LA DOMENICA DEL BOSCO

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B.D. WW

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Titolo

 

Storia di un bambino che voleva riscattarsi

dalla miseria, dalla sfortuna e dalla infelicità.

 

PARTE PRIMA

 

Rosa de nomini, rosa de bellesa”.

(Rosa di nome e rosa di bellezza)

182449_407558512694625_2134987004_n[1]Viso tipico della bellezza della donna sarda

 

 Questo è quanto dicevano gli adulti del paese, sia gli uomini che le donne, ed era tutto ciò che sapeva di sua madre. Non poteva ricordarla, Luiginu, era rimasto orfano della mamma quando aveva compiuto appena due anni. Questa giovane donna non aveva superato gli stenti e le sofferenze nell’allevare il piccolo senza avere notizie del marito che era stato richiamato alle armi ed inviato al fronte nella Grande Guerra.

Il padre, al rientro come reduce, apparentemente burbero, quel tanto che bastava per dargli la dignità del potere patriarcale, si era risposato. La seconda moglie gli diede due figli: Antonio e Rocco, poi rimase di nuovo vedovo. Tre figli da accudire, parcheggiati temporaneamente presso alcuni parenti che pur nelle ristrettezze economiche dell’epoca erano pieni di pietosa compassione e umana solidarietà. Serviva una donna in casa e dopo poco il padre di Luigino si risposò ancora. Una donna di grande cuore che si accollava la cura di un vedovo e di tre figli non suoi. Poi nacquero altri bambini ed in casa era palese la differenza di trattamento tra figli e figliastri. Luiginu, il più grande, all’età di sei anni non lo mandarono a scuola ma fu avviato a fare l’aiuto servo pastore in cambio di un po’ di latte che serviva per i fratelli più piccoli.

 

greggiI nuovi agnellini del gregge

A fine anno, se si fosse comportato bene, avrebbe avuto in dono un agnellino e poteva scegliere: una femmina se intendeva preservarla, unita alle altre pecore, per la creazione futura di un piccolo gregge in proprio, oppure maschio se destinato al sacrificio per allietare la tavola delle feste natalizie. Per volontà del padre, la scelta cadeva sempre sulla seconda soluzione e l’agnellino di Luigino finiva in tavola per il pranzo di Natale.

 

Pastore di greggi 20120316-1806491Gregge al pascolo con la sorveglianza del pastore

 

 

Per il pastorello Luiginu le giornate erano tutte uguali. Un pezzo di civraxiu (pane), una giacca da adulto che gli faceva quasi da cappotto, un ombrellaccio dalle stecche squinternate e via in campagna a pascolar le pecore fino a sera quando le riportava all’ovile.

A casa, una minestra per cena e un giaciglio per riposare le membra stanche. Il giorno dopo si ricominciava: ovile, campagna, ovile, casa. Ogni giorno, sole, pioggia, vento, freddo, a custodir le pecore, a sorvegliare che qualcuna non si disperdesse o entrasse nei terreni padronali a danneggiare colture private. Intanto Luiginu cresceva e continuava il suo lavoro che ormai era diventato una piccola risorsa indispensabile per la famiglia in crescita: il poco aiuta, il niente storpia.

 

gregge3Il pastorello nell’atto della mungitura

 

 

Da quelle colline di pascolo il suo sguardo spaziava per tutto l’orizzonte ma soprattutto verso la città, Cagliari, della quale, nelle giornate limpide, poteva distinguere bene i contorni delle torri e dei palazzi alti. Pure il pensiero spaziava e fantasticava sulla vita che poteva svolgersi nella città, sicuramente ben diversa dalla sua misera, triste e monotona esistenza.

Il padre, bracciante agricolo, all’occasione zappatore, mietitore, potatore, orticoltore, vendemmiatore e quant’altro poteva servire nel lavoro dei campi. Il sabato sera e la domenica mattina trasformava la stanza d’ingresso della sua casa in bottega da barbiere, ove i compaesani venivano per il taglio dei capelli e rasatura della barba. Il lavoro poteva fruttare qualche centesimo ma più spesso un po’ di ceci, fagioli o lenticchie da cucinare per il sostentamento della famiglia. Per imposizione del padre anche Luiginu, ormai ragazzetto, doveva sottoporsi periodicamente all’opera paterna del taglio dei capelli. Nei mesi caldi, malgrado il suo disappunto, si trattava sempre di un taglio radicale che, a parere del genitore, sarebbe servito per rinforzare il bulbo e favorire la crescita. Lui soffriva a vedersi deturpato della chioma ma non poteva osare di contestare il volere del padre-padrone.

