LE GIOIE DELL’AUTUNNO di Gabriella.bz

     

CAMBIO DI STAGIONE NEL CLIMA E NELLA VITA

Già da qualche settimana Gabriella aveva preparato questo racconto per parlarci dell’Autunno. Lo pubblichiamo solo oggi, ma considerando le variazioni climatiche di questi ultimi mesi, possiamo ritenerlo ancora valido ed in sintonia con i cambiamenti meteo di questa incerta stagione.

         

LA GIOIA DI UN ALLEGRO

 

In questo autunno cominciato tanto male, stiamo godendo ora un sole che ci fa chiedere ma che stagione è? Tutto è allegro e colorato, nei giardini i fiori che stavano morendo, si sono tutti ripresi ed il loro colore festoso offre gioia e allegria per tutti. Pochi giorni fa c’è stata la “festa dell’uva”, tutti i tirolesi con i costumi estivi, tutti sbracciati perché la giornata lo permetteva. Dopo aver visto un po’ di festa me ne sono andata a trovare il mio vecchio bosco. Era da molto che non vi andavo e trovare ciclamini, erica, poche orchidee selvatiche, mi ha riempito il cuore di gioia, mi ha fatto quasi dimenticare il mio momento di tristezza.

Era per me una ricorrenza dolorosa, se fosse rimasto in vita il mio marito, sarebbero stati cinquanta anni di matrimonio: “Le nozze d’oro”. Sentivo il bisogno di solitudine e sono uscita di casa per cercare di dimenticare, infatti dove si possono lenire i dolori se non in mezzo ai boschi , in mezzo ai fiori e agli alberi che ti danno il conforto del loro profumo?. Guardando le radici pensi ad una vecchiaia ben salda ed il sole che entra tra i rami ti fa compagnia. Cammino piano, a passi lenti, per aver il modo di osservare tutto, arrivo al vecchio laghetto, oggi sono sola non mi fa compagnia la mia amica per fare il giro attorno alle rive del lago.

Da sola meglio non fidarmi per cui continuo il mio cammino lentamente per arrivare dove finisce il bosco e ci si trova di fronte un campo di calcio. E’ una strada nuova per me, ammiro i ragazzini che giocano con il pallone come fosse la loro più grande gioia, e forse lo è. Penso ai miei quattro nipoti, solo uno gioca a calcio, ma non in questo campo, troppo lontano da casa per lui. Sebbene il tempo sia bello le foglie stanno cadendo e con loro le castagne le noci, in giro al campo ce ne sono parecchie, spero solo che non cadano sulla testa dei ragazzi. Dopo un po’ mi avvio e non intendo passare dalla strada, ma voglio camminare ancora nei sentieri tra gli alberi.

Non c’è tanta gente, causa la festa dell’uva, penso che le persone che incontro siano come me, gente che preferisce andare a vedere le piccole trasformazioni che ci sono, ed in verità meriterebbe, infatti io preferisco camminare e vedere le piccole novità che posso trovare qui in questa oasi di pace. Lungo le passeggiate comincia la bellezza dei fiori, una cosa sublime, meravigliosa specie se si pensa che un mese prima sembrava ormai tutto morto, distrutto da freddo, vento e grandine, ed ora, invece, la bellezza dei colori ti riempie il cuore di gioia. Queste sono le passeggiate che amo, questi i colori che dipingono l’anima e la mente, ti fanno dimenticare tutto. Piano, piano camminando sono arrivata in cima alle passeggiate Tappeiner, è stata lunga ma non me ne sono accorta, al dolore del cuore vedevo trasformarsi la gioia in tutto quello che il signore ci ha regalato.

Ora lentamente dovevo scendere, devo armarmi di tanta fiducia nelle gambe ma finalmente sono scesa, è stata dura perché lunga, nel salire non me ne sono accorta avevo nel cuore la forza del voler dimenticare. Ora piano, piano devo arrivare in città, è ancora piena da far paura, le vie del centro chiuse per i carri che passavano con l’uva, le donzelle, le mele e un carro con un’affascinante signorina che assomiglia a Sissi ed era assisa su un trono.

