Archive for settembre 17th, 2013

L’Angolo del dialogo – Politica ed economia

       

   

 E’ un dibattito con gli autori riportato nella rivista della Federmanager n. 42 di luglio 2013 alle pagine 33 e 34. Ne dò conto qui con grande soddisfazione in quanto mi conferma nell’idea che possono essere seguite altre vie rispetto a quella pedissequamente applicata negli ultimi anni in sede UE.

 

Dicono Ruffolo e Sylos Labini:

 

“Sarebbe necessario un nuovo compromesso storico tra il capitalismo e la democrazia, come quello che si instaurò alla fine della seconda guerra mondiale. L’esasperata finanziarizzazione dell’economia non è più sostenibile, occorre tornare a un capitalismo governato”.

 

“Giorgio Ruffolo, giornalista e saggista, già ministro della Repubblica, e Stefano Sylos Labini, ricercatore dell’Enea tra i massimi esperti di economia ambientale e di energia, con “Il film della crisi” (ed. Einaudi) hanno scritto un saggio straordinariamente lucido, in cui viene gettato uno sguardo analitico sul difficile momento che il mondo occidentale sta vivendo.

“Chiara la tesi di fondo che sottende il loro lavoro: c’è una grande questione sociale ed etica che va affrontata, rispetto alla quale la freddezza cartesiana di certi economisti che non hanno saputo prevedere la “tempesta” dentro la quale ci siamo trovati, non basta più. Nuove povertà (vedi “Il prezzo della disuguaglianza” di Joseph Stiglitz ) sollecitano una risposta che la politica e i Governi, a livello sia nazionale sia internazionale, non riescono a formulare, forse per scarsa consapevolezza e per un deficit di cultura delle classi dirigenti, sicuramente per un eccesso di miopia, alimentato da troppa avidità e ignoranza. “.

“Inutile sottolineare l’attualità del tema che ha catalizzato l’attenzione degli autori. L’ultima denuncia articolata da papa Francesco che ha detto, non facendo sconti, “In un mondo che muore di fame, non si può pensare alle banche”, appare come la silloge più efficace, l’estremo grido di allarme che testimonia che qualche cosa si è rotto, facendo saltare un modello economico e produttivo. Il clima negli ex Paesi ricchi è mutato, l’illusione ottica del benessere diffuso è evaporata, ingoiata dal debito,  l’Europa è scivolata alla periferia del mondo. A questo punto la domanda è: come fare a invertire la tendenza?”.

“Prima di tutto - esordisce Ruffolo - dobbiamo impegnarci a costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Contenere, poi, i movimenti di capitale di brevissimo termine con misure fiscali del tipo tobin tax e dichiarare guerra ai paradisi fiscali sono le altre azioni da intraprendere. Ridurre i divari della redistribuzione della ricchezza deve essere la stella polare dei Governi, non solo perché disuguaglianze troppo marcate sono moralmente inaccettabili, ma anche perché costituiscono un freno allo sviluppo dell’economia su scala globale”.

“Quando è cominciato il declino?”

 

“Nel luglio 2012 uno studio di James Henry di Mc Kinsey stimava il patrimonio nascosto dai super-ricchi nei paradisi fiscali in oltre 32 mila miliardi di dollari, una cifra equivalente alla somma delle economie degli Stati Uniti e del Giappone. In questa fase il capitalismo realizza l’obiettivo mancato dal movimento operaio: una vera e propria “internazionale capitalistica” che provoca enormi diseguaglianze tra capitale e lavoro e minaccia di deprimere la domanda. Questa minaccia viene fronteggiata attraverso un indebitamento sistematico che dà luogo a una “grande sbornia” del credito e ad una vera e propria inflazione finanziaria. L’indebitamento delle famiglie e delle imprese che ne risulta viene sistematicamente rinnovato, così da rendere il nuovo capitalismo finanziario un sistema nel quale i debiti non si rimborsano mai”.

“In che cosa hanno sbagliato i Governi?”

 

“Il sistema di moltiplicazione del debito avrebbe dovuto mettere in allarme, in quanto appariva chiara l’insostenibilità del modello che stava prendendo piede. Eppure i Governi hanno incentivato questo andazzo avallato, contro ogni logica, anche dalle agenzie di rating. Ma le onde del debito che si accavallano l’una sull’altra, prima o poi, s’infrangono sulla riva. È questo il momento della crisi. L’immensa liquidità creata dalle banche e dagli altri intermediari finanziari si essicca di colpo. La liquidità sparisce. Le banche cessano di farsi credito tra di loro. Ma molti hanno dimenticato che i debiti restano e devono essere pagati”.

 

“Così torna in campo la leva del denaro pubblico: ma in un contesto di risorse scarse è davvero la strada più illuminata?”.

“Per salvare il capitalismo dal collasso sono state mobilitate risorse pubbliche di una portata mai vista nella storia contemporanea. A differenza però degli anni Trenta, quando vi furono massicci interventi statali nell’economia reale (protezionismo, nuove regole, nazionalizzazioni), la crisi attuale è stata fronteggiata attraverso la sostituzione del debito privato con quello pubblico e con l’espansione della moneta da parte delle banche centrali. L’intervento dello Stato ha privilegiato il salvataggio delle banche mentre è stato molto debole sul lato della crescita. Così i Governi vengono ”puniti” per i loro disavanzi dalle agenzie di rating, riducono le spese sociali e, di conseguenza, addossano i costi della crisi sui ceti più deboli”.

