Archive for giugno, 2014

LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

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Questa è la storia di Piero, una storia comune che possono aver vissuto tantissimi ragazzi adolescenti nel periodo immediatamente successivo alla disastrosa Seconda Guerra Mondiale.

Le ore antelucane di una fredda notte dell’inverno 1945/46, Piero era nella sua stanzetta, accoccolato nel suo letto. Si era svegliato dopo il primo sonno e non riusciva a riaddormentarsi, il freddo lo teneva sveglio. Tutt’intorno silenzio assoluto ma il cupo rumore di un aereo in volo, probabilmente un bimotore a elica decollato dal vicino aeroporto, attirò la sua attenzione. Erano i segni di un’Italia che cominciava a muoversi per curare le ferite di una tragica guerra ma il bambino Piero non aveva cognizione di questo stato di cose e mentre il rumore dell’aereo si faceva più forte sorvolando la sua casa, la mente di Piero si concentrò sulle persone che potevano essere su quell’aereo.

 

SONY DSCAereo passeggeri anni 1946-’50

 

In particolare. con la sua fantasia provò ad immaginare di essere lui stesso su quel velivolo, magari a fianco del pilota, così avrebbe potuto scoprire dove era diretto questo mezzo di trasporto, volando alto nel cielo, così presto al mattino. Con questo pensiero continuava seguire il rombo di quei motori che piano, piano, si allontanava diventando sempre più debole e, rannicchiandosi ancora di più nel suo lettuccio, riuscì a riprendere sonno.

 

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Piero aveva una mente sveglia e una spiccata voglia di conoscenza ma nella sua casa non c’erano libri, non esisteva una libreria né una scrivania, nessun mezzo d’informazione, niente radio, niente telefono e neppure giornali.

 

La Stampa del 1948La prima pagina della Stampa del 12 Aprile 1948,

giorno delle prime votazioni politiche del dopoguerra.


I libri dei suoi primi anni di scuola elementare li aveva letteralmente divorati con gli occhi, letti e riletti che ormai ne conosceva il contenuto a memoria. Aveva sete e fretta di conoscere ma non aveva a disposizione il materiale necessario né i mezzi per procurarselo.

 

Unità - Attentato  a Togliatti - 14-7-1948L’Unità – Attentato a Togliatti – 14 Luglio 1948

 

Dopo il congedo del padre che era stato richiamato sotto le armi per i noti eventi bellici e il rientro della famiglia in città, dopo lo sfollamento in un paesino dell’interno, non esposto alle incursioni aeree nemiche, trovarono la casa fortunatamente rimasta indenne dai bombardamenti ma depredata di tutti i suoi contenuti: l’abito ‘buono’ del padre, indossato solo nel giorno del matrimonio e in quello del battesimo del primogenito Piero, coperte, lenzuola, pentole, tegami e stoviglie, tutto trafugato. Beni che saranno serviti ai soliti sciacalli rimasti in città per farne oggetto di scambio per sfamarsi.

Questa è stata la guerra. Bisognava rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo.

 

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La casa di Piero era dunque una misera e modesta casa. Il padre riprese il suo lavoro in una panetteria. Il pane era razionato: ogni cittadino era titolare di una tessera annonaria che dava titolo a 200 grammi di pane al giorno mediante lo stacco di appositi bollini numerati. Considerata la professione del padre, che, ironicamente possiamo dire, aveva le mani in pasta, cioè, nella pasta prodotta dalla farina e non altro, in casa qualche panino in più non mancava, mancava però tutto il resto e come ben sappiamo, non si vive di solo pane.

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La mente di Piero continuava a spaziare con la fantasia, oltre che fame di pane aveva anche sete di conoscenza e sentiva il bisogno di comunicare con il mondo. Il suo più ardente desiderio era quello di riuscire ad avere una radio che gli consentisse di ricevere le trasmissioni e che gli avrebbero permesso di sentirsi in contatto con paesi e civiltà lontane, ma in famiglia non si aveva la possibilità di dotarsi di un apparecchio radio. Questo era il cruccio di Piero e ne aveva grande sofferenza ma non lo dava a vedere perché non voleva far rattristare i genitori per questo.

 

Apparecchio radio del 1950Apparecchio radiofonico del 1948

 

Piero continuava gli studi scolastici ed era arrivato a frequentare la scuola media perché il padre, seppure con grande sacrificio, voleva che il figlio studiasse e si prendesse un diploma affinché non fosse costretto, come lui, a svolgere il faticoso ruolo di operaio con lavori precari e basse retribuzioni. 

