Archive for giugno, 2013

LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

 


 

 

Un fatto di cronaca avvenuto in Sardegna qualche mese fa mi ha riportato alla mente le battaglie sostenute per il riconoscimento della parità dei diritti uomo/donna.

Non mi pare il caso di disquisire su leggi, decreti e provvedimenti amministrativi emanati in varie fasi e che hanno portato all’attuale situazione che, in ogni caso, è ancora in fase di evoluzione (vedi l’ultima soluzione riguardante il dover scegliere sulla scheda elettorale un candidato di sesso maschile e uno di sesso femminile al fine di garantire la parità elettiva tra i due sessi).

 

 

Sta di fatto che fino a qualche tempo fa la donna non poteva accedere alle varie carriere militari né a partecipare ai concorsi pubblici per il personale dell’esercizio delle Ferrovie dello Stato (Macchinista, Capotreno ecc.), Vigili del Fuoco e altri servizi dello Stato.

Oggi la situazione è ben diversa e abbiamo donne, anche con ruoli e incarichi  importanti e di responsabilità, nei servizi militari, Aeronautica, Marina, Esercito, Carabinieri, Guardia di Finanza ecc. e, naturalmente nelle Ferrovie dello Stato.

Una bella conquista delle Donne che hanno, finalmente, la possibilità di esprimere le loro capacità secondo le proprie aspirazioni, intelligenze, peculiarità e caratteristiche individuali con pari opportunità e sana rivalità con il sesso maschile.

 


 

Un tentativo di rapina in Banca studiata nei minimi particolari sia come scelta della località, una importante e fiorente cittadina del Campidano, sia come data e orario che potevano essere quelli di maggiore concentrazione di denaro contante nelle casse della sede bancaria presa di mira. Forse era stato valutato anche il fatto che il comando della caserma dei carabinieri del luogo era affidato ad una donna e questo, per i balentes organizzatori del colpo poteva rappresentare un pericolo minore. Per la sicurezza la Banca non è affidata ai consueti vigilantes ma dispone di un controllo visivo di telecamere collegato costantemente ad una sede centrale.

Tre rapinatori semi-mascherati con guanti, sciarpe, cappellino e occhiali da sole entrano nella filiale quando sono presenti solo dieci persone tra clienti e dipendenti.

L’azione è molto decisa e le intenzioni sono subito evidenti: pistole puntate, una parte dei clienti viene chiusa nel bagno, gli altri fatti sdraiare per terra e immobilizzati con robusto nastro adesivo. Ad uno dei bancari viene intimato di far scattare il timer della cassaforte, il bottino viene raccolto in un sacco e a questo punto il colpo sembrava riuscito, dovevano solo andar via velocemente nel modo più naturale possibile.

 

Alto ufficiale dei Carabinieri

 

Dalla sede centrale di controllo, però, si sono resi conto che in quella filiale c’era qualcosa di irregolare e ne informano in tempo reale la stazione dei Carabinieri della Cittadina sede della Banca interessata. La caserma è sotto il Comando della Marescialla Gloria, una atletica ragazza di 26 anni praticante di boxe. Scatta subito l’intervento operativo. Gloria, con i due carabinieri in quel momento a sua disposizione si reca immediatamente nella zona interessata, dall’esterno della Banca non si nota nulla ma è già tutto sotto controllo.

Dalla porta principale esce uno degli autori del colpo, la marescialla gli intima l’alt ma quello istintivamente, nella speranza di farla franca, tenta la fuga. Gloria visto che il bandito non si è fermato, spara due colpi in aria, lo insegue, lo raggiunge e lo placca immobilizzandolo a terra. Il bandito nel tentativo di creare un diversivo aveva buttato via la pistola, rivelatasi poi un’arma giocattolo modificata. Gli altri due della banda resisi conto di essere stati scoperti, escono da una porta posteriore di servizio e riescono a far perdere le loro tracce ma nel trambusto della fuga sono costretti ad abbandonare il sacco con il bottino, verificato poi in 56 mila €uro.

 

Nei giorni immediatamente successivi i carabinieri hanno dato avvio alle indagini sotto la guida del Colonnello responsabile territoriale di zona. Un lavoro investigativo “vecchio stile” ha dichiarato lo stesso Comandante che, con l’ausilio del profilo Dna rilevato sui reperti recuperati e messo a confronto con alcuni sospettati nella cerchia delle conoscenze dell’arrestato, ha portato in poche settimane all’arresto di un secondo malvivente  e alla individuazione del terzo, che è attualmente ricercato.

Sta di fatto che il merito della fallita rapina in banca è da attribuirsi al coraggio, alla prontezza di spirito e alla immediatezza operativa della Marescialla Gloria, la quale, in una successiva intervista, alla domanda del giornalista che le chiedeva se aveva avuto paura, ha risposto: “Non per me ma per i miei uomini e per i cittadini presenti al momento”.

