Archive for gennaio 26th, 2010

Il Costume Siculo !!

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a CC733_coredoPer trovare le origini del costume femminile di Piana, è stato necessario guardare le stampe di Houel del 1700, di Vuiller o ai più antichi atti dotati che menzionano tale costume sin dal sedicesimo secolo. Ovviamente esso ha subito nel corso di cinque secoli diverse trasformazioni: nelle dimensioni, nella ricchezza dei ricami, nei tessuti e nel modo di essere indossato. Il fatto che a Palazzo Adriano (paese di origine albanese) veniva normalmente usato questo tipo di costume sicuramente sino alla fine del 700 fa pensare ad una origine comune, ma identificare questa con l’Albania non è del tutto accettabile o almeno non come l’unica. Infatti se è vero che, vicina alla sfera di influenza bizantina, l’Albania ha risentito, sin dalla fine del primo millennio, del fascino e della bellezza dei vestimenti in uso alla corte di Bisanzio; essendone prova l’uso di ricami d’oro e di pietre preziose sia nelle vesti che nei parametri sacri, è anche vero che dal 1400 anche l’Italia era entrata in rapporto con questa cultura e questa ricchezza, in special modo, tramite Venezia. Ed è anche vero che in Italia nel 500 e 600 si possono osservare abiti di gran dame italiane ritratte dai migliori pittori dell’epoca in abiti del tutto simili alle nostre “ nçilone ”. L’ampia gonna raccolta in vita da numerose piegoline , ad esempio, fu lanciata nel campo della moda dell’Europa di allora da Caterina De Medici. La famosa “ Fornarina ” di Raffaello è un esempio di come le maniche attaccate al corpetto tramite laccetti che lasciano Costumi Tradizionali (1956)sbuffare ai lati la camicia siano state un indumento tipico del 500 e il velo portato in vario modo ritorna in incisioni veneziane del ’600. La moda italiana del 500 e 600 è dunque il modello primario da cui si attinse per dar vita a questo costume, in special modo a quello oggi da sposa ma un tempo usato come normale abito di gala. Mentre importanti spunti si hanno osservando il presepe storico della reggia di Caserta, si nota infatti che le “kurore” fasce di rete d’oro lavorate a tombolo, ornano numerose gonne dei personaggi femminili settecenteschi. Ciò è un esempio di quanto forti siano gli influssi siculo-campani nell’altro tipo di completo femminile formato da gonna ornata da “kurore” con giubbino e mantellina. Inoltre tutti ricordano l’Annunziata di Antonello Da Messina e la sua cerulea mantellina la quale è diventata un capo fondamentale del costume arbëreshë, seppure arricchito di ricami d’oro. Allo stesso modo si può trovare il prototipo della camicia ricamata e dal bavero ricadente sulle spalle nella camicia spagnola e senza particolari ricerche ci si accorge che il giubbino (xhipuni) anche per sua etimologia è chiaramente un capo siciliano. Uno dei capi più particolari e sicuramente originale è “la keza” (copricapo femminile) un tempo era usato da tutte le donne che ne possedevano più di uno, sia per le feste che per i giorni feriali; era realizzato in vari tessuti più o meno pregiati, dal velluto alla seta, al lino fino o al cotone. “Keza” è in genere di due colori: rossa con la fascia centrale verde o bordeaux e verde, ricamata in oro o ricoperta di rete lavorata a tombolo o disadorna, quest’ultima usata sotto il manto nero nel costume del Venerdì santo.Arabic-traditional-Dress Oggi questo è stato caricato di un simbolismo nuovo, quello del peso della responsabilità familiare e viene indossato solo il giorno delle nozze. Parte integrante del costume sono inoltre i gioielli. La cintura in argento “brezi” in primo luogo. Esso è il risultato dell’evoluzione della cintura in argento orientale tramite il progressivo ingrandimento e modificazione del disegno della placca frontale. I “brezi” più antichi hanno infatti la placca piatta e sbalzata senza trasformazioni. L’intera cintura in argento e ricoperta d’oro, è composta da piccoli quadretti agganciati tra loro per permettere alla stessa di girare attorno alla vita; nel medaglione che funge da fibbia vi è riprodotta l’effigie di San Giorgio o della Madonna, raramente si vede anche qualche cintura con l’effigie di San Vito.  Orecchini con pendenti (pindajet), crocetta con pettorale (kriqja e kurçec), anello di diamanti grezzi (domanti), collana a doppio filo di pietre di granata chiusa in più punti da sfere di filigrana (Rusari), sono la parure che completa l’abito. Questi gioielli d’oro rosso a volte smaltato che si riscontrano nella gioielleria siciliana del 600 e 700 dove rubini, smeraldi e diamanti tagliati rozzamente sono montati a 5617_lom60_5617_1notte, si possono osservare ormai solo a Piana in special modo il giorno di Pasqua. Seppure questi costumi e i preziosi monili che vi fanno da ornamento, vengono tuttora tramandati da madre a figlia e conservati gelosamente, hanno perso ormai il loro legame con gli eventi; essi non sono più abiti ma costumi con tutto ciò che tale termine implica. La perdita progressiva di questo legame infatti, ebbe inizio negli anni venti quando la nuova moda europea introdusse i vestiti pratici e leggeri , liberando le donne (investite di nuovi ruoli sociali) dalle ampie ed ingombranti gonne. Negli anni trenta  e quaranta incominciò a cadere in disuso l’abito da mezza fasta. Dopo il quaranta, le donne indossavano i costumi tradizionali solo in occasioni particolari quali: battesimi, matrimoni e soprattutto la Pasqua, non rispettando però in genere l’attinenza del costume con l’evento celebrato. Solo il costume da sposa è rimasto legato all’evento, forse per la grande particolarità di esso. Il fatto che questi abiti così ricchi e preziosi abbiano fatto parte dei corredi di gran parte  delle donne da marito di Piana, non deve far pensare a una smoderata ricchezza delle famiglie di Piana, le quali a dire il vero versavano in cattive condizioni soprattutto nell’ottocento e inizi novecento. La produzione quasi ininterrotta di essi si deve invece attribuire alla grande abilità artigianale delle donne del luogo, nel trasformare la seta (mola) o il velluto e l’oro (in fili, in lenticiole e in canatiglie) importati da Napoli, in raffinati e preziosi abiti usando il tombolo o il telaio o semplicemente l’ago, come si fa per l’arricciatura delle maniche delle camicie e per i merletti a punto d’ago....

