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L’Angolo del dialogo – Politica ed Economia

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Questo è un vecchio articolo pubblicato  su Il  Legno Storto, il giornale web, ed è stato scritto da Gianni Pardo il 14 settembre 2011.

A me sembra ideale per chiacchierarci su uscendo dai luoghi comuni. Soprattutto in un momento in cui, stretti dai vari bisogni, siamo indotti a perdere la calma e arrabbiarci veramente. Che ne dite? Ci proviamo?

Questo è l’articolo:

   

“Una delle affermazioni più note è la teoria di Pierre-Joseph Proudhon secondo la quale “la proprietà è un  furto”. In realtà, questo pensatore francese non si riferiva a qualunque proprietà, ma alla proprietà “oziosa”. Quella del proprietario terriero dei suoi tempi o, diremmo oggi, di chi eredita una fortuna. E se si intende la sua frase in questo senso, non sarebbe andato più lontano di Rousseau. Ma molta gente ha inteso e intende il principio in un senso più generale, che potremmo così tradurre: “Chiunque abbia qualcosa più di me, mi ha rubato quel qualcosa”. L’affermazione è un po’ comica: perché se A non ha quello che ha B, e pensa che B gliel’ha rubato, e glielo strappa, poi che cosa dovremmo pensare se la vittima dello scippo,  che ha perso quello che aveva, glielo strappa a sua volta? Insomma, Proudhon non ha detto la sciocchezza che molti gli attribuiscono e per giunta, come si è visto, la stessa “ricchezza oziosa” è a suo modo utile alla società perché fa girare l’economia.

Un altro pregiudizio è che se A diviene più ricco è perché ha reso più povero B. Questa sciocchezza è talmente monumentale che non varrebbe la pena di occuparsene. Se un signore apre una fabbrica in Angola e si arricchisce pur pagando gli operai tre volte di più di quello che guadagnavano prima, li ha così impoveriti? Un esempio storico: se Henry Ford costruisce la Ford T e la gente è felice di acquistarla (utilità dello scambio) a chi ha rubato il denaro, Ford? Senza di lui la gente non avrebbe avuto l’automobile e i suoi operai non avrebbero avuto quel lavoro.

Chi crea ricchezza la crea per tutti, anche se per sé ne prende una parte maggiore di quella che dà agli altri: e comunque la spazzatura dei Paesi ricchi sarebbe la caverna dei ladroni di Alì Babà per molti poveri del Terzo Mondo.

Poi qualche ritardatario dice: Ford si è arricchito perché non ha dato tutti i profitti agli operai (il famoso plusvalore di Marx). Sarà. Ma a parte il fatto che non si vede perché avrebbe dovuto lavorare per niente, quando si è abolito questo meccanismo il risultato è stato la miseria di tutta la società (U.r.s.s). Meglio tenersi il plusvalore.

Un altro pregiudizio stupido è quello secondo cui se si abolissero i ricchi tutti starebbero meglio. In realtà, espropriando i ricchi alla fine tutti i cittadini sarebbero più poveri: è stata per settant’anni la differenza fra Unione Sovietica e Stati Uniti.

 

La ricchezza, nel mondo moderno, non è più una cosa che “si può andare a prendere e distribuire al popolo”, come si pensava nei secoli in cui la ricchezza era per antonomasia la terra da coltivare. È una cosa che si produce, più spesso frutto dell’intelligenza che della rapina: e infatti sono ricchi Paesi come il Giappone o l’Olanda, che non hanno risorse e neppure un vasto territorio. Mentre quando gli israeliani si sono ritirati da Gaza, lasciando le moderne serre ivi create, i locali si sono precipitati a distruggere tutto, “perché israeliano”. Se si preferisce la miseria, perché palestinese, alla prosperità, perché israeliana, non c‘è  speranza.

Altro argomento eterno - e occasione di facile filosofia - è il quesito se la ricchezza renda felici. La risposta l’ha data Woody Allen (o qualcuno prima di lui): “Se la ricchezza non rende felici, figuratevi la povertà!” La miseria è veramente brutta: ma, una volta che la si sia superata, la felicità dipende dalla salute fisica e dalla saggezza. Ché anzi il molto denaro avvelena spesso i rapporti umani, li rende meno trasparenti e  crea conflitti.

 

La ricchezza, malgrado la sua utilità, ha così cattiva stampa che da molti stramaledire i ricchi è sentito come un merito morale. A questo ha anche largamente contribuito la Chiesa, col suo pauperismo demagogico. In realtà i critici o sono ipocriti, essendo ricchi essi stessi, o sono poveri invidiosi. E l’invidia, oltre ad essere uno dei sette vizi capitali, è un  difetto squalificante: significa che non ci si stima. Bisognerebbe vergognarsi di essere invidiosi ancor più che di essere bevitori, scialacquatori, imprevidenti. E infine se i critici della ricchezza improvvisamente vincessero cinquanta milioni di euro all’Enalotto, che farebbero, li regalerebbero, pur di non essere ricchi?”.

   

A me è piaciuto perché ci spinge al ragionamento, all’approfondimento. Ripeto, soprattutto in questa fase in cui non avremmo voglia di ragionare ma di “rovesciare il tavolo da gioco”. Che ne dite?

       

 Richard Clayderman - Une folle envie d'aimer