Archive for ottobre 16th, 2013

L’Angolo del dialogo – Fatti e opinioni

             

Nel Venerdì di Repubblica n. 1330 del 13 settembre 2013, alle pagine 14 e 15,, nella Posta di Michele Serra, ho trovato uno scambio assai interessante fra un lettore e lo stesso Serra.

Lo metto a disposizione degli amici del blog perché lo ritengo molto utile ai fini del dialogo fra noi in questo momento di grave difficoltà che stiamo attraversando.

Dunque, scrive il lettore:

“Egregio Serra, un mio amico, padre di due figli come me, si è tolto la vita perché gli stavano togliendo il lavoro, come successe a me giusto un anno fa. Era una persona molto gentile, sorridente, simpatica, colta, molto responsabile e attaccata al lavoro dell’azienda di cui era dipendente. Non ha avuto la forza di reagire alla sventura che sta colpendo tante, troppe persone. Perdere il lavoro è un’esperienza devastante, soprattutto se non ci sono premesse e giustificazioni fondate economicamente (come quando si delocalizzano aziende in attivo, o si licenzia per questioni personali non professionali, tanto l‘articolo 18 è un ricordo del secolo scorso). Io mi aggrappo alla famiglia, facendo il precario a 50 anni, ma in giorni come questo la rabbia diventa disperazione, e le confesso che penso spesso ad azioni violente e sconsiderate, che non compio poi giusto perché conservo un senso di responsabilità civile. Penso che come me siano in tanti, sa, e mi chiedo se politici, potenti e intellettuali abbiano sentore di queste situazioni che possono diventare esplosive. So che è sbagliato e folle, ma io sento sempre più spesso frasi tipo “ci vorrebbero le Brigate Rosse” o “Bisognerebbe farsi giustizia da soli”, anche da persone che erano ragionevoli e moderate, prima…”

 

Lettera firmata

La risposta di Michele Serra, che fa precedere il tutto dal titolo

 

la seguente:

 

“Caro amico, di fronte a una morte così ingiusta – una morte per sottrazione, per perdita della dignità - non esistono risposte che non siano misere e raffazzonate. Ma provo ugualmente, visto che dopotutto è il mio mestiere,  a mettere quattro parole in croce. Il lavoro manca, il lavoro è molto meno di prima perché un intero mondo produttivo sta finendo o è già finito . Crisi dell’industria, crisi del commercio, delocalizzazione, progressivo esaurimento delle tutele di chi lavora, e una contrazione dei consumi che, francamente, non mi sembra attribuibile solamente alla mancanza di denaro, perché è anche figlia di una precedente sbornia consumista, e molti stanno imparando a vivere meglio con meno. Chi ci va di mezzo sono milioni di persone che hanno perduto il loro lavoro, perdendo con esso non solamente l’indipendenza economica, ma anche la propria identità. E non so, delle due tragedie, quale sia la più deprimente.

Conosco molto da vicino casi in cui c’è stata la forza di reagire, e andare alla riscossa; e casi, come quello del suo povero amico, in cui sono mancate le forze, o l’occasione, o la fortuna. Dalla politica ci si aspetterebbero prima di tutto parole di verità: dovrebbe dirci, soprattutto chi non fa il il demagogo di mestiere, che non torneremo MAI PIU’  a vivere come prima. E non hanno il coraggio di dircelo. E poi dovrebbero farsi in quattro, anzi in cinque, per soccorrere chi è in difficoltà da un lato (si chiama Welfare…); e per immaginare e promuovere nuove occasioni di reddito e di lavoro dall’altro. Ma viviamo ancora immersi nella fede supina nel “mercato”, in attesa che sia lui a restituirci ciò che ci ha levato, che sia lui a redistribuire risorse e quattrini negli ultimi vent’anni finiti nelle tasche di pochi e levate dalle tasche di molti. Il ceto medio è uscito distrutto da questa crisi.

Un nuovo ceto medio  impiegherà anni e forse un paio di generazioni a rinascere: ma perché possa rinascere serve una politica nuova e coraggiosa. Che non prometta fandonie, non faccia finte elemosine (tipo abolire l’Imu per poi riempire il buco con nuove tasse), e destini soldi, risorse, ricerca alle nuove frontiere del lavoro: natura, agricoltura, tutela ambientale, energie sostenibili, manutenzione del territorio, risanamento dell’edilizia degradata, un turismo più colto e in linea con il nostro patrimonio artistico… e tutto l’indotto industriale e manifatturiero che la nascita di una vera “nuova economia” si trascinerebbe dietro. Prima o poi qualcosa si muoverà: è la forza delle cose. Già adesso l’agricoltura è il solo settore dell’economia italiana che ha avuto un incremento degli occupati. Nel frattempo, rabbia e disperazione mordono, feriscono, uccidono, e accecano. Sulle Brigate rosse voglio dirle una cosa sola. Ammesso (e non concesso) che la violenza sia una pratica giustificabile, e non lo è, quei signori hanno colpito a vanvera, ucciso a casaccio. I loro obiettivi sono stati quasi sempre poveri servitori dello Stato, o professori armati solo dei loro libri, o magistrati che si battevano per una società più giusta. La violenza non rende solo violenti: rende anche imbecilli”.

 

Voglio aggiungere soltanto due puntualizzazioni al dialogo che ispirano lettera e risposta. Il primo: l’elemento internazionale. Non possono essere affrontati i problemi in un solo paese o solo nella cerchia dei paesi più ricchi, come, volenti o nolenti, sono l’Italia o l’Europa. Il secondo: una nuova politica economica per una nuova economia e civiltà non può essere affidata soltanto alle cosiddette “leve finanziarie” (anche Serra ad un certo punto accenna al problema). Abbiamo delegato troppo al mercato e alla finanza. Dobbiamo tornare indietro invece di continuare a svolgere i consueti riti e fare le consuete riverenze agli indici. Ma dialoghiamo fra noi, come sempre. Sicuramente ci sentiremo coinvolti. Grazie.

       

Richard Clayderman - Wild flower