Archive for luglio, 2012

LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

 

 

Per questa Buona Domenica consentitemi di raccontarvi questa storiella di vita vissuta da ragazzino studente e ripescata nell’Hard Disk della mia memoria di settuagenàrio.

 


 


Terminati i tre anni di scuola media, allora Avviamento Professionale, promosso a giugno, mio padre mi pose di fronte ad una scelta: “Vuoi continuare a studiare  o vuoi imparare un mestiere?” . Forse perché stressato dalla preparazione agli esami di licenza, non è che proseguire gli studi mi attirasse tanto e tra l’altro imparare un mestiere significava anche iniziare a lavorare e avere la disponibilità di qualche soldino per cui risposi che accettavo di fare l’apprendista per imparare un mestiere. Allora mi pose davanti un’altra alternativa: “Scegli, cosa preferisci fare il ciabattino o il barbiere?”. Sinceramente due mestieri che non erano per niente allettanti nelle aspirazioni di un ragazzino di belle speranze che pensava di fare il signorino attraente e ben vestito per cui capii che la scelta era obbligata e risposi:

“Va bene, continuo a studiare”.

 

Scuola di Ragioneria – Classe II B

 

 

Poco più che quattordicenne, trascorsi quelle ‘vacanze scolastiche estive’ lavorando da ‘manovale’ presso un muratore, piccolo impresario edile, al quale mio padre mi aveva affidato per farmi ‘tastare’ il peso del lavoro manuale. Iniziai così a guadagnare i primi soldini della mia vita (250 lire al giorno) ma quel denaro servì tutto per l’acquisto dei libri del primo anno delle mie scuole superiori di studente squattrinato. L’anno successivo fui io stesso ad andare a chiedere il lavoro allo stesso impresario ma concordai che la paga giornaliera dovesse essere pari a quella dell’altro manovale che, sebbene di due anni più grande e con la muscolatura già ben formata, in realtà facevamo lo stesso identico lavoro e io non mi tiravo indietro in nulla. La paga mi fu accordata in 400 lire al giorno e per me fu una valida conquista.

 

Trenino linee di Cagliari Anni ’50

 

Fu così anche negli anni successivi: lavoravo d’estate per acquistare i libri per il nuovo anno scolastico e poter così proseguire gli studi.

A scuola, alle ore 11,15 suonava la campanella dei 15 minuti d’intervallo per la ricreazione ma in pochissimi avevano la moneta necessaria per acquistare panino e companatico. La maggior parte, me compreso, non avevamo una lira in tasca e la colazione consisteva spesso in una pagnottella rafferma portata da casa senza companatico. Dovevamo inventarci qualcosa per metterci alla pari di quelli più fortunati ed ecco l’idea.

 

Trenino linee di Cagliari Anni ’50

Il percorso casa-scuola e viceversa, poco più di sei chilometri all’andata e idem al ritorno, si percorreva con il tram, una sorta di trenino con locomotrice elettrica e cinque carrozze che nelle ore di punta viaggiavano stracariche. Facendo il percorso a piedi ci sarebbero rimaste in tasca 20 lire, tale era il costo del biglietto di andata e ritorno per studenti e lavoratori con limitazione della validità dalle ore 6,00 alle 20,00. Un formaggino, un panetto di marmellata  o un triangolino di nutella costava allora dalle 7 alle 10 lire quindi ci restava in tasca ancora qualcosa per le spese della domenica. C’era qualcuno che già fumava qualche sigaretta che al tempo potevano essere acquistate anche sfuse. Prevalentemente, però, ci si accontentava di un gelato, oppure, alternativamente,  una domenica si e una no ci si poteva pagare il biglietto del cinema. Ricordo le sale cinematografiche il “4 Fontane” e il “2 Palme” dove si proiettavano film di seconda visione ed il biglietto d’ingresso costava 60 lire nei giorni feriali, 80 lire nei festivi. Gli altri locali della città: “Odeon”,  “Massimo”, “Cinegiardino”, “Olimpia”, “Eden”, “Ariston”, “Fiamma” ed altri, avevano prezzi proibitivi per noi. Le risorse finanziare così faticosamente risparmiate bisognava sapersele gestire. Non tutti i giorni però riuscivamo a risparmiare il costo del biglietto perché se era brutto tempo e pioveva, dovevamo usare comunque il tram e per quel giorno avevamo assicurato anche il ritorno, altrimenti altra scarpinata a piedi verso casa. Si rientrava tardi, stanchi ed affamati ma a casa ci attendeva un rifocillante piatto di minestra.

