Archive for luglio 21st, 2012

La Domenica del Bosco

   

Non è mia intenzione invadere il campo del “Mondo degli animali”, prerogativa esclusiva di Giovanna, ma poiché già altre volte nella Domenica del Bosco ho avuto modo di raccontare storie di animali domestici, lo farò anche oggi. Comunque mi sono premunito chiedendo la preventiva autorizzazione di Giovanna che mi ha dato il suo benestare. In ogni caso, è bene che sappiate che anche stavolta abbiamo lavorato in tandem e i meriti, se meriti ci sono, vanno divisi in parti uguali. Grazie.

 Nella sapienza popolare si dice che i gatti abbiano sette vite, non so se ciò possa corrispondere al vero ma posso raccontarvi una storia che ha qualcosa di veramente fantastico e fa parte delle mie esperienze personali vissute con il mondo animale.

 

 

 È la cronistoria di un gatto nato in casa, insieme ad altri tre, da una gatta di famiglia. Da subito notammo che era diverso dagli altri: il manto uniformemente grigio cinerino con un ciuffetto più chiaro, tendente al bianco tra le due zampe anteriori mentre gli altri tre, un maschio e due femmine, erano pezzati di colori diversi. Lo chiamammo Ruffo per via del suo pelo riccio alla nascita e nei suoi primi giorni di vita che poi, però, divenne perfettamente liscio ma il nome gli rimase.

 

Ruffo

 

Altra caratteristica di Ruffo erano le sue zampe più lunghe del normale e questo gli dava, nella sua andatura dinoccolata, una certa aria snob ed in effetti un po’ snob lo era. Generalmente tendeva a mangiare per primo, sia nella poppata e successivamente nella ciotola e quando mangiava lui, gli altri non potevano avvicinarsi. Al contrario, però, nel caso fossero stati gli altri ad arrivare per primi, non si avvicinava ed attendeva che loro avessero terminato. Usufruiva di un certo privilegio perché era il cocco di mamma gatta in quanto se erano i fratellini ad attaccarsi per primi a succhiare e quindi Ruffo restava in disparte ad attendere che finissero, in quel caso era proprio mamma gatta che ad un certo punto staccava i fratellini per far mangiare proprio lui, il signorino snob.

 

Amore di animalista

 

Nel crescere tendeva ad una vita solitaria  e si era rivelato un buon cacciatore di topini, lucertole e altri animali commestibili per lui. Girovagava nel grande cortile di casa e sui tetti, sempre in avanscoperta ed alla ricerca di qualcosa che poteva stuzzicarlo, interessarlo o incuriosire.

Si era fatto un bel gattone , alto per via delle gambe lunghe e robusto. Si presentava regolarmente all’ora dei pasti tranne qualche volta che non si sapeva dove era andato a finire perché spariva dalla circolazione per due, tre giorni. Nel loro periodo di calore era ben accolto dalle gattine del vicinato che se lo contendevano. Se c’era Ruffo gli altri maschi si tenevano a debita distanza. Era un re, insomma, un dominatore.  Ma un bel giorno successe qualcosa: non si avvicinava più al cibo e lo vidi smagrire in pochi giorni. Provai ad offrirgli una ciotola di latte del quale era ghiotto e accettava sempre ben volentieri, ma rifiutò anche quella. Era un innamoramento non corrisposto, cosa molto improbabile o aveva ingerito qualcosa che lo aveva semi avvelenato? Non si ebbe modo di sapere la realtà. Allora non si ricorreva al veterinario, erano tempi duri e devo dirvi che in qualche famiglia i gatti altrui venivano catturati per essere mangiati, generalmente cucinati al forno con varie spezie dopo essere stati messi a macerare nell’aceto per una notte intera. Dura realtà dei tempi di crisi.

Ruffo continuava a dimagrire e si ridusse a pelle e ossa al punto che si potevano contare le costole tanto erano evidenziate dalla magrezza..

 

Amore di mamma

Era inverno e una mattina lo trovai esanime, disteso per terra, rigido, stecchito. In quella posizione le sue zampe sembravano ancora più lunghe. Lo toccai era freddo, gelido. Lo sollevai cercando di metterlo in piedi ma ricadde a terra, non respirava, non dava segni di vita. Capii che era morto. L’unica cosa che restava da fare era seppellirlo, ma dove?. Nel grande cortile della casa dove allora abitavamo c’era un angolo nel quale si andava a buttare la cenere di risulta del caminetto a legna. Spostai un po’ di cenere, vi depositai il corpo inerte di Ruffo e lo ricoprii di altra cenere. Per me era morto e sepolto e in segno di affetto personale, quasi di devozione, vi misi sopra due spezzoni di canna legati in forma di croce. Nei due giorni successivi andai ancora a ricoprire quel corpo con altra cenere ancora calda presa dal caminetto. Il terzo giorno notai che qualcosa si era mosso: il musetto della bestiola era scoperto e respirava perché la cenere vicino alle narici si muoveva impercettibilmente,  sollevando della polvere: il gatto era vivo. Esultai, lo scoprii e lo ripulii completamente dalla cenere, l’aiutai a rimettersi in piedi. Gli portai subito un piattino di latte caldo. Riuscì a leccarlo piano, piano e io ne rimasi felicissimo: Ruffo era vivo. Si riprese, nei giorni successivi rigenerò le sue carni e le sue energie. Visse per molti anni ancora, riprendendo la sua attività di cacciatore di piccoli animali e seduttore delle gattine di tutto il rione.

Era stato un caso di morte apparente o la terapia della cenere  calda aveva compiuto un miracolo? Non lo sapremo mai ma la storia è vera e una cosa è certa: quel gatto ha vissuto due volte a conferma della leggenda e delle dicerie popolari che i gatti hanno sette vite.