Archive for febbraio, 2014

L’Angolo del dialogo – Pianeta donna

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L'ho preso dal Blog Zero Violenza Donne.

    I just want to work  

Annamaria Simonazzi e Gina Pavone, Ingenere.it

 

23 gennaio 2014

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“Cinquanta anni fa il volto della miseria era quello dei ragazzini vestiti di stracci. Oggi emblema delle ristrettezze economiche sono le donne che lavorano ma guadagnano troppo poco.

Un esercito di working poors sempre in affanno e a un passo dal baratro, tra paghe bassissime, pochi diritti e ancor meno welfare. Una situazione tipicamente femminile, ma che riguarda sempre più anche gli uomini.

Fiocchetto animato verde

“Troppi vivono ai margini della speranza”, dichiarava il presidente degli Stati uniti Lyndon Johnson nel 1964. In un discorso al congresso in cui annunciava la sua “guerra incondizionata alla povertà”, definiva “speranze essenziali” avere un lavoro a tempo pieno, con una retribuzione da tempo pieno, qualche sicurezza in caso di malattia, disoccupazione, anzianità. Cinquanta anni dopo la povertà ha cambiato profilo in modo consistente. La classe media non ha più l’aspetto florido di una volta e un esercito di persone, per lo più donne, è concretamente a rischio di finire in ristrettezze economiche.

Fiocchetto animato verde

Allora, nei primi anni ’60, i volti della povertà erano quelli di bambini scapigliati e vestiti di stracci o poco più, in sperduti villaggi sui monti Appalachi – come nel servizio che la rivista Life dedicava alla “war on poverty” – o assembrati a frotte nei vicoli dei bassifondi cittadini. Oggi, l’icona dell’insicurezza economica è una madre lavoratrice in affanno di prima mattina, di corsa mentre tenta di sistemare contemporaneamente il figlio e un genitore anziano, schiacciata tra lavoro a basso reddito e i diversi compiti di cura: “La linea che separa la classe media e i working poor dalla povertà assoluta si è fatta più sfumata”, scrive Maria Shriver in un report sulla povertà femminile realizzato insieme al Center for American Progress. Sono le donne, in particolare le madri single e con bassi livelli di istruzione, che ingrossano oggi le fila della vulnerabilità economica.

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Ai tempi di Johnson, con la “guerra alla povertà” l’attenzione era puntata su 38 milioni di americani, un quinto della popolazione. Oggi il numero delle persone in condizioni di povertà o a rischio di povertà si è gonfiato fino a superare i 100 milioni, di cui 42 milioni di donne e 28 milioni di bambini che da esse dipendono, si nota nel report. Persone che vivono sulla soglia di povertà, a un passo dal baratro, e quel passo potrebbe essere un qualsiasi imprevisto (spese mediche, un pagamento ricevuto in ritardo o la macchina da portare dal meccanico, per esempio).

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Eppure stiamo parlando di un paese, gli Stati Uniti, in cui la maggior parte dei neolaureati è donna, e in due terzi delle famiglie entrano due stipendi. Allo stesso tempo, però, negli Usa sono di genere femminile i due terzi dei lavoratori che lavorano per il minimo salariale. Come mai allora questa polarizzazione nella condizione femminile? Come mai tante donne rivelano una così elevata vulnerabilità economica?

Il report individua 3 grandi cambiamenti culturali e sociali.

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1. Innanzi tutto la convivenza di due tendenze: se da un lato è vero che molte più donne raggiungono alti livelli di istruzione rispetto al passato, è comunque sempre facile rimanere segregate in quei lavori da “colletti rosa” a basso reddito nei settori dei servizi o della cura, tipicamente femminili.

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2. Quella che negli anni ‘60 era la famiglia-tipo – padre breadwinner, madre casalinga – oggi ammonta solo a un quinto del totale delle famiglie. Più della metà dei bambini avuti da donne di trent’anni o più giovani, è nato fuori dal matrimonio. E nel 40% dei nuclei familiari in cui vivono dei minorenni, la donna è l’unica o la principale fonte di reddito. Il sistema di welfare non è stato ancora adattato a questa trasformazione e la maggior parte delle persone intervistate per il report si sono dichiarate a favore di interventi pensati indipendentemente dalla condizione familiare, in modo da arrivare ad aiutare i genitori single e i loro figli.

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3. Una laurea è ancora un biglietto per entrare a far parte della classe media, ma accedere a alti livelli di istruzione è sempre più costoso, sottolinea ancora il report.

Un circolo vizioso ben descritto da Barbara Ehrenreich quando su The Atlantic scrive che in realtà essere poveri costa caro. Chi ha bisogno di soldi, finirà per ricorrere a prestiti concessi a tassi più alti di quelli applicati a clienti più facoltosi. Chi non può permettersi una cucina ed elettrodomestici con cui preparare i propri pasti, finirà per arrangiarsi con cibi pronti, dannosi per la salute e costosi.

