VACANZE IN CENTRO BENESSERE di Gabriella.bz

   

VACANZA IN CENTRO

 

BENESSERE

 

 

Quest’anno non sono andata in vacanza, né al mare, né in altro luogo, ci pensavo ogni tanto, ma poi lasciavo perdere, le farò migliori il prossimo anno.  Non è detto che bisogna andarci tutti gli anni, avevo solo un desiderio, andare in uno chalet dove ci fosse poca gente per starmene in montagna da sola a passeggiare e scrutare il sole o la luna attraverso i fitti alberi, ma poi sorvolavo e mi dicevo: andrò il prossimo anno. Qualcuno può pensare, vivi già in montagna... ma io vivo ai piedi dei monti, in una bella città, ma sempre città rimane. Il bosco che avevo tanto vicino, ora è lontano, devo prendere due bus per arrivarci e per fare una passeggiata in quel paradiso, in quel luogo che mi ha dato tanti spunti per racconti e dove io ci vivevo tanto bene. Certo avevo sempre da cozzare contro i dialetti tedeschi, ma forse ci rimanevano più male loro di me. Poche settimane fa la mia amica Anna mi chiede se voglio andare in un centro di benessere per alcuni giorni.

Non è che non mi piacerebbe faccio io, ma avevo in testa di andarmene in uno chalet senza tante persone; me ne avevi parlato, ed è per quello che ti chiedo di venire con me, il centro è in montagna e ci sono pochi posti perché vogliono il riposo, una cura di benessere oltre che al corpo anche contro lo stress. Se esci dalla casa di cura trovi solo boschi oltre la strada per ritornare a casa, il tutto mi ha incuriosita dopo alcune altre informazioni abbiamo preso appuntamento per cinque giorni. Al giorno prestabilito siamo arrivate io avevo portato il computer, sapevo che il posto non era in Alto Adige, ma nel Trentino, era una delizia per me, mi sembrava di ritornare alla mia casa natia, anche se le località erano un po’ lontane, ma i dialetti li conosco tutti, che bello! E per finire c’era l’italiano.

La sera mentre Anna chiacchiera con le poche persone che riposano sulle varie poltrone, io esco e mi sembra di vedere il cielo del mio paese, le stelle che c’erano più di mezzo secolo fa. Il ricordo della mia infanzia mi rompe il cuore, penso alla mamma, una persona dal cuore d’oro come penso tutte le mamme, ma che strano ho sempre creduto che la mia fosse superiore alle altre, forse perché era la Mia.

Il papà che è vissuto così poco, se ne è andato quando forse avevo più bisogno di lui; le montagne senza il suo aiuto sono state un grosso macigno, anche se le ho sempre amate. Quando non ero più tanto ragazzina ecco il mio amore, ci siamo sposati giovanissimi. Se ne è andato lassù anche lui troppo presto, guardando il cielo mi chiedo se mi stanno ad osservare oppure no. Sento dei passi dietro le spalle, sono sicura senza guardare di chi si tratta, è Anna, la mia amica, che viene a controllare. Vieni, hai finito di parlare? Trovi sempre da attaccare bottone, vieni che ci facciamo una passeggiata nei boschi; io di notte non vado in giro, e ti prego di ritornare con me, mi dice. Si per questa sera entriamo domani si vedrà.

 

L’indomani non avevamo neppure da pensare di uscire, un appuntamento dopo l’altro, io ero andata altre volte in alberghi per la cura del benessere, ma avevo una certa libertà, qui invece si passava da una piscina ad un massaggio, da una sauna con il fieno ad altro, sembravamo carambolate da un lettino all’altro, da una sala all’altra.

Tre ore fra pranzo e riposo, l’unica sosta il primo giorno. La sera ho mangiato e sono uscita senza avvisare, avevo bisogno della mia libertà, e del mio amato silenzio. Mi mancava il silenzio, dove io fossi non importava, in casa o in giardino ascoltavo un ramo mosso dall’aria, un fiore che si inchinava per quel leggero venticello, o un gattino che si strusciava attorno perché mi conosceva. Un silenzio fatto di rumori quasi impercettibili.