 

 Comet II

 

Ricordo ancora la sequenza delle fermate del trenino: Da Cagliari partiva dal capolinea di piazza Matteotti ed effettuava le fermate di via Roma, via XX settembre, via Sonnino, Piazza Garibaldi, via Baccaredda, San Rocco, San Mauro, Palazzo Brusa, Zedda Piras, Villasanta, Vinalcool e finalmente Piazza Italia, a Pirri dove scendeva il nostro gruppo. Ma il percorso noi lo facevamo quasi sempre a piedi per via dell’esigenza di risparmiare il costo del biglietto. La linea tranviaria proseguiva poi per Monserrato, Selargius, Quartucciu e fino all’altro capolinea situato a Quartu Sant’Elena.

 

Topolino Fiat Anni ’50

 

 

Generalmente, prima della fermata di via Baccaredda ci raggiungeva il tram sul quale viaggiavano gli studenti più abbienti e da parte di questi le derisioni nei nostri confronti, poveri appiedati, si sprecavano. Ma quella sorta di sfottò, anziché avvilirmi faceva nascere in me la voglia di rivincita e di rivalsa: il tempo, pensavo, mi avrebbe dato ragione, ora dovevo studiare, i sacrifici erano tanti ma l’obiettivo che mi ero posto dovevo raggiungerlo: il conseguimento del diploma, poi si vedrà.

Sia d’inverno che con i primi caldi della Primavera inoltrata il ritorno a casa a piedi era comunque sempre faticoso ma avevamo trovato una inaspettata risorsa: Alla fermata di San Rocco, spesso trovavamo parcheggiata la Fiat 500, la storica “Topolino” del nostro insegnante delle scuole elementare che allora insegnava a Cagliari e si fermava lì per salutare una sorella che abitava nella zona, poi proseguiva per Pirri. Gli chiedevamo un passaggio che non ci negava mai, dicendo: “Ma siete in troppi, non ci state tutti”. Effettivamente eravamo in sei, qualche volta in sette e, cosa da non credere, ci infilavamo tutti dentro: tre nel sedile posteriore e tre in piedi tenendo aperta la ‘capote’ della piccola auto con il tetto apribile, l’ultimo, infine, nel posto anteriore a fianco del nostro maestro di scuola elementare che con la sua bonarietà, seppure scuotendo la testa, ci accompagnava fino a Pirri. Qualche volta capitava pure di sorpassare il tram ed allora eravamo noi a esultare salutando e schernendo i compagni che viaggiavano sulle vetture tranviarie affacciati ai finestrini.

 

Radio d’epoca – molto ricercata ai giorni nostri

 

Erano tempi duri ma li ricordo con nostalgia perché, tutto sommato sono stati bei tempi, vissuti in allegria con tanta solidarietà nei rapporti umani.

Oggi il trenino/tram non c’è più, le rotaie sono state coperte con l’asfalto e il trasporto passeggeri viene effettuato con una rete di servizi bus, forse con maggiore efficienza perché ben distribuita su tutto il territorio cittadino. Le vaste aree di campagna allora esistenti lungo il percorso sono ormai tutte urbanizzate creando un agglomerato urbano unico con la città capoluogo.

Ogni epoca ha i suoi risvolti, positivi e negativi e bisogna viverla per quello che può dare. Il confronto o le analogie con la situazione odierna non si pongono neppure, i tempi sono cambiati in modo veramente abnorme ma se i ragazzi di oggi leggono questo racconto penso possano trarne utili insegnamenti.

 

 

 

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L’angolo del dialogo

 

 

 

 

 

E’ un articolo comparso sulla News letter de Il legno storto di martedì 17 luglio 2012 . E’ stato scritto da Lorenzo Matteoli. Io l’ho trovato molto interessante anche se troppo lungo e “difficile”. Ve lo propongo con tagli per favorire il dialogo fra noi.

“L’idea che per uscire da questa crisi, che oramai ci opprime da quasi 6 anni, ci vogliano nuove regole del “Gioco”, fino a poco tempo fa era rimasta confinata ai discorsi e agli scritti della critica economica utopica e di avanguardia. Oggi comincia a filtrare anche nel pensiero e negli scritti degli economisti di scuola ortodossa, Canonicamente riconosciuti. La domanda che ci si pone immediatamente è quale gioco, quali nuove regole?

 

Il simbolo dell’U.E.

 

Il problema andrebbe trattato con analisi approfondite e con documentazione estesa e articolata:………

Qualcuno certamente lo farà o lo sta già facendo o lo ha fatto, ma ci sono tempi e modi diversi per l’elaborazione scientifica approfondita e per l’intuizione anticipatrice che “dissoda il terreno” (ground breaking)…….

