Giornata eliminazione violenza contro le donne

 

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 Il 25 Novembre è la giornata dedicata all’eliminazione
della violenza  contro le donne.

 

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Alla luce degli avvenimenti, pressoché giornalieri, di uccisioni, stupri, stalking (in italiano: comportamenti reiterati di tipo persecutorio), e altre forme vessatorie, le donne, in pratica,  stanno constatando che nessun provvedimento, realmente serio e definitivo, sia stato ancora  messo in atto  per arrestare questo  perverso e disumano fenomeno.  La Giustizia commina spesso pene blande, pertanto gli autori di tali crimini sono prosciolti in tempi brevi e ripetono nuovi reati.
E’ assai sorprendente, ma non è stato ancora recepito il concetto che la donna vuole essere riconosciuta,  rispettata, vuole una sua identità, vuole scegliere come, quando e cosa fare, vuole conquistare il suo spazio psichico, sociale e fisico che le è sempre  stato negato. Vuole usare la sua energia per affermare una sua forma di pensiero e il metodo di conduzione della sua vita e delle sue scelte.
La specifica attenzione che dovrebbe essere rivolta ad un problema così scottante,  che si esplicita, in primo luogo, nel rispetto  verso ogni donna,  è latitante sia nelle scuole, nelle strutture pubbliche e  sociali ma, soprattutto, in seno alle famiglie. Da parte delle donne,  la sopportazione di tali iniquità è giunta al limite.

 

C’è un elenco,  scaturito da un sussulto di coscienza, da parte maschile, nei confronti della donna. Non  è mai stato chiarito  a chi sia attribuibile, da Shakespeare in giù. Lo evidenziamo qui di seguito.

 

*    Per tutte le violenze consumate su di lei,
*   Per tutte le umiliazioni,
*   Per la sua intelligenza che avete calpestato,
*  Per il suo corpo  che avete sfruttato,
*   Per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
*    Per la libertà che le avete negato,
*    Per la sua bocca che avete imbavagliato,
*    Per le  ali che le avete tarpato,

*   per tutto questo:

 

“IN PIEDI, SIGNORI, DAVANTI AD UNA DONNA!”

 

 

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Fausto Papetti  – Fascination

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LA DOMENICA DEL BOSCO

 

 

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Ho letto questo simpatico racconto inviatoci dall’amica Enrica Bosello per la pubblicazione nella nostra Buona Domenica e mi ha sinceramente commosso per la maniera dolce di esprimere sentimenti e sensazioni. Forse per questo non ho trovato le parole giuste per scrivere una adatta presentazione ma mi è venuto in mente questo sovratitolo:

 

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Tutti i giovedì pomeriggio alle ore 16 sono fuori della scuola, prendo il mio nipotino, Chicco e lo porto a basket, lo zaino della scuola, sul sedile di fianco al mio, sul sedile posteriore, lo zaino del basket, vicino a Chicco. “Nonna,” dice:

  • - “L’acqua da bere l’hai messa?, hai messo tutto?

  • - “Io? Non gioco a basket… non so cosa c’è dentro…”

  • - ”Non lo hai preparato tu?”

  • - “Nonna…cavolo, potevi guardare!!!” poi apre lo zaino, e trovando tutto dice: “Wau che colpo, nonna!!”

  • - “Lo ha preparato la tua mamma, ringraziala stasera”.

  • - “Nonna sono le 16 e 15 non puoi andare un po’ più veloce, arriviamo in ritardo, se vai come una lumaca!”

ragazzino con zainetto

 

Il nostro battibéccare continua, finché non arriviamo alla palestra, corre, lo chiamo, ma è già avanti, quando raggiungo la palestra, è già entrato nello spogliatoio, esce poco dopo con un altro ragazzino, mi guarda e sorride, è diventato un monello, mi mancano i momenti in cui si faceva coccolare, le nostre chiacchierate e i suoi abbracci.

Giocano tra di loro, lo chiamano riscaldamento, poi l’allenatore inizia a fischiare, parla con tutti i ragazzini e le ragazzine, non capisco cosa dice, le parole rimbombano nella palestra.

Si sentono le pallonate, il mio Chicco è il più magro e il più piccolo di tutti, ma si impegna, riesce anche a fare canestro, mi sembra ieri, che piccolo, piccolo era quasi sempre da me, ora invece, lo vedo molto poco…

 

palestra di basket

 

Lo chiamavo topo, ma ora si infastidisce quando lo chiamo così:

- “Nonna, sono grande adesso!!”

