Archive for febbraio, 2012

Buon Compleanno………STEFY !!

 

CARA AMICA MIA AUGURISSIMI ….

DI UN BUON COMPLEANNO …

SPERO CHE LA TORTA TI PIACCIA

FATTA IO…

CON LE MIE MANINE AHAHAHAHAHAH ……..(SCHERZO)

 100 di questi giorni….

1000 bacioni…..

10.000 abbracci……

1.000.000 auguri…

  per una persona speciale….

Augurissimi per un Compleanno

FA-VO-LO-SO!!!

 

AUGURI DA TUTTI GLI AMICI ELDYANI

E DEL BOSCO ……….

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TVB STEFY AUGURONI DI CUORE ……SABRY

La Domenica del Bosco


 

LE PIETRE DELLA STORIA

(LA PAROLA ALLE  PIETRE )


Giovanni Lilliu

l’uomo che parlava con le pietre

“Juanni, Juanni, seus nosus, seus innoi”

“Giovanni, Giovanni, siamo noi, siamo qui.”

Si, è la voce delle pietre sarde che parlano il sardo ma soprattutto parlano una lingua di cultura millenaria che pochi studiosi hanno saputo scoprire, interpretare e tradurre per portarla alla conoscenza dei contemporanei e dei posteri. Tra questi si è distinto, al di sopra di ogni altro,

 

Giovanni Lilliu

(Barumini, 13 marzo 1914 – Cagliari 19 febbraio 2012),

archeologo di fama internazionale, conosciuto soprattutto per aver riportato alla luce la reggia nuragica

Su Nuraxi (Barumini),
dichiarata nel 2000 patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO.
È stato membro di numerosi istituti scientifici italiani e stranieri e dal 1990 Accademico dell’Accademia dei Lincei. Nel 2007 ha ricevuto dalla Regione Autonoma della Sardegna l’onorificenza “Sardus Pater” istituita proprio in quell’anno quale riconoscimento da assegnare a cittadini italiani e stranieri che si siano distinti per particolari meriti di valore culturale, sociale o morale e abbiano dato lustro alla Sardegna.
Per Giovanni Lilliu, ritenuto il massimo conoscitore della Civiltà nuragica, dolmen, menhir,  domus de janas, tombe dei giganti, pozzi sacri, nuraghi, non avevano segreti e nelle sue letture delle pietre ci ha lasciato trattati di immenso valore culturale.

L’amica Monica Cuomo, interpretando il pensiero nell’anima delle grandi pietre ha scritto questa meravigliosa lirica in omaggio al grande uomo di cultura, sardo di convinzione oltre che di nascita.

 

GIOVANNI e le grandi pietre

“Giovanni, Giovanni, siamo noi, siamo qui.”

Così gemevano le grandi pietre che la arida e brulla terra, con il tempo, aveva ormai sepolto.
Ancor più gemevano perché i figli del popolo che le aveva abitate  le avevano dimenticate, perché preferivano non credere ad un libero passato. Perché quei figli, nella sofferenza dei  secoli, avevano chinato il capo sotto il giogo di antichi Dòmini [1]. Perché l’oblio forse è meno doloroso .
Quanti passi di quei figli le avevano percosse, derise, ignorate. Ma loro erano pazienti,  speravano,  aspettavano.
E così un giorno sentirono un calpestio sulle loro torri sepolte, si accorsero che era diverso, che non era un calpestio d’oblio e disprezzo, era una carezza che le faceva fremere e sperare, era speranza di luce e voce.

Ogni volta che quella carezza le avvolgeva iniziavano a fremere e vibrare e Giovanni un ragazzo, un piccolo uomo, un figlio di quel popolo … Le udiva.
Ah … con quanta struggente passione le udiva, sentiva le loro voci, vedeva la loro luce.
Quanto tempo è passato da quel giorno, ora le grandi pietre sono avvolte dal caldo e cocente sole di Sardegna, quel sole abbagliante che su di loro, nude e grandi pietre, crea magici bagliori scintillanti di sogno.
Il vento, che ora libero passa tra le loro fessure, è una  dolce ed impetuosa voce di ricordi che dal tempo lontano torna con fantastici racconti.
Cosa raccontano? Raccontano ai figli del loro popolo quale grandezza passò nei loro antri, quali colori e genti passarono per le loro strade, quali mari e orizzonti e sogni si vedevano dalle loro torri.
Per secoli hanno avuto grande dignità e pazienza ed ora, grazie al piccolo uomo Giovanni,  le loro torri vogliono ricordare che dalla brulla ed arida terra ci si può sollevare.
Giovanni   sentì e capì  quelle voci, amò loro e i suoi fratelli, i figli di quel popolo antico, credette nell’amaro sapore  della pazienza e della dignità che le grandi pietre avevano avuto per secoli.
E così come il suo passo fu non semplice calpestio,  ma carezza e speranza  per le grandi pietre, capì che le grandi pietre volevano dire ai figli di quell’antico popolo: “Ecco,  le nostre torri sono risalite alla luce e di nuovo dominano la brulla ed arida terra, pazientate, conoscerete il dolore, non dimenticate la dignità, e quando udrete un passo amorevole fatevi sentire con forza e risollevate il vostro capo”.
Un tempo un piccolo uomo di nome Giovanni fu luce e voce delle grandi pietre, ma ora le grandi pietre saranno PER SEMPRE luce e voce del grande uomo Giovanni.