Il “Gioco” dell’economia (oikonomìa, che etimologicamente sta per “le regole della casa o dell’insediamento”) è stato sicuramente il motore responsabile dell’evoluzione, nel bene e nel male, delle nostre società da quando utensili in pietra grezza venivano scambiati per utensili in pietra levigata, in bronzo e in ferro. Da quando le pesanti e fragili spade in bronzo dei barbari si spezzavano nell’urto con i tozzi gladi in acciaio temprato romano, duro fuori e resiliente dentro, chi vinceva conquistava terre, chi perdeva diventava schiavo. Lo scambio di merci, beni e schiavi che si effettuava con il baratto venne poi regolato dalla “moneta”, d’oro, d’argento, di rame e di bronzo. Una fondamentale conquista concettuale. Le regole del gioco erano ancora semplici, quando non brutalmente semplici: lo scambio di beni per un controvalore monetario consentiva però ai mercanti più abili e intraprendenti di guadagnare comprando beni dove costavano meno e vendendoli dove il prezzo poteva essere più alto. Iniziavano i processi di accumulazione della moneta e la necessità di impiegare la moneta in operazioni che non erano di scambio immediato e contingente. Nel concetto del denaro e del valore di scambio entrava il concetto di tempo: il denaro di oggi per lo scambio nel futuro. Il guadagno possibile per la differenza fra valore attuale e valore futuro dei beni oggetto di scambio. Nasce la “finanza”, l’interesse sul capitale, lo scambio di servizi e non solo di beni.

 

Questo stato di cose è rimasto quasi inalterato per molti secoli e ha regolato economie di monarchie e imperi, enormi debiti ed enormi crediti che si risolvevano in tempi multi-generazionali. Creando enormi ricchezze o provocando spaventosi dissesti e crolli politici e dinastici.

Nel ventesimo secolo il grande “Gioco” affronta uno scisma epocale: da una parte l’economia centralizzata e controllata dallo Stato, dall’altra l’economia controllata dal libero mercato degli scambi nella quale lo Stato interviene come moderatore attraverso la politica fiscale e altre misure finalizzate alla tutela del sociale. Nel corso dello stesso ventesimo secolo i due modelli entrano in crisi: prima quello delle economie centralizzate che non sono riuscite a corrispondere i servizi indispensabili al contesto sociale, e poi quello delle economie di mercato: i meccanismi della domanda e dell’offerta, regolati in modo inadeguato, non sono stati più in grado di garantire stabilità, equilibrio ed equità sociale……..

 

Le Borse

 

Per il capitalismo di mercato il fallimento è stato provocato dalla avidità e dalla corruzione delle istituzioni e corporazioni bancarie e finanziarie che attraverso una applicazione selvaggia delle regole o attraverso la loro deformazione incontrollata hanno provocato immani arricchimenti, enorme potere economico concentrato in chiuse oligarchie e instabilità del sistema. Complice la responsabilità politica asservita.

La malattia più grave del capitalismo di mercato è quella della iper-finanziarizzazione: gli scambi per il pagamento di merci e servizi sono una aliquota centesimale rispetto al movimento di capitali virtuali o fittizi per operazioni di speculazione marginale e di arbitraggio delle minime differenze fra i tassi monetari sui vari mercati del Pianeta.

L’arricchimento consentito da prodotti finanziari “derivati”, pacchetti di investimento dalla struttura complessa e dalla dinamica oscura e incomprensibile per gli stessi addetti ai lavori, vere e proprie scommesse spesso implicitamente taroccate, con le quali enormi platee di piccoli risparmiatori sono state e vengono derubate da banche e istituti finanziari conniventi. …..

 

 

Il “Gioco” e le sue regole, applicate o trasgredite, negli ultimi 40 anni hanno prodotto enorme concentrazione di ricchezza per caste privilegiate e una diffusa povertà ai limiti dell’indigenza per il 98% del contesto sociale, negli Stati Uniti, in Europa e in quelle aree geopolitiche del Pianeta al traino delle due economie forti. La potenza economica delle caste privilegiate consente loro un controllo viscoso della “politica” e dei governi ed è pertanto molto difficile aspettarsi da questa struttura di potere un cambiamento anche minimo della matrice stessa della loro ricchezza e del loro potere.

 

 

La domanda fondamentale che oggi ci si pone è se siano i modelli concettuali della organizzazione economica, macroeconomica, monetaria e finanziaria responsabili del collasso e del fallimento, oppure se sia stata la prevaricazione delle loro regole e l’interpretazione criminale e forzata delle stesse la causa della più severa crisi economica degli ultimi due secoli. Una differenza di cruciale importanza ideologica.

