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I cadaveri non pagano nessuno

 

    Mi piace il Legno storto.  E apprezzo molto lo stile di Gianni Pardo E utilizzo spesso i suoi articoli per introdurre un colloquio fra noi . Questo articolo : I cadaveri non pagano nessuno, è stato pubblicato nella news letter del 18 febbraio 2012 e ve lo sottopongo per una riflessione. Ecco l’articolo: “Abbiamo il dovere di rispettare chi ne sa più di noi. Lo facciamo tutti i giorni dinanzi al medico e perfino dinanzi al meccanico d’automobili, potremmo dunque farlo anche dinanzi ai grandi economisti e ai grandi governanti. È in nome di questo dovere di elementare umiltà che insieme a milioni di europei per molti mesi abbiamo presunto che quegli economisti e quei governanti sapessero ciò che facevano. E che per conseguenza le nostre obiezioni dovessero essere infondate. Ma c’è un dovere ancora più grande, per chi è ragionevole: quello di inchinarsi ai fatti; e se i fatti sembrano dare torto alle autorità, si acquista il diritto di dire la propria opinione. Sarà sbagliata, ma dal momento che anche la linea di comportamento di chi guida l’Europa non ha dato risultati positivi, può anche darsi che, in materia di errori, arriviamo al pareggio. E per un dilettante che affronta un professionista non è risultato da poco. Se gli interventi delle varie autorità che governano l’Europa e l’euro fossero stati efficaci, la Grecia non sarebbe più che mai sull’orlo del fallimento e della rivoluzione; l’Italia non sarebbe in recessione e senza prospettive di miglioramento; inoltre non sarebbe stata raggiunta in questo club degli azzoppati, secondo quanto scrive Davide Giacalone, da Portogallo, Belgio e Paesi Bassi, anche loro ufficialmente in recessione. I fatti dunque dànno torto alla Germania e alle massime autorità europee. Come se non bastasse, non si può nemmeno essere sicuri che abbiamo toccato il fondo. Potrebbe andare anche peggio. Se malgrado i prestiti già concessi dall’Europa e malgrado gli sforzi di un governo che ha sfidato la più minacciosa impopolarità, in Grecia scoppiasse una rivoluzione, le conseguenze sarebbero tragiche. Non solo l’Europa perderebbe il denaro che ha già dato a quell’infelice nazione, ma le banche francesi e tedesche perderebbero d’un sol colpo il valore dei titoli greci che detengono, per un ammontare ben superiore ai fondi fino ad ora utilizzati per sostenere Atene. Le conseguenze sarebbero terribili e queste conseguenze a loro volta si trasformerebbero in cause di ulteriori disastri. I mercati infatti si chiederebbero: e a quando l’Italia, a quando la Spagna, il Portogallo, il Belgio, i Paesi Bassi? Non importa il fatto che questi Stati abbiano una situazione economica e sociale molto migliore di quella greca: il semplice allarme potrebbe costituire una self fulfilling prophecy, una profezia che si auto-avvera. L’euro andrebbe a rotoli, l’Europa andrebbe a rotoli, forse conosceremmo la più tragica crisi economica di tutti i tempi. E a questo punto è lecito formulare un’ipotesi. Per salvare l’Europa bisognava non limitarsi a “temere il disastro” ma “pilotarlo”. In primo luogo stabilendo che la Grecia non avrebbe pagato i propri debiti per dieci anni, in modo da darle il tempo di riprendersi. Qualcuno avrebbe potuto dire che era un simil-fallimento, ma gli si sarebbe potuto rispondere: “Preferite il fallimento autentico al simil-fallimento?” Provvedimenti analoghi si sarebbero adottati per qualunque Stato che fosse stato riconosciuto sull’orlo di una crisi gravissima, per esempio, nel caso dell’Italia, se il rendimento dei titoli di Stato avesse raggiunto il dieci per cento.   Naturalmente questo genere di provvedimenti non avrebbe risolto il problema dell’indebitamento pubblico: ma qui si inserisce la seconda parte della manovra. Il debito può essere riassorbito o uscendo dall’euro e mediante una folle svalutazione (a carico dei cittadini più deboli, una sorta di crimine sociale) oppure con un lungo periodo di grande sviluppo economico. E lo sviluppo economico si ottiene diminuendo drasticamente le spese dello Stato (con la scure, non con il bisturi), abbassando risolutamente le aliquote di tasse e imposte e adottando una legislazione della produzione di tipo cinese. Quando la Grecia, l’Italia e gli altri Paesi fossero ripartiti a razzo, solo allora si sarebbe potuto amministrare la risalita e magari ricominciare a rimborsare i prestiti ricevuti. L’austerità ha buona stampa probabilmente perché si considerano il consumo e l’abbondanza dei peccati cui è naturale che segua l’espiazione. L’espiazione però, se fa andare in Paradiso, non migliora i listini di Borsa. Se si consuma di meno, se si produce di meno, se si pagano meno imposte indirette, la nazione economicamente comincia a morire. E i cadaveri non pagano nessuno. Sarebbe facile riconoscere di avere avuto torto, col pessimismo di mesi fa, se si fosse vista la Grecia uscire dalla sua crisi e risorgere a nuova vita. Vedendo che affonda sempre più nella miseria e nella disperazione, come avere fiducia in chi chiede ancora sacrifici? Le ricette qui proposte possono essere sbagliate, e non sarebbe stupefacente. Purtroppo lo  sono anche quelle applicate dai Grandi”. Questo è l’articolo, che mi sembra porre tanta carne sul fuoco. Ci vogliamo ragionare su?