 

Tutto quel niente, ma che per me era tanto, non parlo poi del silenzio del mio balcone, dove l’unico rumore era il ticchettio del mio computer, era l’unico che poteva dare fastidio, ma il suo battere era tanto leggero. Finisco di pensare e ritorno in albergo prima che mi vengano a chiamare, domani c’è in previsione una lunga camminata per i più coraggiosi e una meno lunga per altri, prima di decidere domani mi farò dare la mappa per vedere quale è meglio fare. Abbiamo deciso tutti per la lunga, è una strada di montagna bella e in caso di emergenza può venire una macchina in soccorso, con Anna ci siam dette, vediamo quale di noi comincia prima a dare segni di stanchezza, e chiacchierando andavamo a ritroso nel tempo, quando i nostri ragazzi della stessa età venivano con noi a raccogliere i funghi, ma loro facevano finta di cercare e si sedevano per raccontarsi le varie storielle delle scuole e dei loro primi amori. Cammina e parla siamo arrivate tranquille senza stanchezza, non era una strada con forti pendii, ci siamo poi divertite come da tanto non succedeva a vedere un paio di signore con tacchi che non riuscivano più a camminare.

C’era scritto PREFERIBILMENTE scarpe da montagna nel programma. La giornata è andata bene, ma la sera sono andata a cercare le stelle. La settimana piano piano è trascorsa bene e devo ringraziare di tutto questo Anna, che è sempre stata una mia cara amica.  Ritornata a casa con dei souvenir da montagna, una bottiglietta di mugo di pino, una corona per il prossimo avvento, e dei fiori secchi da abbellire la casa, mi sono detta, ecco fatte le vacanze anche quest’anno!

Ciao amici sono nuovamente a casa.

 

           

DALLA DISCARICA RINASCE UNA VITA

   

SU MUNTRONAXIU

(L'immondezzaio)

   

Recentemente le cronache ci hanno riportato le notizie della cosiddetta terra dei fuochi in Campania e si scoprono i danni che possono fare le discariche dei rifiuti solidi urbani, autorizzati e non, quando per lo smaltimento degli stessi si usa il fuoco. La memoria mi riporta alla mente che nell’immediato dopo guerra era proprio questo il sistema di smaltimento delle immondizie casalinghe. Erano gli stessi cittadini che andavano a scaricare i sacchetti,  barattoli e secchi contenenti i rifiuti urbani nella discarica alla periferia dei centri abitati.  In tali discariche, volgarmente chiamate nel dialetto cagliaritano “Su muntronaxiu”, gli incaricati dell’amministrazione comunale provvedevano, poi,  periodicamente ad appiccare il fuoco per una sorta di smaltimento degli accumuli di immondizia. Non è difficile immaginare che in tali giorni i cittadini erano costretti a chiudere tutte le imposte di casa per non essere invasi dall’olezzo dei fumi provenienti da tali fuochi.

   

Questo sistema durò per parecchio tempo, unica innovazione era stata l’istituzione di un servizio di ritiro nelle strade cittadine tramite un motocarro a tre ruote nel cui cassone si versava l’immondizia che comunque veniva poi portata nella solita discarica all'aperto.

Ma anche in una discarica può sbocciare un fiore o da una discarica può rinascere una vita, infatti prendo spunto da questa premessa per raccontare un’altra storia.

     

 

IL MIO PRIMO CUCCIOLO

 

 

Un musetto, un corpicino, quattro zampette, un codino e due occhi ancora chiusi: stava rannicchiata in una mano in cerca di calore, tremava ancora in un fremito di vita che di lì a poco gli sarebbe potuta mancare.

