LA NEVE – Racconto di Virgola

   

La vallata terminava con uno sbarramento di montagne molto alte e le nuvole spesso si fermavano sopra il paese, favorendo le precipitazioni: Già a metà del mese di agosto le piogge rinfrescavano la temperatura.

   

 

Le mattinate e la sera cominciavano a preannunciare l'autunno; di lì a poco i larici avrebbero cominciato a cambiare colore e avrebbero assunto la loro tinta rossa; il terreno la mattina presto sarebbe stato gelato dalla brina e la terra si sarebbe preparata all'inverno. Le giornate, sempre più brevi, ma spesso soleggiate, consentivano agli uomini di preparare la legna per l'inverno.

La valle risuonava dei colpi d'accetta o dai suoni delle motoseghe.

 

Tra la fine del mese di ottobre e l'inizio di novembre la mattina portava la sorpresa della prima neve, solo una spolverata, ma le cime sarebbero rimaste imbiancate fino alla primavera successiva.

Le mucche tornavano dai pascoli più alti, che di lì a poco sarebbero rimasti imbiancati.

Gli orti, rigogliosi di verdure, poco alla volta avrebbero cambiato il loro aspetto: venivano raccolte le verdure da conservare nelle cantine e si sarebbero raccolte le patate.

I comignoli delle case fumavano per la legna bruciata, l'aria era sempre più frizzante.

Il mese di novembre portava la prima nevicata: tutta la valle si copriva di bianco e il silenzio regnava ovunque. Già dalle prime ore del mattino gli abitanti dei due paesi confinanti iniziavano a spalare la strada che li collegava, quando si sarebbero incontrati la via di comunicazione sarebbe stata finalmente aperta, l'isolamento sarebbe terminato.

 

 

DEDICA ALLA MAMMA di Roberta degli Angeli

L'Amica Roberta degli Angeli ha inviato il libro che ha scritto come dedica alla propria mamma e che è stato inserito nell'Archivio della Scrittura Popolare di Trento.

Il libro è corredato da una raccolta di foto d'epoca che possono essere considerate rappresentative di un'Italia che non c'è più.

Oggi il Bosco ne pubblica una prima parte con l'impegno che, se di gradimento dei lettori, di pubblicare il seguito con altre puntate. Buona lettura.

 

 

 PREMESSA

Dopo una vita dedicata al lavoro, si dedica al volontariato con molta generosità, ha sempre un sorriso per tutti.

Ama stare in mezzo alla gente, è sempre disponibile e gentile. Segue corsi vari per arricchimento personale.

Ama leggere e viaggiare, scrivere pensieri e poesie, musicate dal suo cuore per non sentirsi sola. Ora si è dedicata a questo libro per passare a voi una piccola parte della sua storia.

Roberta

 

PREFAZIONE

Cara Roberta,

tutti nella vita abbiamo scritto qualcosa, un pensiero, un racconto delle nostre sensazioni scaturite da momenti di gioia, di preoccupazione, di dolore, che poi abbiamo gelosamente nascosto nel fondo di un cassetto. Tutti i grandi poeti, pittori, musicisti o grandi artisti in genere, hanno incominciato con semplici appunti, quasi scarabocchi, che poi hanno regalato grandi poemi, liriche o opere immortali.

Lʼautobiografia in età adulta è indispensabile per collegarsi alle proprie radici. Tutti quanti prima o poi abbiamo pensato di scrivere una propria biografia. Sono invece pochi quelli che lʼhanno fatto.

Scrivere la propria biografia vuol dire riesaminare il proprio passato nei particolari più reconditi, scavare nelle origini della propria vita e in quella dei propri cari, mettere in ordine tutti i momenti sia belli che meno belli; raccogliere e raccontare i fatti, se si riesce, in maniera critica e con tutte le sfumature possibili.

Scrivere la biografia è riconoscersi, guardare tramite le esperienze, raccontare i fatti del passato che si sono verificati in noi, nella nostra famiglia, intorno a noi, collegandoli anche alla società intorno a noi.

Hai fatto un lavoro bellissimo, pieno di ricordi, raccontando della tua infanzia, della tua famiglia, descrivendo  momenti bellissimi cari a te. Lʼesperienza dellʼuomo e della vita in genere, è importante quando si riconosce e le si dà un giusto valore.