La mia sensazione è che sia stato il combinato disposto della obsolescenza ambientale dei modelli e della deformata applicazione delle loro regole che ha provocato la crisi globale corrente.

Il “Gioco” va cambiato e le nuove regole saranno conseguenza del nuovo “Gioco”.

La ragione dell’obsolescenza del “gioco” è che questo è stato disegnato e strutturato sulla necessità e sull’assunto di una continua e illimitata crescita dell’ambiente nel quale viene svolto. Il debito della generazione attuale presente e attiva viene pagato dalla crescita delle economie (più produzione, più consumi, più profitti e più margini). Crescita spinta e giustificata dalla crescita demografica esponenziale.

La sensazione, intuita, subliminale o esplicita e documentata, che siano stati raggiunti, o stiano per essere raggiunti, nell’arco dei prossimi 20 anni “limiti” fisici alla crescita continua è la tara fondamentale del modello corrente: la crescita senza limiti che era la struttura del sistema economico corrente non è più una ipotesi credibile. …

 

 

 

La sensazione del “limite ambientale” è dominante specialmente nei contesti urbani e delle grandi conurbazioni regionali che sono i luoghi di formazione della cultura e del pensiero sociale e civile. Non sono tanto le risorse ad essere limitate: il loro limite è continuamente sfidato dalla tecnologia. Quello che è oggettivamente finito è lo spazio dove consumare altre risorse, bruciare altra energia, coltivare altre colture. Questa condizione condanna il grande Gioco economico e finanziario in modo irrecuperabile e impone la fondazione di un nuovo Gioco e di nuove regole.

 

 

 

La condizione strutturale del nuovo Gioco è che non può essere basato sull’assunto della crescita continua e incontrollata, sull’assunzione di debiti che non potranno, comunque, essere pagati dalle generazioni future. Da questa condizione nasceranno le nuove regole.

Quali saranno esattamente le nuove regole è difficile dire ed è problema squisitamente politico. Alcune affermazioni si possono comunque proporre: senza l’assunto della crescita tutto il castello iper-finanziario crolla e si azzererebbe tutto l’indotto quaternario che da questo castello dipende. Verrebbero azzerate tutte le elite corporative di privilegio e di abuso attualmente dominanti, l’equilibrio degli scambi non sarebbe più deformato dalla pesante, indebita tangente imposta dalla rapina finanziaria, il regime di mercato libero autentico verrebbe restaurato e liberato dall’attuale deprimente condizione iper-finanziaria. Gli aspetti qualitativi effettivi degli scambi diventerebbero l’elemento qualificante dei valori in gioco. Il motore strutturale del sistematico impoverimento delle masse e del sistematico arricchimento delle elite sarebbe bloccato. Il mercato riconquisterebbe la libertà che era la sua condizione qualificante originale……”.

 

 

Io la taglio qui, essendoci, a mio parere, un adeguato materiale per il nostro confronto. Certo che, in queste condizioni, far finta di niente e continuare a fissare le vecchie regole (e punire chi non vi si adegua) è non soltanto sbagliato ma impossibile.

 

 

 

 

La Domenica del Bosco

 

 

Non è mia intenzione invadere il campo del “Mondo degli animali”, prerogativa esclusiva di Giovanna, ma poiché già altre volte nella Domenica del Bosco ho avuto modo di raccontare storie di animali domestici, lo farò anche oggi. Comunque mi sono premunito chiedendo la preventiva autorizzazione di Giovanna che mi ha dato il suo benestare. In ogni caso, è bene che sappiate che anche stavolta abbiamo lavorato in tandem e i meriti, se meriti ci sono, vanno divisi in parti uguali. Grazie.

 Nella sapienza popolare si dice che i gatti abbiano sette vite, non so se ciò possa corrispondere al vero ma posso raccontarvi una storia che ha qualcosa di veramente fantastico e fa parte delle mie esperienze personali vissute con il mondo animale.

 

 

 È la cronistoria di un gatto nato in casa, insieme ad altri tre, da una gatta di famiglia. Da subito notammo che era diverso dagli altri: il manto uniformemente grigio cinerino con un ciuffetto più chiaro, tendente al bianco tra le due zampe anteriori mentre gli altri tre, un maschio e due femmine, erano pezzati di colori diversi. Lo chiamammo Ruffo per via del suo pelo riccio alla nascita e nei suoi primi giorni di vita che poi, però, divenne perfettamente liscio ma il nome gli rimase.

