dell’amica Gabriella.bz che ci ha inviato il resoconto di una delle feste più caratteristiche della sua città: Merano. Lo pubblichiamo integralmente augurando a tutti una buona e serena lettura sotto il frusciar delle foglie del Bosco sempre vivo e rigoglioso.

 

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La festa dell’uva a Merano è una delle feste folcloristiche più belle. Si celebra nel week end della terza settimana di ottobre. Sono tre giorni di festa con le tradizioni Sud-Tirolesi, si alternano, musiche, folclore e gastronomia locale. La prima edizione di questa festa la troviamo nel 1886, rappresenta un omaggio alla viticoltura.

 

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La festa è anche una vetrina per far conoscere i prodotti locali. Il venerdì si comincia con le bancarelle del ”Mercatino dell’uva”. Si offrono specialità tipiche gastronomiche di proprietà locale. Vini, miele, castagne, uva di tante qualità, formaggi freschi appena portati dalle malghe, noci e infine insaccati di tanti tipi,

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speck, coppa, lucanica, pancetta e mortandela che forse pochi di voi conosceranno. Tutto questo offriamo con altro ancora che forse ora mi sfugge, agli amici che vengono a trovarci da tutta la nostra bella Italia. Anche Austriaci e Germanici arrivano in massa, Francesi e

 

uva e vinoUva e vino

 

Svizzeri molto meno, ma sono presenti anchequesti. Si comincia con il Törggelen, la tipica merenda autunnale, a base di castagne, speck, formaggi di malga con vino nuovo e mosto.

 

Formaggi di Merano

Formaggi locali

 

Mentre gli ospiti mangiano in particolare nei ristoranti sotto i portici o nei locali tipici centrali, le bande diffondono ritmi e arie fra strade e piazze del centro storico e sulle passeggiate che corrono lungo il fiume Passirio.

 

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La sera poi si mangiano i crauti con pezzi di maiale affumicato, wurstel, cotechino e chi è ancora affamato i famosi canederli con formaggio o speck. Il sabato è la continuazione del venerdì, ascoltare la musica che recita un ruolo molto importante in queste nostre feste, ci sono anche omaggi alle mele e all’uva in particolare,

 

Canederli  o Knödel alla TrentinaCanederli o Knödel alla Trentina

 

ma forse non è sbagliato dire, a quel che l’uva produce, pensando che l’Alto Adige produce tanto vino molto buono. Arriva poi la domenica, tra strade e piazze del centro storico, epicentro è la terrazza del Kurhaus con le passeggiate sempre lungo il nostro fiume. Il momento culmine della manifestazione è il passaggio della sfilata del corteo, ci sono carri

 

Passeggiate sul KurhausPasseggiata sul Kurhaus

 

allegorici, tra i primi quello con lo Stemma della città composto solo di fiori, poi la carrozza tutta abbellita di fiori, con le autorità: Sindaco e Presidente Regionale con le rispettive famiglie. Alcuni stendardi passano con una banda, poi una deliziosa ragazza vestita da sposa su un altro carro e la banda che accompagna.

 

La banda femminileLa  banda femminile

 

Al seguito, ma a piedi, passano i volontari della Croce Bianca anche questi accompagnati dalla banda. Arriva il pergolato d’uva sulle spalle di due robusti contadini e come sempre una banda che con le sue note allegre che servono, forse, ad alleggerire il peso che trasportano sulle spalle.

trasportodi un enorme grappolo d'uva da due contadiniPergolato d’uva

 

C’è poi un carro pieno d’uva allegramente addobbato, arriva il carro dello speck con tutti i suoi pezzi attaccati alle travi, il tutto sempre con le bande, non c’è un solo carro senza l’accompagnamento musicale. Arriva un bel carro dove domina la mela, con le golden delicious e le golden stark, hanno fatto una bella corona, sembra la classica corona di un re.

 

Carro delle meleCarro delle mele

 

Arriva il carro della birra la cui fabbrica è alla periferia di Merano, di certo un vanto per la città. Ecco un carro con una bella ragazza, forse la miss che avevano eletto pochi mesi prima, sono lontana non la vedo bene, e subito dopo un bel ragazzo, sono separati dalle bande che  suonano in continuazione.

Carro dell'UvaCarro dell’Uva

 

Penso che i carri li ho descritti tutti, ci sono ancora le bande che sono una quarantina. Dopo l’ultima banda, arriva lo stendardo del Sudtirol, è l’ultimo e posso dire che tutti i componenti sono vestiti con il loro costume tradizionale tirolese, sia le ragazze che i musicisti; ognuno aveva quello caratteristico del proprio paese, ma sempre tutti bellissimi.

Bella ragazza del luogoBella giovane del luogo

Il corteo gira tra le vie della città per far ammirare i carri anche a chi non è riuscito ad andare nei posti di prestigio. La gente è tanta, i carri si muovono lentamente, la banda di ogni carro suona la sua musica, da qualsiasi parte volgi lo sguardo vedi gente e carri!

Girano tutto il pomeriggio, ma la festa continua con i suoi canti fino a sera, quando le strade vengono riaperte e le auto dei convenuti possono partire per il rientro ai paesi d’origine sia italiani che stranieri. Sono veramente tanti gli amici provenienti dall’estero che confluiscono in città in occasione di questa sagra dell’uva nella città di Merano.

 

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Barra div. di fiorellini colorati verticali - anim.

 

Paul Mauriat  – Toccata

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