Archive for aprile, 2013

L’angolo del dialogo

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Scartabellando fra vecchi materiali è venuto alla luce questo vecchio articolo. E’ un articolo di Chiara Maffioletti pubblicato sul Corriere della Sera Sette del 10 giugno 2010 alla pagina  55. Il giovane di cui si parla nell’articolo ripara  i vecchi computer e li regala. Ecco  l’articolo:

 

“ Massimiliano De Cinque ha 39 anni, viene dall’Abruzzo ma da anni vive in una cittadina vicino a Varese, Olgiate Olona. A suo modo è un supereroe. Di giorno lavora alla reception di una televisione privata milanese. Di notte “resuscita” computer. Nella sua cantina arrivano i casi più disperati. Macchine che nemmeno si accendono più. Lui le apre e, dopo averci dedicato pazienza, passione e parecchio tempo, alla fine le resuscita. “Per me è come giocare con i lego” spiega. “Mi piace da sempre smontare i computer, mettere insieme i pezzi e poi vederli ripartire”.

 

Ora però Massimiliano ha deciso di dirottare il suo hobby verso una buona causa, ed è così che, lo scorso aprile, è nato il progetto “Nuova vita”: un’associazione, assolutamente senza fini di lucro, che recupera computer guasti, li aggiusta, per poi regalarli a chi ne ha bisogno: scuole, famiglie in difficoltà, anziani. Rispondendo non solo a un problema sociale ma anche ecologico.

Racconta Massimiliano: “Quando un computer è guasto c’è la tendenza a sbarazzarsene. Non c’è interesse a spendere su una macchina vecchia. Non è vantaggioso sistemarla. Ma lo smaltimento è un vero dramma”. Costa meno comprare un nuovo computer piuttosto che ripararlo. E così vengono buttati ogni giorno centinaia di apparecchi.

 

 

Pochi sanno che sono rifiuti difficili da smaltire: ogni anno nel mondo si producono 50 milioni di tonnellate di rifiuti Race (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche). Nel 2009, solo in Italia si è arrivati a 3 chilogrammi pro-capite di Race e si stima che nel 2014 la cifra sarà raddoppiata. Numeri allarmanti, soprattutto se si considera che attualmente solo il 15% di questi rifiuti è smaltito correttamente. La maggior parte finisce nei “cimiteri di computer” che avvelenano i Paesi più poveri (Ghana, Nigeria, Uganda, Vietnam, India) con le sostanze inquinanti (piombo, cadmio, arsenico, cromo esavalente, diossina) sprigionate da uno “smaltimento” che è gentile definire barbaro.

Riprende Massimiliano: “Quando un computer è morto, spesso c’è un solo componente che non funziona più. Come fosse un paziente a cui vengono donati gli organi, anche il computer, sostituendo ciò che era guasto, torna a vivere”. Certo,  i computer rigenerati non sono capaci di straordinarie performance: non sono velocissimi o super potenti. Ma sono comunque macchine perfette per chi deve muovere i primi passi nell’informatica. “Penso ai bambini. Un’amica di mia figlia, 4 anni, era venuta da noi a giocare: sui vecchi computer  guardavano le lettere, cliccavano sui colori. Lei non ne aveva uno a casa e gliel’ho regalato.

Ora, grazie a questo progetto, creeremo un’area informatica all’asilo dove vanno tutte e due le bimbe. Sono stato contattato da diverse scuole, anche dai direttori di alcune carceri e il sogno è donare computer agli anziani: scoprirebbero un mondo nuovo”. Su Facebook, il gruppo dedicato al progetto cresce ogni giorno: “Ho ricevuto richieste di donazione e di collaborazione (per ora sono in 7 a riparare, ndr) e vorrei creare associazioni satellite, unite dallo stesso statuto, in tutta Italia. Moltissima gente è pronta a darmi una mano. Mi hanno chiamato dalla Svizzera. Un signore di Ravenna è disposto a raccogliere i computer e a portarmeli con il suo camper”.

Ma tanto entusiasmo rischia di infrangersi contro l’unico vero problema tecnico: lo stoccaggio. La taverna di Massimiliano non è un hangar. Da sola, non basta. Lui aveva così cercato l’aiuto delle istituzioni. Del suo comune, per primo. Ma per ora un posto non s’è trovato. O meglio, dei cavilli burocratici non hanno permesso di assegnarlo. “I tempi delle amministrazioni sono lunghissimi e questo mi spinge a rivolgermi verso chiunque possa offrirci uno spazio, anche temporaneo. Sarebbe un peccato se tutto si arenasse. Perché è vero che veder risuscitare un computer mi dà soddisfazione, ma ho scoperto che saperlo destinato a una causa nobile rende tutto più bello”.