 

“Sylos Labini, il saggio denuncia anche una scarsa volontà  politica: che cosa intendete esattamente? “.

“Mi spiego in termini semplici. Ci sono tre mosse fondamentali che andrebbero attuate. La prima è la restituzione alla politica del controllo dei movimenti internazionali dei capitali, quale esisteva prima della loro “liberazione”. La seconda è la riproposizione di un modello d’impresa capitalistica simile a quello profilatosi con la teoria dell’impresa manageriale: un’impresa non più prigioniera della massimizzazione del profitto nel breve periodo ma dispiegata verso una serie di azioni rivolte al suo sviluppo economico, sociale e culturale. La terza è il ritorno non al disegno di Bretton Woods ma al suo progetto rivale, quello proposto sempre a Bretton Woods da John Maynard Keynes e basato su un ordine mondiale senza egemonia americana e su una pari responsabilità dei Paesi creditori e di quelli debitori”.

 

“Il rapporto tra democrazia e capitalismo appare sempre più squilibrato. Quali fattori hanno generato questo sbilanciamento?”.

“La democrazia e il capitalismo rappresentano le due grandi forze che agiscono nell’età moderna per assicurare all’Occidente una netta superiorità sulle altre economie del mondo. La democrazia dà la possibilità di una selezione e di un ricambio tra le classi dirigenti favorendo la partecipazione e la solidarietà sociale. Il capitalismo, attraverso la mobilitazione dei fattori di produzione, permette di conseguire una crescita formidabile della produttività. Non è detto tuttavia che le due forze cooperino sempre tra loro, anzi, spesso entrano in contrapposizione perché le classi dirigenti capitalistiche cercano di appropriarsi del plusvalore per aumentare la propria ricchezza a scapito dei lavoratori”.

“Il libro denuncia anche l’eccessiva fiducia nelle politiche di stampo liberista. Il ciclo negativo che stiamo attraversando prende le mosse da questa impostazione economica e culturale?”.

 

“La liberazione dei capitali promossa agli inizi degli anni Ottanta da Ronald Reagan negli Stati Uniti e da Margaret Thatcher in Inghilterra ha determinato un completo rovesciamento dei rapporti di forza sia tra capitale e lavoro sia tra capitalismo e democrazia, poiché ha creato una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli Stati nazionali. Da quel momento la capacità d’intervento dello Stato nell’economia va incontro ad un drastico ridimensionamento, mentre i lavoratori cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive. Altra conseguenza da non trascurare è la rottura dell’alleanza tra capitale e lavoro, che aveva dato fiato alla grande espansione degli anni Ottanta”.

“Nel libro sostenete la centralità del capitalismo manageriale, capace di coniugare l’etica e il profitto. Non è una posizione troppo astratta?”.

 

“Nell’età compresa tra il secondo dopoguerra e le riforme di Reagan e della Thatcher il profitto aveva subito una certa riduzione della propria importanza relativa, mentre erano diventati più rilevanti altri fattori che qualificano la vita dell’azienda: l’attenzione alle relazioni sociali, l’innovazione, la cultura. Si era così affermato un capitalismo manageriale contrassegnato non solo dall’obiettivo del profitto. Con la liberazione del movimento dei capitali e l’inondazione che seguì, il profitto di breve periodo riconquista un’importanza centrale nell’economia dell’impresa, e tutte le attività finanziarie legate all’aumento della profittabilità segnano una ripresa costante e rilevante. La distribuzione di dividendi agli azionisti e la ricerca continua dell’incremento delle quotazioni azionarie diventano indice supremo di efficienza e di forza. I finanzieri conquistano così un ruolo centrale nella gestione delle grandi unità produttive imponendo la propria visione del mondo, che può essere rappresentata dal guadagno immediato da ottenere con ogni mezzo. Questo fenomeno va arginato.”.

“Il nostro presidente del Consiglio ha ricordato che l’unica vera priorità è il lavoro. Esiste uno spazio per operare scelte di politica economica di fronte a un’Europa che non vuole cedere sul piano del rigore?”.

 

“Non c’è alternativa. Le risorse per la crescita vanno trovate innanzitutto a livello europeo. A mio avviso Enrico Letta dovrà lavorare per costruire una solida alleanza con la Spagna e la Francia oltre che con gli altri Paesi europei in difficoltà quali Grecia e Portogallo. L’obiettivo è quello di avanzare proposte molto precise e concrete alla Germania, come un nuovo statuto della Banca Centrale Europea sul modello della Federal Reserve, che può intervenire per contribuire alla lotta contro la disoccupazione, l’eliminazione del fiscal compact, la mutualizzazione dei debiti dei singoli Paesi, il lancio degli Eurobond per finanziare un grande progetto di innovazione e sviluppo a livello continentale”.

 

“Nel saggio non è celato un certo scetticismo rispetto al mito della “autoregolazione” del mercato. Che significa in concreto?”.

 

“Crediamo che il futuro debba essere quello di un’economia mista dove coesistono imprese pubbliche e imprese private, specialmente in settori strategici come il credito, l’energia e le assicurazioni”.

Questo il dibattito, che personalmente mi ha aperto nuove vie di ragionamenti e approfondimenti. Dunque non è vero che la strada ormai imboccata da anni sia obbligata. Si può fare di meglio e di più per affrontare la crisi. Ma occorre tanta volontà politica e una vera rivoluzione nei programmi e negli assetti europei.

     

Ennio Morricone - The green leaves of summer