Nel raccontare hai descritto anche momenti della vita sociale intorno ai fatti che, mancando queste descrizioni e biografie, si perderebbero sicuramente. È necessario sapere anche da dove veniamo, come eravamo. A volte è difficile descrivere i fatti con verità, perché cʼè sempre il timore di urtare la suscettibilità di chi ci sta intorno, di chi amiamo, o abbiamo amato.

 Il tuo è stato un bellissimo viaggio, che ti ha portato indietro nel tempo, felice sicuramente di aver scaricato tanti pensieri, descritto fatti a te cari, ricordato momenti che avevi dimenticato e che sembravano privi di valore.

È stato di sicuro un poʼ faticoso, ma ne è valsa le pena.

 

Evaristo Principe

 

 

Dedico questo libro a mia madre con tanto amore. Siamo insieme come un tempo, che è meno silenzioso scrivendo di lei.

 Ringrazio Alice per la sua amicizia e per tutto il lavoro che ha fatto per me.

Siber per avermi dato lʼentusiasmo e il coraggio di cominciare a scrivere e la forza di credere che ci sarei riuscita.

Speranza per lʼaiuto nella correzione.

I miei cugini per avermi dato il permesso di parlar di loro e così di poter coronare il mio sogno.

 Roberta

 

IL MIO CAPORAL MAGGIORE

 

Così io e mio fratello chiamavamo la mamma.

Lei donna forte, coraggiosa mi ha insegnato a sorridere alla vita accompagnandomi con mano salda nella bella avventura... la vita.

Quella stessa mano, ora tremante si affida alla mia. Le nostre mani hanno cambiato posizione ora è la mia che accompagna la sua verso la sera di questo lungo giorno. Il traguardo si spera lontano... siamo semplicemente in cammino ancora insieme, solo le parti cambiate, ora lei tenera, indifesa testolina argentea, occhi vivi ancora sorridenti alla vita

 

 

 Il Papà di Angela, Luigi Serafini, in posa per una foto ricordo della sua partenza per lʼArgentina

La mamma di Angela, Mariarosa, in posa per la foto da spedire al marito Luigi, partito per lʼArgentina. Voleva presentargli lʼultima nata, Lucia, e mostrare quanto erano cresciuti gli altri due figli: Attilio e Mariastella.

 

 

LA SUA FAMIGLIA

Angela Serafini nasce il 28 dicembre 1921, in una famiglia solo allʼapparenza felice. Né povera né ricca, già allietata dalla presenza di tre figli: un maschietto di nome Attilio e due femminucce, Mariastella e Lucia.

Arriva Angela, ad aggiungersi alle difficoltà di mamma Mariarosa Zanconato, che si sente trascurata, ma forse una ragione cʼè! Il marito Luigi Serafini è stato sette anni in Argentina a cercar fortuna. Appena tornato lei deve affrontare unʼaltra gravidanza, adesso la sua salute non è più delle migliori.

È stata in grande difficoltà, crescere tre figli da sola per tutti questi anni.

A quel tempo le persone partivano e di loro si sapeva qualcosa solo se e quando ritornavano; cosa che lui aveva fatto, portando anche un piccolo tesoro, fatto di sudore e solitudine per risparmiare più che poteva.

Mariarosa è una bravissima donna, con molte capacità, conosce il cucito, confeziona bellissimi vestiti per le sue bambine.

Nello stesso tempo è una bravissima contadina, sa anche molto di cucina, è quel che si suol dire una donna eclettica. Presta la sua opera dai vicini, ma non viene pagata se non con il vino; di questi tempi sono tutti poveri, lei deve darsi da fare per pagare lʼaffitto di quella povera casa.

Il vino che porta a casa non lo può vendere, ne hanno tutti.

 

Allora nella solitudine prende a berne un pò, per non pensare alle sue malinconie, molte sono le ore serali dopo aver messo a letto i piccoli.

Al ritorno Luigi, con i soldi che ha guadagnato nella sua lunga assenza, insieme a Mariarosa acquistano la casa sulla collina, “in boscà” di San Bortolo di Arzignano.

Lʼunica nata in quella casa è proprio Angela.