Avrebbe dovuto andare a prenderlo il papà, ma ha avuto un problema di lavoro, per cui sono andata ancora io, esce con passo lento svogliato, gli chiedo cosa sia successo, mi risponde che è stanco, deve ancora studiare storia.

Tornato a casa, in attesa che i suoi genitori ritornino, lo faccio studiare, ma è molto svogliato, mi arrabbio, alzo la voce, sbuffa ma non risponde, inizia di nuovo a leggere ad alta voce…

Dopo un po’ di volte, e qualche mio atto di nervosismo, ha saputo spiegare con parole sue il capitolo e ha risposto correttamente a tutte le domande.

 

ragazzo che fa i compiti

 

Soddisfatta, ho avuto la brutta idea di dire: – “Oh! Finalmente!”

Sono scesi due lacrimoni da quegli occhioni, mi ha guardato ed è corso in camera sua…

Ho aspettato un pò di tempo, poi sono salita a cercarlo, era sul letto, gli ho accarezzato la testa, e ho detto: – “Voglio solo vederti fare bella figura”, e l’ho lasciato solo.

Poco dopo è sceso, con un biglietto dove aveva scritto:

 

 

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Per un po’ nessuno dei due ha parlato, poi ha iniziato a farmi battutine, gli ho chiesto se mi aiutava a fare alcune cose, e dopo aver sistemato quello che dovevamo, senza motivo mi ha chiesto: “Nonna, se tu vincessi un trimiliardo di milioni di euro (Che non so cosa voglia dire) cosa faresti?”

-Ho risposto: – “Sono tanti soldi… ci devo pensare… ANDREI A SCUOLA!” – “Noooo! Nonna certo che sei strana forte”

  • - Sono strana?

  • - Direi, un pacco?

  • - Un pacco di cosa?

  • - Mi guarda dall’alto al basso, e poi con quel sorriso sornione mi dice, – “Non lo so…”

Mi sento in colpa per aver perso la calma, quelle due lacrime mi hanno colpito più di uno schiaffo.

Il mio ruolo è diventato quello di un tassista che va come una lumaca, che rompe le scatole, fa venire il mal di cuore, e che è un pacco di stranezza.

Mi è tornato alla mente un detto: “La scuola è per tutti, lo studio è per pochi…”

 

nonna che gioca col nipotino

 

Rientro a casa mia, il pensiero, torna alla mia insistenza affinché studiasse storia, il dubbio è… dovevo farlo io? Oppure potevo lasciar perdere.

Oggi c’ero io, ho fatto quel che ritenevo giusto, se non avessi perso la pazienza, non avrebbe mai finito di studiare… certo è che mi piaceva di più fare la nonna, qualche anno fa, quando mi correva incontro, quando si aggrappava alle mie maglie, e non voleva andare via, quando giocavamo insieme, e non dovevamo studiare.

 

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Giovanni Marradi – Had I Known (Se  l’avessi saputo)

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L’Angolo del dialogo

 

 

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http://www.mondoperaio.net/

 

 

Ho preso l’articolo dalla news letter di ADL (Avvenire dei Lavoratori), che mi giunge regolarmente. Mi sembra materia di attenta riflessione, soprattutto quando ne propone i temi una persona per bene come Alberto Benzoni, del quale mi onoro di essere amico.

 

 

“In Italia, mediamente, si vota molto di più che negli altri paesi d’Europa. Ma in Italia, come negli altri paesi d’Europa, si vota sempre di meno. Dobbiamo preoccuparcene? O, per essere più chiari, chi dovrebbe preoccuparsene?
Ai partiti, statene pur certi, la cosa non fa né caldo né freddo. Non mancano mai, dopo ogni tornata elettorale, le geremiadi sulla disaffezione, il discredito della politica, le sue ragioni, il futuro della democrazia e via discorrendo.

 

io no n voto

Ma, passata la settimana di lutto, torna il “business as usual”. In un universo di riferimento in cui gli assenti hanno il torto fondamentale di non esistere.
In questo quadro la polemica contro Renzi, che non rappresenterebbe il 41 ma appena il 23% degli italiani, lascia il tempo che trova. Perché si potrebbe facilmente rispondere che, con lo stesso metro, Grillo è sotto il 15, Berlusconi sotto il 10 e l’opposizione di sinistra sotto il 3%; e perché, al dunque, conta il peso dei consensi veri e non il valore di quelli virtuali.