Aveva imparato a mungere, a lavorare il latte per la produzione della ricotta e dei formaggi, ad assistere le pecore nel momento della nascita degli agnelli ed anche ad usare le forbici per la tosatura all’inizio della stagione estiva: anche la lana costituiva una risorsa economica.

Pecore dopo la tosatura pecore 2Pecore al pascolo dopo la tosatura

 

Luigino aveva imparato pure a riconoscere le erbe mangerecce per l’uomo da accompagnare al pane durante la giornata e tanto altro ancora della cultura pastorale ma nei giorni di solitudine nella campagna tra i belati delle pecore e l’abbaiar dei due cani che accompagnavano il gregge. La mente sveglia del ragazzetto pensava a cosa sarebbe stata la sua vita futura in quel contesto.

violetteFiorellini di campagna

Piano, piano, maturava l’idea della ribellione e quindi del cambiamento. Volgeva ancora il suo sguardo verso la città, lontana, ma non troppo, e lì la vita avrebbe potuto darle ben altre possibilità. Non sapeva ancora quali, ma sicuramente sarebbero state diverse dalla monotonia e dalle sofferenze sin qui vissute e sopportate in continuo conflitto tra rassegnazione e ribellione.

Una mattina di febbraio la grande decisione. Mancava qualche mese al compimento dei quattordici anni e lo attendeva ancora una giornata al freddo con le pecore ed il solito mezzo civraxiu nella sacchetta di tela bianca ormai ingrigita

Nella notte ne parlò solo con Antonio, suo fratello, e di buon mattino, ancora buio, si avviò a piedi verso l’agognata meta. Non prese neppure il pane, era necessario per i fratelli, era certo che avrebbe trovato qualcosa da mangiare all’arrivo in città.

Ad Antonio cedeva pure il suo letto perché questi finora aveva dormito per terra, in un giaciglio di paglia, sa stoja, insieme a Rocco, l’altro fratello.

Non poteva calcolare quante ore erano trascorse in cammino verso la meta, forse quattro, forse più, ma era ormai mattino inoltrato quando sorpassata la fila dei carri in attesa di superare il casello daziario posto alla confluenza delle due strade statali all’ingresso della città, si sentì finalmente arrivato all’agognata meta, intirizzito, affamato e con tutti i suoi problemi e le sue aspirazioni. Da dove iniziare? Cominciò a vagare per le stradine del rione periferico di Sant’Avendrace, in cerca di qualcosa senza sapere ancora cosa. Saranno stati il tepore ed il profumo di pane caldo che uscivano dalla porta a convincerlo ad entrare in una panetteria per chiedere se avevano bisogno di un lavorante. Il titolare della ditta, Sig. Gaetano, lo scrutò e capì subito di avere di fronte un ragazzino diverso dai soliti piccioccheddus in cerca di un pezzo di pane e lo intervistò. Come ti chiami, da dove vieni, cosa hai fatto finora e cosa vuoi fare. “Voglio imparare un mestiere e lavorare” fu la risposta all’ultima domanda. Intanto gli aveva dato un panino caldo che il ragazzino, timoroso, malgrado la fame lo teneva in mano e stentava a portarlo alla bocca. “Mangia” gli disse il buon Tatano (così si faceva chiamare Gaetano) che vedeva in questo sparuto ragazzino affamato, scarno ma fisicamente forte, un po’ della sua trascorsa infanzia.

Gli serviva un ragazzo per aiutare nei lavori della panetteria e, all’occorrenza, per le consegne del pane al domicilio dei signori o alle botteghe di rivendita della città.

Luiginu trovò quindi subito un lavoro ed anche un alloggio provvisorio perché il titolare gli permise di dormire all’interno della panetteria così che all’inizio della lavorazione per la produzione del pane, alle due/tre della notte, sarebbe stato già sul posto di lavoro e preparava per l’arrivo dei due lavoranti: impastatore e infornatore.