Una grande prova di alta professionalità.

Complimenti alla Marescialla Gloria.

 

ooooooooooooooo0oooooooooooooo

 

Ho voluto raccontare questo episodio a dimostrazione di come sono cambiate le cose rispetto a qualche decina di anni fa in seguito alla conquistata parità uomo/donna ma lascio aperto il dibattito alle vostre considerazioni invitandovi ad esprimere liberamente come la pensate.

La parità è anche questa?

Grazie per la cortese attenzione,

attendo le vostre risposte.


 

 

Richard Clayderman –  Invisible love

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Arte!!

 

 

 

Melozzo degli Ambrosi,  prese dalla propria città natale il nome da artista e  passò alla storia come Melozzo da Forlì.
Non si hanno notizie certe sulla giovinezza e sulla formazione di Melozzo, ma si ritiene che  iniziasse a lavorare con dei pittori giotteschi a Forlì e fu influenzato dall’arte di Mantegna.  Dal maestro veneto derivò  l’illusionismo prospettico, facendo degli scorci dal basso, e l’attenzione all’espressività delle figure,  un suo tratto caratteristico. Inoltre, ebbe molta familiarità con Giovanni Santi, il padre di Raffaello.
Appare del tutto verosimile un suo soggiorno alla corte di Urbino, nel decennio 1465-75, dove poté conoscere Piero della Francesca, di cui studiò le opere marchigiane e di cui, forse, fu allievo.

 

Angelo musicante

 

Lo stile dell’artista fu piuttosto affine a quello di Piero della Francesca. Melozzo apprese dal Maestro l’arte e la scienza della prospettiva, grande innovazione della pittura rinascimentale e i lucenti e densi impasti cromatici.  Egli  fu  anche conosciuto per la sua visione spaziale ampia e solenne nella quale si affermarono appieno il suo gusto per la rappresentazione scenografica e la sua ammirevole abilità prospettica, tale da far scrivere a Giorgio Vasari nel XVI secolo: “Il Melozzo fu un grandissimo prospettivo”.

 

Angelo col liuto

 

Oltre che da una delle sue rare opere su tavola (Cristo benedicente – Urbino, Galleria Nazionale delle Marche), la presenza di Melozzo nell’ambiente urbinate fu testimoniata dall’indubbio contatto col giovane Bramante e, come abbiamo già accennato, dal rapporto con Giovanni Santi, padre di Raffaello. Importante fu  anche  l’influenza esercitata dal gruppo di decoratori dello studiolo di Federico da Montefeltro in Palazzo Ducale, che si concretizzò in uno stile che  volge l’astrazione geometrica di Piero in una immediata aderenza ai valori umani.

 

Cristo benedicente – Ascensione

 

È lo stesso Piero della Francesca che introdusse Melozzo presso la corte pontificia, probabilmente già intorno al 1470. Nella Città Eterna l’artista raggiungerà i vertici della sua arte, affrontando grandiose imprese, diventando il nome di punta del pontefice Sisto IV della Rovere, fino a conquistare il titolo di “pictor papalis”.

La prima di tali imprese fu l’affresco dell’abside della chiesa dei Santi Apostoli a Roma,  commissionato intorno ai  primi anni Settanta del Quattrocento dal cardinale Pietro Riario, nipote del pontefice.

 

Angelo musicante

 

«Trovatori del cielo»,  li aveva definiti Adolfo Venturi nel 1913 nella Storia dell’arte italiana. E loro, angeli musicanti con cimbali, tamburi, liuti, mandolini, continuano a volare spensierati nell’azzurro, con riccioli d’oro e volti birichini. Raccontano come fosse bravo Melozzo da Forlì,  e come avesse ben capito la lezione di Piero della Francesca, umanizzandola. Li aveva dipinti a Roma,  in un grande affresco con l’Ascensione di Cristo, una sarabanda di scorci spericolati, di salti nel vuoto, di acrobazie celesti.

 

Angelo  musicante


Ridotti in quattordici frammenti nel 1711 sono sopravvissuti insieme agli Apostoli, tutti conservati nella Pinacoteca Vaticana, meno uno che si trova al  Museo el Prado di  Madrid, mentre il Cristo è nel Palazzo del Quirinale.

A Roma già da diversi anni, Melozzo  dipinse per la Biblioteca Vaticana l’affresco con Sisto IV che nomina il Platina prefetto della Bibioteca Vaticana (ora staccato e conservato nella Pinacoteca), l’opera sua maggiore, ove i personaggi, intensamente caratterizzati, si stagliano con viva presenza umana in un solenne ambiente architettonico.

