Archive for marzo 18th, 2012

La Domenica del Bosco !!

Ancora un racconto di bambini nel periodo 1940-1945

CRONACA DI UN BOMBARDAMENTO

LA GUERRA (Nella memoria di un bambino)

Avevo poco più di cinque anni. Da pochi mesi ci eravamo sistemati in questo paesino di poco più di 200 abitanti a seguito dello ‘sfollamento’ dalla città, Cagliari che era stata oggetto delle incursioni aeree nemiche e dei bombardamenti inizialmente su obiettivi sensibili quali il porto marittimo, l’aeroporto, la stazione ferroviaria e in un secondo tempo anche bombardamenti a tappeto sulle abitazioni civili e monumenti cittadini. Con inizio dal 17 febbraio 1943, in pochi giorni la città era ridotta ad un cumulo di macerie, innumerevoli morti e feriti. Mio padre, richiamato al servizio militare, fu destinato ad una caserma del centro Sardegna dalla quale dipendevano le postazioni antiaeree ubicate in difesa della diga sul fiume Tirso. In tale diga funzionava una importante stazione idroelettrica per la produzione di energia. Mio padre, nelle incertezze del momento, pensò di avvicinare la famiglia e aveva dato a mia madre le indicazioni per raggiungere questo paesino nelle vicinanze della caserma ove egli era stato destinato. Ricordo che era stato un viaggio faticosissimo, in parte in treno e parte in pullman, durato due giorni e una notte. Notte trascorsa, in una sala d’attesa di una stazione intermedia, accovacciati per terra sui fagotti di lenzuola e coperte contenenti le cose essenziali portate via da casa, aspettando l’arrivo del treno che ci avrebbe consentito di proseguire il viaggio verso la destinazione finale.

Tante volte ho sentito raccontare che all’arrivo, al bambino grande  (che poi ero io), gli fu data una zuppa di latte e pane e fu messo a letto. Dormì fino alla sera del giorno dopo, quindi un’altra tazza di latte e si addormentò ancora fino al mattino successivo. Solo allora  avevo recuperato la stanchezza accumulata in quei due giorni di viaggio! Mi integrai presto nel gruppo dei bambini del paese che mi presero a benvolere. Ogni mattina ci si riuniva per i giochi e si scorrazzava in tutte le vie prive da qualsiasi veicolo a motore. Il più grande di noi forse non aveva compiuto ancora otto anni e gli era stato riconosciuto il ruolo di ‘capo’  perché lui decideva dove andare e il gioco da fare ogni mattino quando ci si riuniva. Sempre lui, per la sua maggiore esperienza, ci indicava quale era il punto più protetto e sicuro dove ripararci quando passava una mandria di bovini o un gregge di pecore al rientro dal pascolo. Era stato lui che aveva smorzato qualche nascente rivalità nei miei confronti da parte di qualcuno del gruppo, motivando il fatto che essendo “strangiu”  (straniero), cioè non del posto, dovevo essere rispettato come ospite, e tutti si adeguarono. Diventai quindi il suo ‘luogotenente’ ed ero orgoglioso del ruolo perché avevo assunto una certa importanza nel gruppo.

