Archive for settembre, 2013

LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

 


 



In natura, in molte specie animali, avviene spesso che il maschio assolve il compito della fecondazione e si disinteressa completamente di tutto il seguito mentre la femmina porta avanti la gestazione, accudisce da sola alla nascita dei suoi cuccioli, assolve tutti i compiti di madre per il nutrimento, la cura, la difesa e l’addestramento dei piccoli fino a

 

 

portarli alla completa autonomia affinché possano affrontare da soli tutte le problematiche dell’esistenza selvaggia in un ambiente ostile come quello animale. In questi casi non credo che possa essere chiamato amore l’atto dell’accoppiamento tra il maschio e la femmina mentre possiamo considerare vero amore quello della madre verso la propria prole.

 

Anche nella specie umana ci sono uomini che si comportano nello stesso modo e le donne agiscono di conseguenza: la natura è natura per tutti.

Vi chiederete perché questa premessa e devo dire che mi è venuto in mente tale aspetto del mondo animale in seguito alla storia d’amore raccontatami da una cara amica, che, per sua espressa volontà e rispetto della privacy chiameremo Mary, la quale ha inviato questi versi scaturiti dalla tormentata vicenda della sua emozionante storia d’amore.

 

 

È una poesia che si compone  di tre parti: la prima descrive l’appagamento e le gioie di una donna felice;  nella seconda emergono i timori e tutte le incertezze verso un uomo che non sa darle quanto lei ancora desidera ma infine, nella terza parte, c’è il lieto fine ovvero l’appagamento che emerge dal cuore di una donna innamorata del proprio uomo.

In questa vicenda mi viene spontaneo formulare due domande:

1 – “ L’amore dell’uomo verso la donna è diverso di quello di una donna verso l’uomo ?”

2 – “Quanti uomini, nella vita sociale di oggi, si comportano come l’orso nel mondo animale ?”

Proviamo a dare una risposta.

Nell’augurarvi una felice Domenica vi invito a leggere la poesia e a dire la vostra. Grazie.

 

 


 


 

   SEI…

         … lo sguardo in cui mi perdo

              … l’emozione di un bacio

                   …l’abbraccio caldo nella notte

    …la mano che mi accarezza il viso

        …il brivido del desiderio mai provato

            …il sorriso dei giorni sereni

                …il sogno di una vita

                    …l’incanto dei miei pensieri

                        …la canzone ballata in cucina

 …la candela che illumina le sere

     …la passeggiata mano nella mano

         …la carezza sulla gamba in moto

              …il caffè della mattina

 …cucinare insieme tra abbracci e sorrisi

      …la gioia di condividere

          …l’entusiasmo di tanti progetti      

SEI

  …il dolore del mio non raggiungerti

      …la rabbia della tua indifferenza

         …la frustrazione della tua distanza

             …la mancanza del quotidiano

                 …le lacrime nel  sentirti distante

 …la tristezza di risvegli senza te

     …il nodo alla gola della solitudine

         …le sere senza sogni

             …la paura di perderti

…la delusione di non essere indispensabile

    …la mancanza di confronti sereni

        …il mistero dei tuoi pensieri

            …il tuo cuore a volte mascherato

                …il non aver bisogno di me, ma…

   SEI…

        L’AMORE

               VERO

                    SOGNATO

                         UNICO

                             IRRIPETIBILE

                                 MERAVIGLIOSO

                                      INSOSTITUIBILE

               SEI…   TUTTO!

 

 


 

§  –   Le immagini e il video musicale sono a  cura di Giovanna.

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 Richard Clayderman – All the things you are

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Ricordo di Anna Magnani

 

 

Ricordo di Anna Magnani

 

 

 

La nostra amica Lucia.tr, moglie del già nostro collaboratore della redazione, Angelo, per la rubrica “La pagina della musica”, ci  ha inviato un ricordo per la scomparsa di Anna Magnani, 40 anni fa, che siamo lieti di pubblicare

La Redazione del Bosco

 

 

 

 

So’ quarantanni Nannare’…..
ma nun te ne sei mai annata!
Sempre ner core de tutti li romani
sei restata!

 

 

 

Il 26 settembre 1973 moriva un’icona della storia del cinema,  Anna Magnani, chiamata affettuosamente  Nannarella.