 

Sisto IV nomina Platina Prefetto della Biblioteca Vaticana

 

Tra il 1484 e il 1493,  realizzò l’affresco della cupola della sagrestia di San Marco nella Basilica di Loreto, commissionato dal cardinale Girolamo Basso della Rovere. Fu uno dei primi esempi di cupola decorata sia con figure sia con elementi architettonici. Alla base della cupola, sopra la terminazione del tamburo e sotto gli angeli, dipinse su ogni vela otto Profeti seduti su un cornicione dipinto e inclinati in avanti, verso il basso, in modo che i volti mostrino il lato inferiore. Verso la sommità della cupola Melozzo dipinse un circolo di Cherubini e Serafini con al centro, sopra la testa dello spettatore, lo stemma del committente circondato da un festone.

Affresco cupola Basilica di Loreto

 

Più che  mai convincenti sono le figure sospese illusionisticamente nel vuoto, ricreate forse studiando dei modellini in cera sospesi con dei fili, magari riflessi in uno specchio posato per terra. Melozzo non aveva però ancora compreso, come fecero poi Raffaello  (nella cappella Chigi a Santa Maria del Popolo) e Correggio (a Parma),  che se la veduta dal basso era adeguata per le figure alla base della cupola, per quelle al centro era necessaria una veduta orizzontale.

 

Particolare cupola Basilica di Loreto

 

Altre opere da ricordare sono gli affreschi della Cappella di S.Elena nella Chiesa di S.Croce in Gerusalemme a Roma (1489). Sempre a Roma, alla scuola  di Melozzo  è attribuito l’affresco  dei Dottori della Chiesa nella basilica di Santa Francesca Romana, nei pressi del Colosseo.  L’artista, realizzò anche  la decorazione  di alcuni soffitti del Palazzo Comunale di Ancona (1493). Oltre ai bellissimi affreschi,  Melozzo da Forlì ci ha lasciato anche diversi dipinti, fra i quali vogliamo ricordare l’Annunciazione, ora nella Galleria degli Uffizi a Firenze.
Solo in tempi relativamente recenti si  è riscoperto il valore di questo pittore di origine romagnola e, anche se poche delle sue opere sono giunte fino ai giorni nostri, esse sono, comunque, in numero sufficiente a testimoniare la portata dei capolavori di questo grande artista e maestro della pittura quattrocentesca.

 L’Annunciazione – Galleria degli Uffizi

 

L’opera di Melozzo riveste un particolare interesse nell’evoluzione della pittura del tardo Quattrocento, che si avviava a superare gli ambiti delle scuole regionali per raggiungere, proprio in Roma, quella sintesi che nell’opera di Raffaello esprimerà un nuovo linguaggio unitario “nazionale”.

 

“Unì l’uso illusionistico della prospettiva, tipico di Andrea Mantegna, a figure monumentali rese con colori limpidi, vicine ai modi di Piero della Francesca. La luce tersa della sua pittura richiama quella dei “pittori di luce” fiorentini, come Domenico Veneziano e l’ultimo Beato Angelico. Fu il primo a praticare con grande successo lo scorcio dal basso, “l’arte del sotto in su, la più difficile e la più rigorosa”[1].

 

Basilica Santa Croce in Gerusalemme- Roma –  Affresco Gesù benedicente

 

Proprio  Melozzo da Forlì  ebbe notevole influenza su importanti pittori del Rinascimento, come Michelangelo, Raffaello e il Bramante. “Non ci sarebbe stato il Cinquecento di Raffaello e di Michelangelo senza Melozzo”,  scrisse lo storico dell’arte Antonio Paolucci.
Il grande pittore morì a Forlì nel 1494 e la sua tomba si trova all’interno della chiesa della Santissima Trinità.

(1) –  Dati Web

 

 

 

Robert Schumann – Traumerei  (S. Accardo – A. Beltrami)

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L’angolo del dialogo – Fatti e opinioni

 

 

 

 

 

 

 

Lo leggo sul Messaggero del giorno 20 giugno 2013. Sapete che Gervaso si autodefinisce il “grillo parlante”. In questa sua veste appone un altro sottotitolo “Chi gode e si contenta non godrà mai abbastanza”.
Ma veniamo all’intero articolo, che riproduco:

 

 

“Oggi mi ergerò a bardo e paladino dell’amore platonico. E anche a sacerdote. Sul suo divino altare, da almeno due lustri, sacrifico con l’assiduità di un certosino e la perseveranza di un benedettino. L’amore platonico è la sublimazione del più volgare anelito: quello ai piaceri della carne, indegni di una natura sana e virtuosa, che non cede alle esche di Belzebù e ne denuncia le sordide avance, i subdoli tranelli. Lasciatemi ancora una volta, cari lettori e carissime lettrici, citare l’aureo motto di quel sublime censore dei caduchi appetiti degli ingannevoli sensi che fu Lord Chesterfield: “La posizione è ridicola, il piacere effimero, la fatica tanta”.