Mio padre l’aveva raccolta in una di queste discariche in un freddo mattino d’inverno. Passando di lì in bicicletta, rientrando a casa dal suo lavoro notturno, aveva sentito un flebile lamento e si fermò per accertare di che si trattasse. Tre cuccioletti partoriti da poche ore giacevano per terra, gettati via forse per ridurre una cucciolata numerosa. Due erano ormai esanimi ma questa, una femmina, dava ancora segni di vita e mio padre la raccolse, la tenne al caldo sotto l’ascella all’interno della giacca e la portò a casa: voleva salvargli la vita.

   

L’attenzione di noi bambini fu tutta per questo esserino inerme che nelle nostre mani dava disperatamente segni di voler vivere e cercava il calore di una mamma che non avrebbe mai conosciuto e dalla quale non avrebbe potuto avere né il latte né la cura materna.

La lavammo con acqua tiepida e la sistemammo in un giaciglio improvvisato su un telo pulito, ma preferiva stare rannicchiata nel calore di una mano cercando disperatamente con il musetto qualcosa a cui attaccarsi. Sorse subito il  problema di come alimentarla.

L’inventiva di mio padre risolse tempestivamente il quesito: con un contagocce riuscimmo a farle calare in gola un po’ di latte di mucca e dopo averne sprecato parecchio nel tentativo di farla ingoiare, finalmente si addormentò, accoccolata nella mia mano che tenevo immobile appoggiata sulle ginocchia per non disturbare il suo primo sonno. Sentivo il suo cuoricino battere e questo mi dava la certezza che era viva.

La seconda fase fu la costruzione di un mini biberon utilizzando proprio la pompetta di gomma del contagocce, forato nella punta e infilato in una mini bottiglia nella quale versavamo del latte appena scaldato: Lilla, questo il nome che le avevamo dato, ci si attaccava facilmente e non sprecava più neppure una goccia del prezioso liquido.

Ciascuno di noi rinunciava ad un poco del suo latte, al mattino, per riservarlo alla cuccioletta ormai adottata, la sentivamo nostra. Era una bastardina, semi bassotta, dal pelo liscio bruno scuro con striature nere che, alla luce dei raggi del sole, assumeva splendenti riflessi violacei. Il nome le derivò proprio dalla caratteristica del suo manto. Mangiava, dormiva, mangiava e dormiva di nuovo: era salva. Dopo circa una settimana gli si aprirono due occhioni di un bel marrone scuro e cominciarono a guardarsi intorno, curiosi, cercando di capire dove si trovasse. Ma più che con la vista ci riconosceva ormai con l’olfatto, infatti rimase morbosamente affezionata,  per tutta la sua esistenza, al suo primo contatto umano, cioè a mio padre del quale aveva sicuramente memorizzato l’imprinting olfattivo.

Per noi bambini fu una grande occasione per apprendere l’importanza dell’amore per gli animali ma, soprattutto, per il valore della vita di qualsiasi natura essa fosse, e mio padre questo lo sapeva. Con il solo esempio e senza tante parole ci aveva impartito una grande lezione.

Lilla visse 18 anni ed ebbe diverse cucciolate accoppiandosi sempre con bei cagnoni grandi il doppio dei lei. Trovava il modo di farsi seguire nel cortile di casa, si sistemava su un gradino per dar modo a quei maschi infocati e smaniosi di arrivare a lei perché altrimenti da soli, per quanti sforzi avessero fatto, non sarebbero riusciti a risolvere il problema, lei stava troppo in basso per loro ma Lilla dimostrava grande intelligenza anche nel suo istinto nel periodo dei calori amorosi.

 

La prima volta ebbe due maschi, cuccioli che crebbero bellissimi e li tenemmo in casa, avevamo lo spazio sufficiente.

Successivamente, Lilla, aveva avuto cucciolate di quattro ma non ne abbiamo mai soppresso alcuno. Siamo riusciti a sistemarli sempre con persone che amavano gli animali e far contenti tanti bambini che anelavano di avere il loro cucciolo personale.