 “ Al grande Giovanni Lilliu “,    Indegnamente

                                Monica Cuomo            .

Cagliari 20 Febbraio 2012

 [1] - inteso dominanti

Un ringraziamento personale all’amica Monica per la sua splendida e spontanea testimonianza scaturita dall’animo di studiosa e profonda estimatrice della cultura sarda e non solo.
Messaggio per Monica: Confesso che ho lasciato l’ultima parola per mantenere integro il tuo scritto ma ho avuto l’impulso di cancellare la parola ‘indegnamente’ e l’avrei tolta volentieri perché non ritengo giusto che la tua innata modestia nasconda i tuoi veri meriti. Ancora grazie.

                                    Giuseppe 

 

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La Democrazia e le sue possibili “sospensioni”

 

 La democrazia e le sue possibili “sospensioni”

Rileggo l’articolo con questo titolo pubblicato da Piero Ottone in “Vizi e virtù”, in un vecchio Venerdì di Repubblica,  e penso che anche voi, se non l’avete letto, possiate leggerlo con  interesse.

L’articolo è questo:

“Negli ultimi tempi si è parlato molto di democrazia, ed è forse utile qualche riflessione.
Democrazia, questo lo sanno tutti, significa governo del popolo: niente di più bello, niente di più giusto. Ma non è sempre facile capire, tanto per cominciare, che cosa il popolo voglia. Gheddafi aveva risolto il problema a modo suo: nel famoso Libretto Verde aveva scritto che in Libia vigeva la democrazia perfetta, perché lui eseguiva senza mediazioni la volontà del popolo tutto intero. Quindi non occorrevano organi intermedi.

Atene – Democrazia e Filosofia

In realtà, la faccenda è un po’ più complessa. In primo luogo, questo popolo, la cui volontà è così importante, deve essere individuato, diciamo così, nei suoi elementi costitutivi: bisogna passare dall’astratto al concreto. In altri tempi si pensava che facessero parte del popolo, ai fini di governo, solo i maschi, e quei maschi che disponessero di un certo reddito. Adesso fanno parte del popolo anche le femmine, ed è stata abolita, giustamente, la barriera pecuniaria: si ammettono anche i poveri. C’è però una limitazione legata all’età.

La pianLa pianta della Democrazia

 Altro problema: il popolo può cambiare idea. Nelle tragedie di Shakespeare il popolo dà sempre ragione a chi parla per ultimo. Nella vita reale è un po’ meno volubile, però non la pensa sempre allo stesso modo. Si stabiliscono pertanto certe scadenze per sapere come la pensa di volta in volta. Insomma: la voce del popolo  non è la voce di Dio, come non era la voce di Dio, nei regimi assoluti, la volontà del monarca.

Atene – Democrazia

 Gli americani vogliono esportare la democrazia dappertutto, come se fosse una virtù. Aveva piuttosto ragione Churchill: è un sistema di governo, con i suoi difetti. Il migliore disponibile? Sì: ma non esportabile in ogni luogo. Richiede, per funzionare, un certo grado di istruzione e di maturità fra i cittadini. Richiede una guida sicura, sensibilità politica, maturità. Con periodi di sospensione: in guerra, per esempio. O quando sia necessario un programma di risanamento economico. Come adesso?”

 

Ottone finisce l’articolo con il punto di domanda. Vi pare che non si possa osservare, eccepire, e, soprattutto, dialogare fra noi?