 

Che ne pensate, amici? Ne vogliamo parlare? E magari fare ricerche in  proposito? (ho controllato su FB ed  effettivamente il sito di cui parla Massimiliano De Cinque c’è.).

     

Richard Clayderman - The Dream of Olwen

LA DOMENICA DEL BOSCO

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Cosa non si fa per cercare di rendere felice la Buona Domenica  per gli affezionati amici del Bosco?

- Come un solerte capitano di una nave che scrive con precisione il suo Diario di Bordo, così la nostra cara ENRICA trascrive per il Bosco il diario di una sua gita e ci coinvolge nei dettagli del racconto per estendere e condividere con noi le stesse emozioni che lei ha già provato con grande gioia.

- GIOVANNA: da brava padrona di casa completa l’opera con le immagini suggerite dalla storia e ci va alla grande perché conosce bene i luoghi descritti in quanto sono la sua terra natia e conserva nella sua mente tanti bei ricordi della sua infanzia. Non solo ma, proprio come una ciliegina sulla torta, completa la pagina con una deliziosa musica e un intrigante video, veramente da non perdere.

Grazie Enrica, grazie Giovanna e grazie a tutti voi cari amici. Nell’augurarvi una serena domenica rivolgo una raccomandazione: Nei vostri commenti non lesinate i meritati complimenti alle due bravissime amiche per il loro fantastico lavoro. Grazie.

 

         

E' una bella domenica di giugno, come sempre con  le mie amiche partiamo per una gita. Questa volta destinazione Liguria: Santa Margherita ligure e Portofino. La nostra accompagnatrice si chiama Marzia, con lei, ho già fatto parecchie gite, mi chiama per nome e ci scambiamo informazioni, il marito l'accompagna, dimostra di essere molto informato ed è un piacere dialogare con loro. Dopo una sosta per una veloce colazione all'autogrill, ripartendo, Marzia inizia a darci delucidazioni sulla nostra visita.

 

La Cervara

 

Arriviamo a destinazione molto presto, la giornata è ricca di incontri ma il pullman ha solamente un punto di scalo, non di fermata, le strade di queste cittadine sono strette e affollate.

Santa Margherita Ligure nel passato, era un borgo peschereccio, lo ricordano le tante case dai prospetti e colori vivaci, mentre a ricordare la prima fase delle sue fortune turistiche, tra la seconda metà del XIX secolo e i primi decenni del ‘900 ci pensano gli eleganti alberghi in stile liberty. Nel dopoguerra vi fu un'altra fase di sviluppo edilizio, che, sebbene più contenuta rispetto alle precedenti, ha lasciato comunque la sua impronta stilistica.

Nel 1800 fu data  la conformazione  a questa cittadina, dall'unione di due frazioni o borgate, Pescino e Corte; quest'ultima era raccolta intorno al  Porto di Napoleone, con la caduta di Bonaparte, però, il porto ha assunto il nome di porto turistico, e si può dire che la conformazione stessa dell'abitato è relativamente recente. Visitiamo la basilica di Santa Margherita di Antiochia ma, come sempre, le funzioni religiose si svolgono sopratutto di domenica e non possiamo fermarci molto. La basilica è stata per così dire consegnata alla città nel XVII secolo da Giovanni Battista Ghiso, detto il Mantovano, architetto, scultore, pittore, che  lavorò in diverse città italiane.

 

Santa Margherita Ligure

 

Alla destra della chiesa percorrendo un pezzo di strada troviamo il parco comunale di Villa Durazzo, diviso in un settore all'italiana, poi  un settore ricco di specie esotiche, e una parte di bosco all'inglese. La villa Durazzo è stata costruita negli anni successivi al 1560. La guida ci fa notare le decorazioni delle finestre a bugnato con dei rilievi, è in pianta quadrata e all'interno si visitano gli appartamenti dei principi, ricchi di marmi,  maioliche, specchi, stucchi e cineserie, tantissimi quadri di pittori di notevole prestigio. Uscendo dal parco che ingloba altre due ville, delle quali, al momento che scrivo, non riesco a ricordare i nomi. Ci dirigiamo verso il mare e troviamo altre due chiese, la facciata di San Giacomo di Corte è candida e rivolta verso il golfo del Tigullio, con l'azzurro del mare ne fa un quadro a cielo aperto. Scendiamo per una scalinata che porta all'oratorio di S. Erasmo con i pavimenti del XVII secolo e vediamo la chiesa dei Cappuccini dove l'attrattiva è nella sala dei confessionali, la Madonna in Trono di scuola provenzale. Di fronte a questa chiesa si notano i resti del castello.