Chi può, in buona fede, negare che l’amplesso, qualunque posizione si assuma, da quella canonica del missionario a quella più acrobatica e blasfema del lampadario (il più periglioso dei lanci), chi può negare che susciti un’incontenibile ilarità? E chi può negare la fugace estasi di un amplesso che, se durasse più di quello che per naturale e salutare decreto dura, provocherebbe il più atroce dei tormenti? La natura è provvida, anche se spesso travia il genere umano, volgendone i desideri verso fatui rapimenti.
Che la fatica sia tanta, solo un camallo genovese o un buttero maremmano potrebbero negarlo.

Quanti acciacchi mi sarei risparmiato se non mi fossi concesso con tanta deprecabile facilità e peccaminosa voluttà ai fatui pungoli di Venere, se non mi fossi esposto con tanta sacrilega leggerezza ai dardi del perfido Cupido. Quanti libri in più (altro che cinquanta) avrei scritto se avessi passato più tempo davanti alla mia vecchia e amatissima Lettera 22 che sul corpo della più bella donna del mondo.
Ma allora la mia carne, oggi frolla e stagionata, crepitava. Sullo spiedo dava il meglio di sé e quando si calava nel talamo coniugale o nell’adulterina alcova diventava un boccone più ghiotto di quelli che escono dai fornelli del mio amico Augustarello, redivivo Artusi.

Non nego (sarei spudoratamentemendace) di aver provato attimi di celestiale euforia, di avere goduto d’istanti di ellenica felicità. Non lo nego, ma ogni frutto ha la sua stagione e non si può dire  di aver vissuto se, passati i  sessantanni (nel mio caso, sessantatré) non si tirano i remi, cioè il remo, in barca, se non si chiude la partita dei sensi e non si apre quella della penitenza e della redenzione.
Oggi, se vedessi una donna, la più maliosa e fascinosa, la più accattivante e ammiccante che, per una svista o in un impeto di follia, mi offrisse  i suoi favori io, manifestandole tutta la mia gratitudine che simili gesti raccomandano e impongono, li rifiuterei con galante fermezza.

Quando faccio una scelta, non la tradisco e non l’abiuro, soprattutto se convinto della sua bontà. Quella bontà che la rende ineluttabile e aliena da ogni compromesso. Convincetevi, amici ed amiche, che la castità non è solo un bene, ma anche una grazia. Una grazia scesa dal cielo sugli uomini, forse di scarse risorse erotiche, ma di buona volontà. D’impuri, come siamo stati noi, folgorati dal bisturi di un grande urologo sulla via di Damasco.

Peccatori e peccatrici, ravvedetevi . Vi accoglierò nel mio santuario, dedicato a Cristina di  St. Troud che, per non cedere alle tentazioni, si introdusse in un forno aceso, dopodiché si legò a una ruota per poi sottoporsi al supplizio del cavalletto. Quindi, si fece appendere a una forca in compagnia di un cadavere. Non soddisfatta, chiese di essere sepolta a metà in una fossa. Solo allora trovò pace. Forse esagerò, ma andò in Paradiso e diventò Santa”.

 

 

Che dire, a questo punto? Gervaso scherza? Sì che scherza.  Non scherza? No che non scherza.. Commentiamo noi il pezzo, fra il serio ed il faceto se ci pare. Io l’ho trovato comunque assai simpatico e stimolante. Voi che ne dite?

 

 

 Richard  Clayderman  – Quelqu’un comme toi

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San Giovanni

 

 

 

 Il nostro amico Franco Muzzioli ci ha fatto una bella sorpresa mandandoci questo “pezzo” sulla festività di San Giovanni. Ne sono stata particolarmente felice io che ne porto  il nome. Ne  facciamo dono ai nostri lettori , ringraziando ancora Franco.

 

 

 

 

 

 

Il 24 giugno … notte di San Giovanni …notte magica , notte di solstizio ….dove streghe , fate e folletti (forse anche Voi di “bosco”)..danzano e fanno festa….dove si accendono grandi falò …..dove vengono scelti i mosti per l’aceto ….dove un tempo si stabilivano i matrimoni ……e….dove  si scelgono anche le noci “pèr fèr al Nusèin” (per fare il Nocino).

 

 

Modena è terra di Nocino e proprio in questa notte di giugno , quando le noci non sono ancora mature, quando il mallo è al massimo del sua concentrazione , quando la temperatura è “giusta” , perchè il sole è andato a dormire,   si raccolgono questi frutti….da parte di mani femminili (conditio necessaria).