                            

 

 


Claude Monet

 

 

 

Con Claude Monet si entra nel vivo della vicenda dell’Impressionismo.Fu proprio lui, infatti, l’umile pittore che portò alla sua espressione più matura i suoi risultati più entusiasmanti e ricchi d’avvenire la pittura “en plein air”. Monet guardò con amore e con gioia le mille piccole meraviglie di cui è colma la natura, e fu il poeta che tradusse sulla tela, con  intatta freschezza di sentimento, la sua impressione visiva.

Ninfee

Quello che Monet cercò di cogliere era il fermento fuggevole della vita stessa, l’accendersi improvviso del verde di una foglia, colpita da un raggio di sole, gli irripetibili riflessi di una superficie d’acqua su cui la luce e l’ombra tessono i loro arabeschi, il vivo palpitare di una distesa erbosa nell’ora del mezzogiorno.

Il sorgere del Sole

I paesaggi rappresentano senz’altro la produzione più altamente riuscita di Monet; ma anche l’essere umano è visto da lui in questo limpido rapporto atmosferico,  come  ci dimostrano i frammenti e il bozzetto rimasti del suo perduto capolavoro: “Le déjeuner sur l’herbe”.
Ed è sorprendente che, nelle difficoltà di una vita povera e dolorosa, il genio di Monet abbia sempre saputo attingere dalla natura impressioni di una felicità così inalterabile e radiosa. Senza mai  concedere nulla al gusto corrente, alle pretese della critica contemporanea, Monet proseguì per la sua strada, sostenendo la parte di guida nel gruppo degli Impressionisti, contribuendo ad organizzare la loro prima mostra nel 1874.

Donne in giardino

Alla fine, la sua costanza e il suo genio furono premiati: dopo il 1890 la sua pittura ottenne tutti i riconoscimenti ufficiali e nel secolo nuovo, quando Monet si ritirò, ormai vecchio a Giverny, non dipinse che fiori e le famose,  innumerevoli ninfee del suo giardino, con una sensibilità e una perfezione stilistica che non hanno precedenti: tutti i pittori di Francia guardarono a lui come a un maestro da venerare.
Per Claude Monet, l’acqua è l’elemento fondamentale della pittura impressionista. Essa è costituzionalmente mobile e riflettente, tutto ciò che la sovrasta e la circonda vi si specchia, con i suoi diversi colori, influenzando tutto l’ambiente.

Per l’artista, l’acqua esprime il senso della relatività del nostro essere, non soltanto perché i riflessi variano continuamente, ma ancor più perché essa, pur presente e tangibile fisicamente, pur apparentemente sempre uguale, non è mai la stessa.
Le  ninfee di Monet sono, infatti, il punto d’arrivo di un’utopia progettata e realizzata nell’ultima stagione della sua vita, che dipingeva nel laboratorio, specialmente ideato, nel suo meraviglioso giardino.

 

La Grenouillère

Ristorante sull’isolotto di Croissy, sulla Senna.
In questo quadro la natura, invece di essere rappresentata come qualcosa  di distaccato da noi, vive in tutta la sua mobilità e dinamicità e noi viviamo in mezzo ad essa. L’acqua è la  protagonista della scena, poiché esprime la relatività dell’essere: come noi cambiamo continuamente anche l’acqua  non è mai la stessa.

                 

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La Storia delle Maschere !!

 La Storia delle Maschere

La maschera (dall’arabo “mascharà, scherno, satira) è sempre stata, fin
dalla notte dei tempi, uno degli elementi caratteristici e indispensabili nel
costume degli attori.

Originariamente era costituita da una faccia cava dalle sembianze
mostruose o grottesche, indossata per nascondere le umane fattezze e,
nel corso di cerimonie religiose, per allontanare gli spiriti maligni.

In seguito, dapprima nel teatro greco, successivamente in quello romano,
la maschera venne usata regolarmente dagli attori per sottolineare la
personalità e il carattere del personaggio messo in scena.
Ma l’uso della maschera che interessa questa necessariamente sommaria
introduzione si riferisce propriamente a quel fenomeno teatrale, fiorito in
Italia nel corso del XVI secolo e affermatosi prepotentemente in quello
successivo, comunemente noto come “Commedia dell’Arte”.

Uno dei primi “temi”, estremamente elementare e naturale, oggetto di
rappresentazione nelle primitive forme della commedia “a soggetto”, è
la “beffa del servo”, una sorta di ingenua e innocua rivincita concessa
dalla fantasia popolare all’umile nei confronti del potente.
Innumerevoli sono le rappresentazioni, specie sui palcoscenici della
decadente Repubblica veneziana, che hanno come tema il contrasto tra il
servo zotico (lo “Zanni”) e il padrone vecchio e rincitrullito (il “Magnifico”).