Luigi, al suo ritorno, certo non ha preso bene il brutto vizio di Mariarosa e più di una volta, ricordano i figli, lui lʼha picchiata, convinto di farla recedere da questa abitudine.

Mariarosa sempre di più ha preso il vizio di farsi un goccetto, poi un altro e un altro fino a morire di broncopolmonite, per essersi addormentata al freddo, pochi mesi dopo lʼultima nascita.

Cominciano così le prime disavventure per Angela.

 

IN COLLEGIO

Dopo pochi mesi, per la grande difficoltà di crescere senza la mamma, viene messa in collegio, dove almeno nei primi tempi viene accudita con un poʼ di amore.

Il padre, sconvolto della prematura morte della moglie, si lascia andare, si trascura; certo segue con amore i tre figli rimasti a casa con lui, si fa anche aiutare dalle donne della contrà, che continueranno a seguire i ragazzi anche nel tempo a venire. Qualche domenica va a trovare Angela; questo lei lo sa dalle parole riportate dai fratelli, non lo ricorda di sicuro. Peccato, sarebbe stato bello avere almeno un ricordo di quel padre amorevole.

 

 Foto di un ricovero di Angela, si presume per un intervento alla gamba.

 

A tre anni Angela è colpita dalla febbre spagnola e viene operata da un medico davvero bravo: in questo caso una piccola fortuna.

Per lui è un orgoglio ogni volta che la visita, a differenza di molti altri Angela non zoppica, allʼepoca è considerato un miracolo riuscire a camminare come prima!

Se una gioia è arrivata, un altro grande dolore però lʼaspetta: proprio in quellʼospedale il suo papà sta morendo, il dispiacere per la perdita della moglie lo ha fiaccato nel fisico e nel morale.

Ora è davvero sola Angela, senza i genitori. Certo ci sono i fratelli, ma sono piccoli: Attilio, il maggiore, ha solo tredici anni, Mariastella dodici, Lucia dieci.

Attilio ha saputo per caso della morte del padre. Quel giorno scendeva dalla collina per andarlo a trovare in ospedale, giunto in piazza sente dire dalle persone che parlano tra loro “Hai sentito? Serafini Luigi è morto”. Che dolore, piccolo ragazzo! I figli non erano stati avvisati.

Per il funerale altro disguido, i ragazzi non possono assistere alla triste cerimonia. Aspettano nella chiesa di San Bortolo, ma il funerale si svolge nella chiesa principale del paese di Arzignano, i dottori hanno deciso così.

Si decide che i ragazzi vengano affidati a un tutore fino alla maggiore età.

Il tutore, fratello del padre, certo non si distingue per correttezza verso quei poveri ragazzi. A sua giustificazione, la grande lontananza della sua casa da quella dei ragazzi. Distanza piccola ora, ma per quei tempi quasi unʼavventura.

 

A quel che sembra, però, lo zio gestisce in maniera allegra i pochi averi, si può solo dire che cʼè stato, non sempre con amore. Non amandoli come certamente hanno bisogno, comprende con difficoltà le loro esigenze; ortunatamente non vende la casa, lascia almeno lʼorto e un campo, dei dieci lasciati loro, comprati con grande risparmio dai loro genitori.

Lui gestisce solo i tre ragazzi che vivono a casa, non va mai a trovare Angela in collegio. Fortunatamente il fratello Attilio per andare al lavoro passa in collegio, si ferma per un saluto; gli è stato dato il lavoro del padre.

Angela intanto cresce; finita la quinta elementare, se accompagnata può tornare a casa una domenica al mese, ma non certo in inverno. La sua casa, come detto, è in collina, lontana dal collegio unʼora di buon cammino.

Uno dei fratelli deve scendere a prenderla per poi riaccompagnarla.

Mariastella e Attilio ogni tanto vanno anche al cinema Mattarello, in piazza del paese di Arzignano. Prima di rientrare, si fermano dalla sorella e le raccontano la trama del film, così anche per lei è come lo avesse visto.

Raccontano anche le piccole cose di casa, così Angela si sente partecipe della loro vita. Alla sera a letto racconta il film alle sue amiche del collegio, almeno hanno qualcosa di bello di cui parlare, per un poʼ colorano di sogni quel vivere sempre uguale.