 

Ricetta per il Nocino di Modena:

Si raccolgono 31/33 noci (circa un Kg…a seconda della dimensione della noce,  sempre però in numero dispari),  si tagliano in quattro e si pongono in un vaso capiente di vetro.

A parte si prepara uno sciroppo con 350 dl di acqua e 700 g. di zucchero , quando è raffreddato si versa sulle noci , precedentemente tagliate e si lascia al sole per un paio di giorni , mescolando di tanto in tanto.

Di poi si versa sulle noci un litro di alcol per alimenti da 95°,  io ci metto anche un chiodo di garafono e mezza stecca di vaniglia.

Si lascia riposare il tutto per 60 giorni a mezzo sole,  si cola poi con una garza e si imbottiglia in vetro scuro e si lascia in ambiente buio e  non freddo per 12 mesi.

 

Il rischio…è che ogni anno dovete ripetere l’operazione ….perchè purtroppo il nocino così fatto,  ha vita breve……… ogni tanto ne nascondo una bottiglia……..ho nocini di 30 anni!!!!!!!

 

A Modena, anzi a Spilamberto,  è stato creato negli anni settanta “l’Ordine del Nocino Modenese”,  con tanto di statuto,  per la protezione di questo prodotto tipico d’eccellenza ….esiste anche la “Consorteria dell’Aceto Balsamico Tipico Modenese” ….unico al mondo………ma questa è un’altra storia!

 

 

 

 

 

 

 

Richard Clayderman – Au bord de la rivière

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

Quando mangiamo un panino o siamo a tavola per mangiare un bel piatto di spaghetti non pensiamo certamente a cosa c’è dietro questi usuali alimenti della nostra dieta quotidiana chiamata anche dieta mediterranea. Cominciamo col dire che il 50% delle calorie consumate nel mondo derivano dai cereali, principalmente dalla grande produzione di grano, riso e mais, oltre ad altri cereali di minore produzione.

Il grano, ovvero frumento, è coltivato sin dall’antichità in tutte le parti del mondo. Si distingue in due varietà principali: il grano duro, ricco di glutine, coltivato nelle regioni calde, è adatto alla produzione della semola e quindi della pasta, mentre il grano cosiddetto tenero, più ricco di amido, si coltiva meglio nelle regioni temperate ed è quello più adatto alla panificazione. Il grano si coltiva ancora in tutto il mondo (Cina, ex URSS e USA ne sono i maggiori produttori ed esportatori) e la raccolta viene effettuata ormai con sistemi meccanici industrializzati ma se ci guardiamo un po’ indietro possiamo renderci conto delle fatiche umane che erano necessarie per conquistare il pane quotidiano ed è proprio il caso di dire, che doveva essere guadagnato col sudore della fronte.

Domani si festeggia San Giovanni Battista e tale ricorrenza, nella maggior parte delle regioni italiane, dava inizio alla stagione della mietitura.

Perdonatemi per questa forse noiosa premessa ma mi sembrava quasi doverosa per presentarvi il seguente bellissimo racconto dell’amica Enrica che, a sua volta, ha voluto esternarci, alla sua maniera, i ricordi di gioventù riferitegli dalla simpatica nonna Licia.

Grazie Enrica, proponiti ancora, amiche e amici di Eldy ti aspettano sempre.

 

 

 

 

Ogni settimana Licia mi racconta qualcosa di nuovo inerente la sua vita. Era una signorina che faceva il fieno, aiutava la mamma nell’orto e partecipava in tutto ciò che era la vita contadina di allora.

Le brillano gli occhi, ai ricordi della sua gioventù di cui non rinnega nulla, anzi ha tutto l’orgoglio di una persona di umili origini con tanta, tantissima nostalgia.

I campi erano vestiti dell’abito più bello, l’abito più ricco di tutta la stagione, di grano dorato, altri, verdi di erba medica e i prati fioriti. Intorno a questo quadro che la natura disegnava, i villaggi agresti facevano da cornice coi camposanti aperti. Il campanile della chiesa segnava le tre del mattino e già si sentiva sulla strada il calpestio dei passi dei mietitori che si avviavano al lavoro nei campi.

 

In calzoni, camicia, cappellaccio, con la falce attaccata alla cintura e la zucca secca a mó di bottiglia con dentro il nostranello, si avviavano al campo. Sotto il cappellaccio per raccogliere il sudore avevano i fazzoletti, le mani piene di calli. Le unghie di questi uomini diventavano bianche solo la domenica perché venivano spazzolate ben bene. Ai margini del campo la rugiada ancora tremolava sulle foglie in attesa di essere asciugata dai primi tepori del sole. Gli steli sono ricchi e dorati, con le spighe colme ripiegate qua e là, sembrava che baciassero un fiordaliso, un papavero rosso o un fiore bianco di cui nemmeno Licia ricorda il nome (così ha descritto il campo). Insieme tra compagni, recidevano le mannelle e delicatamente venivano posate su  stoppie aguzze, pungenti, sono tante e segnano i contorni del campo, come striscioni, ora il sole è sorto alto e cocente, i mietitori continuano il loro lavoro e si inoltrano nel fitto, è una gioia vedere il raccolto.