C’erano poi le bande di un numero incredibile di paesi. Ho così pensato di ritornare a piedi anche se la strada è lunga, ho fatto bene, sono arrivata stanca ma serena e con il viso lieto di tutte le bellezze che da tanto tempo non vedevo.

Ciao bosco e passeggiate Tappeiner, sono ritornata alla gioia e alla serenità.

 

 

   

 

   

VACANZE SUI MONTI di Sandra.vi

   

LE MIE VACANZE

 I ricordi hanno bisogno di tanto tempo prima di svanire lentamente nella nostra mente; basta però un niente, un profumo, una voce, un disco, per risvegliarli immediatamente e farli rivivere. Sto sfogliando un giornale, parla dello stato dei nostri bacini. Ecco apparire il lago di Carezza… spalanco gli occhi incredula, ma cos'è quella pozza in fondo a un dirupo?? Come i grani di un rosario i ricordi scorrono nella mia mente.

Sono nella mia casa di Carate (in Brianza), i bagagli sono pronti, ci aspetta il nostro periodo di vacanza in Val di Fassa. Mia figlia sta aiutando papà a caricare la macchina ed io cerco di ricordare se ho preso tutto. Mio marito ci accompagnerà e poi se ne andrà al lago a pescare, sono i nostri accordi, lui adora pescare, io adoro la montagna così per questo periodo ognuno dei due si godrà le ferie che desidera di più. Chiusa la casa, passiamo a prendere mio suocero, da quando è rimasto solo trascorre le ferie con noi. Siamo al completo e partiamo. E' un viaggio un po' lunghetto, mia figlia Laura è un pò stanca, ma io mi godo il panorama e comincio a respirare quell'aria che sempre più pura.

Lasciamo la Val di Fiemme, ed entriamo nella Val di Fassa, “pazienza Laura, tra poco ci siamo” ed eccolo finalmente il nostro albergo, siamo arrivati. Dopo essersi riposato Aldo, mio marito, vuole ripartire, mi spiace vederlo fare il viaggio da solo, “vai piano, telefona subito come arrivi”....

Per noi comincia il nostro periodo di ferie. Il maestro delle scuole elementari di Pozza, appassionato di mineralogia, ha aperto un negozietto al piano terra dell'albergo ed espone dei pezzi che lui stesso trova partendo all'alba, o risalendo il torrente, o ai piedi dei monti; ha dei minerali veramente interessanti. Mia figlia ne va matta, ogni volta che usciamo raccoglie delle pietre che pensa siano valide, riempie le tasche e al ritorno corre da lui.

Con pazienza il signor Carlo le spiega, mostrando la differenza fra un sasso e un minerale. Spacca un sasso, dentro è pieno di cristalli viola, è una “Geoda”, bellissima. Siamo fortunati, abbiamo delle belle giornate, con noi sono arrivati altri signori che già conoscevamo e combiniamo di fare una gita, decidiamo per la Marmolada, partendo da Canazei.

Partiamo presto il mattino dopo, siamo un bel gruppetto, Laura è contenta; anche gli altri signori di Genova hanno un ragazzino su per giù della sua età, non si sentirà sola. Arrivati a Canazei pigliamo un sentiero che arriva alla piccola seggiovia, da qui una bella salita al rifugio Marmolada. Camminiamo tranquilli, è un sentiero facile. I ragazzi camminano davanti a noi, ad un tratto davanti a loro un serpente scende dalla loro destra e sibilando attraversa il sentiero scomparendo a sinistra fra i rovi... I ragazzi si sono bloccati hanno indietreggiato piano piano e poi di corsa si sono buttati nelle nostre braccia, tutti spaventati “Meglio di così non potevate fare, siete stati bravissimi, se aveste urlato, poteva girarsi, su, è andata bene, continuiamo”. E così fu, tutto filò alla perfezione, una bella polenta al rifugio con degno contorno ci ritemprò le forze e il panorama che si presentava ai nostri occhi era semplicemente grandioso, indescrivibile. Anche la discesa, andò nel migliore dei modi e rientrammo in albergo stanchi, ma contenti di aver passato una bella giornata.