Ora fa solo i lavori di cucina per il collegio, e in quei momenti lei e le amiche fanno anche piccoli scherzi di ritorsione verso le suore.

Uno ad esempio vicino a Natale. È arrivato un piccolo mastello di mostarda “solo per le suore”. Con destrezza l'hanno aperto e hanno mangiato tutti i frutti, lasciando solo la marmellata di mostarda.

 

Poi, come se la cosa non le toccasse, quando le suore aprono il mastello cominciano a lamentarsi del fatto che non cʼè nessun frutto... “Possiamo mandarla di ritorno e lamentarci con la ditta produttrice” dice Angela. Dentro se la ride con piacere. Se le suore capiscono che qualcosa non è come doveva essere, per prevenire altri atti da parte delle ragazze le puniscono in gruppo. Come punizione di solito le mettono inginocchiate in chiesa, scelgono questo luogo perché così devono restare in perfetto silenzio. A seconda del guaio compiuto, mettono i sassi sotto le ginocchia. Le ragazze, appena le suore vanno via, li tolgono, ma ogni tanto li rimettono per far sì che resti il segno, altrimenti poi sono più severe le punizioni.

Mangiano così poco che non riescono a dormire per i morsi della fame, sono magrissime tutte.

Compiuti i tredici anni, le trovano lavoro in filanda. Essendo orfana, mia mamma deve provvedere al suo mantenimento.

 

 

     

Angela a 13 anni con la divisa del collegio

 

 

Questo è un supplemento di lavoro, da un lato un grande peso, ma anche un soffio di libertà. Le molte ragazze che lavorano con lei portano le novità del mondo, e la moda.

Lei non sa cosʼè la moda, dato che deve portare la divisa “nera”, e poi... le acconciature! Come fanno le altre ragazze ad arricciare i capelli? Con le pagine dei giornali, bagnate e girate intorno alle ciocche; poi al mattino i capelli sono almeno un poʼ mossi. Ecco, hanno imparato anche loro.

Comunque anche agghindarsi è proibito, devono portare i capelli a treccia girati intorno al capo. Qualche volta ha occasione anche di incontrare le sorelle, che scendono per andare al mercato del paese.

Comprare, scambiando le cose dellʼorto per quello che la merce vale, è sempre un modo per avere cose diverse a casa. Il lavoro della filanda non le risparmia il lavoro del collegio. Alla sera o nei momenti liberi, deve lavare anche le lenzuola al fiume; fortuna vuole che non si debbano stirare e che si cambino ogni tre mesi, ma che lavoraccio povere ragazze!

Angela ricorda che, mentre le lenzuola avevano un tempo così lungo tra un cambio e un altro, gli altri indumenti dovevano essere lavati spesso, perché i cassetti erano praticamente vuoti. Contenevano due di tutto: due maglie, due canottiere...

Si usa dire “una addosso e una in fosso”, per cui si deve lavare ogni settimana con qualsiasi tempo. Anche con la neve si risciacquano lo stesso al fiume, che freddo solo a pensarlo ... avere i geloni alle mani e ai piedi è una consuetudine, non certo piacevole, ma cosa di tutti.

 

 Angela allʼetà di 15 anni, in una foto che la ritrae fuori della cucina del collegio: si sta riparando una ciabatta che si è scucita.

       

Sta imparando a diventare cuoca.  Considerando che lì sono tutte donne, anche avere il ciclo mestruale è una malora in inverno, per il fatto che i pannolini si devono lavare, dato che sono tutti di stoffa.

Gli anni passano. Ogni domenica riceve la visita di sua sorella Lucia, che ha cominciato a lavorare a sedici anni come governante a tempo pieno in una famiglia poco lontana da lì. Con lei Angela riesce a uscire e fare quattro passi, magari per prendere un gelato o una cioccolata calda, secondo il periodo.

Non sono le cose comprate che riscaldano, ma la vicinanza, e le tante piccole cose che hanno da raccontarsi una bambina e una ragazzina.

Anche i fratelli crescono. Mariastella, con il permesso del tutore, a diciotto anni si sposa per uscire da quella casa e vivere la sua vita con quel ragazzo di nome Mario che la corteggia da tempo, abitando vicino a lei, nello stesso cortile. La mamma di Mario è una delle signore che si sono prese cura di loro quando è morta la mamma.