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I lavori a basso reddito sono solo un’altra gabbia: si guadagna così poco da non riuscire mai a ritagliarsi il tempo necessario per cercare un lavoro pagato meglio; gli orari e la mancanza di flessibilità non permettono di organizzarsi con i bambini a casa, tanto meno di incastrare un secondo lavoro. Molti di questi lavori a salario minimo non prevedono giorni di malattia pagati, né permessi in caso di malattia del figlio o della figlia, sottolinea ancora il report, senza contare che risultano fisicamente usuranti, e particolarmente stressanti (il 42% delle donne con basso reddito accusa alti livelli di stress, contro il 22% degli uomini), senza però garantire l’accesso all’assistenza sanitaria. Così chi un lavoro ce l’ha, fa fatica a mantenerlo, e anche se guadagna poco, non ce la fa a ottenere una qualche prestazione pubblica a sostegno del reddito, spesso non rientra nemmeno nel programma sanitario minimo Medicaid.

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Innalzare il minimo salariale è la prima cosa che secondo il report si può fare sul fronte delle politiche pubbliche, ma anche migliorare le possibilità di accesso alle forme di sostegno al reddito, e le forme di sostegno per il lavoro di cura: quasi tutte le madri single intervistate (il 96%) indicano i permessi pagati come la risorsa che più le aiuterebbe, mentre più in generale un 80% degli statunitensi auspica provvedimenti governativi per ampliare la disponibilità di servizi di qualità per l’infanzia, e economicamente accessibili.

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Le donne, dal canto loro, devono imparare a fare delle scelte utili per mettersi al riparo dal rischio povertà, e la prima è “College before kids” (prima l’università poi i bambini). Puntare cioè su un buon livello di istruzione, perché le donne che hanno bassi livelli di istruzione hanno da tre a quattro volte maggiori possibilità di finire sull’orlo della povertà.

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Infine le imprese sono chiamate a fare la loro parte con politiche di valorizzazione delle loro lavoratrici, occupandosi della loro crescita, e su questo punto, il report propone un “indice di prosperità”, elaborato insieme ai ricercatori di un’università californiana.

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La situazione dei working poors mette bene in evidenza come in realtà il problema più grosso non è tanto il soffitto di cristallo, che le poche arrivate (quasi) in alto non riescono a sfondare, ma il pavimento che sprofonda, nota un commento sul New York Times in cui si sostiene che elaborare politiche per migliorare le condizioni di lavoro delle donne voglia dire produrre effetti positivi su tutti i lavoratori, e anzi, paradossalmente, sarebbe parecchio utile anche per gli uomini, sempre più coinvolti in condizioni (tipicamente femminili) di basso reddito e instabilità lavorativa.”.

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Fose fa bene ogni tanto spingere lo sguardo in Paesi e situazioni lontani dal nostro Paese. Tuttavia, pur con le differenze, la condizione della donna è sempre debole e precaria. Così negli Stati Uniti, come in Italia.

Per non parlare delle violenze, ecc. Ma questo discorso ci porterebbe lontano".

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 Giovanni Marradi - For the rest of my life

 

LA DOMENICA DEL BOSCO

 

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Amore e amicizia: due sentimenti che spesso si intersecano, si incrociano, si scontrano, viaggiano paralleli o si combattono, a volte sono complici, altre volte rivali. È più forte l’amore o l’amicizia? Un amore per quanto intenso e appassionato può finire ma l’amicizia sincera resta sempre!  In questo bel racconto di Gabriella ci sono tanti motivi di riflessione, potete trarre le vostre conclusioni ed esprimere il vostro parere, grazie.

Auguro buona lettura e una serena domenica per tutti.

 

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Il pensiero vola lontano e spesso mi domando dove può essere il mio più grande amico? Eravamo bambini, lui aveva solo due anni più di me ed era entrato nella mia vita, come un amico che è difficile trovare tanto era premuroso in tutti i suoi atteggiamenti nei miei confronti. Quando abbiamo iniziato le scuole io avevo l’amico che mi aiutava a fare i compiti, alle medie, dalle sue parole riuscivo a capire facilmente quanto mi era stato difficile capire in classe. Terminate le classi delle medie, lui cominciò a lavorare con suo padre, io avevo ancora due anni da fare ma lui, il tempo per venire ad aiutarmi o per restare a farmi compagnia, lo trovava sempre. Quando anch’io ho iniziato a lavorare come commessa avevo la sicurezza che fuori dalla porta, all’ora di chiusura c’era sempre lui per riaccompagnarmi a casa.

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Vivendo in un piccolo paese dove tutti si conoscevano, le chiacchiere di un eventuale nostro fidanzamento circolavano ma, sebbene gli volessi bene come amico, io non mi sono mai innamorata di lui. Quando eravamo in gruppo, accanto a me c’era sempre lui, ormai gli altri ragazzi neppure provavano a venirmi vicino solo qualche ballo potevo fare, senza che mi dicesse: “Non sei ancora stanca?” Poi è arrivato il mio primo innamoramento, il mio grande amore, Marco, ma in quell’occasione il mio amico se ne stava per conto suo e più di una volta, proprio lui, mi aveva consigliato di andare a passeggiare, lontano da tutti per trovare un po’ di intimità.