Grande donna. È stata la prima attrice a vincere l’Oscar con il film “La rosa tatuata” nel 1956,  ma il successo che l’aveva resa famosa risale al 1945,  con l’interpretazione  memorabile e commovente nel film “ Roma città aperta”, divenuto negli anni  il manifesto del Neoralismo.  Ho ancora impresse nella memoria la scena della Magnani che corre dietro un camion tedesco, dove era tenuto rinchiuso suo marito, che si conclude  con la cruenta uccisione della protagonista,  la grande ”Sora Pina”,  per mano dei nazisti.

Anna, ti vogliamo sempre molto bene!

 

 

 

Lucia

 


Arte!!

 

 

 

 

 

 

 

Si è già parlato più volte della difficoltà delle donne ad affermarsi nelle arti, in tutte le epoche passate, poiché quel mondo è sempre stato di esclusivo appannaggio maschile.
Nonostante ciò, anche nel Rinascimento e nei secoli seguenti  ci sono state   figure femminili assolutamente straordinarie, che hanno lasciato una precisa  impronta artistica.
Ci siamo già occupati dell’eccellente pittrice  Artemisia Gentileschi (1593-1653),
donna determinata, a dispetto della sua burrascosa e  travagliata vita, da ragazza e da adulta.
Abbiamo parlato anche di Elisabetta Sirani, altra abilissima artista bolognese del ‘600,  pittrice ma anche incisore e orafa, che lasciò numerose opere, anche se la morte la colse a soli 27 anni e, ancora, di Rosalba Carriera, pittrice e miniaturista veneta del ‘600.
Un’altra artista Rinascimentale, mi ha colpito in modo  particolare, che si distinse per la sua grande abilità:  celebre scultrice, ma anche incisore e orafo:  Properzia de’ Rossi. Di lei, il famoso storico dell’Arte, Giorgio Vasari disse: “Andò la fama di così nobile ed elevato ingegno per tutt’Italia”….., alla quale dedicò una specifica biografia.

 

Spilla dalle 100 teste

 

La figura di Properzia è avvolta in gran parte dall’ombra. Non ci sono molti documenti che la riguardino. La data di nascita fu ricavata da un “Instrumento del 1515, trovato nell’Archivio Notarile, in cui viene menzionata come donna di 25 anni. Figlia di un notaio bolognese, fu l’unica scultrice della prima metà del ‘500, ricordata dalle fonti dell’epoca.
Vasari, come  è già stato  precisato, ne scriverà la vita lodando il suo virtuosismo come la sua bellezza, così tanto celebrato da crearne un mito.
Secondo le fonti del tempo, Properzia aveva potuto intagliare 60 teste su un nocciolo di ciliegia, opera da identificare nell’anello conservato presso il Gabinetto delle Gemme della Galleria degli Uffizi.

Spilla dalle cento teste (nocciolo di ciliegia scolpito, oro, diamanti, perle), Firenze, Museo degli Argenti – Palazzo Pitti.

 

Aquila a due teste in filigrana d’argento con 11 noccioli di pesca

 

Un altro esempio della sua grande abilità è il gioiello commissionato dalla famiglia Grassi, custodito presso  il Museo Civico Medievale di Bologna, che raffigura un’aquila a due teste in filigrana d’argento, e con 11 noccioli di pesca intagliati e incastonati a giorno, che presentano,  da un lato,  la figura di un apostolo e dall’altro quella di una santa.
Properzia ricevette la prima formazione dall’incisore Marcantonio Raimondi a Bologna fino al 1507. Si misurò, inoltre, anche con disegni e incisioni. Le sue opere più importanti sono due pannelli di marmo a rilievo con testi testamentari, custoditi  nella Basilica di San Petronio a Bologna.

 

San Giuseppe e la moglie di Putifarre – Basilica San Petronio – Bologna

 

Le formelle databili tra il 1525-26,  si riferiscono entrambe al tema della castità di Giuseppe. Nella formella qui sopra, la tradizione vuole che l’artista rappresenti se stessa e l’uomo amato, il giurista Antonio Galeazzo Malvasia. Dopotutto, l’insieme di aneddoti e vita privata fa parte della storia dell’arte, se si parla di una donna poi additata come concubina, Properzia sicuramente rappresentò un elemento di disturbo nel panorama artistico bolognese.
L’artista fu un personaggio di un’accesa sensualità, sia nella vita che nell’arte, come si vede dal tratteggio della moglie di Putifarre, così discinta e sfrontata, tanto che ancora nel XIX secolo le fu dedicata una tragedia da Paolo Costa.