Adesso è davvero solo cuoca e lo sarà fino allʼuscita dal collegio.

Gli anni passano, Angela comincia a fare i lavori di cucina, diventando una brava cuoca. Non va più alla filanda per un male agli occhi, che si pensa sia anche dovuto allʼimmenso calore delle vasche.

Le suore sanno che è brava, sa tirare la sfoglia con bravura e velocità, insieme a poche altre prepara il pranzo e la cena sia per le suore che per le ragazze.

Certo per le suore sempre le parti più pregiate, sia di carne che di verdure. Ad esempio nel periodo dei carciofi le ragazze mangiano le punte delle foglie, le suore i fondi. Quel collegio è diventato da tempo la sua famiglia.

 

 Roberta

   

Per te Mamma

   

I RACCONTI DELLA NONNA – 1

   

Un’Amica ha inviato questo delizioso raccontino. Una storiella breve ma ricca di contenuti nei quali noi stessi possiamo identificare episodi del nostro passato.

 

il nostro corale 

La ringraziamo per la scelta, e la invitiamo ad inviarci presto altri suoi lavori, grazie!

Siamo tutti felici di accoglierla.

 

   

LE SCORTE

Le strade, in quei posti lontani da tutto, non erano asfaltate. D'estate la polvere veniva sollevata dai pochi mezzi che le percorrevano; le piogge creavano invece delle grosse pozze di melma, difficili da praticare.

 

Il centro del paese era lontano alcuni chilometri e in esso era presente un solo negozio che vendeva un po' di tutto, dagli alimentari alla merceria.

Ogni 15 giorni passava davanti alle case lontane dal paese un uomo con il suo biroccio, che scatenava la corsa e l'allegria dei bambini e vendeva anche lui ogni genere di prodotti, dalle caramelle alle forbici o il filo per cucire.

Le massaie gestivano l'approvvigionamento della casa facendo scorta di tutto ciò che serviva per la vita della famiglia.

 Nelle cucine di casa erano presenti della grosse madie che contenevano le scorte di sale, zucchero, fagioli. Il grano veniva portato al forno del paese per fare delle grosse pagnotte che duravano parecchi giorni, conservate nelle madie.

 I salumi prodotti dalla macellazione del maiale erano conservati appesi nelle cantine di casa, insieme allo strutto sciolto e messo in grosse bottiglie, le patate al buio con loro.

In angolo della cucina, quando il lavoro dei campi lasciava un po' di tempo libero, la nonna filava la lana prodotta dalla poche pecore che possedeva.

           

Richard Clayderman – Belle  

 

ARTE !! – JOHN SINGER SARGENT

Oggi apriamo una finestra sull'Arte grazie ad una persona, amica del Bosco, che ci invia questo post di grande interesse artistico culturale ma chiede di mantenere l'anonimato. Lo pubblichiamo volentieri, rispettando la sua volontà ma gli rivolgiamo l'invito a non lasciarlo come caso isolato, la rubrica dell'Arte nel Bosco è a sua disposizione e siamo ben lieti di accogliere i suoi preziosi lavori.

A nome di tutti, estimatori ed estimatrici d'Arte, un mio personalissimo grazie e alla prossima, non mancare.

 

     

JOHN SINGER SARGENT

(Firenze 12 gennaio 1856 - Londra 17 aprile 1925)

In occasione di una mostra a Vicenza, ho visto un ritratto fatto su commissione, che mi ha colpito molto, una madre e una figlia, che in occasione di questa mostra è stato prestato dal museo di Boston, l'autore di quest'opera è il pittore John Singer Sargent.

 

Gretchen Osgood e Rachel

 

Conosciuto soprattutto come raffinato ritrattista del bel mondo internazionale, amato e conteso da artisti, intellettuali, politici, Sargent fu anche sensibile paesaggista, instancabile viaggiatore e sperimentatore in pittura, ancora oggi molto apprezzato dal mercato dell'arte dove i suoi dipinti sono stati battuti nelle aste internazionali a cifre record (11 milioni di dollari per un suo olio nel 1996).