 

Ricordi, tanti ricordi.... le belle gite al lago Carezza per ammirare la sua bellezza, non era facile se guardare il Latemar nelle sue acque limpide o guardare le cime direttamente. L'anno in cui decidemmo di salire al rifugio ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo e mio suocero dichiarò “questa è la mia ultima gita, per me basta”. Quell'anno eravamo una bella compagnia, partimmo presto e salimmo verso Vigo di Fassa attraversando una bella pineta respirando quell'aria resinosa, piena di tanti profumi e presto raggiungemmo il rifugio Gardeggia, da qui dopo un po' di riposo iniziammo la salita, leggermente mozzafiato. “Mantenete lo stesso passo”, continuava a ripetere mio suocero che procedeva con passo uguale, quasi cadenzato, senza fermarsi un attimo. Noi lo seguivamo a distanza ,e colla scusa di guardare il panorama favevamo piccole soste. Arrivate al rifugio trovammo mio suocero tranquillamente seduto che ci accolse con un “posso offrire un caffè?”. Una bella risata accolse le sue parole , e questa sarebbe la sua ultima gita? Nel rifugio, riposati, mangiammo le nostre colazioni al sacco e poi facendo dei giri godendo della stupenda vista. Ma dovevamo ritornare e sacco in spalla ci preparammo a scendere pian piano, sapendo che la discesa, se ripida, è peggio che una salita.

Ad un tratto alzando gli occhi tra un ciuffo di rododendri dei botton d'oro delle piante grasse dritta con dei colori stupendi una stupenda “scarpetta della Madonna” (non so il nome ufficiale di questo bellissimo fiore); una vera tentazione, guardo e penso di arrivare a coglierla ,mettendo lo scarpone tra una pietra e l'altra.

Scarpetta di Venere o pianella della Madonna

(Cypripedium calceolus)

   

Salgo, prendo il fiore delicatamente in mano, mentre sento mio suocero urlare “Sandra no” mi giro e mi accorgo che la discesa è difficile, metto il fiore in bocca e attaccandomi alle rocce guardando dove metto i piedi, scendo adagio, ma l'ultimo pezzo un ciuffo d'erba mi fugge e cado  a braccia aperte. Sotto avevo visto una tenera erbetta verde, vado a cadere lì, levando degli spruzzi, era un acquitrino.... Inzaccherandomi abbastanza, vengo aiutata ad alzarmi (fiore salvo) cerco di pulirmi e m' accorgo che non ho più l'orologio. L'ho perso nella caduta, è inutile ogni ricerca, è sparito nella melma. Sono davvero dispiaciuta, per una mia sciocchezza, ho rovinato una bella gita. Continuiamo la discesa, ma l'atmosfera è cambiata. Anche in albergo, dopo cena tutti ne parlano come di una mezza tragedia. Mentre mio marito al telefono mi dice tranquillo:

“Sai ne vendono ancora di orologi.......”

   

  Mio suocero fu davvero profeta, fu l'ultimo anno felice delle nostre vacanze, l'anno dopo eravamo in ospedale dove avevamo ricoverato mio marito... ho avuto però la gioia di ritornare in Val di Fassa molti anni più tardi, con mia nipote adolescente... la vita ti sa sempre stupire.

         

FIGLIE DI ZEUS

   

LE MUSE - FIGLIE DI ZEUS

A proposito di Muse

Ne abbiamo citato tre nell’ultimo post del Bosco, quelle della Poesia, ma, secondo l'antica mitologia, le Muse, figlie di Giove e Mnemosine, sono nove e ciascuna sovraintendeva ad un compito specifico.

Proviamo a ricordarle passando in rassegna qualche opera d'arte.