 

Nudo di donna

 

Alla sua tumultuosa vita corrispose un epilogo tragico.
Narra Vasari  che,   al termine dell’Incoronazione  di Carlo V (24 febbraio 1530), Papa Clemente VII chiese di incontrare  la scultrice, ma ebbe in risposta una notizia  “che li spiacque grandissimamente”.  Properzia  de’ Rossi morì di peste  quella stessa settimana nell’ospedale di San Giobbe,  a Bologna.

 

 

–  Alcuni dati provengono dal Web.

 

 

 

 Richard Clayderman  –   I have a dream 

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

 

 

 

 

 

Flora Sarda

 

Tante volte in questa pagina del Bosco abbiamo parlato della meravigliosa isola che è la Sardegna:  abbiamo ampiamente disquisito delle sue origini geologiche, della sua storia millenaria, dei suoi monumenti archeologici, dei suoi nuraghi, delle sue foreste, monti,  boschi, lagune,  stagni costieri, piccole isole, funghi e fiori selvatici, fauna in ambienti naturali e selvaggi, della sua gente autentica e ospitale, dei suoi prodotti dai sapori caratteristici dai gusti inconfondibili e indimenticabili, dei suoi vini corposi e genuini, del suo mare azzurro e delle sue meravigliose spiagge e, in ultimo, anche del misterioso “mal di Sardegna”, quella sottile nostalgia che ti contagia e ti rimane dentro quando visiti questa terra antica per la prima volta, poi ti assale e non vedi l’ora di poterci tornare. Questa è la Sardegna, terra dai mille colori, mille sapori,  mille impenetrabili misteri che ti ostini a voler scoprire ma che rimarranno sempre gelosamente segreti nelle sue impenetrabili caverne sotterranee naturali e in quelle scavate dall’uomo per la ricerca di minerali utili e preziosi per lo sviluppo e il progresso dell’uomo e della civiltà:  carbone, piombo, zinco, alluminio, argento, oro e altro ancora. Terra che viene ancora profanata nel sottosuolo per la ricerca del petrolio o possibili giacimenti di gas, senza tener conto che questo porterà al depauperamento delle sue bellezze e risorse naturali di superficie.

 

Ritorno ancora a parlarvi della amata Sardegna perché in questa occasione vorrei rivolgere un pensiero e un omaggio al nostro amico Ottorino Mastino che tante volte ci ha deliziati con le sue storie e sublimi poesie ma che oggi, alla soglia del compimento dei novantanove anni, sta attraversando un momento  difficile del suo stato di salute.  È sotto costante controllo medico e vogliamo porgergli il nostro messaggio di solidarietà e conforto  augurandogli di ritornare presto in piena efficienza perché lo vogliamo ancora con noi.  In attesa di buone nuove,  leggiamo insieme questi suoi liberi versi che riportano una sintesi della storia della sua e nostra amata Sardegna. Nel ringraziarvi per la partecipazione auguro una buona e serena domenica per tutti.

 

 

 

 

 

 


 

Mappa antica della Sardegna

 

 

 

Piacevole mi giunge la storia antica

della mia mitica Sardegna,

dello storico giornalista Frau:

nel XII secolo Avanti Cristo,

la terra sarda aveva città lussuose,

terreni ubertosi, clima tiepido costante,

dove si viveva felici e ricchi,

con gioventù bella e leggiadra.

Tutto abbondava, bestiame, lavoro,

miniere d’oro, d’argento e altro,

con città splendide,

terreni produttivi (l’estero geloso).

Un brutto giorno arrivò

Un cataclisma con maremoti devastanti:

tutto fu catastrofico.

Sconvolta fu l’isola mito,

tutto scomparve e fu tutto fango.

Palazzi e torri, città, paesi

diroccati e demoliti.

Svanì un tempo di ricchezze

di benessere invidiato.

Lontano dal mare

vengono ancora trovate

conchiglie, coralli, arselle

e altre pietre marine.

Poi arrivarono usurpatori e dominatori

Che agguantarono tutto il resto.