                                                      

 

(Pensiero di Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace 1952) 

Quando l’uomo imparerà a rispettare le creature minori della creazione, siano animali o vegetali, non occorrerà che nessuno gli insegni ad amare il suo simile

 

UN AMICO É COSÌ

           

SAN MARTINO – Poesia di Giosuè Carducci

 

IL CANE ALLO SPECCHIO proposto da Gianna.vr

     

L’Amica Gianna.vr ci ha inviato questa breve storiella molto significativa e, con il dovuto ringraziamento per l’autore, la pubblichiamo volentieri perché contiene una morale altamente educativa che aiuta a riflettere sui nostri comportamenti nei confronti del prossimo.

 

 

IL CANE ALO SPECCHIO

Vagabondando qua e là, un grosso cane finì in una stanza in cui le pareti erano dei grandi specchi.

Così si vide improvvisamente circondato da cani. Si infuriò, cominciò a digrignare i denti e a ringhiare. Tutti i cani delle pareti, naturalmente, fecero altrettanto, scoprendo le loro minacciose zanne.

Il cane cominciò a girare vorticosamente su se stesso per difendersi contro gli attaccanti, poi abbaiando rabbiosamente si scagliò contro uno dei suoi presunti assalitori.

Finì a terra tramortito e sanguinante per il tremendo urto contro lo specchio.

Avesse scodinzolato in modo amichevole una sola volta, tutti i cani degli specchi l'avrebbero ricambiato. E sarebbe stato un incontro festoso.

Bruno Ferrero (1)

   

 (1) - Bruno Ferrero (5 maggio 1946) è presbitero e scrittore italiano appartenente ai Salesiani. Esperto di catechetica con una licenza in Teologia, è stato direttore editoriale della casa editrice salesiana. Come scrittore tratta temi di natura etica e religiosa.

         

TRAGEDIE DELLA GUERRA di Sandra.vi

     

MILANO NON DIMENTICA

 

 

 

            A 73 anni dalla strage, Milano ricorda i piccoli martiri di Gorla con una Messa celebrata davanti al S.Sacrario che contiene le piccole vittime. Alla Messa partecipano, oltre alle autorità, scolaresche e cittadini. Una corona viene deposta all'entrata e una profusione di fiori ricopre il piccolo sacrario, la commozione, il ricordo è sempre molto vivo.......

            Correva l'anno 1944, l'Italia era divisa in due: conquistata dagli anglo-americani, questi tenevano sotto continui bombardamenti le regioni in mano ai tedeschi. Gorla e Precotto, periferia a nord di Milano, ospitavano le più grosse fabbriche dell'epoca: Breda, Falk, Pirelli... Tra queste alcune produttrici di prodotti bellici. Naturalmente la gente viveva sotto l'incubo dei bombardamenti, erano tutti pronti a correre nei rifugi appena suonavano le sirene.

            Era il 20 ottobre (data indimenticabile), avevo ottenuto il permesso di stare qualche giorno a Milano col mio papà, mentre mia mamma e mio fratello erano sfollati nel Varesotto. Era una mattina stupenda, il cielo limpido, papà sospirò e disse “speriamo non vengano a fare danni… con una tale visibilità...”. Poco dopo suonavano già le sirene, mi prese per mano e corremmo al rifugio, sentivamo dei grossi boati “stavolta ci vogliono far visita” mormorò papà e nel giro di poche ore un altro tremendo bombardamento fece tremare il rifugio. “Stavolta sono vicini, hanno fatto danni, tu signorina torni da mamma…”. Io tornai da mamma, ma finii per conoscere la tremenda tragedia, quante lacrime versai...