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Non capivo il suo modo di fare, sembrava geloso, ma non ne aveva motivo, noi eravamo solo amici, forse era solo un innato senso di protezione nei miei confronti. Marco, che era un  ragazzo in vacanza da noi con la famiglia, dopo poco più di un mese, ritornò alla sua città, ma l’anno dopo ritornò con mia grande gioia, lo aspettavo ma le gioie, purtroppo sono destinate a durare poco. I suoi genitori l’avevano avvisato che era l’ultimo anno che sarebbero venuti in questa località di villeggiatura e il mio grande amore era finito lì.

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Il mio amico di sempre si riavvicina e cercare di consolarmi dicendomi che forse non valeva la pena soffrire tanto! Dopo qualche mese fu proprio lui a presentarmi un ragazzo nuovo del paese. Non mi piace gli dissi, non mi ha fatto niente, ma non è il mio tipo. Il mio amico mi chiede: mi spieghi perché? Non so che rispondere dissi, e lui: va bene, vuoi vedere che lo sposi, ci scommetti?

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Io l’ho guardato come fosse un indovino, e mi disse “impara a guardare dentro l’anima”, ma ora siedi ti devo parlare. Da qualche tempo ho un male incurabile, io che non sapevo che volesse dire stare male, le chiesi: ”che hai?“ Una sola parola  che faceva star male a quei tempi e anche ai nostri. Perché  non dirmelo prima? per farti piangere? Lo sanno in pochi,  Ho avvisato tua mamma, non volevo che un pettegolezzo uscisse e ti trovasse impreparata, ma ora devi esserne al corrente anche tu. Ricorda sempre che la nostra amicizia è stata grande, forse più di quello che tu possa immaginare. Se un amico ti dice “ti sono amico“ prova a pensare alla nostra amicizia, e solo allora rispondi. Avevo diciannove anni, e lui ventuno, non mi ero accorta che era ammalato. A mia discolpa posso dire che non  si notavano segni di deperimento o di malattia e quando andava per le visite dai suoi medici curanti mi telefonava dicendo che era fuori paese per consegne.

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Intanto frequentavo e iniziavo a conoscere il ragazzo che il mio amico mi aveva presentato. Un po’ alla volta trovavo in lui dei segnali, delle gentilezze e dei modi, che non avevo osservato in un primo momento. Forse il mio amico aveva visto giusto. Ma per ogni momento di gioia per uno, c’era un dolore per l’altro. Andavo avanti in simbiosi. Il mio amico aveva espresso il desiderio di essere presente al nostro matrimonio, ma dal giorno che ci siamo conosciuti, sono passati tre anni. Tre anni di gioie e di dolori, capivo che bisognava fare alla svelta, altrimenti non sarebbe riuscito ad esserci, non riusciva quasi più a camminare e continuava a chiedere “quando vi sposate?”

Finalmente è arrivato il grande giorno, io nel frattempo avevo perso il papà e con l’approvazione della mamma, il mio caro amico che era anche amico della famiglia, mi ha accompagnata all’altare, come fosse un fratello maggiore che non avevo.

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In quei giorni sembrava resuscitato, dimostrava un po’ ti tensione ma forse il fervore di vedere realizzato il mio matrimonio gli ha dato la forza per partecipare al mio giorno più bello ma dopo pochi giorni ci ha lasciati, è volato via lontano.

Spesso il mio pensiero vola lontano, verso quell’amico che mi ha insegnato a guardare dentro l’anima di quel ragazzo che poi è diventato mio marito, a capire le persone e mi ha dato tanto. Forse la sua amicizia si è fermata tale, perché sapeva che il suo male lo avrebbe portato lontano e mi avrebbe lasciata sola.

Caro amico sei andato lontano ma il mio pensiero è spesso in volo da te!

Grazie della tua vera amicizia.

 

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L’amore non è pretendere ma dare.

É dimenticarsi, ma non dimenticare.

E’ vivere fuori di sé

pur rimanendo in sé.

E’ riservarsi le spine

e offrire le rose.

L’amore chiede tutto

ed ha il diritto di farlo.

Ludwig van Beethoven

 

 

- Nota:  ""Per l'esatezza precisiamo che la poesia è di Ludwig van Beethoven e che Gabriella ha voluto portarla nel Bosco insieme al suo racconto perchè riporta alla sua mente un caro ricordo di suo marito che gliela aveva dedicata all'inizio del loro amore""

   

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 Paul  Mauriat  -   A flower is all you need

 

La nostra Terra

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Un nostro amico, Lorenzo di Ancona,  ci invia un suo  racconto, assai piacevole, che siamo molto lieti di  pubblicare in Bosco. Ci auguriamo che sia gradito anche ai nostri lettori.

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E’ da più di un’ora che mi rigiro nel letto  e guardo  l'orologio,  posto alla mia sinistra, in continuazione.  Sono passate le 4 del mattino da pochi minuti, rifletto  un attimo e mi decido.  Mi alzo, mi faccio la barba, senza mettere nessun dopobarba: in montagna è sempre meglio non  usare  profumi,  se si vogliono sentire  quelli che  emana la natura.