Donna etiope

 

L'Italia lo ha visto nascere a Firenze, nel 1856, da genitori americani, il chirurgo Fitzwilliam Sargent e Mary Newbold Singer, donna colta, appassionata di arte e letteratura, proveniente da una agiata famiglia di Filadelfia. La madre, di salute cagionevole, cercava nelle più temperate stagioni mediterranee, un sollievo ai suoi mali, e a quelli dei figli, permise a John e alle sue sorelle di trascorrere l'infanzia nelle più belle città europee, Jonn acquisisce un carattere cosmopolita che segnerà tutta la sua arte, cresce tra l'Italia, la Spagna, la Francia, la Svizzera e la Germania, parlando quattro lingue, coltivando la lettura e lo studio del pianoforte e delle arti figurative, mentre la madre lo incoraggia ad assecondare la sua passione per la pittura.

I continui spostamenti, se da un lato, creano ostacoli alla sua formazione scolastica, dall'altro gli offrono suggestioni impensabili per gli altri ragazzi.

 

Gondoliers siesta

 

Nel 1866 conosce Violet Paget - la scrittrice Vernon Lee - coetanea di John e figlia di espatriati inglesi anche loro curiosi e instancabili viaggiatori del vecchio continente. Con lei, compagna degli anni giovanili in Italia e delle prime riflessioni sull'arte, la letteratura e la musica, si instaura un legame di affettuosa complicità e di sincera stima che li accompagnerà sempre.

A Firenze, intorno al 1870, si iscrive infine all'Accademia di Belle Arti, decisione che lo porta presto a trasferirsi a Parigi, all'epoca indiscussa capitale dell'arte moderna. Dal 1874 è nell'atelier di Carolus-Duran, con cui instaura un profondo rapporto umano oltre che artistico. Diventa amico anche di Claude Monet… ed espone ai primi Salon. La sua permanenza parigina, il vero trampolino di lancio per Sargent, viene inframmezzata da viaggi in Italia, Spagna, Marocco, Tunisia.

 

Portrait  of  Vernon Lee

 

L'amicizia con il romanziere Henry James, gli apre le porte dei circoli culturali londinesi e proprio in Inghilterra comincia la riflessione di Sargent sulla pittura “en plein air”. Qui inizia a produrre le prime opere impressioniste e nel 1887 si reca da Monet a Giverny, mentre l'anno successivo la sua prima mostra personale riscuote a Boston un larghissimo successo. Tornato a Londra, riprende di nuovo a viaggiare: Egitto, Grecia, Turchia, Siria, Spagna e ancora Italia….

Nel 1903, durante un suo soggiorno a Boston, la mecenate Isabella Stewart Gardner gli attrezzò uno studio nel palazzo che si era fatta costruire in stile veneziano per raccogliere le sue collezioni d'arte.

Nella sala gotica, Gretchen Osgood posò insieme alla figlia dodicenne Rachel, per un ritratto commissionato dal marito e padre, Fiske Warren, industriale della carta. 

 

Street in Venice

 

La colta e sofisticata Gretchen, appartenente a una importante famiglia del Massachusetts, laureata a Oxford con il massimo dei voti, amante del canto, della poesia, del teatro, dell'arte, è ritratta seduta su una imponente sedia rinascimentale, vestita di un abito di raso bianco e rosa. Rachel le posa il volto sulla spalla sinistra e prende la madre sottobraccio, sottolineando nel contatto una certa somiglianza nel taglio degli occhi e nel colore dei capelli.

Rappresentava la cultura cosmopolita di fine secolo, pur essendo ormai il più celebre ritrattista della sua generazione, ricercatissimo e ben retribuito, era conteso dalle personalità del tempo sia in Europa che in America, le quali erano disposte ad attendere lunghi periodi e a spostare i propri mobili nello studio di Sargent, (perchè il pittore non si spostava), per avere un ritratto a valenza psicologica, fatto da lui.

John Singer Sargent

 

Verso i 40 anni, Sargent decise di non ritrarre più gente aristocratica, e inizia a rifiutare tutte le commesse che gli vengono fatte.

Per altri pittori, i suoi stessi maestri, sarebbe stato impensabile, ma lui lo fece e iniziò a ritrarre cancelli o vedute inconsuete, e a girare per l'Europa e l'America.

Non si è mai definito un impressionista pur essendo amico di Monet e Manet, la sua virtù, era che non faceva schizzi, disegnava direttamente sulla tela col pennello e con il colore, duellando quasi come un gioco.