 

Parco di Villa Durazzo

 

Arriviamo alla fermata dei bus, la nostra guida dice che ci accompagna all'ex Abbazia Benedettina di S.Gerolamo della Cervara dove abbiamo già prenotato un'altra visita guidata, ci avvisa che dobbiamo prendere i bus di linea perché  da Santa Margherita a Portofino non si può circolare con il nostro mezzo, la circolazione delle auto è consentita solo ai residenti.

Il percorso se pur breve è stato diciamo avventuroso perché, con il nostro gruppo che già da solo riempiva quasi completamente il bus ma che necessariamente doveva restare unito per  non disperderci, ci siamo pigiati stipati come sardine con le altre persone che si spostano abitualmente e i vari turisti già numerosi per l’inizio della stagione estiva. Raggiungiamo l'abbazia della Cervara, salita alla cronaca, in questo periodo perché Cassano, il giocatore di calcio ha festeggiato qui il suo matrimonio.

 

Abbazia  di San Gerolamo

 

Gli attuali proprietari, dei privati lombardi, subito dopo aver acquistato l'Abbazia, hanno dato inizio ad un'opera di restauro senza precedenti, che sta restituendo al monastero la sua antica bellezza. Per questo motivo sta diventando una meta per personaggi famosi.

Siamo arrivati prima del previsto, percorriamo  una salita e dall'alto la vista del mare è una meraviglia, è una giornata bellissima. Marzia riesce a concordare la visita con la guida interna e iniziamo il nostro percorso dalle cantine dove i monaci conservavano i loro prodotti che coltivavano e producono. La storia di questa abbazia è lunga, inizia nel 1361 in seguito ad un'idea di un monaco di Genova, i possessori del terreno erano dei monaci colombaniani (col saio bianco) che diedero il consenso e in pochi anni fu costruita e dedicata a San Gerolamo, venne posta in questa zona e in alto per fronteggiare eventuali attacchi dei  pirati via mare, nel tempo poi è passata ai frati Benedettini di Cassino, (col saio nero) che si insediarono nel monastero nel 1420 dopo la guerra dei Guelfi e Ghibellini. La struttura aveva ricevuto notevoli danni, ma nel tempo è diventava casa madre inglobando anche abbazia di San Fruttuoso Capodimonte, altra bellezza da visitare. Nel corso dei secoli è passata di mano in mano a diversi ordini religiosi, nel periodo di Napoleone fu abbandonata ma finalmente nel 1912 fu dichiarata monumento nazionale, ha subito diverse scorrerie dai pirati saraceni  per cui fu rimaneggiata e restaurata più di una volta.

 

Abbazia di San Fruttuoso

 

Continuando il percorso saliamo per una lunga scala e raggiungiamo un atrio molto bello dove un'altra scalinata separa gli appartamenti dei privati che l'hanno acquistata dal percorso di visite guidate, o dai servizi che offrono come ricevimenti o matrimoni o eventi particolari. Saliamo ancora per una scala alla nostra sinistra e ci troviamo in un chiostro molto bello, percorriamo un corridoio e giungiamo alla Chiesa. Un po' arretrata rispetto alla chiesa, c'è la torre saracena costruita per fronteggiare gli attacchi dei pirati nel cinquecento, mantenendo però la forma di rispetto verso la religiosità.

La chiesa ha pianta a croce latina, resa suggestiva dalla caratteristica abside inclinata che simula il capo reclinato di Cristo.

 

Il mare dalle Trifore dell'Abbazia di  San Fruttuoso

 

Le colonne che separano le tre navate sembrano  essere costruite con blocchi alternati ardesia e marmo, sono in realtà di mattoni ricoperti da intonaco bicolore.

Durante i recenti lavori di restauro è stata scoperta una sepoltura che con ogni probabilità è dell'arcivescovo di Genova Guido Scetten, poeta e letterato, compagno di studi e amico di Francesco Petrarca.

É povera di arredi ma conteneva un polittico(ı) di notevole fattura che poi nel tempo è stato diviso e oggi, le varie parti, sono conservate presso la Galleria di Palazzo Bianco di Genova, al Metropolitan Museum di New York e al Louvre di Parigi. 

