Archive for dicembre 11th, 2011

La Domenica del Bosco

Proseguendo con i ricordi dell’infanzia il Bosco presenta, per questa Buona Domenica, un’altra bella storiella.

Un episodio di vita vissuto negli anni della crescita che ritorna preponderante nella memoria della terza età perché, nel bene e nel male, ha avuto la sua importanza nella formazione e nello sviluppo di un adolescente alla ricerca della sua identità e del suo progredire nella vita.

GIORGIO e LORETTA

(Il gioco a nascondino)

 “…… 1, 2, 3, 4……. 29, 30, 31……  fatto o non fatto non conto più per nessuno”.

Questa era la conta che l’incaricato della ricerca doveva fare, appoggiando la fronte al muro e coprendosi gli occhi per non vedere dove sarebbero andati a nascondersi i compagni di gioco, prima di muoversi e andare alla loro ricerca. Il primo ad essere ritrovato pagava pegno perché era il destinato a dover fare la conta successiva e così si proseguiva sino a che non ci si stancava e si decideva di cambiare gioco.

Ricordo, erano gli anni dell’immediato dopoguerra, da poco terminato l’anno scolastico. noi bambini del vicinato, 9, 10, 11 anni, ci si riuniva tutte le sere per qualche ora di gioco in un grande cortile destinato a cantiere per il ricovero di macchine e materiali della ricostituente industria edilizia impegnata nella riedificazione delle case distrutte dai recenti eventi bellici della seconda guerra mondiale che, anche in Sardegna ed a Cagliari in particolare, aveva lasciato i suoi molteplici segni di distruzione.

Mentre era iniziata la conta per un altro giro del gioco, Loretta mi prese per mano invitandomi a correre e dicendomi “Vieni nascondiamoci insieme”. Lei quel cortile lo conosceva bene, era di suo padre. Mi portò lontano dall’area di gioco e ci nascondemmo dietro una enorme benna addossata al muro, sedendoci su un fascio di canne palustri secche, accantonate in attesa di essere lavorate per costituire l’intelaiatura dei sottotetti fatti con le caratteristiche tegole sarde. Da quel punto potevamo sentire l’evolversi del gioco: la conta e via, via la scoperta dei compagni stanati dai loro improvvisati nascondigli: “Francesca, trovata!”,  “Piero ti ho visto”, “Gigi, eccoti esci”  e così via. Feci cenno di uscire anch’io per partecipare al nuovo giro ma Loretta mi trattenne, tenendomi al braccio e dicendo ”Non ci hanno trovati, restiamo nascosti qui” e restammo così ben nascosti per diversi giri di conta.  Eravamo i più grandicelli, avevamo terminato da pochi giorni la scuola elementare e dopo le vacanze estive saremmo passati alla scuola media.

Nella euforia del gioco forse i compagni si erano dimenticati di noi e io e Loretta restammo ancora lì, ben nascosti, tenendoci sempre le mani nelle mani, senza parlare e senza null’altro chiedere se non ascoltare i nostri cuori che battevano più forte del solito mentre ci guardavamo negli occhi. Anche nei giorni successivi io e Loretta facevamo il nostro gioco, alla prima conta andavamo  velocemente ad imboscarci nel nostro nascondiglio segreto e stavamo lì per diversi turni di gioco.

Era solo una simpatia o ci stavamo innamorando? Forse lo eravamo già senza rendercene conto, a quell’età cosa potevamo sapere noi dell’amore? Ma stavamo già vivendo le nostre prime emozioni di ingenua schermaglia sessuale tra bambini.

Però le nostre strade si divisero presto e quell’amore restò sul nascere senza alcun seguito. Già nella scelta della scuola ci fu una separazione conseguente al nostro diverso ceto sociale: io alla Scuola di Avviamento Professionale ad indirizzo agrario e Loretta alla Scuola Media, la scuola d’elite, alla quale si poteva accedere solo dopo un “esame di ammissione” ed è inutile raccontare come funzionava la cosa.

