La Storia delle Maschere !!
Scritto da scoiattolina il 20 febbraio 2012 | 9 commenti- commenta anche tu!
La Storia delle Maschere
La maschera (dall’arabo “mascharà, scherno, satira) è sempre stata, fin
dalla notte dei tempi, uno degli elementi caratteristici e indispensabili nel
costume degli attori.
Originariamente era costituita da una faccia cava dalle sembianze
mostruose o grottesche, indossata per nascondere le umane fattezze e,
nel corso di cerimonie religiose, per allontanare gli spiriti maligni.
In seguito, dapprima nel teatro greco, successivamente in quello romano,
la maschera venne usata regolarmente dagli attori per sottolineare la
personalità e il carattere del personaggio messo in scena.
Ma l’uso della maschera che interessa questa necessariamente sommaria
introduzione si riferisce propriamente a quel fenomeno teatrale, fiorito in
Italia nel corso del XVI secolo e affermatosi prepotentemente in quello
successivo, comunemente noto come “Commedia dell’Arte”.
Uno dei primi “temi”, estremamente elementare e naturale, oggetto di
rappresentazione nelle primitive forme della commedia “a soggetto”, è
la “beffa del servo”, una sorta di ingenua e innocua rivincita concessa
dalla fantasia popolare all’umile nei confronti del potente.
Innumerevoli sono le rappresentazioni, specie sui palcoscenici della
decadente Repubblica veneziana, che hanno come tema il contrasto tra il
servo zotico (lo “Zanni”) e il padrone vecchio e rincitrullito (il “Magnifico”).
La fortuna del contrasto, le varie forme in cui si manifesta, fanno sì che il
personaggio dello Zanni subisca continue, interessanti e sostanziali
modifiche, e che si caratterizzi variamente, rendendosi sempre più
simpatico e variegato: questo spiega la presenza, nella tradizione giunta
fino a noi, di tante maschere rappresentanti parti di servitori, dal
celeberrimo Arlecchino all’intelligente Scapino.
A proposito di Arlecchino, ci sembra doveroso ricordare quell’autentico
genio della Commedia dell’Arte che nobilitò le scene nella seconda metà
del XVI secolo e, partito con l’interpretazione dello stereotipo personaggio
del servo Zan Ganassa, nel 1572, in terra di Francia, per la prima volta
attribuì alla maschera il nome di Zanni Arlecchino.
Le continue e salutari mutazioni a cui fu soggetto il personaggio dello
Zanni portarono inevitabilmente alla distinzione fra servo furbo e servo
sciocco, chiamati “primo” e “secondo” Zanni.
Arlecchino, Burattino, Flautino e il famosissimo Pulcinella facevano parte
del secondo gruppo; Brighella, Beltrame, Coviello, Zaccagnino,
Truffaldino, Pezzettino, Stoppino del primo.
Un posto di primo piano è riservato alle maschere dei “vecchi”, il cui
capostipite sarebbe il “senex” della commedia latina.
I “vecchi” generalmente erano due, ma non portavano sempre e
dovunque lo stesso nome; perlopiù furono conosciuti l’uno sotto il nome di
Pantalone e l’altro di Dottore, Dottor Graziano o Dottor Balanzone.
Altra maschera fondamentale era quella del Capitano, soldataccio
spaccone, vanaglorioso, violento e pavido, altrimenti noto come Capitan
Spaventa, Capitan Rodomonte, Capitan Matamoros, Capitan
Spezzaferro, Capitan Terremoto, Capitan Spaccamonte, e via di questo
passo. In questa maschera si è voluto vedere una caricatura feroce del
soldato spagnolo che, nel periodo di tempo in cui fiorì la Commedia
dell’Arte, spadroneggiò in quasi tutta la penisola.
Accanto alle maschere che rappresentavano i personaggi principali e
indispensabili in ogni commedia, si aggiravano altre maschere, spesso
doppioni, derivazioni delle prime con mutazioni o correzioni non molto
indovinate: a volte non era mutato che il nome, altre il dialetto che la
maschera parlava. I Pandolfi, gli Ubaldi, i Cola, i Burattini e i Pezzettini
ebbero giorni di relativa gloria nel XVII secolo, dopo di che scomparvero.
E, dal momento che ci siamo lasciati andare in una carrellata, fugace ma
abbastanza organica, dei personaggi della Commedia dell’Arte, ci sembra
giusto concludere ricordando quelle astute servette, altrimenti
chiamate “fantesche”, preposte alla salvaguardia dell’onore di spesso
scialbe padroncine.
Tutti questi straordinari personaggi sono riusciti a sopravvivere alla morte
del teatro al quale pur debbono la vita, perché riconosciuti degni di
rappresentare ciò che di più caro le città italiane avevano nel cuore, le
tradizioni domestiche, la parlata popolaresca, lo spirito delle antiche cose.
E ancora oggi continuano a rallegrare i nostri Carnevali.