Ma la cosa più bella, o perlomeno che a me ha dato davvero una forte emozione, sono i giardini, quello che un tempo fu l'orto dei monaci Benedettini, è oggi il solo giardino monumentale all'italiana conservato in Liguria, posto su due livelli, direttamente di fronte al mare, è unico nel suo genere pèrché solitamente la salsedine fa morire le piante, si è  quasi circondati completamente dalla vista del mare e della costa: da una parte il Golfo del Tigullio - che corre da Rapallo a Chiavari - dall'altra il promontorio di Portofino - con le insenature di Paraggi e Portofino.

É qualcosa di veramente bello, nelle mie gite, ho visitato alcuni bei posti, ma mai ho visto una bellezza come questa. Molto volentieri consiglio agli amici di visitare questa meraviglia.

 

Giardino storico Abbazia di San Gerolamo

 

Intorno all'edificio e al giardino si alternano terrazze con statue e pergolati, piante rare che incorniciano un quadro già bello a seconda della stagione, e poi c'è il glicine secolare, trattenuto da cavi di ferro. Le dimensioni della pianta sono enormi, dice la guida che in seguito all'abbandono, il glicine era caduto a terra e gli attuali proprietari hanno dovuto con una gru risollevare il tutto e far costruire poi una struttura adeguata a sostenerlo. Ci consiglia di tornare a visitare l'abbazia nel periodo della fioritura, ma intorno a me la buganvillea è fiorita, il gelsomino ricopre le colonne, ed è un profumo mentre passiamo in questi corridoi. Scendiamo due gradini e la guida ci fa notare la pianta del pepe rosa e i rarissimi capperi rosa, camelie ortensie e altre piante.

Mentre la guida cammina di buona lena ci porta nella zona a monte, qui si trova un altro giardino che una volta era l'orto dei frati, detto anche  il giardino dei semplici, piante officinali e medicamentose che ancora oggi vengono coltivate. Quasi mi scordavo

 

Golfo del Tigullio

 

di dire che i monaci avevano una loro farmacia creata con le erbe che producevano, unguenti e oli officinali per curare diverse malanni e malattie, antiche ricette vengono ancora conservate; basse siepi di bosso, riquadrano particelle che alternano le  coltivazioni, rari esemplari di agrumi in vasi di cotto, come era tradizione nelle abbazie.

C’è  poi, in una zona coltivata a fasce,  l'antico bosco dove il leccio la fa da padrone ma con tante altre varietà di piante. Purtroppo la visita guidata prenotata ha un tempo limitato e il tempo quando si guardano belle cose scorre veloce e dobbiamo uscire. Non so come spiegare ma sono estasiata, veramente felice di aver potuto visitare un posto così bello. Ci tornerò e porterò con me il mio nipotino, voglio che veda tutte queste belle cose.

 

Panorama di Portofino

 

Ora siamo liberi e a piedi ci avviamo verso Portofino abbiamo ancora tempo a disposizione, qualcuno decide di fermarsi al porto di questa cittadina ligure e su quel piccolo promontorio prendere il sole. Io decido di salire tutti quei gradini per raggiungere il faro, saluto le amiche e mi avvio. Mentre cammino mangio i miei panini, non voglio perdere un solo minuto, ci sono cancelli di ville sicuramente bellissime, dall'alto vedo squarci di mare, poi qualcuno mi chiama, alcune mie amiche hanno scarpinato per raggiungermi, giungiamo al faro mi siedo su di un sasso, finisco di mangiare tranquillamente. Le mie amiche tutte vestite con abiti eleganti, non possono farlo, mi prendono in giro, dicono che sono ruspante, ma io intanto me la godo e gusto una fetta di torta.  

Arriva l'ora per tornare al pullman sono stanca, veramente stanca ma strafelice, che giornata: è stata bellissima. Unica nota sgradevole... una bottiglietta d'acqua e un gelato 8 euro, si sa Portofino è per i ricchi... ma l’abbiamo visitata anche noi.

 

 (ı) - Quadro diviso in più parti

   

Richard Clayderman - Belle

 

Pensieri e non solo…!!

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Rinviare a domani quello che dovremo fare oggi, oppure non rimandare eventuali impegni   e metterli in pratica il più presto possibile? Ci vuole   più “arte” nel fare che non fare. D’altra parte, l’arte di riuscire a far tutto è anche scienza, oltre che talento e, quando si risolvono tutti gli impegni dopo averli pianificati,  si prova anche soddisfazione. Non dimentichiamoci, infatti, che non viviamo in un mondo di efficientisti: il genere umano tende a rimandare gli impegni più gravosi e, secondo un sondaggio, i procrastinatori cronici sarebbero circa il 25%  della popolazione mondiale.