 

CALLIOPE

CALLIOPE: Dettaglio del dipinto di Simon Vouet (1634 ca.)

era l'ispiratrice della Poesia Epica

CLIO

CLIO: allegoria della pittura di Joannes Vermeer

 

è la Musa della Storia

Erato

ERATO: dipinta da Simon Vouet (1640)

 

è considerata l'ispiratrice della Poesia lirica e del canto corale

EUTERPE

EUTERPE: opera di Simon Vouet Simon Vouet

era la musa della Musica, protettrice di strumenti a fiato e, più tardi, anche della poesia lirica.

Melpomene

MELPOMENE nel dipinto Esiodo e la musa (1891) di Gustave Moreau

 

era la musa del Canto, dell'armonia musicale e della tragedia.

POLIMNIA: dipinto di Charles Meynier, 1789-1800

Polimnia, Musa dell'Eloquenza,

Thalia

TALIA in un dipinto di Jean-Marc Nattier (1739)

 è colei che presiede alla commedia ed alla poesia bucolica.

 

TERSICORE

TERSICORE, by_Jacques-Louis_David

 è la musa della Danza,

URANIA

URANIA

era la musa dell'astronomia e della geometria.

 

Mitologia greca

     

POESIE di Gabriella.bz

     

Anche se non ritieni di essere poeta, quando una delle Muse della Poesia ti illumina, sia essa Talia, Erato o Calliope, non puoi non raccogliere l’ispirazione e scrivere versi e parole che in quel momento nascono nella tua mente. È ciò che ha fatto l’amica Gabriella che oggi ci regala le sue ultime composizioni…

Il Bosco ringrazia!

 

   

IL BOSCO SI ADORNA DI POESIA

 

 

***

  

Scorre il Passirio

ed i ragazzi allegri

nelle acque  si buttano.

Qualche ginocchio sbucciato

ma non importa,

la gioia di nuotare è grande.

Da un piccolo angolo di sassi,

e qualche filo d’erba,

s’è formato a poco a poco

un bel prato verde.

Non importa se non è lago

o mare, è solo un fiume

che dona tanta acqua

per la gioia di tanti bambini

a cui manca

l’euro in tasca

per lido o terme,

grazie Passirio.

 

 

 ***

 

Cammino a stento

sulla strada in salita

ma voglio andare

lassù, dove si vede

tutta la bella vallata.

Ho davanti a me

Luca che incita

nonna, cammina,

si la nonna cammina

ma non più

come una volta!

Vorrei andare svelta

ma il fiato è corto.

Non per questo demordo

dal non andare fin lassù

…e un po’ alla volta

sono arrivata.

Nonna passano gli elicotteri

dove andranno?

A cercare qualcuno

che non riesce più

a ritornare

da solo a valle.

E’ tutto bello nonna

avevi ragione a

voler salire tanto in alto.

Si siamo in alto,

ma quanto vorrei

ritornare

ancora una volta

sulla cima,

ma quella

è troppo in alto….

 

 

 

 

 

 

 

Forse di ricordi non si vive

ma in testa e nel cuore quanti ne tengo.

Ricordi d’amore,

ricordi della mia bimba lontana,

ricordi di dolorosi distacchi.

Ricordi di mamma

e della mamma,

ricordi!

Ricordi di quand’ero piccola,

ricordi di scuola,

o del mio primo lavoro;

quanti ricordi!

Di quando i miei bimbi erano piccoli,

o di quando son nati i nipotini.

Di quando lui se ne è andato

Di ognuno c’è un ricordo

che affolla la mente.

Le strade del nostro amore,

non sono ricordi?

Tutti sono ricordi e non importa

se alle volte sono tristi,

son pur sempre ricordi.

 

 

PROFUMI DI NATALE

 

Natale con i suoi profumi.

Cominciano i mercatini

con i colori, i profumi.

Non importa se il profumo

vien dallo speck,

dalle erbe aromatiche,

o dalle essenze

che ogni donna

ama avere in casa.

Il profumo vien dal vin brûlé,

dai wurstel con la senape,

dal pane appena sfornato.

Tutto è un profumo,

persino l’acqua

che scorre lungo

i mercatini sembra

che porti con se

il profumo  del bosco.

Profumo di muschio

di mugo, di tanti

aromi che il bosco

ci regala.