 

Arceviia - Appennini  MarchigianiAppennini  Marchigiani  (Arcevia)

 

 

Mi preparo una bella colazione da fare quando sarò nel bosco,  prendo un caffè e un frutto,  il cesto, il bastone, gli scarponi, il coltellino e uno  straccetto per pulire i funghi. Salgo in auto e metto con calma i vari utensili nei    sedili posteriori, guardo la montagna che mi  sta di fronte, lontana e bella.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUn bel bosco

   

Parto con calma, il viaggio è lungo ma piacevole: mi attende una giornata all'aria aperta e respirare aria pura fa bene. Sto ormai viaggiando da oltre un’ora. Iniziano le prime curve e  i  tornanti fino all’arrivo al  parcheggio che  conosco bene. Sistemo la macchina fuori dall'erba, perché non dia  fastidio a chi arriverà dopo.

Guardo il cielo stellato, bello all'inverosimile! Toh !!!!  Una stella cadente passa proprio ora, sarà una giornata fortunata?  Cosa mi riserverà il destino quest'oggi? Mi metto gli scarponi e guardo la luce fievole che  sta  appena illuminando  la zona dove mi sono fermato.  Il manto dell’ erba, rorido di rugiada della notte,  dà un certo splendore e riflessi bianchi e  argentei, che mi fanno presagire il  terreno bagnato.

 

cielo stellato con stella cadenteCielo stellato

 

M’incammino   verso   il prato   che   ho  davanti  e cerco d’individuare tutto ciò che è bianco  e che possa  assomigliare ad un fungo prataiolo. Guardo velocemente a destra e  a sinistra, ma nulla. Proseguo verso le zone più alte e, camminando vicino alle piante,  sento i rumori degli animali che fuggono al mio passaggio, scoiattoli, corvi, passeri, che stanno  iniziando  una nuova giornata e intravedo anche un fagiano, che emette il suo  caratteristico verso, come se avesse la femmina vicino  e che, avvertendo la mia presenza, fugge  svolazzado  velocemente.

                            Corvo

scoiattolinoCORVO  

 

 

 

L'alba arriva all'improvviso e ho trovato solo qualche fungo, ma  sarebbe  già sufficiente. Osservo quelle piante secolari, con quelle grosse venature nel terreno, sembra che vogliano raccogliere  intorno a loro tutta  la terra che sta sfuggendo.   Enormi sono i loro rami che, per l’alzarsi del vento,  fanno un  grande fruscìo, ma è un vento buono, caldo che fa muovere  le sue meravigliose chiome con folate costanti. In quegli alberi si nasconde di tutto: volpi, uccelli, scoiattoli, ma soprattutto i corvi. Ne vedo cosi tanti che è impossibile ignorarli, gracchiano e fanno un  gran  rumore, forse li spavento o forse li ho svegliati, allora penso sia meglio che mi allontani velocemente.

 

Funghi prataioli

funghi prataioliBoletus aestivalis

boletus aestivalis

 

 

 

Nel boschetto, prendo  un sentiero scosceso,  che devo solo attraversare per arrivare dove  sono proprio i miei posti preferiti. Lì, la luce del sole è già  arrivata,  irradia tutto dei suoi colori ed emana  i suoi profumi; avverto  odore di nocciole, di corbezzolo, di ghiande ma, soprattutto,  di porcini, che hanno  un odore  forte di maturazione,  che inebria solo se ci si  avvicina. Osservo il posto con molta calma,  vedo diversi funghi in poco spazio, mi  preparo a raccoglierli quando un suono strano, stridulo,  mi arriva all'orecchio. 

 

piccola volpePiccola volpe

 

Guardo attentamente  in ogni luogo e mi accorgo  che  una piccola volpe  mi osserva,  con i suoi occhi luccicanti e  fa un verso che non avevo mai sentitoprima. E’ molto bella, con quella  coda lunga e rossa, la schiena color mattone rosso e due occhi fiammeggianti.  Alzo il bastone, solo per spaventarla,  infatti scappa.  Aspetto un attimo e non vedendola più mi abbasso a raccogliere i funghi che avevo visto prima. Li  raccolgo, ma  ogni tanto l'occhio corre verso il punto dove avevo  visto la piccola volpe.

 

boletus_fragransBoletus fragrans

 

Quello che dirò  apparirà molto strano, ma è  ciò  che penso.  Vi sono persone che visitano gli zoo,  i parchi naturali per vedere gli animali, e devono anche pagare il biglietto,  mentre io sono qui, nel mio posto ideale, e ho la fortuna di osservare ciò che la natura ci  ha riservato:  in montagna,  gran parte del  creato passa davanti ai nostri occhi in un attimo: fiori, frutti e animali che ti osservano, come fossi una meteora.

 

piccolo cervoPiccolo cervo

 

Oggi non ho avuto la fortuna di vedere i  piccoli cervi,   come altre volte mi è capitato.  Appena arrivavo, alle prime ore del mattino, erano lì,  al pascolo lungo la strada. Oggi  non ho avuto la fortuna di incontrarli. Ho visto vipere, serpenti non velenosi, ramarri gialli come i limoni: stanno al sole come se volessero aggiungere un colore oro su quel corpo verde smeraldo, formiche, cavallette e grilli,  che saltano in continuazione quando gli  passi vicino.