Rimasero però settemila Nuraghi

sublimi e meravigliosi

che sfidando intemperie e secoli

ancora si ergono a testimoniare

una antica civiltà sarda

di progresso, di grandezza.

Passarono anni e governò

Il “Regno Sardo” che diventò

l’attuale Stato Italiano.

 

 

 

 

 

  Musica rilassante – Violino

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L’Angolo del dialogo – Politica ed economia

 

 

 

 

 

 

 E’ un dibattito con gli autori riportato nella rivista della Federmanager n. 42 di luglio 2013 alle pagine 33 e 34. Ne dò conto qui con grande soddisfazione in quanto mi conferma nell’idea che possono essere seguite altre vie rispetto a quella pedissequamente applicata negli ultimi anni in sede UE.

 

Dicono Ruffolo e Sylos Labini:

 

“Sarebbe necessario un nuovo compromesso storico tra il capitalismo e la democrazia, come quello che si instaurò alla fine della seconda guerra mondiale. L’esasperata finanziarizzazione dell’economia non è più sostenibile, occorre tornare a un capitalismo governato”.

 

“Giorgio Ruffolo, giornalista e saggista, già ministro della Repubblica, e Stefano Sylos Labini, ricercatore dell’Enea tra i massimi esperti di economia ambientale e di energia, con “Il film della crisi” (ed. Einaudi) hanno scritto un saggio straordinariamente lucido, in cui viene gettato uno sguardo analitico sul difficile momento che il mondo occidentale sta vivendo.

“Chiara la tesi di fondo che sottende il loro lavoro: c’è una
grande questione sociale ed etica che va affrontata, rispetto alla quale la freddezza cartesiana di certi economisti
che non hanno saputo prevedere la “tempesta” dentro la quale ci siamo trovati, non basta più. Nuove povertà (vedi “Il prezzo della disuguaglianza” di Joseph Stiglitz ) sollecitano una risposta che la politica e i Governi, a livello sia nazionale sia internazionale, non riescono a formulare, forse per scarsa consapevolezza e per un deficit di cultura delle classi dirigenti, sicuramente per un eccesso di miopia, alimentato da troppa avidità e ignoranza. “.

“Inutile sottolineare l’attualità del tema che ha catalizzato
l’attenzione degli autori. L’ultima denuncia articolata da
papa Francesco che ha detto, non facendo sconti, “In un
mondo che muore di fame, non si può pensare alle banche”, appare come la silloge più efficace, l’estremo grido di
allarme che testimonia che qualche cosa si è rotto, facendo saltare un modello economico e produttivo. Il clima negli ex Paesi ricchi è mutato, l’illusione ottica del benessere
diffuso è evaporata, ingoiata dal debito,  l’Europa è scivolata alla periferia del mondo. A questo punto la domanda è:
come fare a invertire la tendenza?”.

“Prima di tutto – esordisce Ruffolo – dobbiamo impegnarci
a costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali in
cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Contenere,
poi, i movimenti di capitale di brevissimo termine con misure fiscali del tipo tobin tax e dichiarare guerra ai paradisi fiscali sono le altre azioni da intraprendere. Ridurre i divari della redistribuzione della ricchezza deve essere la stella polare dei Governi, non solo perché disuguaglianze troppo marcate sono moralmente inaccettabili, ma anche perché costituiscono un freno allo sviluppo dell’economia su scala globale”.

“Quando è cominciato il declino?”

 

“Nel luglio 2012 uno studio di James Henry di Mc Kinsey
stimava il patrimonio nascosto dai super-ricchi nei paradisi fiscali in oltre 32 mila miliardi di dollari, una cifra equivalente alla somma delle economie degli Stati Uniti e del
Giappone. In questa fase il capitalismo realizza l’obiettivo
mancato dal movimento operaio: una vera e propria “internazionale capitalistica” che provoca enormi diseguaglianze tra capitale e lavoro e minaccia di deprimere la domanda. Questa minaccia viene fronteggiata attraverso
un indebitamento sistematico che dà luogo a una “grande sbornia” del credito e ad una vera e propria inflazione
finanziaria. L’indebitamento delle famiglie e delle imprese che ne risulta viene sistematicamente rinnovato, così
da rendere il nuovo capitalismo finanziario un sistema nel
quale i debiti non si rimborsano mai”.