 

     

 

 

    

 

    Gli aerei provenivano da Foggia e dovevano colpire la Breda ma contrastati dalla contraerea, rientrarono, scaricando il carico sulla campagna. Il secondo attacco fallì nuovamente, ma gli aerei si scaricarono dove poterono. Alle ore 11.29 gli abitati di Gorla e Precotto furono investiti da quasi 80 tonnellate di esplosivo. Uno degli ordigni centrò in pieno il vano delle scale pieno di bambini che stavano raggiungendo il rifugio... e distrusse tutta la scuola Francesco Crispi, a Gorla (Mi). In totale morirono 164 bambini, 14 insegnanti, la direttrice, 4 bidelli e l'assistente sanitaria. In totale fra i cittadini morirono 614 persone, oltre ad un centinaio i feriti.

 

 

Il caso volle che si salvò una bimba che, sgridata da una maestra perché raggiungesse la sua classe, uscì dal portone e fu trovata tra le macerie, e un bimbo che voleva prendere il cappotto e che, non trovando più la classe, se ne tornò a casa. Mentre la mamma disperata lo cercava, lui l'aspettava sui gradini di casa.

 

            Il terreno dove sorgeva la scuola, fu riscattato con grossi sacrifici da parte della popolazione e con l'aiuto di grosse ditte. Venne eretto un monumento dedicato alle piccole vittime e un sottostante sacrario nel quale riposano le piccole spoglie.

 

Al centro, in lettere d'argento una scritta “vi avevo detto di amarvi come fratelli”. L' inaugurazione avvenne nel 1952 ed anche la piazza fu dedicata ai “Piccoli martiri di Gorla”, come pure a loro fu dedicata la nuova scuola.

 

 

            Dopo qualche anno mio suocero, andando in pensione, da Borgosesia si trasferì a Milano. Nella stessa casa sullo stesso piano abitava la famiglia del bimbo scampato alla strage di Gorla, e la Signora raccontò a mia suocera le tremende ore passate quel giorno e… quasi un sogno vedere il suo bimbo vivo seduto sui gradini.

   

Aria sulla quarta corda di Bach dalla suite BWV1068     

   

COMUNICAZIONE

   

COMUNICAZIONE

 

Con tanti anni di assiduo e costante lavoro abbiamo reso il Bosco un blog di socializzazione e aggregazione tra buoni amici, il nostro “salotto buono”, dove tutti possono partecipare con propri lavori ed esprimere serenamente e liberamente, in tempo reale, il proprio pensiero ma a causa del verificarsi di qualche inusuale interferenza al di fuori dell’etica da parte di persone che credono di poter esprimere impunemente parole lesive nei confronti degli amici e collaboratori del Bosco, ci vediamo costretti a ripristinare il controllo dei commenti in ingresso nei nostri post, fermandoli temporaneamente in moderazione per la successiva approvazione. Si precisa fin d’ora che ogni commento non conforme alle norme di correttezza, verrà inesorabilmente cestinato senza alcuna giustificazione.

Chiediamo scusa a tutti gli affezionati boscaioli ai quali rivolgiamo un sincero ringraziamento per l’impegno sempre dimostrato con serietà, correttezza e rispetto per il blog e per gli Amici, confermando che, come da nostra consuetudine, vogliamo continuare come abbiamo fatto finora ed anche con maggiore lena e coraggio.

Le difficoltà e gli ostacoli per noi funzionano come una seduta d'allenamento e ci rafforzano.

Un sentito grazie per tutte le Amiche e Amici che hanno sempre dimostrato lealtà e stima per questa meravigliosa, impareggiabile e insostituibile oasi di pace qual’è il nostro amato Bosco.

Chi vuole può unirsi a noi, il Bosco è grande e accoglie tutte le persone di buona volontà.

Dalla Direzione di Eldy, un saluto per tutti da parte dell’Ing. Enrico Neri. Grazie!

 

 

 

É ARRIVATO NOVEMBRE

BUON MESE DI NOVEMBRE DI SERENITÀ E PACE PER TUTTI

     

NOVEMBRE  di Giovanni Pascoli

Gemmea l'aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante di nere trame segnano il sereno, e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile.

E' l'estate fredda, dei morti.

Giovanni Pascoli

   

Eros Ramazzotti - Sta passndo novembre