La natura dà loro la forza  di combattere per ogni filo d'erba, il profumo di ogni fiore si espande tutt'intorno, incontrando  gli odori del bosco.  Vi è l'eucalipto selvatico, il timo, il rosmarino, la valeriana e tante erbe di vari  colori che fanno del bosco un arcobaleno.

 

PORCINIPorcini

 

Niente è paragonabile a tutto ciò che ho visto e respirato. Una giornata splendida, sotto ogni aspetto: la natura, i colori, le forme delle piante, gli animali che tranquillamente continuano a fare la loro vita, come se io non ci fossi. Li  vedo che mi osservano, mi guardano e poi continuano il loro percorso, ignari della mia presenza,  ma sento, vedo e osservo ogni loro movimento. A tratti  mi giro per osservare ciò che ho lasciato indietro, vedo le stesse cose che ho davanti,  immense e belle.

 

due passerottiPasserotti

 

Mi accingo a fare quella piccola colazione. Apro lo zaino e prendo l'acqua, ne bevo un sorso tanta è l'arsura, mi piace sentire il fresco che mi procura, prendo il panino che  ho preparato a casa e lo mangio con gusto, guardando i passeri che si sono avvicinati.   Pensano, forse,  che  avranno qualcosa  del mio cibo.  Gli butto  delle molliche ma, vedo che non si avvicinano nemmeno di un centimetro, non fa nulla: so per certo che appena mi allontanerò  andranno a mangiare le briciole. Una sola cosa ho dimenticato questa mattina, la macchina fotografica: avrei potuto fissare questi  bei momenti.

Dopo la mia breve colazione riparto per raggiungere un altro posto, dove sono sicuro di trovare altri funghi. Scendo per  una piccola scarpata,  infatti,  vedo  subito due  porcini, non molto grandi,  ma si tratta di  due Boletus edulis, belli e freschi; li metto insieme agli altri, mi addentro un po' nel bosco, ma non tanto. Vedo  delle  fragoline  e, quando  le si incontra,    è sicuro che  i porcini sono vicini.

 

Boletus edulisBoletus edulis

 

Avverto uno  strano silenzio,  mi guardo intorno e, in lontananza, vedo un cinghiale, non molto grande. Cerco di non fare  molto rumore, e l’animale  rimane abbastanza  vicino,  a circa 50 metri.  E’ bello, ha un pelo grigio-scuro e marrone, sta smuovendo il terreno in cerca di  cibo. Lì si trova di tutto, anche il pregiato tartufo nero.  Sicuramente l’avrà trovato. Involontariamente, pesto un ramo con un piede e il cinghiale scappa, così  velocemente,  che a mala pena riesco a vederlo correre. Si è inoltrato nel bosco in un attimo.

 

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E’ un vero peccato aver dimenticato la macchina fotografica: ora avrei una bella foto del cinghiale!  Proseguo nella ricerca dei funghi, ne trovo  degli altri,  anche se non sono come i porcini, ma  buoni ugualmente. Cammino ancora per una mezz'ora: guardo l'orologio, si sono fatte le undici. Ho camminato tanto, ho trovato quello  che mi ero ripromesso, e sono  molto contento della mia lunga mattinata, piena di sorprese.  Non avrei mai pensato che una notte insonne mi avrebbe regalato  un mattino splendente e ricco di esperienze..

Con rammarico,  mi accingo a tornare verso l'auto. Mi tolgo gli scarponi e salgo per partire, dò un’occhiata a ciò che lascio e sono convinto  di aver passato  una mattinata splendida e che il film di questa piccola avventura resterà nel mio cuore e nella mia mente per molto tempo.

 

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Giovanni Marradi - Park on sunny morning

https://www.youtube.com/watch?v=45_ivaVY9Do&list=FLNSrLyPMe3ffjMLZJhkN44g&index=12

LA DOMENICA DEL BOSCO

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All’età di sette anni si iniziavano le lezioni di catechismo. Si svolgevano nel pomeriggio, seduti sulle panche di legno in una cappella della chiesa parrocchiale. Frequentavamo volentieri, non tanto per  il piacere di ascoltare la catechista ma perché prima della lezione riuscivamo a fare una mezz’ora di svago tra noi ragazzini. Il gioco preferito, naturalmente, era la partitella di calcio che si stipulava tra due squadre composta ciascuna di 5÷6 ragazzini. Il campo di gioco era il sagrato della chiesa, allora ancora in terra battuta e si giocava scalzi per non rovinare l’unico paio di scarpe che si possedeva.

 

Sagrato della chiesaSagrato della Chiesa

 

Chiaramente non avevamo un pallone di cuoio o una palla di gomma bensì una sorta di sfera costruita con l’inventiva di qualche genitore che veniva composta con un nucleo di carta compattata a mano per dare una certa leggerezza ed elasticità e avvolta accuratamente con stracci. L’ultimo rivestimento era generalmente costituito da una vecchia calza di lana o cotone, cucita come chiusura in modo da riuscite a tenere il tutto unito. Questa era la nostra palla e per quanto poteva servire, funzionava. Due grossi sassi da un lato del campo di gioco e altri due dall’altro, delimitavano le due porte verso le quali si tirava per segnare il gol.