“In che cosa hanno sbagliato i Governi?”

 

“Il sistema di moltiplicazione del debito avrebbe dovuto
mettere in allarme, in quanto appariva chiara l’insostenibilità del modello che stava prendendo piede. Eppure i Governi hanno incentivato questo andazzo avallato, contro ogni logica, anche dalle agenzie di rating. Ma le onde del debito che si accavallano l’una sull’altra, prima o poi, s’infrangono sulla riva. È questo il momento della crisi. L’immensa liquidità creata dalle banche e dagli altri intermediari finanziari si essicca di colpo. La liquidità
sparisce. Le banche cessano di farsi credito tra di loro.
Ma molti hanno dimenticato che i debiti restano e devono essere pagati”.

 

“Così torna in campo la leva del denaro pubblico: ma in
un contesto di risorse scarse è davvero la strada più illuminata?”.

“Per salvare il capitalismo dal collasso sono state mobilitate risorse pubbliche di una portata mai vista nella storia
contemporanea. A differenza però degli anni Trenta, quando vi furono massicci interventi statali nell’economia reale
(protezionismo, nuove regole, nazionalizzazioni), la crisi
attuale è stata fronteggiata attraverso la sostituzione del
debito privato con quello pubblico e con l’espansione della
moneta da parte delle banche centrali. L’intervento dello
Stato ha privilegiato il salvataggio delle banche mentre è
stato molto debole sul lato della crescita. Così i Governi
vengono ”puniti” per i loro disavanzi dalle agenzie di rating, riducono le spese sociali e, di conseguenza, addossano i costi della crisi sui ceti più deboli”.

 

“Sylos Labini, il saggio denuncia anche una scarsa volontà  politica:
che cosa intendete esattamente? “.

“Mi spiego in termini semplici. Ci sono tre mosse fondamentali che andrebbero attuate. La prima è la restituzione alla politica del controllo dei movimenti internazionali dei capitali, quale esisteva prima della loro “liberazione”. La seconda è la riproposizione di un modello d’impresa capitalistica simile a quello profilatosi con la teoria dell’impresa manageriale: un’impresa non più prigioniera della massimizzazione del profitto nel breve periodo ma dispiegata verso una serie di azioni rivolte al suo sviluppo economico, sociale e culturale. La terza è il ritorno non al disegno di Bretton Woods ma al suo progetto rivale, quello proposto sempre a Bretton Woods da John Maynard
Keynes e basato su un ordine mondiale senza egemonia
americana e su una pari responsabilità dei Paesi creditori
e di quelli debitori”.

 

“Il rapporto tra democrazia e capitalismo appare sempre
più squilibrato. Quali fattori hanno generato questo sbilanciamento?”.

“La democrazia e il capitalismo rappresentano le due grandi forze che agiscono nell’età moderna per assicurare
all’Occidente una netta superiorità sulle altre economie
del mondo. La democrazia dà la possibilità di una selezione e di un ricambio tra le classi dirigenti favorendo la
partecipazione e la solidarietà sociale. Il capitalismo, attraverso la mobilitazione dei fattori di produzione, permette di conseguire una crescita formidabile della produttività.
Non è detto tuttavia che le due forze cooperino sempre
tra loro, anzi, spesso entrano in contrapposizione perché
le classi dirigenti capitalistiche cercano di appropriarsi del
plusvalore per aumentare la propria ricchezza a scapito
dei lavoratori”.

“Il libro denuncia anche l’eccessiva fiducia nelle politiche di
stampo liberista. Il ciclo negativo che stiamo attraversando prende le mosse da questa impostazione economica e
culturale?”.

 

“La liberazione dei capitali promossa agli inizi degli anni
Ottanta da Ronald Reagan negli Stati Uniti e da Margaret
Thatcher in Inghilterra ha determinato un completo rovesciamento dei rapporti di forza sia tra capitale e lavoro sia tra capitalismo e democrazia, poiché ha creato una condizione di fortissimo vantaggio per le grandi imprese private nei confronti degli Stati nazionali. Da quel momento la capacità d’intervento dello Stato nell’economia va incontro ad un drastico ridimensionamento, mentre i lavoratori cominciano a subire i ricatti delle delocalizzazioni produttive.
Altra conseguenza da non trascurare è la rottura dell’alleanza tra capitale e lavoro, che aveva dato fiato alla grande espansione degli anni Ottanta”.