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vecchiaABITO DI MEZZA FESTA Sostituendo, in questo abito, la seta con tessuti meno pregiati, eliminando i merletti e le lavorazioni a tombolo della gonna, si ottiene l’abito giornaliero, ancora usato da pochissime signore.

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ABITO DEL VENERDI’ SANTOmamola L’abito caduto oggi in disuso, era caratterizzato da un ampio manto di seta nera che avvolgeva la figura quasi totalmente, lasciando intravedere solo la parte più bassa della gonna. L’abito era indossato, sia per partecipare alle celebrazioni pomeridiane, che si svolgono tuttora in questo giorno, sia per partecipare alla processione del Cristo morto, una delle più sentite da tutta la popolazione, tanto che vi partecipavano anticamente anche le donne in lutto “stretto”. Naturalmente quest’abito non era ornato da gioielli.

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abitfestaABITO DI FESTA Questo vestimento era d’uso per partecipare alle processioni più importanti e per partecipare ai matrimoni e ai battesimi. A proposito di questi riportiamo un’usanza particolare. Poiché il sacramento del battesimo veniva amministrato sin dai primi giorni di vita, in casa, quando la madre era ancora impossibilitata ad alzarsi dal letto indossava solamente il giubbetto, il colletto e i polsini ricamati e il fiocco in testa e seduta sul letto assisteva alla cerimonia.

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ABITO DI GRAN GALACosstumeFem Questo abito veniva usato il giorno di Pasqua e durante la settimana Santa, oggi impropriamente in qualsiasi occasione di festa. Numerosissime “ncilone” sono state realizzate dalle abili mani delle ricamatrici del luogo negli ultimi decenni con ricami sempre più ricchi ed abbondanti, modificando gli antichi disegni fatti in genere di sottili girali d’acanto e piccoli fiori in oro e argento. L’uso sempre più frequente della “ncilona” è dovuto anche alla impossibilità di realizzare oggi le “Kurorë” che ornano l’altro tipo di gonna; l’oro in fili odierno infatti si spezza continuamente durante la lavorazione a tombolo.

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sposaABITO DELLE NOZZE Se l’uso degli altri abiti tradizionali va man mano relegandosi alla sola giornata di Pasqua, questo invece è tuttora preferito al comune abito bianco. Oggi solo le spose indossano il costume correlato di maniche, fiocchi relativi, velo e “keza”, motivo questo per cui esistono pochi esemplari di questi indumenti. Fino alla prima metà del nostro secolo “pampinija”, abito in broccato o damascato, sostituiva a volte in questa occasione quello in seta ricamata. Particolare dell’odierno abito da sposa in cui si nota la manica che lascia sbuffare la camicia trattenuta da sei fiocchetti a quattro petali. Oggi a questi fiocchi si attribuisce un valore simbolico che sicuramente non avevano in origine. Questi simbolismi partono dal concetto di donna madre e sposa identificando nei fiocchi sia i figli, giusto ornamento per la donna, sia gli apostoli nell’identificazione donna-chiesa. Una spiegazione più plausibile e meno complicata è che questi fiocchi (chiudi manica), di chiara origine tardo rinascimentale, esistano come ricco ornamento di un abito sicuramente sino alla fine del ’700 corrispondeva all’abito di gran gala.