 

La fatica, dura e snervante fa colare il sudore non più trattenuto dai vari fazzoletti, e allora con delle pezzuole vengono asciugati i visi e con  un sorso di nostranello rinfrescate le gole riarse dal caldo, dalla polvere e dalla fatica. Poi continuavano fino a che le spighe non venivano messe tutte a terra e solo a fine lavoro si  tornava ai casolari. Nel pomeriggio con carri buoi e famiglia, nonne, mamme, mogli e figli, tornavano ai campi legavano i covoni con rami di segale preparati in precedenza, li disponevano ordinatamente sul carro per il lungo e per il traverso fino creare un bel quadrato, legato come un blocco d’oro, che attraversava le contrade del paese come un vincitore. Veniva poi trasportato al proprio casale e messo in uno stanzone a seccare.

Nei giorni successivi  iniziava la battitura, ed erano giornate campali, le donne pulivano con cura l’aia, gli animali da cortile si lasciavano nel pollaio affinché non la sporcassero e gli uomini facevano uno strato di creta fresca e acqua che diventava un lastrico levigato sull’aia. Il frumento poi veniva tolto dallo stanzone dove era stato riposto e uomini e donne divisi in due gruppi iniziavano la battitura. Le spighe di frumento secche crepitavano sotto i colpi fino a che ne uscivano i grani, dall’altra parte si metteva la paglia che poi veniva lisciata: a mezzogiorno si mangiava una fetta di polenta con un pò di salame o formaggio e si beveva ancora un pò di nostranello e si riprendeva a battere fino a sera.

Il grano si ammucchiava e le spighe vuote venivano spostate con i forconi sotto i portici affinché non si bagnassero, il grano dorato accumulato veniva spostato con la pala, messo nel carretto e portato nel granaio a seccare, la paglia poi veniva messa nel cortile e con il carro carico di più persone veniva schiacciata  finché la paglia lisciata veniva poi infilzata nei rebbi delle forche e portata nel pagliaio, spesso veniva usata per rifare i materassi.

Licia si lamenta, e dice: “poi  non è più stato così, con l’arrivo dei trattori e della macchina… mi dice anche il nome del trattore  ma non lo ricordo, mi pare “Landini testa calda”.

La macchina (la chiama così) prende in una boccata i covoni e divide contemporaneamente da un lato il frumento dall’altro paglia e pula, in poche giornate, in tutto il paese, le giornate gioiose della trebbiatura diventano giornate piene rumorose e polverose, i contadini si aiutano a vicenda, sono tempi frenetici, le donne sono scarmigliate nel raccogliere la paglia e la pula e a stiparla in solai,  granai e sottoscale. Il grano viene raccolto in sacchi, già mondato che poi verrà portato dal mugnaio per esser macinato.

 

 

Licia guarda fuori dalla finestra e mi dice ero incinta l’ultima volta che ho battuto il grano, ora da noi non vedo campi coltivati, o forse si, c’è chi lo coltiva ancora, sono vecchia esco poco, chissà come faranno adesso, sarà ancora più in fretta, per cosa poi, andavamo più adagio, una volta, ma c’era lavoro per tutti, ora corri e corri, il lavoro lo fanno le macchine e gli uomini sono  senza lavoro, tristi e delusi dalla vita, parlano di solidarietà, di volontariato, noi non ne parlavamo, noi ci aiutavamo, il volontariato lo facevamo già…. tra di noi.

 

 

 

   §  –  Grafica, immagini e video musicale a cura di Giovanna.

 

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 Richard Clayderman  – Nostalgie

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Pensieri e non solo…!!

 

 

 

 

 

 

Il processo penale è il fulcro del diritto processuale a tutela dei diritti sanciti dalla Costituzione.  Lo stesso è contraddistinto da due modelli astratti:  accusatorio o inquisitorio. Lo Stato è l’ente, originario e sovrano, destinato a garantire le condizioni fondamentali e indispensabili sul territorio, affinché  i rapporti tra i singoli si svolgano in modo corretto, per lo sviluppo e il  benessere dell’intera collettività.
Per il  conseguimento di tali obiettivi per la comunità, lo Stato provvede ad esercitare  varie funzioni. Queste funzioni sono:  legislative,  amministrative e  giudiziarie. Mediante l’esercizio legislativo, lo Stato detta ai suoi cittadini le regole di condotta (norme), vietando determinati atti che per i suoi interessi possano rappresentare un danno o un pericolo (norme penali).  In senso inverso, permettendo espressamente alcune attività, ovvero riconoscendo diritti e facoltà ( norme civili). La funzione amministrativa consiste in un  complesso di attività che lo Stato pone in essere per perseguire e realizzare i singoli obiettivi. Ciò accade,  mediante l’esercizio  dell’ordine pubblico interno,  ottenuto mediante l’intervento delle forze di polizia, ovvero con la prevenzione e repressione di azioni che possano turbare la tranquillità, il benessere e la pacifica convivenza dei cittadini.