Quando si rimanda e non  si  portano a termine le varie incombenze  si creano  sensi di  colpa e inganniamo il nostro cervello, inoltre, evitando di pensare,  rimandiamo  i nostri pensieri al domani  e oltre.  Così facendo, rinviando le varie incombenze,  teniamo  a bada l’ansia. E’ ciò che afferma il professor John Perr dell’Università di Stanford,  che insegna il metodo per liberarsi dall’incubo e dalle colpe  di ciò che ci preoccupa, degli impegni non portati subito a termine. Il trucco - secondo questo saggio - consisterebbe nel non abbandonare l’agenda degli impegni,  ma nel mettere in cima all’elenco almeno  un paio di cose che siamo certi  di non riuscire a fare.

Questa teoria consentirebbe  alla mente di concentrarsi su altri eventi,  permettendo così  di far bene quello che, forse, sarebbe stato fatto  male. L’arte del procrastinare non assicura l’efficienza,  secondo quanto afferma  un altro professore americano, Michael Gender,  dell’University Stony Brook di New York. Attraverso i suoi studi, egli afferma che  non esiste nessuna strategia sufficientemente efficace che faccia  agire subito e non procrastinare, cioè  portare a termine correttamente  gli impegni  entro le scadenze predefinite,   di conseguenza,   perseguire i propri obiettivi di giornata o altro,  per esempio,  valutare le  strategie da adottare, ecc. 

Credo  non sia molto semplice esprimere il nostro pensiero in merito,  perché  il problema lo  si potrebbe  analizzare da diversi punti di vista, anche in chiave psicologica, individuale, sociale e familiare. Intorno a me, invece,  avverto sempre più  una sorta di fretta-urgenza,  che ci porta ad anticipare,  in modo frenetico, qualunque cosa si debba fare, allo scopo di  essere primi in tutto. Viviamo in una società in cui la corsa  è l’obiettivo principale per tutto ciò che dobbiamo fare,  giorno per giorno. Sembra non esserci  mai tempo sufficiente    per rispettare quelle scadenze che, invece, lo richiederebbero, per evolversi naturalmente. Esiste un perenne conflitto tra l’orologio e gli appuntamenti.

Sarebbe interessante  conoscere  le vostre opinioni in proposito. Vogliamo ricercare   insieme  il metodo migliore per gestire il tempo per le diverse  priorità,   risolvere subito le varie incombenze o procrastinare?  Questo metodo può  definirsi scelta di vita o pigrizia?

 

   

 

Ennio Morricone - Il grido del vento

http://www.youtube.com/watch?v=hyNkb34kjWk

 

LA DOMENICA DEL BOSCO

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L’amica Silvana1.ge non è una new entry. Ha già pubblicato diversi suoi lavori che hanno riscosso sempre altissimo gradimento da parte dei lettori del Bosco. Ora non si è fatta pregare ed è la prima ad accogliere il nuovo invito della Redazione e ci ha inviato una storia dei suoi ricordi di bambina. Un brano delizioso che, non solo, risveglia emozioni con tanta simpatia e tenerezza ma è anche uno spaccato della vita sociale italiana di cinquant’anni fa. Invito a leggerlo esprimendo il vostro prezioso parere alla bravissima autrice. Grazie Silvana.

Ricordo che tutti possono partecipare, datevi da fare! Il Bosco è di tutti ed è disponibile per pubblicare i vostri lavori, rispettando, naturalmente, l’ordine d’arrivo. Ecco il racconto di oggi.

 

   

 

Il piccolo paese dove abitavo da bambina era una perla verdeggiante incastonata tra le colline a ridosso della città. Un luogo i cui ritmi di vita erano rimasti quelli di un tempo in cui l'economia era prevalentemente agricola e artigianale. Nei primi anni '60 fu inaugurata una fabbrica di indotto metallurgico che aveva portato lavoro e benessere in molte famiglie. Nella valle ormai, insieme al rintocco delle campane, risuonava mattino e sera la sirena che scandiva l'inizio e la fine della giornata lavorativa. Un maggiore benessere fece capolino nelle famiglie e le abitudini individuali subirono una forte spinta al cambiamento. L'unico negozio del paese che vendeva ogni genere di prima necessità, che era quasi un salotto in cui la mattina le clienti sostavano in chiacchiere amichevoli, ampliò i prodotti in vendita: comparvero sugli scaffali i primi prodotti per la cura della persona con un look più accattivante.