“Nel libro sostenete la centralità del capitalismo manageriale, capace di coniugare l’etica e il profitto. Non è una posizione troppo astratta?”.

 

“Nell’età compresa tra il secondo dopoguerra e le riforme
di Reagan e della Thatcher il profitto aveva subito una
certa riduzione della propria importanza relativa, mentre
erano diventati più rilevanti altri fattori che qualificano la
vita dell’azienda: l’attenzione alle relazioni sociali, l’innovazione, la cultura. Si era così affermato un capitalismo manageriale contrassegnato non solo dall’obiettivo del profitto. Con la liberazione del movimento dei capitali e l’inondazione che seguì, il profitto di breve periodo riconquista un’importanza centrale nell’economia
dell’impresa, e tutte le attività finanziarie legate all’aumento della profittabilità segnano una ripresa costante e
rilevante. La distribuzione di dividendi agli azionisti e la
ricerca continua dell’incremento delle quotazioni azionarie diventano indice supremo di efficienza e di forza.
I finanzieri conquistano così un ruolo centrale nella gestione delle grandi unità produttive imponendo la propria visione del mondo, che può essere rappresentata
dal guadagno immediato da ottenere con ogni mezzo.
Questo fenomeno va arginato.”.

“Il nostro presidente del Consiglio ha ricordato che l’unica vera priorità è il lavoro. Esiste uno spazio per operare
scelte di politica economica di fronte a un’Europa che non
vuole cedere sul piano del rigore?”.

 

“Non c’è alternativa. Le risorse per la crescita vanno trovate innanzitutto a livello europeo. A mio avviso Enrico
Letta dovrà lavorare per costruire una solida alleanza
con la Spagna e la Francia oltre che con gli altri Paesi
europei in difficoltà quali Grecia e Portogallo. L’obiettivo è
quello di avanzare proposte molto precise e concrete alla
Germania, come un nuovo statuto della Banca Centrale
Europea sul modello della Federal Reserve, che può intervenire per contribuire alla lotta contro la disoccupazione, l’eliminazione del fiscal compact, la mutualizzazione dei debiti dei singoli Paesi, il lancio degli Eurobond per finanziare un grande progetto di innovazione e sviluppo a livello continentale”.

 

“Nel saggio non è celato un certo scetticismo rispetto al
mito della “autoregolazione” del mercato. Che significa in
concreto?”.

 

“Crediamo che il futuro debba essere quello di un’economia mista dove coesistono imprese pubbliche e imprese
private, specialmente in settori strategici come il credito,
l’energia e le assicurazioni”.

Questo il dibattito, che personalmente mi ha aperto nuove vie di ragionamenti e approfondimenti. Dunque non è vero che la strada ormai imboccata da anni sia obbligata. Si può fare di meglio e di più per affrontare la crisi. Ma occorre tanta volontà politica e una vera rivoluzione nei programmi e negli assetti europei.

 

 

 

Ennio Morricone – The green leaves of summer

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

Puntualmente a settembre riprende la stagione della caccia con i vari calendari venatori regionali e le immancabili diatribe dialettiche, verbali e non, tra animalisti e cacciatori. I primi a sostegno degli animali e quindi contro la caccia, gli altri danno riscontro con le più svariate motivazioni in difesa della ipotetica validità del loro hobby sportivo. Noi non vogliamo entrare nel merito della disputa che si prolunga ormai da decenni, ma vogliamo ricordare e mettere in evidenza che il Bosco si esprime sempre in favore degli animali, dei quali ci consideriamo amici, con la rubrica

“Il Mondo degli animali”. 

Fatta questa premessa presentiamo oggi una simpatica novella inviataci dall’amico Riccardo di Como per proporla a tutti gli affezionati boscaioli e lo facciamo volentieri.

Buona lettura e serena Domenica a tutti.

 

 


 

               

 

C’era una volta, in un paese lontano, ma non troppo lontano, un giovane di nome Fifi, che nella lingua locale significa:

“forte e coraggioso ma non tanto sveglio”.

E’ mirabile come certe lingue sappiano essere sintetiche.

Dovete sapere che da quelle parti non esistevano più animali selvatici, ma solo piccoli animali “selvatici” messi in libertà dalle associazioni dei cacciatori, per venire poi cacciati all’apertura della stagione di caccia.