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Allora i figli di Avvocati, Dottori, Ingegneri e Insegnati seguivano la professione del padre e il figlio di un operaio era destinato a fare l’operaio.

 

L’Italia aveva votato per la Repubblica, quindi per la democrazia e la parità dei diritti ma le riforme dovevano essere ancora realizzate ed avevano da percorrere, purtroppo, un percorso ancora lungo. Avevamo una nuova Costituzione ma certe correnti di pensiero persistevano ed erano dure da rimuovere.

 

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Lavorando da manovale nel periodo delle vacanze scolastiche e rivendendo i libri dell’anno precedente a metà prezzo come usati, per poter comprare quelli necessari al nuovo anno, a volte anche questi di seconda mano, Piero riuscì a conseguire il diploma. Trovò presto un lavoro e con i suoi introiti riuscì ad aiutare la famiglia che, intanto, era divenuta numerosa.

 

Apparecchio radio del 1950Apparecchio radiofonico del 1950

 

Qualcosa teneva anche per sé e con i suoi primi risparmi comprò un apparecchio radio ad onde medie con grande gioia delle sue sorelle che ne usufruivano durante il giorno mentre Piero era al lavoro. Ma la notte era proprietà personale, lo aveva sistemato sul comodino accanto al suo letto e ascoltava le trasmissioni della notte, prima di addormentarsi e al mattino appena sveglio, ripensando ancora a quella notte che lo aveva tenuto sveglio il rombo dei motori di un aereo che sorvolava la sua casa.

 

Bene, io ho raccontato la mia, voi dite la vostra, grazie.

Buona lettura e Buona Domenica per tutti.

 

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Giovanni  Marradi   –  Colors  of  Music

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Pensieri e non solo…!!

 

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Non passa settimana o mese che non si apprenda che agenti, appartenenti alle forze  dell’ordine o militari,   si suicidino. Una sequenza di morte più alta della criminalità, morte che non si spiega o che, forse per svariate ragioni, non si vuole spiegare.
Quando un rappresentante delle forze dell’ordine o un militare muore in servizio se ne parla su tutti gli organi di informazione e l’indignazione è condivisa da tutti. Invece, quando avvengono delle stragi silenziose -suicidi- a volte non se ne  parla o se ne  parla poco.

 

omicidi forze dell'ordineOmicidi delle forze dell’ordine

 

 

Tutti indossano una divisa e temono, pertanto, di finire – com’è   accaduto  ad altri colleghi –  in un drammatico vortice  senza spiegazione, almeno per chi rimane. In questi ultimi anni nel mondo militare c’è  la percezione di un male oscuro,  lo si intuisce,  quasi  lo si assapora amaramente ma,  dopo qualche riga in cronaca nera,  tutto tace e riprende la solita routine, in attesa   del prossimo… impotenti.
Per principio,  queste persone,  tutori dell’ordine e del benessere delle società, non dovrebbero mai essere preda  del mal di  vivere. La condizione militare ha i suoi grandissimi e irrinunciabili valori: guardare in faccia determinati problemi è sempre difficile, figuriamoci  nell’attuale periodo, se qualche politico o  qualcuno ai vertici militari  dovesse porsi  il problema di comprendere la ragione di tale malessere!
Uomini e donne che sacrificano tutto per l’istituzione e per il  Paese,  proprio per onorare questi principi e ideali di lavoro comune.  E’, quindi,  essenziale che chi di dovere, rifletta profondamente su  questo problema,  insieme a tutte le forze dell’ordine, poiché  nessuno può ritenersi  immune  da  queste gravi incognite,  come purtroppo le statistiche dimostrano.

 

Stretta di manoStretta di mano

 

I dati noti al ministero  non sono da sottovalutare, senza aggiungere i tentativi di suicidio. Sarebbe, tuttavia, utile  comprendere  come mai  e da che cosa siano  provocati questi incresciosi eventi. Si potrebbe partire da alcuni presupposti:  cause dovute allo stress,  a seguito delle precarie  condizioni lavorative, mancanza di supporto psicologico, che non dovrebbe   mancare,  senso di frustrazione, umiliazione dovuta, ad  es.,  al fatto che tutti gli sforzi  compiuti per  il bene  della  collettività  vengano, poi,  quasi sempre elusi dalla magistratura o dalle forze politiche, o  per altre ragioni ancora.
Talvolta, possono esserci azioni indiscutibili,  prese per ragioni prioritarie e per  prevalenti motivi di servizio, riguardanti  sicurezza,  e tali  provvedimenti  talora finiscono per legittimare  trasferimenti punitivi disciplinari  vessatori e dinieghi ingiusti  di progressione di carriera, o  perché l’agente  o l’ufficiale è diventato “uomo scomodo”.