E se nevica

Senti il più caro

profumo che ci sia.

Il profumo della neve.

   

       

VACANZE IN CENTRO BENESSERE di Gabriella.bz

   

VACANZA IN CENTRO

 

BENESSERE

 

 

Quest’anno non sono andata in vacanza, né al mare, né in altro luogo, ci pensavo ogni tanto, ma poi lasciavo perdere, le farò migliori il prossimo anno.  Non è detto che bisogna andarci tutti gli anni, avevo solo un desiderio, andare in uno chalet dove ci fosse poca gente per starmene in montagna da sola a passeggiare e scrutare il sole o la luna attraverso i fitti alberi, ma poi sorvolavo e mi dicevo: andrò il prossimo anno. Qualcuno può pensare, vivi già in montagna... ma io vivo ai piedi dei monti, in una bella città, ma sempre città rimane. Il bosco che avevo tanto vicino, ora è lontano, devo prendere due bus per arrivarci e per fare una passeggiata in quel paradiso, in quel luogo che mi ha dato tanti spunti per racconti e dove io ci vivevo tanto bene. Certo avevo sempre da cozzare contro i dialetti tedeschi, ma forse ci rimanevano più male loro di me. Poche settimane fa la mia amica Anna mi chiede se voglio andare in un centro di benessere per alcuni giorni.

Non è che non mi piacerebbe faccio io, ma avevo in testa di andarmene in uno chalet senza tante persone; me ne avevi parlato, ed è per quello che ti chiedo di venire con me, il centro è in montagna e ci sono pochi posti perché vogliono il riposo, una cura di benessere oltre che al corpo anche contro lo stress. Se esci dalla casa di cura trovi solo boschi oltre la strada per ritornare a casa, il tutto mi ha incuriosita dopo alcune altre informazioni abbiamo preso appuntamento per cinque giorni. Al giorno prestabilito siamo arrivate io avevo portato il computer, sapevo che il posto non era in Alto Adige, ma nel Trentino, era una delizia per me, mi sembrava di ritornare alla mia casa natia, anche se le località erano un po’ lontane, ma i dialetti li conosco tutti, che bello! E per finire c’era l’italiano.

La sera mentre Anna chiacchiera con le poche persone che riposano sulle varie poltrone, io esco e mi sembra di vedere il cielo del mio paese, le stelle che c’erano più di mezzo secolo fa. Il ricordo della mia infanzia mi rompe il cuore, penso alla mamma, una persona dal cuore d’oro come penso tutte le mamme, ma che strano ho sempre creduto che la mia fosse superiore alle altre, forse perché era la Mia.

Il papà che è vissuto così poco, se ne è andato quando forse avevo più bisogno di lui; le montagne senza il suo aiuto sono state un grosso macigno, anche se le ho sempre amate. Quando non ero più tanto ragazzina ecco il mio amore, ci siamo sposati giovanissimi. Se ne è andato lassù anche lui troppo presto, guardando il cielo mi chiedo se mi stanno ad osservare oppure no. Sento dei passi dietro le spalle, sono sicura senza guardare di chi si tratta, è Anna, la mia amica, che viene a controllare. Vieni, hai finito di parlare? Trovi sempre da attaccare bottone, vieni che ci facciamo una passeggiata nei boschi; io di notte non vado in giro, e ti prego di ritornare con me, mi dice. Si per questa sera entriamo domani si vedrà.

 

L’indomani non avevamo neppure da pensare di uscire, un appuntamento dopo l’altro, io ero andata altre volte in alberghi per la cura del benessere, ma avevo una certa libertà, qui invece si passava da una piscina ad un massaggio, da una sauna con il fieno ad altro, sembravamo carambolate da un lettino all’altro, da una sala all’altra.

Tre ore fra pranzo e riposo, l’unica sosta il primo giorno. La sera ho mangiato e sono uscita senza avvisare, avevo bisogno della mia libertà, e del mio amato silenzio. Mi mancava il silenzio, dove io fossi non importava, in casa o in giardino ascoltavo un ramo mosso dall’aria, un fiore che si inchinava per quel leggero venticello, o un gattino che si strusciava attorno perché mi conosceva. Un silenzio fatto di rumori quasi impercettibili.