 Il duro lavoro del fornaioL’infornatore nel pieno della sua attività

 

 

Provvedeva a tenere puliti i locali, la madia e il bancone di lavoro, preparava le fascine di arbusti per l’accensione del forno a legna, portava l’acqua, il lievito ed il sale per l’impasto ed intanto osservava, imparava e memorizzava. La professione gli piaceva, aveva tante variabili specialistiche: saper riconoscere quando la pasta era ben lievitata, fare il pane nelle varie forme e pezzature e riconoscere quando il forno aveva raggiunto la giusta temperatura per poter infornare e giudicare quando il pane era cotto per poter essere sfornato. E poi, soprattutto, si stava in compagnia di altre persone e in un ambiente caldo. I locali della panetteria erano dotati pure di un piccolo vano doccia con l’acqua proveniente dai serbatoi opportunamente sistemati sopra la struttura del forno per cui si manteneva calda. Una vita ben diversa da quelle giornate trascorse al freddo della campagna. Luigino aveva ottenuto un primo risultato, era contento, ma sapeva in cuor suo che non si sarebbe fermato lì.

 

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Se la storia vi ha interessato preparo la seconda parte per la prossima settimana, intanto auguro una felice domenica per tutti.

 

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Domo mea – Tazenda & Eros Ramazzotti

 

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Domo mea – Tazenda & Eros Ramazzotti

CASA MIA

Ora io
Sono qui
Oggi io
Sono senza fiumi
Antichi spiriti, ombre
Sembrano venire a me
Ti voglio donare il sangue
E la vita mia
Ti voglio prendere, oh

E ti amo, e ti amo
Sei la vita mia

Ogni cosa tua
E ti amo, e ti amo, oh
Arcani libri a casa mia
Sento le parole tue
Ti voglio donare il sangue
E la vita mia
Ti voglio cullare, oh
E ti amo, e ti amo
Sei la vita mia
Ogni nota tua
E ti amo, e ti amo, oh

Anche se non è più casa mia
Sento le tue melodie
Mettimi un’idea nella mano, nel cuore
Ti voglio donare il sangue
Sei la vita mia
Ti voglio cullare, oh
E ti amo, e ti amo
Sei la mia vita

Sei la vita mia
E ti amo, e ti amo, oh

Arcani libri in casa mia
Sento le parole tue
Ora io
Soli noi
Oh eh, eh oh

Vola questo canto per te

 

PENSIERI E NON SOLO…..

Pubblichiamo questo post proposto dall’Amico Nembo su un argomento forse poco conosciuto ma sicuramente di grande interesse. Lo sottoponiamo al giudizio dei lettori e frequentatori del Bosco per una riflessione  e una ponderata analisi. Grazie.

 

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SINDROME DI BURNOUT

 

 

Burnout 1

Pochi di noi conoscono la sindrome da Burnout, ma una buona parte delle persone che portano una divisa ne soffrono, in maniera più o meno lieve. La sindrome da Burnout è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, qualora queste non rispondono in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il loro lavoro li porta ad assumere. Il burnout interessa tutte quelle figure con una professione ed elevata implicazione relazionale ovvero da una duplice fonte di stress, ovvero quello personale e quello della persona aiutata, in particolare colpisce medici, infermieri e altre figure sanitarie, gli addetti ai servizi di emergenza, come appartenenti alla forza pubblica, vigili del fuoco, piloti (vedi airbus della Germnwings), assistenti sociali ed altri ancora (politici).

 

Burnout 3Stress da oneri burocratico/regolamentari

Questi soggetti dopo alcuni anni di attività, cominciano a sviluppare un lento processo di “logoramento” o “decadenza” psicofisica dovuta alla mancanza di energie, di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato, il termine burnout in Inglese significa proprio “bruciarsi” in queste persone con questo stato d’animo può anche succedere che si facciano un carico eccessivo delle problematiche delle persone a cui badano, non riuscendo così più a discernere tra la vita propria e la loro, avendo poi un esaurimento emotivo, depersonalizzato, un atteggiamento spesso improntato ad un sentimento di ridotta realizzazione personale accompagnato da una sensazione di fallimento, rabbia, e risentimento che portano inevitabilmente alla depressione che fanno poi seguito disagi nel campo professionale, successivamente poi al piano personale a volte anche con gesti estremi.

 

 

Bornout 2Quando la testa non è più la tua

 

Varie sono le fasi che spingono questi soggetti alla sindrome:

La prima fase, la preparatoria. È quella forse del troppo “entusiasmo idealistico” che spinge il soggetto a scegliere un lavoro di tipo assistenziale o sociale;

Nella seconda fase detta “stagnazione” il soggetto, sottoposto a carichi di lavoro di stress eccessivi, inizia a rendersi conto di come le sue aspettative iniziali non coincidono con la realtà lavorativa come l’entusiasmo, l’interesse ed il senso di gratificazione legati alla professione iniziano a diminuire;

La terza fase diventa già “frustrazione” il soggetto avverte sentimento di inutilità, di inadeguatezza, di insoddisfazione, uniti alla percezione di essere sfruttato, oberato di lavoro e poco apprezzato, lo stesso con svariate scuse inizia un allontanamento dal lavoro, mettendo in atto anche un atteggiamento aggressivo verso gli altri;

La quarta faseapatia” l’interesse e la passione per il proprio lavoro si spengono completamente e subentra l’indifferenza fino a una vera morte professionale.