La fortuna del contrasto, le varie forme in cui si manifesta, fanno sì che il
personaggio dello Zanni subisca continue, interessanti e sostanziali
modifiche, e che si caratterizzi variamente, rendendosi sempre più
simpatico e variegato: questo spiega la presenza, nella tradizione giunta
fino a noi, di tante maschere rappresentanti parti di servitori, dal
celeberrimo Arlecchino all’intelligente Scapino.

A proposito di Arlecchino, ci sembra doveroso ricordare quell’autentico
genio della Commedia dell’Arte che nobilitò le scene nella seconda metà
del XVI secolo e, partito con l’interpretazione dello stereotipo personaggio
del servo Zan Ganassa, nel 1572, in terra di Francia, per la prima volta
attribuì alla maschera il nome di Zanni Arlecchino.

Le continue e salutari mutazioni a cui fu soggetto il personaggio dello
Zanni portarono inevitabilmente alla distinzione fra servo furbo e servo
sciocco, chiamati “primo” e “secondo” Zanni.

Arlecchino, Burattino, Flautino e il famosissimo Pulcinella facevano parte
del secondo gruppo; Brighella, Beltrame, Coviello, Zaccagnino,
Truffaldino, Pezzettino, Stoppino del primo.

Un posto di primo piano è riservato alle maschere dei “vecchi”, il cui
capostipite sarebbe il “senex” della commedia latina.
I “vecchi” generalmente erano due, ma non portavano sempre e
dovunque lo stesso nome; perlopiù furono conosciuti l’uno sotto il nome di
Pantalone e l’altro di Dottore, Dottor Graziano o Dottor Balanzone.

Altra maschera fondamentale era quella del Capitano, soldataccio
spaccone, vanaglorioso, violento e pavido, altrimenti noto come Capitan
Spaventa, Capitan Rodomonte, Capitan Matamoros, Capitan
Spezzaferro, Capitan Terremoto, Capitan Spaccamonte, e via di questo
passo. In questa maschera si è voluto vedere una caricatura feroce del
soldato spagnolo che, nel periodo di tempo in cui fiorì la Commedia
dell’Arte, spadroneggiò in quasi tutta la penisola.

Accanto alle maschere che rappresentavano i personaggi principali e
indispensabili in ogni commedia, si aggiravano altre maschere, spesso
doppioni, derivazioni delle prime con mutazioni o correzioni non molto
indovinate: a volte non era mutato che il nome, altre il dialetto che la
maschera parlava. I Pandolfi, gli Ubaldi, i Cola, i Burattini e i Pezzettini
ebbero giorni di relativa gloria nel XVII secolo, dopo di che scomparvero.

E, dal momento che ci siamo lasciati andare in una carrellata, fugace ma
abbastanza organica, dei personaggi della Commedia dell’Arte, ci sembra
giusto concludere ricordando quelle astute servette, altrimenti
chiamate “fantesche”, preposte alla salvaguardia dell’onore di spesso
scialbe padroncine.

Tutti questi straordinari personaggi sono riusciti a sopravvivere alla morte
del teatro al quale pur debbono la vita, perché riconosciuti degni di
rappresentare ciò che di più caro le città italiane avevano nel cuore, le
tradizioni domestiche, la parlata popolaresca, lo spirito delle antiche cose.

E ancora oggi continuano a rallegrare i nostri Carnevali.

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La Domenica del Bosco


La cara amica Sandra, stimolata dal racconto di Maria Rita edito la scorsa domenica, ha raccolto il nostro invito e ci ha inviato subito il racconto delle sue esperienze di bambina nel periodo bellico 1940/45.

Lo pubblichiamo volentieri per portarlo a conoscenza di tutti gli amici ma anche come attestazione di esperienza per coloro che non hanno conosciuto quel periodo di grandi tensioni, incertezze, privazioni, sofferenze e patimenti degli esseri umani, adulti e bambini.