 

 

La  polizia stessa si suddivide in tre settori:   amministrativa,  di sicurezza e  giudiziaria.
Per evidenziare ulteriormente i concetti espressi in modo sintetico, prendiamo ad esempio, il caso previsto dell’art. 575 C.P (omicidio volontario), reato grave e riprovevole. Chiunque cagioni la morte di un uomo viene punito con sanzione penale, cioè  la reclusione non inferiore a 21  anni   ma che,  in taluni casi ritenuti particolarmente gravi, artt. 576 e 577 c.p.,  può arrivare fino alla pena dell’ergastolo. Tramite una progressiva sequenza di atti molto complessi, si arriva al “processo”. Il processo è infatti il meccanismo giuridico mediante il quale gli organi giudiziari pervengono, attraverso varie fasi, all’applicazione della pena per la norma violata. Tutti i processi hanno inizio con l’acquisizione della notizia di reato da parte della polizia giudiziaria o del pubblico ministero.

Segue una prima fase,  ovvero la raccolta degli atti necessari per assicurare gli elementi di prova, provvedere alle varie testimonianze eccetera. Tutti questi dati  vengono fatti pervenire al pubblico ministero il quale assume la direzione delle indagini preliminari,  personalmente o delegando la polizia giudiziaria, impartendo le direttive per le indagini da espletare in un tempo  determinato, di norma da sei mesi a un anno: si può comunque ottenere una proroga. A questo  punto inizia il vero processo e la persona, sottoposta ad indagini, acquisisce la qualità di imputato. Anche il termine indagato viene utilizzato solo per indicare il soggetto nei cui  confronti  è stata esercitata l’azione penale. Il termine indica una persona sottoposta ad indagini,   dal momento della sua’iscrizione  nel  registro degli indagati.

 

 

Con la richiesta di rinvio a giudizio e l’udienza preliminare (richiesta depositata alla cancelleria del giudice) assieme al fascicolo delle indagini,  si apre una fase giudiziale nella quale il G.I.P. ( giudice indagini preliminari), verifica se l’ipotesi di accusa formulata dal P.M. abbia le motivazioni necessarie che  giustifichino il giudizio. Accanto al modello  ordinario processuale, il codice prevede alcuni modelli differenziati di procedimenti, che mirano a semplificare  i meccanismi processuali molto complessi, evitando l’udienza preliminare o il dibattito.  Ad esempio,  salta l’udienza preliminare quando questa è superflua, poiché le prove a carico dell’imputato sono assolutamente evidenti, sì da rendere scontato l’esito attraverso il giudizio per direttissima.
Altri procedimenti sono il giudizio abbreviato, quando si presuppone l’accordo tra le parti escludendo, quindi, la fase dibattimentale, utilizzando gli atti dell’indagato. Il patteggiamento, ovvero l’accordo tra le parti, per usufruire della sentenza che applichi all’indagato una pena ridotta a un terzo della sanzione pecuniaria.

 

 

Giudizio immediato su richiesta dell’imputato poiché è consapevole che il processo posto a sua garanzia è scontato. Procedimenti per decreto possono  trovare applicazione nei casi di reati che prevedono   soltanto una  pena pecuniaria.
Ci sono poi reati con  querela di parte. In tal caso,   sarà cura del pubblico ministero procedere al tentativo di conciliazione tra le parti. Nel sistema vigente, il pubblico ministero svolge, funzioni di
investigazione e di accusa pubblica ed è destinato ad essere parte del processo.  Non ha poteri decisionali, né  di produrre le prove, né di  disporre la custodia in carcere, ma solo di formulare la richiesta al giudice. In casi eccezionali, tuttavia,  come  reati di mafia, omicidi, traffico di armi, droga, eccetera può disporre autonomamente le intercettazioni telefoniche necessarie mentre,   nella normalità, dovrà  chiedere l’autorizzazione al giudice.
Il g.i.p. ( giudice indagini preliminari) è solitamente un giudice singolo, ovvero l’organo che ha funzioni di controllo delle indagini, e  potrà autorizzare la proroga, la riapertura o ordinare delle indagini.
Nel corso dei  processi si ha diritto all’assistenza tecnica, ovvero  alla nomina di un difensore di fiducia, o d’ufficio. Alla designazione di quest’ultimo provvede la polizia giudiziaria. Infine,  abbiamo il giudice penale, ovvero l’organo giudicante, all’interno  del processo penale.