Non eravamo lontani dalla guerra perché anche in questa zona avvenivano le incursioni aeree proprio per la presenza della diga con gli impianti idroelettrici che era un obiettivo da colpire per i conseguenti danni cha avrebbe provocato la sua distruzione.  I bombardamenti avvenivano prevalentemente durante le ore notturne e ricordo ancora mia madre che mi scuoteva per svegliarmi dal sonno e mi sollecitava a correre verso gli improvvisati rifugi quando suonavano le sirene d’allarme. Lei, già alla terza gravidanza, mi seguiva spaventata e affannante con in braccio la mia sorellina di appena 3 anni. Per il ripetersi di questo fatto decisero di mettermi a dormire presso la famiglia della casa che aveva nel proprio cortile una sorta di rifugio che altro non era che una buca scavata nel terreno, sotto una enorme pianta di fico, e ricoperta di tronchi, tavole e frasche e che poteva ospitare circa dieci persone. Questa buca veniva illuminata da una candela alloggiata in una nicchia affinché la luce non trapelasse all’esterno. Nella mia nuova sistemazione per la notte non avevo bisogno di vestirmi in fretta e correre verso la presunta salvezza perché dormivo nella stanza di una ragazza, allora 16enne, ed era lei che al suonare delle sirene d’allarme, mi avvolgeva in una coperta e mi portava in braccio al rifugio. Io mi svegliavo al contatto dell’aria fresca della notte e la prima cosa che mi capitava di vedere era il cielo nero solcato dai razzi illuminanti con i quali si cercava di individuare gli obiettivi sui quali sganciare le bombe. Mia madre con la mia sorellina arrivava quando già erano iniziate le preghiere per invocare la protezione della Madonna e dei santi, oltre a quella del Buon Dio. Negli anni successivi, con la maturazione della ragione, capii che quella “buca rifugio” altro non poteva essere che una tomba pronta senza bisogno di altra sepoltura nel caso fosse arrivata la devastazione di una bomba. Le incursioni e i bombardamenti non erano mai mirati verso i centri abitati ma una mattina ci fu un episodio che ho vissuto dal vivo e che ha lasciato un ricordo indelebile nel corso di tutta la mia esistenza:

Durante il giorno capitava di vedere il passaggio di aerei in volo di ricognizione per individuare gli obiettivi da colpire poi nelle incursioni notturne. Erano voli in quota, fuori dalla portata dell’offensiva delle postazioni contraeree. Quella mattina apparve in alto una formazione di tre aerei, probabilmente caccia da ricognizione francesi provenienti dalla vicina Corsica. Un gruppo di donne del paese si fermarono ad osservare e noi ragazzini/bambini incuriositi facemmo altrettanto, addossati ad un muretto che su un lato della strada fungeva da parapetto verso la scarpata mentre sull’altro lato c’era una serie di case in mattoni crudi (lardiri, ovvero mattoni di fango d’argilla e paglia), tipiche di vaste zone della Sardegna. Uno degli aerei si staccò dalla formazione e si diresse verso di noi. Non si ebbe il tempo di capire cosa stesse succedendo e ce lo trovammo davanti sempre più vicino. Il rombo dei motori dell’aereo in picchiata e subito dopo in cabrata forse coprì il rumore della sventagliata di mitra che ci passò poco sopra la testa. Solo dopo ci siamo resi conto che avevamo corso un bel rischio perché l’unico a farne le spese era stato un vecchietto del paese che era seduto, addossato al muro, sull’altro lato della strada per godersi i primi tepori del sole primaverile. Conseguente lutto cittadino ed esequie della vittima il giorno successivo. Noi ragazzini, nella nostra incoscienza infantile continuavamo a giocare nelle strade e proprio mentre gli adulti partecipavano ai funerali della incolpevole vittima, noi ci siamo dedicati al recupero delle pallottole conficcatesi nel muro di mattoni crudi. Il capo banda né recuperò tre per non doversi smentire del ruolo di capo mentre io, a fatica, ne recuperai solo una ma tanto bastava perché anche io avessi il mio trofeo e convalidassi la mia importanza nel gruppo. Chiaramente il tutto ci fu poi sequestrato dagli adulti che ci redarguirono severamente per aver recuperato quelle pallottole allargando il foro nel muro lasciato dalle stesse. Ancora oggi mi domando cosa abbia spinto l’equipaggio di quell’aereo a buttarsi contro degli inermi civili contravvenendo, forse, agli stessi scopi della missione di perlustrazione diurna. Volevano solo spaventare degli inermi civili o volevano compiere una strage?  Oppure dimostrazione di forza e voglia di vendetta perché nei giorni precedenti era stato abbattuto un loro aereo proprio dalla contraerea della zona? Domande destinate a restare senza risposta per sempre. Ma questa è la guerra.

Perdonate la mia prolissità: doveva essere un racconto breve ma i ricordi che via, via mi tornavano alla mente mi hanno preso la mano e vi prego di scusarmi se, alla fine, sono stato noioso ma volevo raccontarvi anche questa storia.

Nel ringraziarvi per la cortese attenzione auguro a tutti una serena Domenica.

                                                                            Giuseppe