 

palla di pezzaLa palla di stracci

 

Il possessore di palla fungeva da General Manager, perché era lui che decideva chi far giocare in una squadra e chi nell’altra. Ci si rivolgeva a lui con la classica frase “Mi fais giogai?” (Mi fai giocare?) e la risposta, immancabilmente era “Ita mi honas?” (Cosa mi dai?). Una sorta di breve trattativa con scambio di piccoli oggetti e si formavano le due squadre. I ragazzini giudicati più bravi venivano annoverati nella squadra del padrone di palla, quelli giudicati scarsi nell’altra. In questo modo il risultato era scontato: la squadra del capo avrebbe vinto con 3, 4 gol di scarto. La squadra degli scarti, raramente riusciva a segnare un gol. Mezz’ora di gioco ed era tutto finito… un po’ accaldati ci si rimetteva le scarpe e si entrava in chiesa per la lezione catechistica.

 

La partitaLa partita

 

Un pomeriggio, mentre mi recavo mestamente in chiesa trovai, abbandonata per strada, una palla di stracci bella e pronta, ben confezionata e ancora in buone condizioni. È la mia giornata fortunata, pensai e mi infervorai all’idea che quel giorno sarei stato io il padrone del gioco. In tasca avevo cinque zolfanelli prelevati dalla cucina di casa: erano il tributo che avrei pagato per essere accettato in squadra, non m’importava se in quella vincente o perdente, per me era importante far parte del gruppo giocatori, non essere solo spettatore.

           altra palla di fortuna                                                                                           Palla di straccizolfanelli

     

 

                           fiammiferi svedesi

   

Non appena mi videro arrivare con in mano la palla di stracci fui attorniato da tutta la compagnia. Tutti volevano partecipare al gioco e iniziarono le solite trattative. Si accettava di tutto: una vecchia fibbia, un grosso chiodo, una chiave ed altre piccole cose. Un anonimo ragazzino di quelli che non aveva mai partecipato al gioco e del quale non conoscevo neppure il nome, si rivolse a me con la classica domanda “Mi fai giocare” al che risposi: Cosa mi dai? Mi offrì una piantina non più alta di quindici centimetri con 6/8 foglie e il nocciolo del seme, senza il guscio, ancora attaccato alle radici, dicendomi “Una matta de mindula” (un albero di mandorlo). L’aveva trovata nel vialetto percorso per venire in chiesa e l’aveva sradicata proprio per servirsene come pegno per essere ammesso al gioco.

Naturalmente accettai e quella sera anche lui fece parte di una delle due squadre.

Cercai di amalgamare bene i due gruppi in gioco, senza squilibrare troppo i valori.

Ricordo che era stata una bella partita, a fasi alterne ma tutto sommato equilibrata. con il risultato finale di 4 a 3. La palla di stracci a fine partita era ormai inservibile.

 

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Dopo la lezione catechistica ritornai a casa e sistemai la piantina in una aiuola del cortile, mostrandola a mio padre il quale mi disse che doveva trattarsi di un pesco e non di un mandorlo. Comunque fosse, ci tenevo a vederla crescere. In quell’aiuola erano nate anche altre piantine dai semi di frutta buttati lì per caso ma la mia era decisamente più bella.

Un giorno, mio padre, che voleva utilizzare quell’aiola per piantarvi degli ortaggi, iniziò a sradicare tutte le piantine nate spontanee ed io, pensando ingenuamente di  dargli una mano, continuai l’opera sradicando, seppure a malincuore, anche la mia piantina che era cresciuta ed era più grande delle altre. “Quella no!” gridò mio padre ma ormai il danno era fatto. Cercando di riparare, feci un fosso nell’aiuola e rimisi dentro la piantina comprimendo la terra attorno alle radici. Mio padre mi disse che ormai si sarebbe seccata.

   

Alberello di pescoEcco come diventò quella piantina......

 

A dispetto delle previsioni quella piantina continuò a crescere e verso il settimo anno ebbe i primi fiori e mantenne quattro bellissime pesche fino alla maturazione. Fu una festa coglierle e mangiarle, dividendole con le mie sorelline. Dall’anno successivo e per moltissimi anni era un piacere vederla fiorire e riempirsi di tantissime pesche, belle, saporite e profumatissime. Altri anni passarono e la pianta era cresciuta tanto che dovevo arrampicarmi sui rami per cogliere i frutti.

Piccola soddisfazione di un ragazzo che si era guadagnato una piantina con una palla di stracci trovata per caso, un giorno, in una via mentre andava alla lezione di catechismo.

 

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Giovanni  Marradi  - Summer

L’Angolo del dialogo – Fatti e opinioni

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Leggo sulla rassegna di lsBlog  (già Legno storto) questo articolo di  Luigi Mascheroni pubblicato su Il giornale del 20 ottobre 2013.  Gli imputati, se così possono chiamarsi, sono gli intellettuali. Poiché l’argomento assume colori generalizzati, a cui non sfuggono sinistra, centro e destra, lo propongo ai nostri amici a fini di dialogo.