 

Piccolo paese verdeggiante

 

Ricordo che mi soffermavo con stupore davanti ai contenitori dai colori pastello che promettevano meraviglie in fatto di morbidezza, di pulizia, di lucentezza ecc. Scomparvero dagli scaffali quei meravigliosi mastelli in legno ricolmi di marmellate profumate che venivano vendute sfuse . Furono sostituiti dai barattoli in vetro tutti uguali, molto più anonimi. L'attenzione di noi bambini però, si focalizzava sulle caramelle confezione pocket sistemate sul banco di vendita. Le sceglievamo finalmente da soli, attratti dai disegni della frutta, coloratissimi, invitanti...

 

Caramelle alla frutta

 

Anche il bar del paese introdusse una novità importante: il juke box! Un caleidoscopio di colori, di luci, di musica assordante che divenne il simbolo della voglia di divertirsi che aveva contagiato un po' tutti. Esso cambiò i rituali giovanili del sabato sera. Non vi erano più le chiassose soste sulle panchine e sui muretti del paese: i giovani amavano radunarsi intorno a quella scatola magica che risuonava di note musicali, ognuno sceglieva il pezzo preferito e l'atmosfera come d'incanto si faceva elettrizzante. La musica veicolava le emozioni, i primi approcci amorosi. Tra sorrisi e sguardi languidi, i ragazzi invitavano le ragazze a ballare, e noi che non avevamo ancora l'età, osservavamo divertiti quei rituali di corteggiamento e ci pervadeva la loro stessa emozione. Che voglia di crescere in fretta avevamo! Nelle sere d'estate il paese brulicava di persone che uscivano a godersi un po' di fresco.

 

Juke box anni '60 - '70

 

Il loro vociare, le risate, la musica, creavano una sorta di magica armonia. Noi bambini scorazzavamo felici in gruppo, giocando a nascondino o a rincorrere le lucciole che negli angoli più bui del viale alberato creavano le loro danze d'amore, quasi fossero stimolate dal ritmo delle canzoni gettonate che si diffondeva tutt'intorno. Il nostro gioco preferito era quello di guardare il cielo punteggiato di stelle, che osservavamo con meraviglia, immaginando viaggi fantastici per raggiungerle. Erano serate all'insegna della semplicità, del gioco all'aria aperta anche la sera, dei piccoli piaceri quali una passeggiata, un gelato, due chiacchiere in compagnia. Di quel tempo ricordo con particolare tenerezza Giulietta, la lattaia del paese. Era una donna dai grandi occhi azzurri, molto espressivi, simpaticissima. Gestiva una piccolissima latteria in cui vendeva solo latte di giornata proveniente dai produttori locali.

 

La lattaia

 

Al tramonto, ornata di grembiuli immacolati che profumavano di bucato, tenendosi sapientemente in equilibrio tra due capienti recipienti colmi di latte, passava di casa in casa, chiamando una ad una le donne che scendevano nei cortili per comprare il suo prodotto. Noi bambini ci raccoglievamo intorno a lei per ammirare i suoi gesti sicuri che le permettevano di travasare il latte munto da poche ore, ancora spumeggiante, nelle brocche che le massaie le porgevano. Lo mescolava con arte, con delicatezza, con passione e senza farne cadere nemmeno una goccia lo porgeva con orgoglio, chiacchierando amichevolmente con le sue clienti. Quel latte..!!!! Il suo sapore era assolutamente speciale: aveva ancora quell'inconfondibile aroma di campagna, di pascoli erbosi.

 

Latte appena munto

 

Venne il giorno in cui fu attivata in zona una piccola azienda che pastorizzava il latte e lo distribuiva in valle confezionato in bottiglie di vetro. Non si sentì più risuonare per le vie del paese la voce canterina di Giulietta, che dovette a malincuore arrendersi al cambiamento. Il suo passaggio era stato per tanto tempo un piacevole momento di amicizia e di condivisione, l'occasione per scambiarsi impressioni sulla giornata che volgeva al termine.

Anche la fabbrica metallurgica, non più competitiva, chiuse i battenti dopo quasi un decennio. Non vi fu più lo sciamare degli operai che arrivavano in paese la mattina con la corriera e ne ripartivano alla sera. Iniziò il periodo del pendolarismo verso la città, ma il mezzo di trasporto era ormai l'automobile. Il cambiamento epocale fu proprio l'acquisto dell'auto, un bene ben presto diventato uno status symbol irrinunciabile, che cambiò radicalmente il modo di vivere. Gli spostamenti da un paese all'altro si fecero più frequenti, meno problematici. Anche l' aspetto architettonico del territorio mutò radicalmente.

