UN PROVERBIO, UNA STORIA

 

ATTACCA L'ASINO DOVE VUOLE IL PADRONE

 

È un vecchio proverbio che ha le varie versioni dialettali nelle diverse regioni italiane, non solo, ma anche in altri paesi e quindi in diverse lingue.

Sta a significare che chi è alle dipendenze, per il quieto vivere e, soprattutto, per non perdere il posto di lavoro, deve assecondare la volontà del suo datore di lavoro anche quando gli ordini sono sbagliati.

Molto spesso l’ordine è contrario alla logica ma non è permesso obiettare e, per le ragioni su esposte, bisogna obbedire e tacere.

   

Sono stato anche io alle dipendenze e spesso mi sono trovato nelle situazioni descritte ma con il mio spirito ribelle per natura, non sono mai stato servile e ho sempre cercato di ovviare all’inconveniente del momento e di capovolgere la situazione arrivando alla conclusione che qualche volta, all’occorrenza, bisogna

LEGARE IL PADRONE DOVE VUOLE L’ASINO

Si, perché, spesso e volentieri, l’asino si dimostra più intelligente del padrone.

Voglio raccontare una storiella realmente accaduta tanti anni fa ma che ricordo ancora chiaramente.

 

Poco più che ventenni, Pino e Paolo, amici dall'età della scuola elementare,  erano soliti girovagare nei fine settimana, nelle strade della provincia, sia per esplorare paesi e paesaggi ma soprattutto per fare esperienza di guida con la prima utilitaria di Paolo che lavorava in una concessionaria Fiat ed era reduce da un corso di guida per collaudatori d’auto, effettuato a Torino Mirafiori, per conto della Ditta, in relazione al lavoro cui era destinato a svolgere. Paolo appassionato sportivo dell'auto partecipava ai rally automobilistici ed alle gare di regolarità di categoria che si svolgevano periodicamente nella regione. Pino stesso aveva partecipato qualche volta con lui, come navigatore.

Paolo era smanioso di dimostrare all’amico Pino le sue capacità di guida sportiva, nel saper effettuare le curve in velocità mantenendo in sicurezza l’assetto dell’auto ed altre sottigliezze che pochi conoscevano e sapevano fare.

   

Fu proprio in una di queste occasioni che si verificò il fatto che racconto. Paolo volle affrontare in velocità una curva ad angolo retto, facendo stridere i pneumatici sull’asfalto (bravura o forse incoscienza riservata a pochi esperti). All’uscita della curva ci trovammo la strada sbarrata da un contadino che trascinava il suo asino legato al collo con una corda. Lo stridio delle gomme mise in allarme sia l'uomo che l'animale ma, mentre l’asino si spostò sulla destra della strada, il suo padrone andò sinistra tirando la corda per cercare di portare l’asino dalla sua parte.

 

Morale, ci siamo trovati il percorso sbarrato da questa corda tesa a mezz'aria da una parte all’altra della strada. Si, Paolo ha tolto il piede dall’acceleratore per portarlo sul freno ma non c’era lo spazio sufficiente per fermare l'auto e il rischio era quello di trascinare asino e padrone. È stato un milionesimo di attimo, ho visto l’asino che con uno strattone del capo ha letteralmente strappato la corda dalle mani del padrone facendola cadere per terra. L’auto passò sulla corda senza danni per nessuno ma era stato l’asino ad aver avuto l'istintiva prontezza di spirito della decisione per la sua salvezza e quella del suo padrone. Nella circostanza l’animale si era dimostrato più intelligente dell’uomo.

 

   

Nel corso della vita, durante il mio percorso lavorativo, mi è capitato di dover aggiustare o correggere ordini sbagliati che arrivavano dall’alto e ho sempre operato nel bene, ragionando sempre con la mia testa e, alla fine, constatato il giusto del mio operato, ho ricevuto pure i complimenti del “capo di turno”.

Morale, non disprezziamo l’asino che si dimostra sempre un animale intelligente, a volte più del padrone.