 

Distintivi di vari corpi di PoliziaDistintivi delle forze dell’ordine

 

In primo luogo, occorre ricordare che sono tutti  esseri umani, –  uomini e donne – tutti hanno cuore e sensibilità e,  e quando si interviene si compie   un ruolo attivo  verso la società o  la Patria e, in alcuni casi,   occorre far tacere  il cuore e attaccare un’altra “spina” per applicare le leggi  adeguate al caso del  momento. Non sempre queste procedure sono  facili  e, spesso,  si mette a repentaglio lo stato psicologico del militare addetto. La propria forza può  vacillare, se non si trova un modo di operare giusto e non traumatico, ecco allora  intervenire il timore di sanzioni disciplinari o, ancor peggio, il ritiro della “Pistola e del  tesserino” e, infine,  il posto di lavoro.
In seguito, si avranno  colloqui con persone che dovrebbero aiutarti, ma questo non accade. Si è sottoposti a quiz attitudinali. Qualora risultassero negativi o ne   derivasse un quadro incerto sulla propria autonomia decisionale…ovvero la  perdita di idealismo,  al malcapitato/a  verrà accreditata una cultura scientifica chiamata –Stressogeno – che colpisce le persone che esercitano una professione d’aiuto: “Helping Profession.” Qualora queste non rispondano  in maniera adeguata, a causa dei  carichi eccessivi da stress,    tale mansione viene tolta,   di conseguenza  si finirà  dietro una scrivania o ad altro incarico.  Tutto ciò, ovviamente,   incide notevolmente  sulla vita quotidiana e psicologica, e viene assorbito in modo negativo, portando l’individuo a compiere gesti estremi come il terribile fenomeno  del suicidio.
Mi auguro sinceramente   che nuovi metodi vengano  introdotti in tutte le strutture militari e nelle varie sedi operative delle forze dell’ordine, come la prevenzione,  per rendere realmente efficace e non solo  di facciata una strategia operativa che tenti di ridurre  le condizioni di disagio, di  trascuratezza d’insensibilità, e la difficoltà di  vivere per chi opera giornalmente per la sicurezza pubblica.
Secondo voi, amici Eldyani, come mai episodi così gravi avvengono nelle varie forze dell’ordine? Vogliamo parlarne?

 

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Maurizio Pollini    –   Notturno di Chopin, Op. 9 – n.2

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

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Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra una stella

……………………………………….

E c’era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli
c’era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose le sue mani suoi tuoi fianch

……………………………………….

Dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta

……………………………………….

E come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose.

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fabrizio-de-andré 2Fabrizio De André in concerto

Da vero artista delle note e poeta della vita Faber, ovvero Fabrizio de André, trae spunto da una vicenda realmente accaduta, uno dei tanti episodi di violenza sulle donne, per portare la storia in versi accompagnandola con la sua chitarra come un vero cantastorie.

 

via del campo 1 Via del Campo –  (cui è ispirata una canzone di Faber)

La prima pubblicazione della Canzone di Marinella risale al 1964 e, forse, allora, rimase in pò in sordina ma negli anni successivi si capì la grande profondità dell’opera del cantautore ed ebbe un concreto e duraturo successo.

 

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Genova –   Caruggio a Sottoripa – (Faber amava molto i Caruggi)

Fu l’interpretazione di Mina nel 1967 che eleva la notorietà della canzone a livello nazionale e segna anche la svolta di De André in fatto di popolarità.

Seguirono altri grandi interpreti come Gianni Morandi, Renato Zero, Dori Ghezzi e altri e fu tradotta anche in francese con il titolo “La romance de Marienelle”. Ultimo interprete lo stesso Cristiano De André, figlio dell’artista che la incide nel 2009 in un album in omaggio al padre.

 

- Caruggi -vico-delle-monachette I Palazzi in cima alle scale sembrano quasi toccarsiCarruggi – Vico delle Monachette –   (I Palazzi sembrano  quasi toccarsi)

Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940 in una famiglia della borghesia industriale genovese. Cresce nella Genova del dopoguerra ove frequenta le scuole elementari, medie e liceali. All’Università prova ad iscriversi ai corsi di Lettere e Medicina prima di accedere definitivamente alla Facoltà di Giurisprudenza, sospinto e ispirato dal padre e dal fratello Mauro, già affermati avvocati.