 

Tutto quel niente, ma che per me era tanto, non parlo poi del silenzio del mio balcone, dove l’unico rumore era il ticchettio del mio computer, era l’unico che poteva dare fastidio, ma il suo battere era tanto leggero. Finisco di pensare e ritorno in albergo prima che mi vengano a chiamare, domani c’è in previsione una lunga camminata per i più coraggiosi e una meno lunga per altri, prima di decidere domani mi farò dare la mappa per vedere quale è meglio fare. Abbiamo deciso tutti per la lunga, è una strada di montagna bella e in caso di emergenza può venire una macchina in soccorso, con Anna ci siam dette, vediamo quale di noi comincia prima a dare segni di stanchezza, e chiacchierando andavamo a ritroso nel tempo, quando i nostri ragazzi della stessa età venivano con noi a raccogliere i funghi, ma loro facevano finta di cercare e si sedevano per raccontarsi le varie storielle delle scuole e dei loro primi amori. Cammina e parla siamo arrivate tranquille senza stanchezza, non era una strada con forti pendii, ci siamo poi divertite come da tanto non succedeva a vedere un paio di signore con tacchi che non riuscivano più a camminare.

C’era scritto PREFERIBILMENTE scarpe da montagna nel programma. La giornata è andata bene, ma la sera sono andata a cercare le stelle. La settimana piano piano è trascorsa bene e devo ringraziare di tutto questo Anna, che è sempre stata una mia cara amica.  Ritornata a casa con dei souvenir da montagna, una bottiglietta di mugo di pino, una corona per il prossimo avvento, e dei fiori secchi da abbellire la casa, mi sono detta, ecco fatte le vacanze anche quest’anno!

Ciao amici sono nuovamente a casa.

 

           

DALLA DISCARICA RINASCE UNA VITA

   

SU MUNTRONAXIU

(L'immondezzaio)

   

Recentemente le cronache ci hanno riportato le notizie della cosiddetta terra dei fuochi in Campania e si scoprono i danni che possono fare le discariche dei rifiuti solidi urbani, autorizzati e non, quando per lo smaltimento degli stessi si usa il fuoco. La memoria mi riporta alla mente che nell’immediato dopo guerra era proprio questo il sistema di smaltimento delle immondizie casalinghe. Erano gli stessi cittadini che andavano a scaricare i sacchetti,  barattoli e secchi contenenti i rifiuti urbani nella discarica alla periferia dei centri abitati.  In tali discariche, volgarmente chiamate nel dialetto cagliaritano “Su muntronaxiu”, gli incaricati dell’amministrazione comunale provvedevano, poi,  periodicamente ad appiccare il fuoco per una sorta di smaltimento degli accumuli di immondizia. Non è difficile immaginare che in tali giorni i cittadini erano costretti a chiudere tutte le imposte di casa per non essere invasi dall’olezzo dei fumi provenienti da tali fuochi.

   

Questo sistema durò per parecchio tempo, unica innovazione era stata l’istituzione di un servizio di ritiro nelle strade cittadine tramite un motocarro a tre ruote nel cui cassone si versava l’immondizia che comunque veniva poi portata nella solita discarica all'aperto.

Ma anche in una discarica può sbocciare un fiore o da una discarica può rinascere una vita, infatti prendo spunto da questa premessa per raccontare un’altra storia.

     

 

IL MIO PRIMO CUCCIOLO

 

 

Un musetto, un corpicino, quattro zampette, un codino e due occhi ancora chiusi: stava rannicchiata in una mano in cerca di calore, tremava ancora in un fremito di vita che di lì a poco gli sarebbe potuta mancare.