       

MAGIE E MISTERO DEL CAVALLO ( CENP )

   

LA PAROLA ALLE PIETRE

Dopo ingenti e laboriosi scavi eseguiti negli anni tra il 1950 e il 1957, è stato riportato alla luce il maestoso complesso nuragico di Barumini (Oggi classificato dall’UNESCO, Patrimonio dell’Umanità), sotto la guida dell’archeologo Prof. Giovanni Lilliu, viene spontanea una domanda: “Era Giovanni che, conoscendo quanta storia si celava sotto quell’immenso ammasso di terra, voleva parlare con le pietre nascoste da secoli o erano quelle pietre che chiamavano Giovanni per invitarlo a tirarle fuori, stanche di restare celate nell’oscurità dell’umida terra?

       

LE PIETRE DELLA STORIA

(LA PAROLA ALLE  PIETRE )

 

  Giovanni Lilliu

(l’uomo che parlava con le pietre)

Juanni, Juanni, seus nosus, seus innoi

Si, è la voce delle pietre sarde che parlano il sardo ma soprattutto parlano una lingua di cultura millenaria che pochi studiosi hanno saputo scoprire, interpretare e tradurre per portarla alla conoscenza dei contemporanei e dei posteri.

Tra questi si è distinto, al di sopra di ogni altro:

Giovanni Lilliu

(Barumini, 13 marzo 1914 – Cagliari 19 febbraio 2012)

Archeologo di fama internazionale, conosciuto soprattutto per aver riportato alla luce la reggia nuragica

 

Su Nuraxi (Barumini),

dichiarata nel 2000 patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO.

 È stato membro di numerosi istituti scientifici italiani e stranieri e dal 1990 Accademico dell’Accademia dei Lincei. Nel 2007 ha ricevuto dalla Regione Autonoma della Sardegna l’onorificenza

Sardus Pater

istituita proprio in quell’anno quale riconoscimento da assegnare a cittadini italiani e stranieri che si siano distinti per particolari meriti di valore culturale, sociale o morale e abbiano dato lustro alla Sardegna.

 

    Su Nuraxi Barumini in Sardegna

 

 
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Per Giovanni Lilliu, ritenuto il massimo conoscitore della Civiltà nuragica, dolmen, menhir,  domus de janas, tombe dei giganti, pozzi sacri, nuraghi, non avevano segreti e nelle sue letture delle pietre ci ha lasciato trattati di immenso valore culturale.

 

 

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In occasione della sua morte, l’amica Monica, interpretando il pensiero nell’anima delle grandi pietre ha scritto questa meravigliosa lirica in omaggio al grande uomo di cultura, sardo di convinzione oltre che di nascita.

 

GIOVANNI e le grandi pietre

“Giovanni, Giovanni, siamo noi, siamo qui.”

Così gemevano le grandi pietre che la arida e brulla terra, con il tempo, aveva ormai sepolto. Ancor più gemevano perché i figli del popolo che le aveva abitate  le avevano dimenticate, perché preferivano non credere ad un libero passato. Perché quei figli, nella sofferenza dei  secoli, avevano chinato il capo sotto il giogo di antichi Dòmini [1].

 

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Perché l’oblio forse è meno doloroso . Quanti passi di quei figli le avevano percosse, derise, ignorate. Ma loro erano pazienti,  speravano,  aspettavano. E così un giorno sentirono un calpestio sulle loro torri sepolte, si accorsero che era diverso, che non era un calpestio d’oblio e disprezzo, era una carezza che le faceva fremere e sperare, era speranza di luce e voce.

Ogni volta che quella carezza le avvolgeva iniziavano a fremere e vibrare e Giovanni un ragazzo, un piccolo uomo, un figlio di quel popolo … Le udiva. Ah … con quanta struggente passione le udiva, sentiva le loro voci, vedeva la loro luce.

Quanto tempo è passato da quel giorno, ora le grandi pietre sono avvolte dal caldo e cocente sole di Sardegna, quel sole abbagliante che su di loro, nude e grandi pietre, crea magici bagliori scintillanti di sogno. Il vento, che ora libero passa tra le loro fessure, è una  dolce ed impetuosa voce di ricordi che dal tempo lontano torna con fantastici racconti.