 

Nostalgia del piccolo paese

 

Gli antichi paesini dell'entroterra ligure, furono inglobati dal cemento che avanzava e le loro case dai tetti di ardesia, costruite in pietra, divennero il nucleo storico di cittadine in cui svettavano palazzi a molti piani. I cortili adornati di gerani e fucsie, odorosi degli aromi provenienti dalle cucine circostanti, che erano stati per noi bambini lo spazio ideale per ogni tipo di gioco, furono sostituiti da ampi parcheggi, strade trafficate e rumorose. La vita si era fatta un po' più complessa, anche se con tante comodità in più. Il progresso ha infine modificato i rapporti umani: i contatti tra le persone sono diventati più superficiali, frettolosi.

Ci siamo lasciati alle spalle esperienze condivise di autentica umanità, di solidarietà tipiche dei luoghi in cui ci si conosceva personalmente. Siamo cambiati: i ritmi lenti, la spontaneità, l'apertura fiduciosa verso gli altri hanno lasciato il posto alla cautela, se non alla paura. Quel buon tempo antico è rimasto tra i miei ricordi infantili più significativi: la spensieratezza nel fantasticare sul firmamento o nel correre a perdifiato in un prato fiorito non ritornerà più ma è sempre appagante ritornare con la mente alla fanciullezza, rivisitare il passato e riviverne i momenti speciali: mi pervade una dolce malinconia che colma l'anima di antiche emozioni.

     

 Richard Clayderman - Endless love

Il Mondo degli animali

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La nostra amica Sandra ci  ha comunicato una notizia assolutamente toccante, accaduta in un piccolo centro  Ligure, apparsa sul Corriere della Sera, che riteniamo interessi  gli  Eldyani animalisti. I nostri amici a quattro zampe ci hanno abituato a gesti meravigliosi verso i loro compagni “umani” e questo, in particolare, ci  ha commosso  per la sua completa dedizione e amore. Ringraziamo Sandra per la sua gentile collaborazione a favore del Bosco.

   

 

"E' stato  probabilmente stroncato dalla fatica Trip, esemplare di pastore tedesco di dodici anni, morto nell' entroterra genovese la settimana scorsa per salvare il suo padroncino, Matteo, di cinque anni, caduto in una vasca colma di acqua stagnante. Il cane era un regalo di nozze che i genitori di Matteo, una coppia abitante nell' hinterland milanese, si erano scambiati dodici anni fa per l' anniversario delle nozze; poi Trip era diventato il piu' fidato amico del loro figlio Matteo. Il bambino, secondo una sommaria ricostruzione dei fatti, la settimana scorsa era in vacanza da una zia in una casa a Mignanego, nell' entroterra genovese, e stava giocando con una palla nel prato.

Ecco il bellissimo pastore Trip

 

A un tratto il piccolo e' scomparso alla vista dei genitori; sono cominciate le ricerche e dopo qualche tempo il padre lo ha trovato nella vasca, un vecchio abbeveratoio per le mucche, sempre vuoto, che pero' in questi giorni si era riempito con la pioggia. Il piccolo e' stato salvato dal cane Trip che, accortosi di quanto era accaduto, si era lanciato nella vasca e lo aveva spinto contro la parete impedendogli cosi' di scivolare in acqua e annegare. Lo sforzo deve essere stato immane, tanto che, quando il papa' ha tratto in salvo Matteo, il cane era morto da pochi istanti stroncato dalla fatica. “

 

 Richard Clayderman - Plaisir d'amour

L’Angolo del dialogo – Politica ed Economia

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Questo è un vecchio articolo pubblicato  su Il  Legno Storto, il giornale web, ed è stato scritto da Gianni Pardo il 14 settembre 2011.

A me sembra ideale per chiacchierarci su uscendo dai luoghi comuni. Soprattutto in un momento in cui, stretti dai vari bisogni, siamo indotti a perdere la calma e arrabbiarci veramente. Che ne dite? Ci proviamo?