 

Caruggi - vico-della-lunaCaruggi – Vico della Luna

Parallelamente si avvicina alla musica e inizia lo studio di violino prima e di chitarra poi, attività che lo porterà a conoscere e stringere consolidate amicizie con personaggi che diventeranno famosi: Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Paolo Villaggio, personaggi dello spettacolo e lo stesso Silvio Berlusconi dell’età giovanile.

De André-De GregoriFrancesco De Gregori  –  Fabrizio De André

Successivamente ci sarà la collaborazione con diversi artisti della musica leggera tra cui Francesco De Gregori, Ivano Fossati ed altri ancora.

La sua formazione nel periodo adolescenziale e successiva è influenzata in modo determinante dalla frequentazione degli ambienti malfamati di Genova, via Prè in primis, strada e rione dove prosperano le diverse umanità delle minoranze etniche, prostituzione, diseredati, disertori, trafficanti, importatori abusivi, ricercati e altre figure poco raccomandabili. Da questi Fabrizio trae spunto per le sue opere mettendo in risalto molte incongruenze della società di allora ma che, a distanza di tempo, si dimostrano valide anche in quella di oggi.

Genova - Via PréGenova – Via Pré

 

Una multidecennale carriera nella musica leggera impegnata in tematiche sociali e ricca di successi. Ricordiamo: La guerra di Piero, Bocca di Rosa e tante altre sempre incluse nella hit parade italiana.

 

Fabrizio de André e Dori GhezziDori Ghezzi e Fabrizio  Dedré

I successi nel campo musicale portano De André ad una scelta di vita e abbandona gli studi universitari, quando mancano ormai pochi esami alla conclusione, per dedicarsi completamente alla sua lirica poetica che continua a dargli grandi soddisfazioni personali.

 

Famiglia de André nella loro casa-fattoria in  SardegnaFamiglia De André nella loro Casa-Fattoria in Sardegna

Anche per Fabrizio De André la Sardegna appare come una terra promessa. A metà degli anni ’70 acquista una tenuta agricola, l’Agnata, nei pressi di Tempio Pausania e vi si trasferisce, con la sua compagna Dori Grezzi, per dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento senza trascurare, naturalmente, la sua attività di musicista cantastorie.

Questa decisione gli riserva, però, un’amara sorpresa. Nella notte tra il 27 e 28 agosto 1979 viene rapito, insieme alla sua compagna, dall’anonima sequestri.

Album di  Fabrizio de André uscito dopo il suo rapimento - senza titoloAlbum uscito nel 1981, senza titolo

 

Il sequestro, durato quattro mesi, lo immerge nella dura realtà della situazione sociale della gente sarda. Anche da questo episodio negativo Fabrizio riesce a trarre risvolti positivi, pubblicando, due anni dopo, un Album nel quale traspare chiaramente l’analogia del popolo sardo con gli indiani d’America, entrambi chiusi in riserve culturali e vittime di dominazioni sociali. L’Album nasce senza titolo ma riporta in copertina l’immagine molto significativa di un indiano pellerossa.

 

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Al processo, De André, perdonò gli improvvisati e maldestri esecutori materiali del sequestro ma non i loro mandanti.

 

Nella storia di oggi, seppure cercando di sintetizzare al massimo, ho voluto ricordare un altro personaggio che ha amato il popolo sardo al pari della sua gente e che tutti noi abbiamo ammirato e stimato per il suo grande senso di umanità.

Ancora oggi lo ricordiamo con affetto ascoltando le sue canzoni.

Ci sarebbe ancora tanto da dire ma rivolgo un invito ai lettori per aggiungere ciò che ho tralasciato.

Grazie e Buona Domenica per tutti.

 

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Mina canta De André  – La Canzone di Marinella

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MULATTIERA DI MARE  –  (Traduzione di Creuza de ma)

Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov’è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dall’Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra.
E nella casa di pietra chi ci sarà
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono
che puoi guardarle senza preservativo.
E a queste pance vuote cosa gli darà
cosa da bere, cosa da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelle di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio in agrodolce di lepre di tegole.
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.

 

Creuza de Ma   –  Fabrizio De André

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L’Angolo del Dialogo – Fatti e Opinioni

 

 

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Leggo sul cucù di Marcello Veneziani del 23 maggio 2014, riportato su Il Giornale,  l’articolo con questo titolo.

Lo ricopio e ve lo faccio commentare insieme a me. Che ne dite?