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ABITO MASCHILEmaschio Se l’abito femminile tradizionale si è così ben conservato altrettanto non si può dire per quello maschile, forse perché non è mai esistito in una forma stereotipata ma ha subito le trasformazioni storiche del costume. Per esigenze sceniche però, alla fine degli anni cinquanta, per una rappresentazione al teatro Biondo di Palermo, il  costumista creò, ispirandosi anche al mondo dei balcani, un costume maschile che potesse accordarsi anche cromaticamente a quello femminile.

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La storia di “fido” !!

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La storia del cane Fido, che ci ha segnalato il nostro caro amico Guglielmo.fi,  è veramente emblematica, e lo ringraziamo di cuore. Praticamente è  simile a quella del cane giapponese, di cui hanno recentemente tratto un film. Che vogliamo aggiungere di più a simili esempi di amore e fedeltà? Forse dovremmo soltanto guardarci allo specchio e riflettere!

FIDO Foto per la storia di FidoUna sera di inverno del 1941 un uomo residente a Luco de Mugello, (paese vicino Firenze) Carlo Soriani, operaio alla fornaci di Borgo San Lorenzo, trovò in un fosso un cucciolo di cane ferito: Ignorando di chi poteva appartenere, Soriani lo portò a casa e decise di adottarlo, attribuendogli il nome di Fido. Una volta ristabilitosi il cane si affezionò talmente al suo padrone che ogni mattina lo accompagnava da casa alla piazza centrale di Luco dove Soriani avrebbe preso la corriera per Borgo San Lorenzo. Fido quindi tornava a casa, ma alla sera era di nuovo alla fermata della corriera, attendendo l’arrivo del padrone, che poi lo riaccompagnava a casa. Il 30 dicembre 1943, in piena guerra, Borgo San Lorenzo fu oggetto di un violento bombardamento alleato, anche le fornaci Brunori furono colpite e molti operai, tra cui Carlo Soriani perirono. La sera stessa, Fido si presentò come al solito alla fermata della corriera, ma ovviamente non vide scendere Soriani . Il fedelissimo animale non si perse d’animo e per quattordici anni successivi (oltre 5000 volte), fino al giorno della sua morte, si recò quotidianamente alla fermata, nella speranza, purtroppo vana, di veder scendere Soriani. Colpito dalla straordinaria fedeltà di Fido, il sindaco di Borgo San Lorenzo gli conferì, il 9 novembre 1957, una medaglia d’oro alla presenza di molti concittadini e della commossa vedova di Soriani. Nello stesso periodo,  Fido destò l’interesse mediatico italiano le riviste Gente e Grand Hotel  pubblicarono la storia del cane e apparve anche nei cinegiornali dell’istituto Luce. Fido morì  il 9 giugno 1958. La notizia fu diffusa al pubblico dal quotidiano fiorentino La Nazione con un titolo a quattro Monumento a Fidocolonne. Il 22 giugno La Domenica Del Corriere commemorò Fido in una commovente copertina firmata da Walter Molino, che ritrasse il cane in punto di morte sul ciglio della strada, con la corriera che ogni giorno attendeva sullo sfondo, permettergli di ricongiungersi finalmente con il padrone.  Fido fu sepolto all’esterno del cimitero comunale di Luco, ove riposano le spoglie di Carlo Soriani. Nell’immaginario collettivo, la sua storia ha richiamato quella, molto simile, del cane giapponese Hachikò. Poco dopo la scomparsa di Fido, il comune di Borgo San Lorenzo incaricò lo scultore Salvatore Cipolla di realizzare un monumento in bronzo del cane a testimonianza di quell’esemplare storia di amore e fedeltà. L’opera nota come ‘’ Monumento al cane Fido’’, fu collocata in Piazza Dante a Borgo San Lorenzo, accanto al Palazzo Comunale, dove si trova tuttora. Sotto alla statua bronzea raffigurante il cane è presente una scritta ‘’a  Fido, esempio di Fedeltà. Giovanna3.rm

GIOVANNA