 

Ruffo

 

Altra caratteristica di Ruffo erano le sue zampe più lunghe del normale e questo gli dava, nella sua andatura dinoccolata, una certa aria snob ed in effetti un po’ snob lo era. Generalmente tendeva a mangiare per primo, sia nella poppata e successivamente nella ciotola e quando mangiava lui, gli altri non potevano avvicinarsi. Al contrario, però, nel caso fossero stati gli altri ad arrivare per primi, non si avvicinava ed attendeva che loro avessero terminato. Usufruiva di un certo privilegio perché era il cocco di mamma gatta in quanto se erano i fratellini ad attaccarsi per primi a succhiare e quindi Ruffo restava in disparte ad attendere che finissero, in quel caso era proprio mamma gatta che ad un certo punto staccava i fratellini per far mangiare proprio lui, il signorino snob.

 

Amore di animalista

 

Nel crescere tendeva ad una vita solitaria  e si era rivelato un buon cacciatore di topini, lucertole e altri animali commestibili per lui. Girovagava nel grande cortile di casa e sui tetti, sempre in avanscoperta ed alla ricerca di qualcosa che poteva stuzzicarlo, interessarlo o incuriosire.

Si era fatto un bel gattone , alto per via delle gambe lunghe e robusto. Si presentava regolarmente all’ora dei pasti tranne qualche volta che non si sapeva dove era andato a finire perché spariva dalla circolazione per due, tre giorni. Nel loro periodo di calore era ben accolto dalle gattine del vicinato che se lo contendevano. Se c’era Ruffo gli altri maschi si tenevano a debita distanza. Era un re, insomma, un dominatore.  Ma un bel giorno successe qualcosa: non si avvicinava più al cibo e lo vidi smagrire in pochi giorni. Provai ad offrirgli una ciotola di latte del quale era ghiotto e accettava sempre ben volentieri, ma rifiutò anche quella. Era un innamoramento non corrisposto, cosa molto improbabile o aveva ingerito qualcosa che lo aveva semi avvelenato? Non si ebbe modo di sapere la realtà. Allora non si ricorreva al veterinario, erano tempi duri e devo dirvi che in qualche famiglia i gatti altrui venivano catturati per essere mangiati, generalmente cucinati al forno con varie spezie dopo essere stati messi a macerare nell’aceto per una notte intera. Dura realtà dei tempi di crisi.

Ruffo continuava a dimagrire e si ridusse a pelle e ossa al punto che si potevano contare le costole tanto erano evidenziate dalla magrezza..

 

Amore di mamma

Era inverno e una mattina lo trovai esanime, disteso per terra, rigido, stecchito. In quella posizione le sue zampe sembravano ancora più lunghe. Lo toccai era freddo, gelido. Lo sollevai cercando di metterlo in piedi ma ricadde a terra, non respirava, non dava segni di vita. Capii che era morto. L’unica cosa che restava da fare era seppellirlo, ma dove?. Nel grande cortile della casa dove allora abitavamo c’era un angolo nel quale si andava a buttare la cenere di risulta del caminetto a legna. Spostai un po’ di cenere, vi depositai il corpo inerte di Ruffo e lo ricoprii di altra cenere. Per me era morto e sepolto e in segno di affetto personale, quasi di devozione, vi misi sopra due spezzoni di canna legati in forma di croce. Nei due giorni successivi andai ancora a ricoprire quel corpo con altra cenere ancora calda presa dal caminetto. Il terzo giorno notai che qualcosa si era mosso: il musetto della bestiola era scoperto e respirava perché la cenere vicino alle narici si muoveva impercettibilmente,  sollevando della polvere: il gatto era vivo. Esultai, lo scoprii e lo ripulii completamente dalla cenere, l’aiutai a rimettersi in piedi. Gli portai subito un piattino di latte caldo. Riuscì a leccarlo piano, piano e io ne rimasi felicissimo: Ruffo era vivo. Si riprese, nei giorni successivi rigenerò le sue carni e le sue energie. Visse per molti anni ancora, riprendendo la sua attività di cacciatore di piccoli animali e seduttore delle gattine di tutto il rione.

Era stato un caso di morte apparente o la terapia della cenere  calda aveva compiuto un miracolo? Non lo sapremo mai ma la storia è vera e una cosa è certa: quel gatto ha vissuto due volte a conferma della leggenda e delle dicerie popolari che i gatti hanno sette vite.

                              

 

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Il mondo degli animali

 

 

 

Come trattiamo i nostri animali,  quando arriva l’estate?

 

Stiamo arrivando alle ferie estive e all’inevitabile abbandono di animali domestici che,  pur essendo stati nostri grandi e affettuosi amici, siamo pronti ad abbandonare in modo ignobile, magari anche sulle autostrade, condannandoli a morte sicura.