Ecco l’articolo:

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“A sposarsi ci tengono ormai solo i gay, i trans e le amanti dei preti. Chissà se il Papa ha risposto alla lettera di ventisei amanti  di sacerdoti che chiedono di poterli sposare. Difficile capire come siano riuscite a riunirsi  e far sindacato: escono in comitiva, c’è una setta segreta dei preti fidanzati?

Il quotidiano più papista, La Repubblica, ha titolato in prima pagina:

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“Il matrimonio è un diritto anche per i preti”. Di tutti gli argomenti anche ragionevoli in favore delle nozze ai preti e rispettosi del loro tormento, quello  del diritto al matrimonio mi pare il più grottesco: si è preti per scelta e il celibato è una conseguenza  del dono al Signore della propria vita. Sarebbe come dire: è un diritto per i militari  essere obiettori di coscienza…Perché non far valere anche il diritto inverso:

 

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“Farsi preti  è un diritto anche per gli atei”? Il prossimo argomento in favore del prete ammogliato  sarà: meglio sposati che pedofili. Ciascuno è libero di fare le sue scelte ma non pretenda di adeguare le regole generali alle sue mutazioni personali.

Resta però un dubbio atroce: quanti preti fidanzati hanno perso la vocazione  ma non lasciano l’abito talare perché non saprebbero poi cosa fare?

 

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E un dubbio ancora più irriverente: quanti diverrebbero preti pur senza vocazione, come pura professione, se fosse consentito loro di sposarsi e avere  una libera vita sessuale? La disoccupazione fa miracoli…

Comunque, sappiate: il matrimonio è un sacrificio più pesante del celibato, un ergastolo col carceriere in casa”

 

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Non faccio alcun commento iniziale, salvo che il tono non mi piace molto. Ma la sostanza può indurre ad un sereno dialogo. Che ne dite?

 

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 Giovanni Marradi – Romantico

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

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Qualche anno fa era stato indetto il concorso “Racconta il tuo Eldy”.

Tantissimi furono i partecipanti e, come da regolamento, furono proclamati tre vincitori e premiate tre opere che, a giudizio insindacabile della Commissione esaminatrice, sono risultate le migliori.

 

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Vogliamo ricordarne i titoli:

 

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(Un racconto allegro e vivace che riesce a rendere lo spirito di allegria e fratellanza tipico di Eldy);

 

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 (Un racconto sincero ed autobiografico pieno di dolcezza e di entusiasmo);

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(Un racconto scorrevole e coinvolgente che fa sorridere ma anche riflettere).

 

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Non ho indicato i nomi degli autori ma penso che, leggendo, saranno loro stessi a dichiarare la paternità del proprio lavoro.

 Ma non era finita lì. Le storie in Eldy hanno continuato e sono proliferati nuovi adépti e ognuno, in un modo o nell’altro, ha voluto raccontare e continua a raccontare il proprio incontro con Eldy: come ne ha avuto conoscenza, come si è inserito, gli amici che ha incontrato ecc.

Non vengo a raccontarvi la storia del mio ingresso in Eldy ma vorrei cogliere l’occasione per ringraziare le persone che, fin dagli inizi, mi hanno dimostrato la loro incondizionata amicizia e dato volontariamente il loro aiuto:

 

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–   Nadia, che mi ha insegnato i primi rudimenti per muovermi nelle chat;

–   Paolacon, che ha pubblicato in “Parliamone” il mio primo racconto presentato in Eldy;

–   Scoiattolina, ovvero, Sabrina che mi ha voluto nel Bosco e mi ha affidato la cura della rubrica della Domenica, incarico che svolgo tuttora e che spero di aver assolto sempre nel migliore dei modi.

–   Tanti amici e amiche si sono avvicendati nei racconti che pubblichiamo immancabilmente ogni settimana, l’elenco è lungo e invio un abbraccio generale e un ringraziamento a tutti, veramente di cuore.

La collaborazione iniziale con Sabrina ha poi proseguito con Giovanna, preziosa coordinatrice e attuale Responsabile del blog “Il Bosco”.

 

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Oggi è l’amica Gabriella.bz che vuole raccontarci il suo Eldy e l’accogliamo volentieri nella pagina della Domenica.

Grazie Gabry per il tuo gradevole e simpatico contributo.

 

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Poco più di un anno fa ho aperto il mio primo computer. Non sono più tanto giovane pensavo, ma questo apparecchio misterioso mi aveva sempre affascinato. Vedevo alle volte i miei figli lavorare veloci tanto che mi chiedevo: “Come fanno?”, non tanto per battere su una tastiera, quello lo facevo anch’io sulla mia macchina da scrivere e la tastiera del PC non è molto diversa, ma cambiare pagina, schermo o lavoro, passare da un foglio di contabilità a una lettera, all’archiviazione di dati ecc.