 

 

Vi sono vari tipi di giudici penali: la distinzione è fra giudice ordinario e speciale. Giudice monocratico, giudice di pace, giudice dell’udienza preliminare (GUP), giudice collegiale: Corte d’Assise, Corte d’Appello e  Corte di Cassazione.
In Italia abbiamo tre gradi di giudizio penale, in primo grado, a seconda dei reati: giudice di pace-tribunale-Corte d’Assise. In secondo grado: tribunale-Corte d’Appello, Corte d’Assise. In terzo grado Corte di Cassazione.
Vi è da precisare che non tutti i tre gradi, affrontano “ex novo” il processo. In  sostanza, la vera formazione della prova istruttoria viene compiuta in primo grado, chiamato, a differenza degli altri gradi, “giudizio di merito”.  Dopo il primo grado vi  è il processo  d’Appello, che sarà  celebrato sulla base delle sole censure mosse alla sentenza di primo grado!!! Terminato il secondo grado di giudizio, vi è la possibilità di ricorrere alla Suprema Corte.

 

 

C’è da precisare che il giudizio della Suprema Corte non entra nel merito, ma attiene solo esclusivamente a questioni di legittimità ( vizi procedurali o errata applicazione delle norme penali).  Infatti, questo giudizio innanzi alla Corte di Cassazione è chiamato appunto di legittimità. Alcuni dati del 2009: 9 milioni di processi precisamente 5.425.000 civili, e 3.262.000 penali.  Sapendo che ci sono tre gradi di giudizio e che vengono depositate 30.000 sentenze alla corte  d’Appello, possiamo immaginare quanto siano lunghi i  tempi per espletarli!
Fortunatamente,  nel frattempo alcuni reati sono stati depenalizzati, ma si sa che la giustizia Italiana è lentissima, anche se abbiamo 1292 tribunali, che ci costano ogni anno 4Miliardi di euro, e oltre 13 giudici per 100.000 abitanti, ma l’inefficienza del sistema giudiziario peggiora costantemente: stanno meglio di noi  l’Angola, il Gabon e la Guinea, figuriamoci!

 

Abbiamo quasi 50mila leggi. Numerose sono le forme che disciplinano il processo penale come abbiamo visto, partendo dalla fonte primaria, la nostra Costituzione. Si hanno le garanzie  come  recita l’art. 13 che prevede l’individualità della libertà personale, l’art. 24 che,  al comma secondo,  sancisce l’inviolabilità del diritto della difesa, l’art. 27 comma due,  la presunzione di non colpevolezza, l’art. 112 obbligatorietà dell’azione penale per i reati commessi.
Detto questo sul processo penale, un primo importante punto di riflessione sta dunque nel difficile rapporto tra il soddisfacimento di esigere la pena, e il rispetto  di salvaguardare l’esigenza, commisurata al processo “giunto”, di non escludere nessuno da un accertamento pieno e comunque dalla scelta consapevole delle opzioni processuali, e comunque non determinate da un deficit economico, sociale o mediatico.
Alla luce di ciò che sta succedendo in questi  giorni  sulle nostre strade, gli omicidi  nelle varie città, i casi  giornalieri  di femminicidio (anno 2012 donne uccise 124), le rapine, i furti, lo spaccio di stupefacenti, peculato, corruzione, truffa per milioni di euro, e altri reati, la situazione  è estremamente presante.  Le pene comminate sono sempre più ridotte,  a causa di attenuanti, di  indulti,  patteggiamenti, collaborazioni-pentiti, prescrizioni dovute a errori giudiziari o altro, e spesso non applicate. Non si può più fare affidamento su una pena, sia pure blanda, ma tempestiva e certa.

 

 

Secondo voi Eldyani è giusto l’attuale sistema giudiziario? Come cosiderate   l’orgia dell’insano “buonismo” normativo, per cui lo spietato assassino di una madre, di un bambino, l’autore di  uno stupro, di uno o più  omicidi, possa uscire dal carcere dopo qualche decina di anni?
Sarebbe altresì  opportuno abbassare  la soglia della minore età per i delitti a anni 14/16 ? Sui vari processi si  sta facendo o si è fatta molta confusione e hanno suscitato tante interpretazioni e supposizioni, con l’incertezza della pena.
Sarebbe interessante confrontarci sui vari problemi esposti. Pensate che   le norme attuali, che regolano i processi,  dovrebbero essere cambiate? Auguriamoci, in ogni caso, che le riforme previste contengano norme realmente efficaci,  e venga meno, una volta per tutte,  l’imprevedibilità dei processi.

 

 

 

 

 Richard Clayderman   –  Cavatina

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