 

Come si può concepire un atto così disumano, dopo aver trascorso con queste creature tempi gioiosi, ricevendo dimostrazioni d’affetto sincere, spontanee e appaganti? Eppure, scene sconsiderate e abominevoli di questo genere avvengono puntualmente e, in particolare, in  questo periodo.

 

 

Immagino sappiate che esistono delle “cat and dog sitters”, che si occupano delle loro esigenze, sì che i nostri amici non siano costretti a lasciare la loro casa e subire inutili traumi. Certo, occorre retribuire queste persone, ma è sempre meno di quanto richiedono le pensioni e i rifugi dove, peraltro, il loro trattamento non è sempre adeguato.

 

Quando avete deciso di regalare un cagnolino, un gattino, un uccellino, un criceto o una tartaruga ai vostri bambini, vi sarete posti il problema del loro mantenimento  e custodia nel migliore dei modi, e non solo per periodi determinati.

 

 

Non tutti amano o rispettano gli animali, è cosa certa, ma allora occorre avere la serietà e il buon senso di non prenderli, per poi decidere, un bel giorno, di abbandonarli come non fossero mai esistiti. Sono degli esseri che riescono a donare tanto amore,  anche se talvolta non ne ricevono. E’ altrettanto noto, che cani, gatti e altri animali domestici svolgono un’efficace ed importante terapia nei casi di depressione, aiuto e compagnia per gli anziani o bambini con gravi malattie.

 

 

Per favore, riflettete molto seriamente allorché, con il periodo estivo, si affaccia il problema della custodia dei vostri animali. Ricordate che soffrirebbero atrocemente per un loro abbandono. Mi auguro, ci auguriamo, che non siate così crudeli e inumani.

 

 

 


La Domenica del Bosco

 

 

 

 

 

È tempo di vacanze ma è anche periodo di profonda crisi generale e non tutti possono permettersi una pausa di completo relax magari in una terra come la Sardegna, splendida isola al centro del Mediterraneo, ricca di storia e rinomata per le sue bellezze naturali, il mare stupendo, le splendide spiagge, la sua vegetazione, i suoi prodotti e, infine, aspetto non trascurabile, per la tradizionale ospitalità della sua gente.

 

La Marmorata (Gallura)

Da sempre nei sogni di tanti che ancora non la conoscono ma ne hanno sentito parlare come di un Paradiso sulla terra, si riservano di visitarla quanto prima.

In attesa che ciascuno possa realizzare i propri sogni propongo la lettura di questo brano che consente di immergerci in un viaggio virtuale, tra fantasia e realtà, in una Sardegna antica e moderna allo stesso tempo. Grazie per l’attenzione.    

 

Domus de Janas,Tombe dei Giganti, Dolmen, Menhir, Pozzi Sacri

            


Si nascondono nelle grotte e nelle profondità delle voragini. Sulle alture che sfiorano il cielo, tra le sughere, il cisto e i muschi delle rocce più impervie.
Tra le rovine delle costruzioni nuragiche e i residui delle civiltà sepolte. Fino al mare e alle spiagge trasformate dal continuo scorrere delle stagioni, dall’andare e venire di onde che sfumano qualunque impronta fino a farla scomparire.

 

Domus de Janas  (Murrone)

E dal passato riaffiorano, nei deserti sconfinati e frastagliati, e sulle bocche della gente. Sono le leggende, i miti e i racconti misteriosi che completano i vuoti della storia e le falle della memoria.
I sardi, anche in questo incantevole angolo di mondo che è l’Ogliastra, sono circondati da mille culture diverse, seppellite a strati indistinguibili nel sapere della terra. Gli usi, i costumi e le credenze antiche si mischiano a quel che arriva dal mare portatore di progresso, e insieme, più velocemente, il dissolversi di un’oralità popolare che li ha tramandati per secoli. Ma camminando attraverso le strade che dal porto di Arbatax accompagnano fino ai monti di Jerzu, di Baunei, di Talana o di Lanusei, i paesaggi parlano già di fate, streghe, orchi e giganti. Le rocce e i cespugli illustrano storie che tornano a essere evocate.

 

Mores – Dolmen Sa Coveccada

Il nome Ogliastra prende quasi sicuramente origine dalla punta detta Pedra Longa o Agugliastra, che si erge sulla costa del comune di Baunei, per ben 128 metri sul livello del mare. Il senso del sublime parte da questa cima e ricopre l’intera area di magia e mistero incontaminato, fino ai monti.
È la natura ad aver tracciato dei confini tra ciò che è Ogliastra e ciò che non lo è.