 

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Un giorno un’amica, mi informa che, di lì a poco, inizierà un corso di Personal Computer per persone della nostra età. Sono andata subito ad iscrivermi, ho comprato un computer, e pochi giorni dopo ero in aula con altre nove persone, seduta davanti ad un monitor, una tastiera sotto le dita e un istruttore che ci dava i primi rudimenti. É stato un corso breve ma mi ha dato la possibilità di rompere il ghiaccio, imparare ad entrare e conoscere Eldy. Agli inizi non eravamo tanto svelti, ma un pò alla volta, con tanta pazienza e molte esercitazioni a casa, tutto si riesce ad imparare. In Eldy ho trovato molte amicizie che per quelli della mia età e le persone che vivono generalmente sole, si dimostrano di estrema importanza sociale, ricreativa e di grande compagnia.

 

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Ho scoperto che ci sono persone ammalate che non hanno altre possibilità di svago: per loro, avere la possibilità di dialogare al PC con altri amici in chat è di grande aiuto morale. Altre persone disabili che per poter uscire hanno bisogno dell’aiuto di un amico, un familiare o anche di un/una badante che possa accudirli, alternano, tra una passeggiata e l’altra, anche una bella chiacchierata davanti al monitor con gli amici di Eldy.

Voglio ricordare anche un’amica che, per poter stare vicino ai suoi amati nipotini, è costretta a trascorrere molti mesi all’estero dove risiede la figlia ma con Eldy e il PC ritrova le amiche italiane e la sua amata Italia.

 

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Ci sono, infine, persone che preferiscono rimanere nelle quattro mura domestiche, e quelle, a parer mio, sono proprio le persone che hanno più bisogno di un PC affinché possano evitare di isolarsi completamente e possano tenere sempre la mente attiva al fine di non cadere nella depressione della solitudine con la consapevolezza che, anche dietro un monitor, c’è un amico che può ridere con loro, o, se scendono due lacrime, può sentire il calore delle parole che l’amico sa offrire al momento giusto. C’è chi pur uscendo o avendo amici per andare a passeggiare, mangiare una pizza in compagnia, appena in casa accende il PC. E’ un’amicizia virtuale, vero, ma è pur sempre un bel modo di sentirsi inseriti e di stare insieme. Almeno per me lo è.

 

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Ho incontrato anche qualche amicizia sbagliata ma sono gli errori che si commettono agli inizi. Non conoscevo ancora la furbizia cattiva di certe persone, ma sono stati i miei primi sbagli. Come non sapevo usare il PC, così non ho capito il loro modo di usare l’amicizia. Erano uomini malati dentro. Ora non so ancora usare bene il PC, ma mi riesce di capire, chi vuole amicizia vera e chi vuole prendersi gioco dell’occasionale interlocutore. Sono una persona che pur avendo amicizie fuori dal PC, non appena torno a casa lo accendo. Devo sentire, se tra i miei amici tutto va bene.

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Mi inserisco e leggo i commenti delle storie pubblicate, non importa di chi sia il racconto ma giudico se tutto funziona. Passo senza dubbio prima dal Bosco che è il mio preferito e dove ho cominciato a camminare. Ma uno sguardo vado a darlo a tutti: “Incontriamoci”, “Parliamone”, “Poesie”. Ho imparato a scrivere i racconti, con Giuseppe che mi spolvera qualche errore, mi consiglia se un racconto è da postare, o nascondere in fondo ad un cassetto, poi c’è la collaborazione di Giovanna che per ogni racconto trova foto e immagini adatte e per finire sempre bellissime musiche.

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Altro personaggio in Eldy, è Aquilafelice, che se ti sente leggermente giù di corda, con le sue parole e le sue battute ti fa ritornare il sereno. Non che sia un Santo ci mancherebbe !!! Perde pure lui la pazienza, ma come me, ha una prerogativa, difficile che dopo i classici cinque minuti ti tenga il broncio. Di Aquilafelice posso dire ancora una cosa, è un tecnico perfetto per le donne che non sanno usare bene il PC in date circostanze. Non parlo solo di me, ma altre che nel club di Vanni circolano spesso. Forse ci sono anche amici, ma ne conosco pochi, vero Aquila? Tutte queste sono amicizie vere. Che tu rida, pianga o il pensiero ti porti lontano, l’amicizia c’è, il monitor non ti lascia solo, se solo lo accendi e schiacci un tasto, ”quello dell’amicizia”. Tra tanti amici c’è quello che ha dieci minuti da dedicarti, dieci minuti per scriverti e darti utili consigli: “Stai sereno”, “Non guardarti mai indietro”, “Cerca di non aprire il portone degli altri, trovi forse meno luce che nel tuo”.