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Pure, di questa disaffezione crescente noi cittadini dovremmo preoccuparci. E non perché infici i “verdetti”, ma perché altera profondamente il rapporto tra partiti e politica.
Per capirci qualcosa, partiamo dal paese simbolo dei valori della democrazia liberale. Negli Stati Uniti la percentuale dei votanti tra gli aventi diritto al voto supera il 50% solo nel caso delle presidenziali, mentre per tutti gli altri tipi di elezione siamo a livelli nettamente inferiori a questa soglia. Diciamo che gli americani votano spessissimo ed hanno la possibilità di dire la loro su una grande quantità di problemi (dai referendum propositivi, alla nomina dello sceriffo o del procuratore locale, sino al diritto di revocare il mandato ai loro rappresentanti): ma votano poco.
Un fatto, ecco il punto, considerato assolutamente normale. L’anno scorso i democratici, e noi con loro, hanno esultato per l’elezione di De Blasio a sindaco di New York (la linea del “tax and spend” aveva dunque un futuro…). Ma nessuno, dico nessuno, si è peritato di ricordare che la partecipazione al voto era stata del 25%.

 

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E’ normale per due ragioni. La prima, diciamo così storica, ha a che fare con i rapporti degli americani con la politica. Un rapporto in cui il voto non è un diritto-dovere civico ma una facoltà individuale. Nessuno ti iscrive automaticamente nelle liste elettorali, raggiunta la maggiore età; devi provvedere tu stesso. E, se qualche istituzione o qualche partito (come i repubblicani nel Sud) vuole metterti i bastoni nelle ruote, può farlo. Ancora: l’offerta politica, nella sua forma essenzialmente personale, può interessarti, oppure no, e in quest’ultimo caso nessuno ti getterà la croce addosso: anzi la tua non scelta sarà considerata assolutamente normale. Diciamo di più, preventivata in partenza.

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A votare sono quelli che hanno cause o interessi da promuovere o da difendere collettivamente. Il che taglia fuori i più deboli, per censo o per razza, la popolazione carceraria o ex carceraria, gli irregolari d’ogni tipo (quelli che, per la stessa ragione, corrono alle urne in paesi come l’India o il Sud Africa). Comunque lo si consideri, un’alterazione della competizione a vantaggio di una delle due parti.
La seconda, diciamo così politica, ha a che fare con l’alterazione nel modo di essere dei partiti.

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Che si tratti di democratici oppure di repubblicani (nel già citato contesto di scarsa partecipazione al voto), per vincere la competizione non è affatto necessario convincere gli incerti – o per meglio dire i cittadini in generale – su temi di carattere generale: è piuttosto necessario e sufficiente mobilitare i propri specifici sostenitori su specifiche parole d’ordine. In un contesto in cui la demonizzazione dell’avversario è l’argomento decisivo per l’identificazione della propria Causa.
E’ il campo per le lobby organizzate e i vari gruppi ultrà (rappresentanti di interessi e soprattutto di passioni collettive). Non è quanto basta per vincere (quasi sempre nelle competizioni senatoriali, sempre in quelle presidenziali, l’estremismo non paga). Ma è quanto basta e avanza per paralizzare e inquinare i processi di decisione: e a qualsiasi livello.
Una situazione – quella dell’astensionismo strutturale di massa – che i protagonisti del bipolarismo vivono comunque senza problemi. E che anzi tendono ad alimentare. Da una parte la destra, ostacolando in ogni modo le nuove iscrizioni sul registro degli elettori.

 

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Dall’altra, tutti insieme appassionatamente, ritagliando i collegi (quelli della Camera) in modo tale da blindare le maggioranze uscenti. In tal modo gli elettori sono in grado di conoscere – non la sera delle elezioni, ma settimane prima – il nome del vincitore nel loro collegio; il che non li incoraggia a votare, anzi.
In tutto questo, attenzione, non c’è alcun riferimento alla situazione italiana. E se ci fosse sarebbe casuale. E, se proprio fossimo tirati per i capelli ad affrontare l’argomento, a cercare la morale della favola, ci limiteremmo a dire che i nostri “costruttori di sistemi” dovrebbero attribuire una qualche importanza anche alla necessità non dico di scoraggiare l’astensionismo ma almeno di non promuoverlo.

 

 

Inutile dire che l’articolo mi è piaciuto molto e che lo considero utile al nostro angolo di dialogo. Ne vogliamo parlare?

 

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 Richard Clayderman  – The Dream of Olwen

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