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“C'è solo una cosa peggiore degli intellettuali: gli intellettuali disonesti. Ipocriti, conformisti, mitomani, moralmente doppiopesisti e politicamente ruffiani. Quelli che predicano male e razzolano peggio, fingendo di essere ciò che non sono e di insegnare ciò in cui non credono. Che incantano gli altri, illudendo prima di tutto se stessi. «Che vorrebbero guidare le masse e influenzare i politici, ma non sanno guidare né rieducare se stessi né i partiti di riferimento».

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Sono gli Intellettuali del piffero (Marsilio) ai quali Luca Mastrantonio - (ex?) dalemiano, già Riformista, oggi «terzista» scalpitante del “Corriere della Sera” - dedica un micidiale pamphlet che mette al muro, inchiodandoli con le loro stesse dichiarazioni contraddittorie e interessate, grazie a un meticoloso lavoro d'archivio, i protagonisti del culturame italico in questo eterno ventennio (anti)berlusconiano. Vecchie trombette (Eco, Camilleri, la Spinelli, Flores d'Arcais...) e giovani tromboni (Saviano, Lagioia, Christian Raimo, i TQ...) che partirono per suonare e furono suonati. Suonati e disinnescati da questo fragoroso manuale che vuole rompere l'incantesimo dei «professionisti dell'impegno», svelandone trucchi e meschinità, così che non facciano più danni. Gli scrittori “di successo”, che gozzovigliano in quel mercato e su quei media che a parole disprezzano. Gli apocalittici nei toni, ma ben nella società dello spettacolo. Gli «oracoli di cartavetro come Travaglio e Saviano». Le compagne integrati di lotta femministe, libertine con se stesse, pudiche se c'è da attaccare il Drago.

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Mostri, arlecchini e saltimbanchi, come quelli che firmano appelli se c'è da mettere il nome nella scaletta del varietà mediatico o difendere un assassino, ma di sinistra, come Cesare Battisti (Vauro, Balestrini, Scarpa...), quelli che mettono sotto processo Nori perché scrive per Libero (Cortellessa), o Berardinelli sul Foglio (Fofi), o Cubeddu sul Giornale... Quelli «che vogliono scrivere come Pasolini, su certi giornali, pur non scrivendo come Pasolini». Quelli alla disperata ricerca di un palcoscenico, disposti a recitare qualsiasi parte, e suonare qualsiasi piffero, pur di raccogliere l'applauso del pubblico non pagante, e ci viene in mente - è successo l'altroieri - Piergiorgio Odifreddi, ateo di ferro, che si scioglie quando un (finto) Papa lo chiama al telefono: «Santità, mi alzo in piedi... Sarò anch'io a Messa con Lei... Vuol scrivere l'introduzione al mio libro?». Zanzare. Da schiacciare.

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Scritto con il preciso intento morale di fare del male a chi ci ha fatto del male - e urlare in faccia ai pifferai che hanno finito di incantarci, perché non gli riconosciamo più alcun potere su di noi (che è il parricidio intellettuale perfetto) - il libro di Mastrantonio è il conto, salato, che la sua generazione post-ideologica presenta, a futura vergogna, a quanti, prima, ci hanno detto di voler derattizzare la società, liberandola dal Male e dall'Ignoranza, e poi - maghi che si sono messi in testa di diventare sovrani - ci hanno incantati con la loro sedicente superiorità morale. Eccoli. I «dementi storiografici» (gli Asor Rosa, gli Eco, i Camilleri, propagandisti dell'idea delirante che il berlusconismo è peggio del fascismo!).

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I «patrioti merdaioli» (i Luttazzi, i Tabucchi che inveiscono contro questo Paese «di merda», o meglio contro quella parte che non amano del Paese, «per scioccare i benpensanti o perché, semplicemente, sono ancora in una fase che i freudiani definiscono anale»). Gli «escapisti elettorali» (i Consolo, i Tabucchi, gli Eco, i Battiato, i Saviano e tutti quelli che minacciano di andarsene dall'Italia se vince il loro avversario politico, cioè Berlusconi, e poi restano sempre qui, anche se Berlusconi vince, «e curiosamente le mete scelte, a rendere ancora paradossale il tutto, sono Francia e Spagna, Paesi vicini ma che, a dispetto di chi a sinistra li elegge come patrie ideali, tornano spesso in mano alle destre, è come se questi intellettuali volessero tornare a venire colonizzati», (Franza o Spagna purché se magna). I «cleptomani editoriali» (gli Augias, le Mazzucco, i Luttazzi, i Galimberti, e noi ci mettiamo pure i ladri di tweet, le Littizzetto e i Crozza, che urlano al ladro di dimettersi, se il ladro è Berlusconi, ma loro anche se rubano battute restano in tv). Le «ninfomoraliste ipocrite» (le Ravera, le Melisse Panarello e quelle che «predicano da pulpiti decisamente poco casti», «se non fosse che il bigottismo spesso è strumentale»).