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Questa è l’amicizia virtuale, non ti può abbracciare, ma è come se lo facesse, mentre scrivi senti la tastiera che ti riscalda con il suo calore. Le parole scritte sul computer, ti rimango più in testa, che non quelle sentite a viva voce. Scrivere è il modo migliore per afferrare l’amicizia e tenerla sempre vicino. Sognare di avere l’amico/a lì vicino a te, spiegarle i tuoi pensieri e non importa se è solo un ombra indefinita, quello che conta è sentirla vicino e che, a fine serata, ti dica: “Buonanotte”. Scrivo un pensiero letto su una cartolina, speditami da un amico virtuale: “E’ bello sapere che dietro un monitor c’è un amico che ride con te, che piange con te. Il calore di un’amicizia lo senti anche attraverso una tastiera.” Ciao amici.

                        

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 Giovanni Marradi   – Tango de Roses

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ARTE – Pieter Bruegel

 

 

 

 

 

 

Pittore, disegnatore e incisore fiammingo, fu il più grande artista del suo tempo nel nord Europa.

Le notizie riguardanti Pieter Bruegel sono estremamente scarse: non è certa la sua data di nascita, forse il 1526, e neppure la sua formazione.  In ogni caso, nacque ben 80 anni prima di Rembrandt. Secondo un suo biografo,  Karl van Mander, fu allievo di Pieter Coecke van Aelst, colto artista che visitò a lungo  l’Italia e laTurchia, pittore e disegnatore di arazzi, architetto e traduttore di Vitruvio e del Serlio, la cui cultura umanistica contribuì sicuramente ad allargare  gli orizzonti culturali di Bruegel. Il nostro artista ne sposò la figlia Mayken Coecke, che gli darà due figli e anch’essi diventeranno pittori. Per questa ragione, il padre sarà noto come Pieter Bruegel il Vecchio, uno dei figli  sarà Pieter Bruegel  il Giovane e il secondo Jan Bruegel dei Velluti o dei Fiori.

 

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Porto di Napoli

 

La prima data certa della vita di Bruegel è il 1551, quando  si trasferì ad Anversa, dove finì il suo apprendistato. L’anno seguente intraprese il suo viaggio in Francia e poi in Italia, come testimoniano alcuni disegni dedicati a numerose località della penisola:  La veduta di Reggio Calabria e la Veduta del golfo di Napoli. I suoi interessi, tuttavia, sembravano esclusivamente volti  alla natura.

 

Paesaggio fluviale

 

La  pittura di paesaggi costituì il tema principale delle sue prime opere di sicura attribuzione, come Paesaggio fluviale e  La parabola del seminatore, prima tavola firmata e datata (1557).

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  Il Seminatore

 

Il passaggio delle Alpi ebbe un ruolo determinante nell’esperienza di Bruegel e segnò una svolta fondamentale nella pittura di paesaggio nordeuropea. La serie dei Grandi paesaggi consacrò un canone strutturale poi lungamente accettato: la messa in evidenza del primo piano a sinistra e l’inserimento di figurine umane, e il panorama ripreso dall’alto. Nello stesso anno Bruegel concepì la serie calcografica dei Sette peccati capitali. Al 1560 risale il quadro I giochi dei fanciulli.

Paesaggio invernale

 

L’impostazione moralistica e il senso del grottesco del suo predecessore, Hyeronimus Bosch – molto amato – ebbero su Bruegel una forte influenza (quando  era in vita veniva anche definito “un secondo Bosch”)

 

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I Cacciatori nella neve

L’artista, con la sua composizione  I pesci grossi mangiano i piccoli, rappresentò un ritorno al mondo enigmatico e metaforico di Bosch. Seguiranno i temi morali, I sette peccati capitali, il disegno dell’Alchimista  via via fino alla Caduta degli Angeli ribelli, che segnarono l’itinerario delle interpretazioni originali date da Bruegel al mondo di Bosch.

Paesaggio invernale

Bruegel non fece uso né di speciali effetti luminosi né di violenti contrasti di colore. Il Trionfo della morte fu,  con La parabola dei ciechi (Gal. Naz. Di Capodimonte a Napoli), l’opera più suggestiva e più tragica di Bruegel, ma tra l’uno e l’altro di questi due dipinti, composti a più di cinque anni di distanza, il pittore passò da una elaborazione fantastica e allucinata dell’immaginario a una gravità spoglia di ogni artificio.