 

 

I loro canti notturni rendevano difficile il sonno agli abitanti del villaggio ma non solo, essi commettevano una infinità di malefatte, come rubare il grano nei campi o andare a bere l’acqua nelle pozzanghere del paese, passare la notte tra gli alberi delle belle ville, ecc.-

Per tutte queste ragioni, quella del cacciatore era una professione molto rispettata e Fifi,  con i suoi compagni ricopriva questo incarico con grande diligenza.

 

 

Col tempo, il giovane era diventato il terrore di tutti gli animali del bosco, ma lui non si divertiva più.

Era ambizioso e voleva diventare un cacciatore di tigri. 
Così tutte le sere pregava i suoi Dei: Potenti Dei, io sono FIFI, il terrore degli animali del bosco. Io so di valere molto, molto di più, datemi l’occasione e ve lo dimostrerò, fatemi diventare un cacciatore di tigri. 

Una bella mattina, vuoi per l’insistenza delle preghiere, vuoi perché Fifi, tutte le sere, sacrificava la pelle di una povera lepre in loro onore, finalmente ebbe la risposta:

Cacciatore di lepri e fagiani – una voce tonante rimbombò per il bosco – Nel mio nuovo salotto ci starebbe benissimo una bella pelle di tigre. Sei incaricato di procuramela!

 

 

Fifi si inginocchiò:

Potente signore della caccia, sarai ubbidito, avrai la più bella pelle di tigre che si sia mai veduta. 

Ti prego, mandami un elefante indiano, in modo che io possa salendo sulla sua groppa iniziare la caccia.

Un elefante indiano? chiese la voce, era palesemente seccata.

Non ho elefanti indiani da darti. Al massimo potrei mandarti un ippopotamo ugandese, ma temo non ti sarebbe di molto aiuto. Va, e portami quella pelle!

 

 

Potente Signore, dimmi, dove posso trovare i cani per stanare la tigre?

La voce, più tonante che mai, si fece di nuovo sentire:
“Fifi, mi stai proprio deludendo! Prima un elefante, adesso i cani, magari mi chiederai persino un fucile! –
In effetti, Signore, sarebbe la mia prossima richiesta – rispose un Fifi piuttosto intimorito.

Un fulmine s’abbatté su di un albero vicino, riducendolo istantaneamente in un mucchietto di cenere.

Volevi diventare cacciatore di tigri? Per tutti gli Dei della foresta del Borneo, portami la sua pelle! Lo dico per il tuo bene, non avrai una seconda occasione.

 

 

La voce era terribile e il tono era di chi non ammette replica.
Fu così che, quel pomeriggio stesso, il giovane Fifi, senza elefante, senza un cane e armato solo del suo coltello da caccia, s’inoltrò nella foresta di robinie a caccia della tigre.
Sul far della sera, una famiglia di tigri, composta da papà Tigre, mamma Tigre e quattro Tigrotti stava per accomodarsi nella tana per la notte. Papà Tigre chiamò a raccolta i suoi Tigrotti e fece loro un breve discorso:

Figlioli, prima di dormire ringraziamo gli Dei per avere esaudito le nostre preghiere, mandandoci anche oggi una preda stupida e facile da cacciare. Domani, come al solito, ricordatevi di offrire ciascuno due pelli di umano.

 

Mentre la famiglia Tigre al completo rivolgeva il sentito ringraziamento agli Dei, la luna illuminava gli ossicini spolpati del povero Fifi.

Voi ora vi chiederete ma c’è una morale in questo racconto?
Se c’è una morale in questa favola?

Io ne ho due scegliete quella che preferite:

1)- Molti cacciatori dicono che la caccia serve per eliminare gli animali più deboli o ammalati, come avviene in natura, mentre sfogano solo il loro innato istinto preistorico;

2)- Va bene che ti chiami Fifi, sei giovane aitante ma non troppo furbo, perché purtroppo non hai fatto in tempo a capire la differenza che c’è tra cacciare piccoli esseri indifesi, e cacciare chi come una tigre, si sa difendere.

 

 

 

§ – La composizione,  la grafica, le  immagini  e il video musicale sono a cura di Giovanna

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Richard Clayderman – The dream of Olwen

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