Mio padre l’aveva raccolta in una di queste discariche in un freddo mattino d’inverno. Passando di lì in bicicletta, rientrando a casa dal suo lavoro notturno, aveva sentito un flebile lamento e si fermò per accertare di che si trattasse. Tre cuccioletti partoriti da poche ore giacevano per terra, gettati via forse per ridurre una cucciolata numerosa. Due erano ormai esanimi ma questa, una femmina, dava ancora segni di vita e mio padre la raccolse, la tenne al caldo sotto l’ascella all’interno della giacca e la portò a casa: voleva salvargli la vita.

   

L’attenzione di noi bambini fu tutta per questo esserino inerme che nelle nostre mani dava disperatamente segni di voler vivere e cercava il calore di una mamma che non avrebbe mai conosciuto e dalla quale non avrebbe potuto avere né il latte né la cura materna.

La lavammo con acqua tiepida e la sistemammo in un giaciglio improvvisato su un telo pulito, ma preferiva stare rannicchiata nel calore di una mano cercando disperatamente con il musetto qualcosa a cui attaccarsi. Sorse subito il  problema di come alimentarla.

L’inventiva di mio padre risolse tempestivamente il quesito: con un contagocce riuscimmo a farle calare in gola un po’ di latte di mucca e dopo averne sprecato parecchio nel tentativo di farla ingoiare, finalmente si addormentò, accoccolata nella mia mano che tenevo immobile appoggiata sulle ginocchia per non disturbare il suo primo sonno. Sentivo il suo cuoricino battere e questo mi dava la certezza che era viva.

La seconda fase fu la costruzione di un mini biberon utilizzando proprio la pompetta di gomma del contagocce, forato nella punta e infilato in una mini bottiglia nella quale versavamo del latte appena scaldato: Lilla, questo il nome che le avevamo dato, ci si attaccava facilmente e non sprecava più neppure una goccia del prezioso liquido.

Ciascuno di noi rinunciava ad un poco del suo latte, al mattino, per riservarlo alla cuccioletta ormai adottata, la sentivamo nostra. Era una bastardina, semi bassotta, dal pelo liscio bruno scuro con striature nere che, alla luce dei raggi del sole, assumeva splendenti riflessi violacei. Il nome le derivò proprio dalla caratteristica del suo manto. Mangiava, dormiva, mangiava e dormiva di nuovo: era salva. Dopo circa una settimana gli si aprirono due occhioni di un bel marrone scuro e cominciarono a guardarsi intorno, curiosi, cercando di capire dove si trovasse. Ma più che con la vista ci riconosceva ormai con l’olfatto, infatti rimase morbosamente affezionata,  per tutta la sua esistenza, al suo primo contatto umano, cioè a mio padre del quale aveva sicuramente memorizzato l’imprinting olfattivo.

Per noi bambini fu una grande occasione per apprendere l’importanza dell’amore per gli animali ma, soprattutto, per il valore della vita di qualsiasi natura essa fosse, e mio padre questo lo sapeva. Con il solo esempio e senza tante parole ci aveva impartito una grande lezione.

Lilla visse 18 anni ed ebbe diverse cucciolate accoppiandosi sempre con bei cagnoni grandi il doppio dei lei. Trovava il modo di farsi seguire nel cortile di casa, si sistemava su un gradino per dar modo a quei maschi infocati e smaniosi di arrivare a lei perché altrimenti da soli, per quanti sforzi avessero fatto, non sarebbero riusciti a risolvere il problema, lei stava troppo in basso per loro ma Lilla dimostrava grande intelligenza anche nel suo istinto nel periodo dei calori amorosi.

 

La prima volta ebbe due maschi, cuccioli che crebbero bellissimi e li tenemmo in casa, avevamo lo spazio sufficiente.

Successivamente, Lilla, aveva avuto cucciolate di quattro ma non ne abbiamo mai soppresso alcuno. Siamo riusciti a sistemarli sempre con persone che amavano gli animali e far contenti tanti bambini che anelavano di avere il loro cucciolo personale.

                                                      

 

(Pensiero di Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace 1952) 

Quando l’uomo imparerà a rispettare le creature minori della creazione, siano animali o vegetali, non occorrerà che nessuno gli insegni ad amare il suo simile

 

UN AMICO É COSÌ