RICORDI DI GUERRA

Dopo aver letto il racconto di Maria Rita sulla Guerra 40-45, è stato come sollevare un velo sul passato.
In un attimo tanti ricordi di quegli anni mi si sono affacciati alla mente, come se non fossero passati anni ma pochi mesi. Erano impressi troppo profondamente nel mio animo.
Una data è balzata subito vivissima 7 giugno, la guerra  era già stata dichiarata, era il giorno del mio compleanno, ero una ragazzina, mamma per non far pesare l’atmosfera che cominciava a gravare in giro, aveva organizzato una festicciola per me lasciandomi invitare le amichette più care. Se chiudo gli occhi rivedo la tavola apparecchiata con cura da mamma in rosa e azzurro, mazzetti di fiordalisi rosa e azzurri e dolcetti  decorati con confettini rosa e azzurri, nel bel mezzo mentre tutte allegre ridevamo e scherzavamo, sento che in anticamera suona il telefono. Poco dopo appare mamma e mi fa un cenno, la guardo…
Da quel momento la guerra è entrata anche da noi, lo zio ha ricevuto la cartolina precetto, l’indomani mattina doveva presentarsi a Baggio (per Milano era centro reclutamento).
Cominciai a rendermi conto che qualcosa stava cambiando, ma in pochi mesi tutto sarebbe tornato come prima, avevamo la vittoria in pugno. Si cominciò a dover oscurare le finestre con tende nere che non trapelassero luce, dove era possibile si doveva preparare dei rifugi nelle cantine. Infatti i primi aerei cominciarono a sorvolare la città.
Il primo, pur costringendoci a scendere nei rifugi, girava sulla città e se ne andava, finimmo per chiamarlo, naturalmente noi ragazzi, Pippo, ed ogni sera  scommettevamo: viene  o non viene Pippo? Noi ragazzi ci divertivamo con l’incoscienza dei giovani…
Dopo poche settimane le prime bombe furono sganciate sulla città, entrò in azione la contraerea e tutto divenne sempre più difficile, qualche casa fu colpita, qualche morto. In  casa si cominciò a parlare di sfollamento.
Papà aveva dei cugini vicino a Legnano e mamma e mio fratello cominciarono a partire, io avevo la scuola. Restai con papà che non poteva lasciare la ditta. Passavano mesi, i bombardamenti continuavano, scarseggiavano i viveri specie nelle città, apparvero le tessere annonarie che assegnavano un tot di cibo per persona. Per noi ragazzi avevano una dose maggiore di pane, però, ricordo che quel pezzetto di pane pensavamo fosse fatto con farina di marmo tanto era duro e pesante.
Abitavamo vicino al viale Zara e ai lati del viale avevano scavato delle trincee e ricavato rifugi, papà decise che era meglio rifugiarci lì in caso di allarme aereo che andare in cantina. Oh le notti passate nelle braccia del mio papà, mentre sentivamo cadere lontano le bombe, il loro sibilo arrivare a noi ed il boato riempire il rifugio, la terra tremare sotto i nostri piedi e… papà contava i colpi stringendomi tra le braccia per farmi coraggio. Caro adorato papà…
Ma quando da case apparentemente intatte, volontari, scesi nei rifugi, trovarono gruppi di persone sedute appoggiate ai muri, morte per gli spostamenti d’aria, papà fu irremovibile e mi spedì dalla mamma .
La tragedia fu quando in pieno giorno una bomba colpi una scuola elementare a GORLA, periferia di MILANO. Ferirono intere classi di bimbi con le loro maestre. Un monumento ricorda quegli angioletti. Per caso, destino come si vuol chiamare, un solo bambino attardatosi in classe invece di seguire gli altri nei rifugi, usci dal portone e se ne tornò a casa. Papà mi proibì di tornare a MILANO, ma la tentazione era troppo forte, ogni tanto, con mia cugina facevamo una capatina, non ci fermava la paura degli allarmi e non eravamo nemmeno schifate dal mangiare nelle mense allestite dal comune in vari punti della città, mangiavamo un minestrone schifoso, che trovavamo delizioso, tanta era la fame. Ed un pezzo di formaggio bianco buonissimo. Un volta mia cugina trovò un bel baco nel minestrone, lo prese col cucchiaio, lo buttò e continuò tranquilla a mangiare.