 

BornoutFase del punto senza ritorno

Vari studi hanno dimostrato che il burnout non è un problema dell’individuo in se, ma nel contesto sociale nel quale si opera, quando l’ambiente di lavoro non riconosce l’aspetto umano del lavoro, il rischio di questa sindrome aumenta. Il lavoro modella il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e il modo in cui ricoprono la propria mansione. Portare una divisa e doversi scontrare giornalmente con pregiudizi, persone corrotte, una legge a tratti ridicola e molto altro può portare spesso a questa sindrome. Se poi consideriamo che l’assistenza psicologica per gli uomini in divisa in Italia è praticamente nulla, forse l’altissimo numero di suicidi tra le forze dell’ordine dovrebbe essere presa seriamente con un po’ più di considerazione. Così vale anche per la malasanità che merita una riflessione su tale problematica che interessa sempre più la nostra convulsa quotidianità ma anche una categoria dei camici bianchi che sono sottoposti a stress specialmente nei vari centri di Pronto Soccorso.

In Italia ci sono indicatori di negatività e disquilibrio tra qualità professionale e qualità organizzativa, lavorando male e sprecando risorse, così facendo c’è sempre più contenziosi tra medici e pazienti. Tutti i fattori esposti meritano una riflessione che porta questo problema nella nostra società, a volte gettando fango e demonizzando persone, non sapendo forse che a loro volta hanno dei problemi. Mettere dei lavoratori l’uno contro l’altro è uno dei metodi più vecchi per distruggere i diritti di tutti i lavoratori sia pubblici che privati. Importante è monitorare le tensioni emotive e dello stress del servizio in quanto gli eventi connessi al servizio possono modificare, alterare, squilibrare lo stato psicologico iniziale, l’assenza di un supporto psicologico ha determinato e se non si fa con urgenza un supporto adeguato di prevenzione psicologico/sanitaria, si avrà sempre più maggior disagio e l’incremento suicidi dovuti a questo “Virus” invisibile e spietato che si infila nella vita umana degli “addetti ai lavori”

Vi invito ad esprimere il vostro pensiero, grazie.

 

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N.B. – Alcuni elementi che caratterizzano il Post sono stati elaborati da internet.

 

Richard Clayderman: Nostalgy

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LA DOMENICA DEL BOSCO

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B.D. WW

Storia, culto, fede, turismo e folklore in questo racconto ben documentato che ci ha inviato la brava Gabriella.bz.

Diamogli l’accoglienza che merita augurando a tutti Buona Domenica.

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BATONI 1767-2

La festa del Sacro Cuore.pptx 1[Ripristinato]

L’origine di questa pratica risale ad epoca pre-cristiana: cerimonie di culto che seguivano il sole. Il sole che decideva le condizioni dell’territorio alpino, la crescita e la prosperità dell’uomo. Molto importante nel ritmo della vita erano i giorni del solstizio estivo che venivano festeggiati con grandi fuochi.

 

merid2-1Meridiana solare con asta a squadra

 

Più tardi, il cristianesimo adottò questi rituali etnici per la festa dei solstizi invernali come il Natale. I solstizi estivi divennero come un calendario giuliano, per la festa di S. Giovanni Battista, chiamati semplicemente fuochi di Giovanni. Si cominciarono ad adottare i fuochi come mezzo di comunicazione per avvisare l’arrivo del nemico. In montagna non avevano armi se non i miseri arnesi per il lavoro dei campi o per tagliare la legna.

 

museo aratri-2 Arnesi agricoli che all’occorrenza potevano essere usati come arma di difesa

 

L’uso o consuetudine dei cuori di fuoco risale al 1796. La tradizione vuole che sia stato l’abate Sebastian Stock di Stams, nel Tirolo, ad avere l’iniziativa. In quel periodo le truppe Napoleoniche si stavano avvicinando al Tirolo, si tenne allora una riunione a Bolzano tra le più alte cariche del Tirolo per un consiglio non proprio di guerra ma almeno di difesa, nella consapevolezza che i contadini a quei tempi avevano ben poche armi e non erano addestrati a combattere.