Cosa raccontano? Raccontano ai figli del loro popolo quale grandezza passò nei loro antri, quali colori e genti passarono per le loro strade, quali mari e orizzonti e sogni si vedevano dalle loro torri. Per secoli hanno avuto grande dignità e pazienza ed ora, grazie al piccolo uomo Giovanni,  le loro torri vogliono ricordare che dalla brulla ed arida terra ci si può sollevare. Giovanni   sentì e capì  quelle voci, amò loro e i suoi fratelli, i figli di quel popolo antico, credette nell’amaro sapore  della pazienza e della dignità che le grandi pietre avevano avuto per secoli. E così come il suo passo fu non semplice calpestio,  ma carezza e speranza  per le grandi pietre, capì che le grandi pietre volevano dire ai figli di quell’antico popolo: “Ecco,  le nostre torri sono risalite alla luce e di nuovo dominano la brulla ed arida terra, pazientate, conoscerete il dolore, non dimenticate la dignità, e quando udrete un passo amorevole fatevi sentire con forza e risollevate il vostro capo”. Un tempo un piccolo uomo di nome Giovanni fu luce e voce delle grandi pietre, ma ora le grandi pietre saranno PER SEMPRE luce e voce del grande uomo Giovanni.

 “ Al grande Giovanni Lilliu “  

Indegnamente

                                Monica Cuomo

Cagliari 20 Febbraio 2012

 [1] - inteso dominanti

Messaggio per Monica:

Un ringraziamento personale all’amica Monica per la sua splendida e spontanea testimonianza scaturita dall’animo di studiosa e profonda estimatrice della cultura sarda e non solo.

Confesso che ho lasciato anche l’ultima parola per mantenere integro il tuo scritto ma ho avuto l’impulso di cancellare la parola ‘indegnamente’ e l’avrei tolta volentieri perché non ritengo giusto che la tua innata modestia nasconda i tuoi veri meriti.

Ancora grazie.

   

Domo mea - Tazenda e Eros Ramazzotti

 

02 – UN PENSIERO AL GIORNO

UN PENSIERO OGNI MATTINA

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(PER RALLEGRARE L'ANIMO)

                   

Chopin Waltz Op. 42 n° 5 - Umi Garret

   

SETTEMBRE di Gabriella.bz

 

SETTEMBRE

Qualche giorno fa ho girato la pagina del calendario, siamo arrivati a settembre il mese dell’uva, delle mele, dei funghi, noci e castagne. Un mese molto bello, non c’è più il caldo afoso di agosto ed ha cominciato a piovere il che ha fatto sospirare tutti.

 C’era una grande arsura e la campagna ne soffriva tanto. I prati sembravano in impaziente attesa di questa pioggia per far rivivere il manto verde e qualche fiore comincia ad aprirsi e con il suo colore anche il cuore si rallegra.

C’è aria di gioia in questo mese sembra quasi che ti dica sogna, settembre è un mese bellissimo, il sole non scotta, ti offre i suoi raggi e sembra ti sussurri, attenta ne hai ancora per questo mese poi un pezzetto di ottobre e se non cambia, in ottobre bisogna cominciare a cambiare vestiario, i nostri adorati vestitini se ne vanno nell’armadio per attendere la prossima primavera.

Approfittane” perché come in agosto era caldo tra pochi mesi diventerà freddo. Se si cammina per la campagna si sentono i contadini allegri su e giù dalle scale a pioli per raccogliere i frutti, e appena riempiti i cassoni di mele, con i trattori passano per le strade per portarli nei consorzi e metterli nelle celle frigorifere.

Tra poco anche l’uva sarà raccolta e nelle tinozze si calpesterà per fare il vino novello. I mesi di settembre ed ottobre sono i mesi delle sagre, della festa dell’uva, dell’Oktoberfest, del Gran Premio all’ippodromo, e altre.

Proprio ieri in autobus si parlava che non sono ancora partiti i turisti dell’estate e già ci sono quelli che arrivano per le feste e sagre in modo speciale.

Ho camminato per i prati e sono entrata nei boschi, è stata una gioia rivedere i miei vecchi posti dove ero solita andare, alzando gli occhi ho visto in alto due stambecchi che si coccolavano, ma fatti pochi passi ecco un magnifico roditore  un piccolo castoro, come avevo già detto in un altro racconto, gli animali non sono più tanto selvatici come una volta, vengono secondo le circostanze vicini ed è una gioia poter raccontare che non solo caprioli vengono a mangiare nelle nostre mani  ma persino una volpe, non ero io che invogliavo la volpe, ma un amico.