 

Goni – Menhir di Pranu Mutteddu

Si racconta che un dio, per far cessare le continue scorribande di alcuni banditi del paese di Orgosolo ai danni delle greggi degli abitanti di Urzulei, abbia segnato con un fulmine una profonda e terribile gola.
Su Gorroppu, questo il nome della voragine scavata nella roccia e nel fitto dei lecci, divide il Supramonte in due parti: la Barbagia e l’Ogliastra. È una terra di nessuno in cui si dice vaghino le anime dei banditi e quelle dei dannati: i morti “fuori dal proprio letto”.
Il canyon è tra i più profondi d’Europa e, visto dall’alto, assume tutto il fascino dell’imperscrutabile. Addentrandosi nel territorio ogliastrino si possono incontrare i resti di una delle civiltà più antiche del Mediterraneo. La letteratura e la storia descrivono credenze religiose e pratiche magiche da leggenda.

 

Menhir – “Sa Perda Pinta”

Esemplare ne è il rito dell’incubazione. Si racconta che le cosiddette “tombe dei giganti” venissero usate come una sorta di collegamento fra mondo dei vivi e mondo dei morti. Le costruzioni, risalenti al XV secolo a. C., sono sepolture collettive che si sviluppano in lunghezza e disegnano, viste dall’alto, figure taurine.
Il Dio Toro, l’essere misterioso protettore del mondo dei defunti, era contrapposto alla Dea Madre, divinità della vita. Coloro che avessero passato un’intera notte all’interno delle costruzioni di pietra, avrebbero potuto comunicare in sogno con i propri avi.

 

La Grotta di Is Janas

Le tombe dei giganti, assieme ai dolmen, ai menhir e ai pozzi sacri, sono molto diffuse in Ogliastra e dimostrano come il mistero e il rapporto rituale con la natura sia radicato in questa terra fin dall’antichità. Profondità del tempo e profondità della terra coincidono quando si parla di serpenti voraci e di fate.
A Baunei, sull’altopiano del Golgo, esiste una voragine profonda di circa 270 metri e chiamata Su Sterru, in cui, secondo la leggenda, venivano gettati i corpi dei sacrificati. Le vittime dovevano servire a sfamare un enorme serpente. Si crede che sia stato San Pietro, dopo essersi fatto costruire una chiesa nei pressi della gola, a sconfiggere l’orribile creatura.

 

Pozzo Sacro – Nuragus

 

Ma le protagoniste più frequenti delle leggende misteriose d’Ogliastra sono le fate, chiamate in sardo janas.
Queste piccole creature vengono descritte a volte come esseri gentili e generosi, altre volte come dispettose e vendicative. Si pensa che esse custodissero grandi tesori e tessessero splendide stoffe con telai d’oro.
Camminando nei sentieri meno battuti della località si potrebbero ancora trovare i preziosi filati stesi ad asciugare sui rami di ginepro. Le janas, per i sardi, abitavano i nuraghi e i castelli in rovina, ma anche, e soprattutto, le antiche tombe prenuragiche scavate nella roccia, che a prima vista sembrano abitazioni per folletti, e che per questo vennero dette domus de janas (letteralmente “case delle fate”).

 

Su Tempiesu – Tempio a pozzo

Si racconta che un tempo le fate, alla nascita di un bambino, si avvicinassero di notte alla sua culla decretandone la buona o la cattiva sorte. Le minuscole creature emanavano un fascio luminoso che gli permetteva di volare la notte e di vivere nei posti più bui e comunemente inaccessibili all’uomo. Le janas abitavano anche le grotte scavate nel sottosuolo, come, ad esempio, quelle spettacolari di Su Marmuri, che si trovano presso il Comune di Ulassai.
Il tempo ha realizzato qui una delle opere più affascinanti e suggestive d’Europa e non è difficile capire come un tale splendore di architettura naturale si credesse abitato da creature speciali. Le gocce e i corsi d’acqua hanno realizzato un mondo sotterraneo fatto di stalattiti, stalagmiti e sculture calcaree variopinte, e creato così una vera e propria cattedrale di pietra.

 

Dorgali –  Tomba dei Giganti di Sa Ena ‘e Thomes

Un’altra leggenda molto diffusa in Ogliastra racconta che chiunque avesse voluto arricchirsi, anche a costo di vendere la propria anima ai diavoli, durante la notte poteva raggiungere Perda Liana, un isolato e maestoso tacco calcareo che si trova nel territorio di Gairo. Visto dal basso sembra davvero che l’imponente roccia potesse essere un tempo utilizzata come un altare pagano, “porta sacra” verso mondi paralleli.
Fino a qualche tempo fa, nella zona, vedendo qualcuno che si era arricchito molto in fretta si usava dire: “A sa Perda ‘e Liana su chi heres ti dana!” (A Perda Liana quel che chiedi ti viene dato). Ma Perda Liana è solo un assaggio del meraviglioso panorama costituito dai “tacchi d’Ogliastra”, che si sviluppa poco più a sud, verso i territori di paesi come Osini, Jerzu, Perdasdefogu e Seui.