 

 cuore su le montagne-2Figura ottenuta con l’accensione dei fuochi in montagna

 

L’abate fece allora la proposta di affidarsi al Sacro Cuore di Gesù, storico Patrono del Tirolo e in quell’occasione giurarono di santificare ogni anno in tutto il paese la ricorrenza del Sacro Cuore con messa solenne se il Signore li avesse preservati dal pericolo incombente.

 

FUOCHI-1

  Visione dei fuochi sulle montagne

 

 

In qualche modo avvenne l’aiuto del Signore. Alcuni anni dopo Andreas Hofer uscito vincitore dalle battaglie franco/bavaresi nel 1809, rinnovò la promessa fatta con una grande festa e nello stesso tempo, propose che il giorno della celebrazione, doveva essere una ricorrenza fissa da rispettare. Si decise di fissarla nel giorno della domenica successiva al Corpus Domini. Nel 1944 nella grande paura durante una guerra tanto devastante con Hitler che incuteva terrore anche ai Tirolesi, con un solenne giuramento si rinnovò la fedeltà al Signore. Questo è stato raccontato da un capo della resistenza Sudtirolese Hans Egarter.

 

 

process5Processione in costume con la statua del Sacro Cuore

 

Durante il fascismo fu vietata l’accensione dei fuochi, ma dagli anni cinquanta in poi assunsero un valore di lotta contro il popolo italiano, accusato dai tedeschi di non mettere in atto le disposizioni autonomistiche promesse. I fuochi con i cuori si fecero sempre ma nel medesimo tempo decine di sovversivi si adoperavano per abbattere i tralicci dell’alta tensione. In una sola notte ne furono abbattuti ben 43 relativi all’energia elettrica sulla città di Bolzano e altri 8 su Merano e zone limitrofe. Con il tritolo fecero saltare case, una scuola e alcune caserme. In circa quindici anni di rimostranze ci furono molte perdite umane: morirono finanzieri, carabinieri, militari semplici e graduati, e parecchie persone che, per loro sfortuna, si erano trovate casualmente nel luogo dell’attentato.

 

 

traliccio_alta_tensione_800_800-1Traliccio dell’alta tensione

 

Allora si disse, quasi come una giustificazione che la causa di tutto era da addebitare al ritardo da parte del Governo Italiano nell’applicazione dei patti autonomistici stabiliti e concordati per la regione. Questo è quanto è stato detto perché era nella convinzione dei sudtirolesi. Non sta a me giudicare e mi astengo dal discuterne anche perché, tra l’altro, a quei tempi ero nel trentino dove per nostra fortuna regnava la pace. I grandi cuori formati con i fuochi in alta montagna, che ora si guardano con serenità e pace anche a scopo folkloristico, si osservano molto bene soprattutto da lontano e vengono lasciati ardere per una intera settimana. In definitiva è diventata una festa che viene accompagnata da una messa solenne ed una lunga processione con i costumi locali, dove un enorme baldacchino molto bello serve a ricordare a tutti quanto si tenga a mantenere viva la promessa fatta.

 processione a cavallo-1Classica processione a cavallo con i costumi Tirolesi

 

Tutti indossano gli abiti tipici del luogo, gli stendardi più belli son portati a spalle dagli uomini e per finire c’è sempre la banda con i suonatori vestiti a festa, orgogliosi dei loro costumi Tirolesi.

E’ uno spettacolo che ammalia sia la gente che ogni anno vi assiste, sia gli ospiti che vengono per vedere questa festa molto sentita in tutto l’Alto Adige.

 

 MERIDIANA DI TIROLO-1Meridiana del Tirolo risalente al 1701, restaurata

 

merid6-1Meridiana a muro tra due finestre

 

Bene amici del Bosco ho raccontato la storia dei cuori di fuoco sui nostri monti, ma se venite in tempi che non ci sono più i cuori, guardatevi in giro e vedrete quante meridiane ci sono in regione, sulle case e le scuole in particolare sono di una bellezza unica, specie quelle restaurate a nuovo.

 

su_obb1-1Altra parete con la classica meridiana

 

Buon giorno e Buona Domenica a tutti voi.

 

 

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Racconto integrato con notizie rilevate dal web

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Una vecchia canzone può farci ritornare alla nostra gioventù

Vecchio scarpone

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