Finché alla stazione di Saronno fummo costrette a scendere dal treno e correre a nasconderci nei campi: un aereo ci stava mitragliando a bassa quota. Cessato il pericolo, a piedi tornammo da mamma, non so quanti chilometri di distanza abbiamo fatto a piedi, più di 20 senz’altro. Vagamente ho il ricordo di una grossa polenta che troneggia in mezzo al tavolo, io che mi ingozzo e … che dormita…
Ma la guerra continua i tedeschi sono sempre più minacciosi, specie nei piccoli centri, dove siamo noi, papà è richiamato nella contraerea, fortunatamente nel giro di pochi mesi lo rilasciano. Ma che angoscia quelle notti!
Intanto la Vittoria si allontana sempre più e mentre il maresciallo Badoglio tratta cogli alleati, Milano viene ferocemente bombardata dagli inglesi. Lasciano come una scia, entrano da PORTA TICINESE, via TORINO, GALLERIA, SCALA e Milano brucia, un fumo acre la invade.
Quella sera del 15 agosto 1943 sono anch’io a MILANO. Col mio papà usciamo dal rifugio e guardiamo non molto lontano. Diverse strade più in là oltre una ferrovia c’è la nostra via; ora è tutto un bagliore, un fiammeggiare come un infuocato tramonto estivo. Senza parlare ci mettiamo a correre. Macerie da tutte le parti e la casa di nonna, la ditta … Non c’è più niente, una casa di due piani, 50 anni di lavoro non c’è più niente: un cumulo enorme di macerie e, quasi una presa in giro, un muro in piedi con appeso la grande vasca da bagno coi bei piedini che mi piaceva tanto. Papà è sconvolto, ma cerca lo zio che si era preparato una cameretta nelle cantine della ditta.
Invece poco dopo un signore di una casa vicina rimasta intatta ci rassicura, lo zio non era in casa, ha passato la notte con amici!
Infatti lo vediamo arrivare poco dopo e guardare con papà il disastro, però papà commenta: siamo vivi, finirà anche questo, abbiamo il nostro nome e voglia di lavorare, ricominceremo, vedrai, per loro  fu cosi…
Recuperate due biciclette, cercammo di tornare dalla mamma, immaginavamo in quale stato d’animo si dovesse trovare.
Passano ancora mesi, siamo sfollati, circondati da tedeschi che si sono accampati li vicino, sempre più prepotenti, baldanzosi, secondo loro hanno la vittoria in pugno. Gli avvenimenti incalzano. Radio Londra diffonde notizie, si formano squadre di partigiani (queste notizie le ho raccolte dopo, a guerra finita). Quello che ricordo ancora, ero con papà, sempre in bicicletta vicino al cimitero Monumentale, alle nostre spalle sfilarono parecchie macchine grosse dirette verso Como “È IL DUCE” sussurrava la gente. Era infatti Mussolini che tornava dal colloquio con l’Arcivescovo di MILANO e cercava di raggiungere la Svizzera. Non si sa perché presero la strada del lago. Fermati prima di Tremezzo, il DUCE e Claretta Petacci che viaggiava con lui, furono fatti pernottare in una villetta a Mulino di Mezzegra e fucilati il mattino dopo.
Naturalmente a noi ragazzi furono nascosti i fatti, ma sapevamo che i corpi portati a Milano erano stati impiccati a piazzale LORETO. Come allora anche adesso al ricordo il fatto mi riempie di orrore!
Mentre seduta con lo zio sulle macerie di quella che era stata la nostra ditta lo aiutavo a preparare le  liquidazioni dei nostri dipendenti scostando la terra coi piedi vidi spuntare un rametto verde: era un ramoscello di rose del giardino, si era fatta strada fra le macerie,.. un segno di risveglio. Riuscimmo a farne una piantina, ognuno di noi ne prese una talea. Un pezzo l’ho portato con me in Grecia ed ora è una bellissima pianta rigogliosa.