 

Arzachena – Tomba dei Giganti di Li Lolghi

 

Qui l’ambiente e il mistero si fanno ancora più estremi e danno la forma più alta e riconoscibile a un paesaggio segnato dai processi erosivi e carsici. Sulle coste vengono tratteggiate storie marine fatte di dominazioni. Le torri saracene evocano un paesaggio che parla di battaglie, fortificazioni e conquiste ormai assopite. Dalla Marina di Tertenia, passando per Barisardo e poi ancora per Arbatax, fino a Santa Maria Navarrese, si prova il gusto di poter ammirare dall’alto di queste costruzioni essenziali la vista di un mare che conserva ancora oggi la purezza di un sogno che si fa natura.
I ventitré comuni della Provincia d’Ogliastra raccontano così le storie scolpite in questi luoghi misteriosi e magici, vissuti dalla popolazione in maniera rispettosa e attenta, come da parte di chi sa bene qual è il valore della propria terra.*

 

*   (di Maurizio Busìa, tratto da Magica Sardegna 05 2007)

 

Auguriamo a tutti una serena Domenica.

                                              

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Zibaldone – Slackline

 

 

 

 

 


Una delle novità sportive di questa estate si chiama Slackline.  E’ uno sport moderno che nasce negli Stati Uniti nei primi anni 80,  quando si sviluppa, specialmente nell’ambiente dell’arrampicata, come forma di allenamento, simile al funambolismo: la differenza è che in questo sport invece del solito filo d’acciaio si usa una fettuccia di nylon.

 

E’ un ottimo allenamento, divertente, che favorisce la concentrazione, la meditazione  e l’allenamento muscolare.  Tutto questo in un’unica disciplina che,  a piccoli passi, sta prendendo piede tra i giovani e meno giovani in tutta Europa. Lo Slacklining è un esercizio di equilibrio e bilanciamento dinamico. Il nome di questa disciplina deriva dalla slackline, una fettuccia di nylon tesa tra due punti,  sulla quale si cammina,  tentando di stare in equilibrio. La traduzione letterale suona come “linea molle” che, tuttavia, ben rappresenta la caratteristica fondamentale di questo attrezzo ginnico: la fettuccia utilizzata, che varia di spessore da uno a 5 cm., la sua caratteristica è quella di essere più o meno elastica,  a seconda della distanza a cui vengono assicurati i capi,  che solitamente sono alberi, pali, tralicci o strutture urbane. Solitamente sono posti a distanze che variano dai 5 ai 20-30 mt. circa e ad un’altezza dal suolo che normalmente non supera mai ì 30-50 cm.; questo per garantire a chiunque un ragionevole margine di sicurezza e incolumità, soprattutto ai neofiti di questo sport.

 

 

Lo Slacklining, inteso come forma ludica di allenamento, ha l’obbiettivo di portare al limite il senso  dell’equilibrio e la coordinazione motoria, nel massimo divertimento, oltre ad essere incredibilmente stimolante: camminando sulla slackline si allena mente e corpo ad un nuovo tipo di concentrazione e di attività: la meditazione. Sebbene all’inizio sembri  molto  difficile, con  pochi  giorni  di allenamento  si inizia già a muoversi decentemente  (ve lo assicuro). Non costa molto, a seconda della lunghezza della fettuccia. Lo si trova nei centri commerciali o negozi sportivi, si usa in qualsiasi luogo e per noi, nel nostro piccolo, sarà una sfida  sublime alla gravità. Ricordiamoci comunque sempre di salvaguardare la natura. Se si usano come ancoraggi gli alberi è bene interporre sempre qualcosa che attutisca l’azione del nylon sull’albero, i segni che lascia non sono indifferenti e può danneggiare la pianta. Per iniziare si consiglia  un’altezza non superiore a 20 cm., aumentandola gradualmente  e aiutandosi con un bastone o due, uno per lato, da tenere in mano, a cui appoggiarsi tutte le volte che si sente mancare l’equilibrio.

 

 

Per i più anziani, un listello di legno lungo 3 mt.  e largo 3-5 cm., sarebbe un attrezzo semplice e  utile per allenarsi e ritrovare l’equilibrio. Per  assicurare la stabilità sul pavimento usare 2 morsetti da falegname,  alle due estremità ( vedi figura).  Buon divertimento a tutti.