 

LETTERA POSTUMA MAI SPEDITA

Cara Loretta,

ricordo ancora quanto mi piacevano i tuoi occhi e le lunghe trecce bionde che ti scendevano sulle spalle ma come potevo io, figlio di operaio, destinato a fare anche io l’operaio, aspirare ad avere te, appartenente al ceto alto della borghesia  cittadina, destinata a fare la prof. o magari la dottoressa?. Già allora avevo pensato alla reazione dei miei e dei tuoi se solo avessi pensato di esternare, negli anni successivi, il mio desiderio di averti come moglie e compagna della vita. Io le avrei buscate dai miei e tu saresti stata segregata in casa per evitare di incontrare me, povero umile plebeo arrivista, perché questo sarebbe stato il pensiero corrente degli adulti benpensanti. Tu sai bene che non era così, il nostro era un bel sentimento puro  spontaneo con vera e innocente attrazione nato tra due adolescenti che si piacevano e si volevano bene. Ne ebbi la prova qualche anno dopo, quando, ormai alla soglia dei vent’anni ci incontrammo al mare, ad una fontanella di uno stabilimento balneare. Lessi nei tuoi occhi e capii dal tono della tua voce nel pronunciare con enfasi il mio nome tutto l’esternare della tua gioia di incontrarmi. Anche allora prevalse in me il retaggio dei ceti sociali. Tu, con cabina a pagamento nello stabilimento e prossima a frequentare l’Università, io, entrato abusivamente dal lato spiaggia per andare a dissetarmi alla fontanella dello stabilimento e, nella vita, già  alla ricerca di un lavoro per contribuire all’economia domestica di una famiglia numerosa. Si ero riuscito a conseguire un agognato diploma ma avevo dovuto lavorare duramente anche come manovale durante le vacanze scolastiche estive per racimolare quanto serviva per acquistare i libri e poter proseguire gli studi, anno per anno.

Anche in quella circostanza prevalsero, oltre alla mia innata timidezza, l’indole della severa educazione di famiglia, soffocai l’impulso che provavo e non ti abbracciai come avrei voluto fare.  Scusami,  Loretta, credimi, in quel momento avevo capito che il nostro giocare da bambini sarebbe stato vero amore se avessimo potuto continuare a frequentarci.  Per quella estate non tornai più in quello stabilimento, cosa tornavo a fare? I tuoi non mi avrebbero accettato mai.

Nuovamente ci perdemmo di vista ma io continuavo a chiedere notizie di te alle tue amiche e ai tuoi cugini quindi venni a sapere che non ti eri laureata ma avevi sposato  un ingegnere che lavorava nell’impresa di tuo padre e che avevi avuto due splendide bambine ma che poi, negli anni successivi, eri rimasta sola perché tuo marito, finito il lavoro nell’impresa, aveva aperto uno studio tecnico ed andò a convivere proprio con la ragazza che lo aiutava nei lavori del suo studio. Si, i casi della vita ma provai pena per te e questo dimostrava, ancora una volta  che ti avevo voluto bene e ti pensavo sempre. Dissi a me stesso: “Con me non sarebbe successo, io non l’avrei lasciata mai”.

Anche io mi sono sposato, con una brava ragazza del mio ceto sociale e con lei ho avuto dei figli, ma nella battaglia del vivere quotidiano, ti ricordo ancora e, segretamente, nei miei intimi pensieri, ritorno ad essere bambino con te. Ciao Loretta.

Il tuo amichetto Giorgio             .

 Gentili amiche e cortesi amici forse avreste voluto un evolversi diverso della storia di Giorgio e Loretta perciò siete liberi di dire come vi sarebbe piaciuta.

Concludo con un aforisma di Victor Hugo (1802-1885):

“L’inverno incombe ma nel mio cuore dimora l’eterna primavera”

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