Questo è l’articolo:

   

“Una delle affermazioni più note è la teoria di Pierre-Joseph Proudhon secondo la quale “la proprietà è un  furto”. In realtà, questo pensatore francese non si riferiva a qualunque proprietà, ma alla proprietà “oziosa”. Quella del proprietario terriero dei suoi tempi o, diremmo oggi, di chi eredita una fortuna. E se si intende la sua frase in questo senso, non sarebbe andato più lontano di Rousseau. Ma molta gente ha inteso e intende il principio in un senso più generale, che potremmo così tradurre: “Chiunque abbia qualcosa più di me, mi ha rubato quel qualcosa”. L’affermazione è un po’ comica: perché se A non ha quello che ha B, e pensa che B gliel’ha rubato, e glielo strappa, poi che cosa dovremmo pensare se la vittima dello scippo,  che ha perso quello che aveva, glielo strappa a sua volta? Insomma, Proudhon non ha detto la sciocchezza che molti gli attribuiscono e per giunta, come si è visto, la stessa “ricchezza oziosa” è a suo modo utile alla società perché fa girare l’economia.

Un altro pregiudizio è che se A diviene più ricco è perché ha reso più povero B. Questa sciocchezza è talmente monumentale che non varrebbe la pena di occuparsene. Se un signore apre una fabbrica in Angola e si arricchisce pur pagando gli operai tre volte di più di quello che guadagnavano prima, li ha così impoveriti? Un esempio storico: se Henry Ford costruisce la Ford T e la gente è felice di acquistarla (utilità dello scambio) a chi ha rubato il denaro, Ford? Senza di lui la gente non avrebbe avuto l’automobile e i suoi operai non avrebbero avuto quel lavoro.

Chi crea ricchezza la crea per tutti, anche se per sé ne prende una parte maggiore di quella che dà agli altri: e comunque la spazzatura dei Paesi ricchi sarebbe la caverna dei ladroni di Alì Babà per molti poveri del Terzo Mondo.

Poi qualche ritardatario dice: Ford si è arricchito perché non ha dato tutti i profitti agli operai (il famoso plusvalore di Marx). Sarà. Ma a parte il fatto che non si vede perché avrebbe dovuto lavorare per niente, quando si è abolito questo meccanismo il risultato è stato la miseria di tutta la società (U.r.s.s). Meglio tenersi il plusvalore.

Un altro pregiudizio stupido è quello secondo cui se si abolissero i ricchi tutti starebbero meglio. In realtà, espropriando i ricchi alla fine tutti i cittadini sarebbero più poveri: è stata per settant’anni la differenza fra Unione Sovietica e Stati Uniti.

 

La ricchezza, nel mondo moderno, non è più una cosa che “si può andare a prendere e distribuire al popolo”, come si pensava nei secoli in cui la ricchezza era per antonomasia la terra da coltivare. È una cosa che si produce, più spesso frutto dell’intelligenza che della rapina: e infatti sono ricchi Paesi come il Giappone o l’Olanda, che non hanno risorse e neppure un vasto territorio. Mentre quando gli israeliani si sono ritirati da Gaza, lasciando le moderne serre ivi create, i locali si sono precipitati a distruggere tutto, “perché israeliano”. Se si preferisce la miseria, perché palestinese, alla prosperità, perché israeliana, non c‘è  speranza.

Altro argomento eterno - e occasione di facile filosofia - è il quesito se la ricchezza renda felici. La risposta l’ha data Woody Allen (o qualcuno prima di lui): “Se la ricchezza non rende felici, figuratevi la povertà!” La miseria è veramente brutta: ma, una volta che la si sia superata, la felicità dipende dalla salute fisica e dalla saggezza. Ché anzi il molto denaro avvelena spesso i rapporti umani, li rende meno trasparenti e  crea conflitti.

 

La ricchezza, malgrado la sua utilità, ha così cattiva stampa che da molti stramaledire i ricchi è sentito come un merito morale. A questo ha anche largamente contribuito la Chiesa, col suo pauperismo demagogico. In realtà i critici o sono ipocriti, essendo ricchi essi stessi, o sono poveri invidiosi. E l’invidia, oltre ad essere uno dei sette vizi capitali, è un  difetto squalificante: significa che non ci si stima. Bisognerebbe vergognarsi di essere invidiosi ancor più che di essere bevitori, scialacquatori, imprevidenti. E infine se i critici della ricchezza improvvisamente vincessero cinquanta milioni di euro all’Enalotto, che farebbero, li regalerebbero, pur di non essere ricchi?”.

   

A me è piaciuto perché ci spinge al ragionamento, all’approfondimento. Ripeto, soprattutto in questa fase in cui non avremmo voglia di ragionare ma di “rovesciare il tavolo da gioco”. Che ne dite?

       

 Richard Clayderman - Une folle envie d'aimer