Ricordo che quando ero bambina mi dicevano di allontanarmi se c’era una volpe nelle vicinanze o se si vedevano le orme, quello succedeva solo in inverno, perché anche loro avevano fame e speravano in un pollo lasciato libero, ma erano ben pochi. Per gli altri animali non c’era pericolo, si vedevano solo in distanza.

Guardando dopo mesi che non venivo in questo altopiano mi sembrava nuovo quasi che fossero cresciuti gli alberi, ma era una mia impressione, forse era solo la gioia di ritrovarmi nuovamente dove la montagna ti invoglia a incamminarti, su, su, su.

Da sola e dopo una brutta frattura non potevo andare, ero guarita, ma una compagnia avevo paura della discesa e su quel sentiero le auto non potevano soccorrermi in caso di necessità. Mi son seduta a rimuginare dentro di me che tra vecchiaia e vecchie fratture non avrei potuto salire eppure nel cuore ne avevo tanta voglia, come se mi avessero mostrato un lussuoso regalo e poi me lo portavano via. Mi son detta “è la vita”, comincia a farmi le prime molestie, ma subito mi son detta no, non intendo lasciare che l’età mi faccia gli scherzi, la prossima volta salgo con un’amica.

 

 

E’ solo settembre, c’è ancora tempo per andare in montagna. Decido di ritornare verso casa, passo nel bosco dove i rami sono bassi, mi accarezzano e profumano, colgo qualche ciclamino, ora i fiori in casa vivono, il caldo non c’è più e potrò ricordare questa piccola scampagnata. Che ci vogliamo fare? È la vita!

ARRIVEDERCI AMICI ALLA PROSSIMA

         

01 – UN PENSIERO AL GIORNO

Sabato 8 Settembre 2018

Venerdì 7 Settembre 2018

 

Giovedì 6 Settembre 2018

         

LA LEGGENDA DELLA NEVE

 

Quando vorresti partire ma non hai voglia di fare i bagagli, puoi sempre contare sull’amico PC che ti consente di entrare in internet e fare un viaggio con la fantasia.

Oggi ho trovato questa leggenda, valida per grandi e piccini, e la porto alla conoscenza degli Amici del Bosco.

Chiedo scusa per coloro che già la conoscono.

Buona lettura per tutti.

   

Una leggenda che narra com'è nata la neve nel suo splendore.

 

C’era una volte una montagna, altissima che si stagliava nel cielo affondando la sua cima nelle bianche nuvole.

   

Ai piedi della montagna pascolavano tante candide pecorelle, ma stava arrivando l’inverno e l’erba era diventata secca e insipida. Le pecorelle avevano fame ma non trovavano più nulla da mangiare. Una di loro, la più furbetta, guardò la montagna e pensò che forse lassù sulle alte cime, nascosti dalle candide nuvole, ci fossero tanti pascoli di erba verde e succulenta.

E decise di salire su per le rocce per arrivare fino alle nuvole. Le altre pecorelle le andarono dietro, animate dalla speranza. Salirono per giorni e giorni, senza fermarsi mai incuranti della fame che attanagliava il loro stomaco e della sete che rendeva asciutta la loro bocca.

Finalmente raggiunsero le nuvole e le leccarono per placare l’arsura.

 

Rinfrancate dalle goccioline d’acqua andarono ancora avanti con la speranza di trovare verdi prati d’erba. E cammina, cammina ad un tratto videro campi sterminati con tante erbe aromatiche e gustose.

Affamate si gettarono su di esse e le brucarono con ingordigia. Mentre mangiavano arrivarono i folletti delle montagne, dispettosi e astuti.

I folletti si avvicinarono alle pecore e strapparono dal loro mantello tanti riccioli di candida lana per lanciarli in alto, nel cielo. Si divertivano un mondo a vederli cadere volteggiando nell’aria, lievi e leggeri.

   

I riccioli di lana attraversarono le nuvole e si coprirono di goccioline d’acqua che brillavano come tante gemme. Ma le goccioline d’acqua appesantirono i fiocchi di lana che caddero ancora più giù fino ad arrivare alla terra. Cadendo volteggiavano lievi e bianchi e si adagiavano sui prati brulli ricoprendoli di un manto bianco e lucente. Si poggiavano sui tetti delle case, sui rami degli alberi e sui cespugli.

 

Tutto il mondo venne avvolto dal bianco silenzio, era nata la neve.