La sua opera  più nota  fu La Torre di Babele, soggetto che Bruegel aveva già trattato in un’opera giovanile, andata perduta,  testimoniò la sua maestrìa di architetto, capacità che doveva essere nota giacché Karel van Mander riportò che, poco prima della morte, gli erano stati affidati, dalle autorità di Bruxelles, i lavori  “per lo scavo del canale fra Bruxelles e Anversa”.

 

La Torre di Babele

 

Il dipinto impone di prepotenza la scelta del cerchio come elemento principe della composizione, schema  che sarà portato al massimo rigore nella  Salita al Calvario del 1564; e conservò, nonostante la grande dimensione, una forte tendenza al miniaturismo.

L’ultimo periodo della vita del pittore, trascorso a Bruxelles, fu caratterizzato da una generosa ricerca di soluzioni diverse, di cui ogni tappa è una perfetta realizzazione creativa.

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Il Censimento di Betlemme

Ci sarà così l’esperienza profondamente innovatrice dei Mesi, Il massacro degli Innocenti e Il censimento di Betlemme.

La mietitura annunciò i quadri di soggetto contadino degli ultimi anni, come  Il paese della Cuccagna, Il pranzo di nozze e il Ballo dei contadini, temi che affondano le radici nella tradizione popolare.

 

          Pranzo di Nozze

 

Il misantropo e La parabola dei ciechi, entrambe del 1568, illustrano ossessioni assai simili tra loro e costituirono con I mendicanti una svolta verso un accentuato pessimismo: svolta che permetterebbe di interpretare in senso analogo il magnifico quadro La gazza sulla forca, immagine di vibrante malinconia.

La Gazza sulla forca

Bruegel credeva nelle virtù del mondo contadino, così legato alla terra, ma due ombre turbavano questo modello di vita: la croce e la forca; la gazza è il simbolo della precarietà della vita, di cui vuole rapire la scintilla.  La tempesta,  una marina di intensa suggestione drammatica, testimoniò ancora una volta l’infaticabile rinnovarsi e le infinite risorse tecniche del pittore.

 

 

La Tempesta

Il successo di cui Bruegel godette, in parte dovuto ai suoi due grandi mecenati

Nicolas Jonghelinck e il cardinale Granvelle, spiega fra l’altro l’alta quotazione raggiunta, lui vivente, dai suoi quadri; ma esso non lo indusse mai a fare concessioni alla moda, con l’eccezione, forse, di una parte della sua opera di incisore. Vi fu comunque un genere in cui Bruegel  non trovò imitatori: il paesaggio. Nel paesaggio egli  fu veramente, come scrisse il suo amico Ortelius, “non il pittore fra i pittori, ma la natura fra i pittori”.

La parabola dei ciechi

L’ultimo quadro di Bruegel: La parabola dei ciechi, porta un implicito sottotitolo: “così va il mondo”.

Quest’opera è stata ispirata a  Bruegel, da una parabola riportata nel Vangelo di Luca, alla fine del discorso della montagna che Gesù rivolge al popolo che lo seguiva durante le sue predicazioni. É descritta come una “parabola” però nella realtà si tratta di una “metafora” sulla vita, sull’esistenza umana. Luca dice: “”Un cieco può forse fare da guida ad un altro cieco? Non andranno a cadere ambedue in una fossa?  Bruegel affrontò questo tema allargandone la descrizione. Il suo messaggio acquistò in estensione rispetto alla metafora di Gesù. Egli spiegò che quando un cieco guida una comunità e questi cade in un fosso tutta la comunità lo segue e precipita nel fosso.

Bruegel dipinse quest’opera nel 1568 pensando di descrivere una condizione umana presente in quei terribili anni nel suo territorio fiammingo, ma divenne un grido di disperazione per tutta l’umanità nei secoli a seguire. Sarà un messaggio universale che non ha spazio e non conosce  tempo. In ogni epoca, in ogni territorio, i ciechi che hanno guidato e portato l’umanità  nel baratro della disperazione eliminando le più elementari regole della libertà e dell’esistenza, sopprimendole attraverso il sangue,  le  guerre più assurde,  le sofferenze più atroci e la morte, sono stati un numero impressionante.  Tutto ciò fu minuziosamente rappresentato da Pieter Bruegel in questo capolavoro.

 

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Johan Sebastian Bach   – Aria sulla IV^ corda

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