Sandra      

         .

 Nel ringraziare Sandra per la preziosa testimonianza, attendiamo gli elaborati degli amici che hanno già annunciato la presentazione dei propri lavori mentre  rinnoviamo l’invito anche a tutti coloro che vorranno partecipare per esternare i loro ricordi di bambini nella guerra.

Grazie e Buona Domenica.

Giuseppe3ca    

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CIAO AMICA MIA !!

UNA DEDICA PER UNA CARA AMICA ….

CHE E’ VOLATA VIA NEL SILENZIO

DELLA SUA SOFFERENZA….

 

‘A LIVELLA

 

Ogn’anno,il due novembre,c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno,puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado,e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto,statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31″

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola,che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo..calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir,per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente”

“Signor Marchese,nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé..-piglia sta violenza…
‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

 

 

QUESTA CANZONE ANNA ERA LA TUA PREFERITA …..TI VOGLIO BENE E RESTERAI SEMPRE NEI MIEI RICORDI PIU’ CARI …..IL TUO AMICO VANNI (aquilafelice)

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Addio Whitney Houston…..!!

Un’altra grande voce ci ha lasciati!!!
Whitney Houston…..

 

resterai sempre nei nostri cuori,

le tue canzoni hanno accompagnato moltissimi dolci momenti…..

grazie per le grandi emozioni che la tua voce riusciva a suscitare ____ADDIO WHITNEY

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La Domenica del Bosco


Seconda guerra mondiale 1939-1945

(per la buona memoria)

I dati consuntivi delle perdite di vite umane, dove è stato possibile rilevarle, riportano queste cifre: L’URSS si calcola abbia perduto dai 12 ai 15 milioni di uomini, metà militati e metà civili; le perdite della Germania ammonterebbero intorno ai 7 milioni di persone, la Francia avrebbe perso circa 260.000 persone, la Gran Bretagna 440.000, sempre tra militari e civili mentre per gli USA le perdite ammontano a circa 300.000, in prevalenza militari. Le perdite italiane ammontarono a 444.523 morti di cui 284.566 civili.
Gli scampati, oggi ultrasettantenni, erano allora bambini e hanno vissuto una esperienza certamente traumatica, rimasta indelebile nella loro mente.
L’amica Maria Rita Melis ci racconta la sua storia:

LA GUERRA

La guerra per me ebbe inizio il giorno in cui mio cognato fu richiamato alle armi. Era la primavera del 1942. Ricordo che dovette partire subito, non appena ricevuta la cartolina di richiamo, per cui non ebbe neppure il tempo di venire a salutarci.
Quando appresi la notizia mi misi in un angolo del balcone di casa, mi rannicchiai e piansi in silenzio. Ero molto affezionata a lui perché essendo fidanzato con mia sorella uscivo ogni sera con loro per tenere candela – un modo di dire per non lasciare soli i fidanzati. Perciò quando seppi della sua partenza, provai un gran dolore. Poco tempo dopo mio cognato tornò per una breve licenza per salutare i familiari, prima d’essere mandato al fronte, in zona di guerra. In quei giorni chiese a mio padre di sposare mia sorella, ancora minorenne perché aveva appena vent’anni. Mio padre si dichiarò subito contrario al matrimonio affrettato sia per le incertezze del momento che per le incognite del futuro. Alla fine però prevalse la volontà di mio cognato, si fecero in fretta i documenti ed il matrimonio avvenne in un clima di assoluta autarchia.
La nostra era una famiglia numerosa con grande piacere del duce e l’orgoglio di mio padre. Io frequentavo, allora, la quarta elementare ma le lezioni venivano interrotte a causa di qualche allarme che segnalava le incursioni degli aerei nemici. Eravamo ancora lontani dai veri bombardamenti perciò a noi sembrava quasi un gioco.
Passavano i giorni e le maestre ci raccomandavano sempre con più fermezza ed insistenza di riferire ai nostri genitori di portarci lontano dalla città. Con il trascorrere dei giorni gli aerei nemici arrivavano con più frequenza ma le bombe le lanciavano sugli obiettivi militari. La nostra città, al centro del Mediterraneo, era considerata un punto geograficamente strategico per cui vi erano militari di tutte le armi ed inoltre era molto consistente anche la presenza di militari tedeschi.
Questi ultimi avevano il quartier generale sotto il bastione dove c’è la passeggiata coperta. Gli eventi precipitarono. Anche uno dei miei fratelli, non ancora ventenne, venne richiamato alle armi, in marina. Lo seguì a breve distanza di tempo un altro mio fratello appena diciassettenne che, con l’orgoglio incosciente della gioventù, partì volontario fra i paracadutisti della divisione folgore. Mio padre, intanto, fu militarizzato, A scuola non si andava più perché le incursioni aeree nemiche erano sempre più frequenti e i bombardamenti si susseguivano giornalmente.
Gli aerei nemici che venivano a bombardare non erano solo inglesi e francesi ma anche americani ed erano soprattutto questi che mietevano morte e distruzione. Arrivavano a tutte le ore del giorno e della notte e quando bombardavano era l’inferno. In città si allestivano improvvisati rifugi dappertutto, ormai la guerra era una tragica realtà. Si viveva tutti i giorni con la paura ed il terrore. Un altro incubo per me era quello di fare la fila per comprare i generi di prima necessità con la tessera annonaria. Ricordo  che mia madre mi svegliava presto al mattino per mandarmi a comprare il pane mentre a mio fratello veniva dato l’incaricato di comprare il latte.
A volte capitava che suonava l’allarme mentre si era in fila ed allora si scatenava un fuggi, fuggi generale in cerca di riparo ma la paura mi paralizzava le gambe e non riuscivo a correre. Dopo tanta distruzione i superstiti erano costretti a cercare scampo lontano dalla città. Anche i miei erano decisi a portarci in salvo e poiché non sapevano dove andare, come soluzione provvisoria si scelse di andare in una grotta/rifugio di viale Merello dove ora c’è una sede della Croce Rossa. Ognuno di noi prese una coperta e qualche indumento. Fra le mie cose trovai una cartolina e la presi pensando di scrivere al mio fratello maggiore, che stava in marina, per informarlo brevemente dei nostri spostamenti. La grotta rifugio sembrava un grande stanzone. Aveva un’apertura molto larga, era profonda ed il soffitto a tratti era basso, il terreno era scosceso. Era molto affollata perché tante famiglie avevano scelto la nostra stessa soluzione. La notte mangiavamo le patate che mamma bolliva in casa. Erano molto buone. La notte si dormiva avvolti nella coperta, c’era molto freddo e umido. Si tornò a casa il terzo giorno per prendere le poche cose necessarie e sfollare in un paese del Campidano. La stazione ferroviaria era distrutta dalle bombe per cui dovevamo raggiungere la zona di San Paolo, lungo la linea ferroviaria poco fuori città. Così attraversammo le zone di Buoncammino, Tuvixeddu e Is Mirrionis, allora quasi in aperta campagna nella periferia della città. Da notare che noi abitavamo in Castello (centro storico di Cagliari) e tutto il tragitto si fece a piedi perché non c’erano mezzi pubblici e non ne possedevamo di nostri. Inoltre abbiamo dovuto superare cumuli di macerie sparse dappertutto. Mentre si andava all’esodo forzato, due militari si fermarono e ci osservarono con uno sguardo di commiserazione. Poi uno di loro, mosso a compassione in un impeto di generosità, si avvicinò a me e mi offrì una pagnotta che custodiva sotto la giubba. Dopo circa due ore di marcia arrivammo a San Paolo e là trovammo molte altre persone