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E gli «schizofrenici cognitivi», come i Camilleri «a favore del ponte di Messina quando c'è Prodi, contro quando c'è Berlusconi», o come Gianni Vattimo «che pur di attaccare Israele dà legittimità culturale ai Protocolli dei Savi di Sion», o come tutti quelli che pubblicamente sono impegnati contro Berlusconi e in privato raccattano soldi e fama grazie alla sua industria culturale, scrivendo per le sue case editrici e lavorando con le sue tv. Quelli che trovano però sempre il modo di scagionarsi, «perché mi trovo bene con gli editor» (Scalfari, Augias...) o perché «solo da dentro trasformi il sistema» (i Wu Ming, i Carlotto), o perché «stare dentro una contraddizione dà il senso di responsabilità» (Piccolo)... Tanti, ma non tutti. Qualcuno se ne andò da Mondadori appena il Cavaliere scese in politica, come Silvia Ballestra. Che per il 2014 ha annunciato il ritorno a Segrate, col romanzo Vera... Veri maiali orwelliani, come Napoleone, Palla di neve e... Piffero. Quelli che «tutti gli esseri umani sono uguali fra loro», ma gli intellettuali sono più uguali degli altri.”

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Questo è l’articolo. Certo, è un po’ pesante con gli intellettuali. Ma noi non dobbiamo giudicare nessuno di loro. Gli esempi ci servono solo per enucleare  il problema. Che ne pensiamo?.

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§ - La  grafica,  i  Gif  e il video musicale sono di Giovanna

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Giovanni  Marradi   -  Renaissance

 

LE FOIBE – IL GIORNO DEL RICORDO

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IL GIORNO DEL RICORDO

 

LE  FOIBE: TOMBE SENZA NOME

 

10 Febbraio

     

La strage dimenticata, ricordare per capire. Dopo la “giornata della memoria”,  il   10 Febbraio si celebra il “giorno del ricordo” per non dimenticare.  Circa 5.000 Italiani furono  massacrati in Istria, Dalmazia,Venezia Giulia tra il 1943 al 1945.  Questo eccidio  fu  nascosto, sotto forma di azione di guerra, ma in realtà fu  il più atroce e barbaro sterminio, perpetrato   il primo maggio 1945,  a guerra finita,  uccidendo, deportando, torturando migliaia di cittadini civili, maestri, minatori, ferrovieri, militari, appartenenti alle forze dell’ordine, preti, suore, donne e bambini,  a Basovizza, che divenne poi monumento nazionale nel 1992.   Erano cittadini inermi, colpevoli solo di essere Italiani o anticomunisti: queste atrocità furono  compiute  dalle truppe del maresciallo Tito,  durante l’occupazione Iugoslava.

 

LE FOIBEPersone destinate alle Foibe

 

Questa giornata non è solo dedicata alle vittime delle Foibe, ma anche alla grande tragedia dei profughi dell’Istria, Dalmazi. Si tratta  di oltre 350mila persone, costrette ad abbandonare la propria casa, la propria terra, per non sottomettersi al regime comunista instaurato da Tito. Le Foibe sono delle caverne, pozzi naturali molto profondi presenti sul Carso. Le stesse, vennero considerate  per migliaia di persone tombe senza nomi e senza fiori. Le vittime  trucidate in modo inumano e barbaro  venivano  gettate in queste sacche naturali, dopo numerose violenze,  legate con del filo di ferro fra di loro a catena,  e sospinte a gruppi  verso l’orlo dell’abisso.  Poco dopo,  con una scarica di proiettili, uccidevano i primi e questi  trascinavano  gli altri

 

Il buio infernale di una Foiba

Il buio infernale di una Foiba

 

vivi, dopo un volo di centinaia di metri.  Questi,  agonizzanti per le lacerazioni subìte durante  la caduta contro gli spuntoni di roccia morivano dopo giorni di sofferenza. Nel corso degli anni questi martiri sono stati vilipesi e dimenticati. Lo Stato Italiano, la politica  Nazionale, la scuola, hanno completamente cancellato il ricordo ed ogni riferimento a chi è stato ucciso per il solo motivo di essere Italiano o  perché era contrario al  regime di Tito,  compresi numerosi croati e sloveni che subirono la stessa fine dei nostri connazionali. Impossibile sapere quante persone furono gettate nelle profonde cavità, migliaia sono state esumate, ma molte furono  irraggiungibili.  Approssimativamente, si parla di 6-7mila, alle quali vanno aggiunte circa 3.000 persone scomparse nei Gulag (campi di sterminio) di Tito.

 

Foibe la verità non può essere infoibata

 

In seguito all’interessamento delle varie associazioni combattentistiche,  a nome degli esuli e  dei loro familiari, dopo sessant’anni, venne istituita questa giornata-nazionale del “ ricordo”,  sancita dalla legge 92 del 30 Marzo 2004. A nostro parere, è d’obbligo una profonda riflessione, circa questi terribili eventi : mai più nazionalismi, mai più violenze, mai più guerre. L’uomo,  come diceva Brecht, "impari ad essere di aiuto all'uomo".

 

NEMBO

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