in attesa dell’arrivo del treno.


La paura ci accompagnava sempre perché c’era il concreto pericolo che i bombardamenti potevano arrivare anche senza preavviso.
Quando in lontananza si sentì il fischio del treno ci fu un grande subbuglio in piena confusione generale. Le mamme tenevano i bambini vicini e ci raccomandavano di tenerci stretti allo loro gonne. Quando il treno si fermò fu preso letteralmente d’assalto. Io mi trovai catapultata dentro attraverso un finestrino. Dopo mi ritrovai sulle ginocchia mia sorellina minore e mio fratellino di appena cinque anni che mi schiacciava la testa. Altri due fratelli poco più grandi si arrampicarono sui finestrini aiutati dai grandi ed anche loro furono dentro il treno. Stavamo come sardine in scatola. Mia madre a stento riuscì a salire sul treno, appena riuscì a farsi spazio ci contò per assicurarsi che fossimo tutti presenti.
Il treno finalmente partì e quando la città si perse con lo sguardo, tirammo in sospiro di sollievo riacquistando un po’ di allegria. La locomotiva, ogni tanto, sbuffava e fischiava, arrancando nello sforzo di trainare quelle carrozze piene all’inverosimile di carico umano. Dopo varie fermate intermedie il treno arrivò nella stazione di Sanluri-Stato, nostra destinazione, e lì trovammo ad attenderci un nipote di mia madre con il suo calesse. Ci fece salire ma tra i bagagli e noi non c’era abbastanza spazio, per cui viaggiammo in piedi per tutto il tragitto. Questo zio ci portò al suo paese chiamato Segariu, nome derivato dal fatto che era diviso dal fiume. Durante il tragitto noi riacquistammo l’allegria tipica dei bambini. Cantammo a squarciagola stornelli di ‘trallallera’ contenti di conoscere finalmente il luogo dove dimoravano alcuni nostri parenti, convinti di andare a vivere nel Paese delle Meraviglie. Quale non fu la delusione al nostro arrivo nel vedere le case basse di fango e sentire la puzza degli animali domestici allevati in promiscuità a contatto dell’uomo.
Comunque eravamo salvi ed ebbe inizio la nuova avventura da sfollati.

Maria Rita Melis

A questo punto rivolgo un invito a Maria Rita per raccontarci il seguito di questo interessante episodio di vita vissuta e non è escluso che lo faccia per una prossima puntata della nostra Domenica del Bosco, Grazie Maria Rita, a presto.…Giuseppe3.ca    

 

      


 

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