La tecnica dell'acquerello è ora il mezzo più indicato a catturare e restituire l'immediatezza della sensazione del pittore.

Sono di grande valore gli acquarelli realizzati nei periodi in cui si tratteneva a Venezia prende vita in queste suggestive opere, anche in seguito alle atmosfere respirate in Spagna: i neri, i grigi e i rossi del quadro spagnoleggiante El Jaleo, cui sta lavorando e che espone al Salon del 1882, sono quelli che descrivono la città lagunare, le sue calli buie, i suoi interni decadenti e le sue donne misteriose e inafferrabili.

Madame Pierre Gautreau

 

Nel 1907 il Re Edoardo VII lo propone alla carica di 'cavaliere', titolo che non acquisisce solamente perché non è cittadino britannico, mentre riceve dalle maggiori università lauree ad honorem.

Nel 1909 il Brooklyn Museum acquista ben 83 dei suoi acquerelli; nel 1912 è il Museum of Fine Arts di Boston a comprane un lotto di 45 mentre nel 1915 il Metropolitan ne acquista un gruppo direttamente da lui.

Tra il 1916 e il 1918 è a Boston dove riceve l'incarico per la decorazione della rotonda del Museum of Fine Arts.

Durante questo soggiorno americano accetta, dopo circa un decennio, di ritrarre nuovamente due importanti personaggi:

il magnate del petrolio John D. Rockefeller e il presidente della Croce Rossa Woodrow Wilson. Le opere portano la data del 1917.

 

Lady Agnew of Loknaw

 

Artista eclettico fu sempre pronto a rielaborare gli spunti più vari, le esperienze artistiche più diverse. Ebbe un profondo istinto per la bellezza nei suoi dipinti, la sua specialissima sensibilità alla luce, è una delle caratteristiche di rilievo, accompagnata da uno stile fresco e leggero, diretto ed accurato.

Con la maturità il suo stile si fece più libero, la pennellata più vivace e mossa, il colore prevalse sul soggetto accennato, non finito.

Sargent fu un artista, legato alla tradizione accademica del XIX secolo per questo fu deriso dalle avanguardie e dimenticato.

Sargent è il pittore che ha rappresentato al meglio l'Italia, che ne ha subito la sensibilità artistica, e come quasi sempre accade, è pressoché sconosciuto da noi.

Amava definirsi: «Sono un americano nato in Italia, educato in Francia, che parla inglese, sembro un tedesco e dipingo come uno spagnolo».

Quante emozioni dietro ogni tela, una vita ricca di spostamenti e di culture diverse.

A.C.

     

Frederick Leighton - Frédéric Chopin – Nocturne   

         

UN PROVERBIO, UNA STORIA

 

ATTACCA L'ASINO DOVE VUOLE IL PADRONE

 

È un vecchio proverbio che ha le varie versioni dialettali nelle diverse regioni italiane, non solo, ma anche in altri paesi e quindi in diverse lingue.

Sta a significare che chi è alle dipendenze, per il quieto vivere e, soprattutto, per non perdere il posto di lavoro, deve assecondare la volontà del suo datore di lavoro anche quando gli ordini sono sbagliati.

Molto spesso l’ordine è contrario alla logica ma non è permesso obiettare e, per le ragioni su esposte, bisogna obbedire e tacere.

   

Sono stato anche io alle dipendenze e spesso mi sono trovato nelle situazioni descritte ma con il mio spirito ribelle per natura, non sono mai stato servile e ho sempre cercato di ovviare all’inconveniente del momento e di capovolgere la situazione arrivando alla conclusione che qualche volta, all’occorrenza, bisogna

LEGARE IL PADRONE DOVE VUOLE L’ASINO

Si, perché, spesso e volentieri, l’asino si dimostra più intelligente del padrone.

Voglio raccontare una storiella realmente accaduta tanti anni fa ma che ricordo ancora chiaramente.

 

Poco più che ventenni, Pino e Paolo, amici dall'età della scuola elementare,  erano soliti girovagare nei fine settimana, nelle strade della provincia, sia per esplorare paesi e paesaggi ma soprattutto per fare esperienza di guida con la prima utilitaria di Paolo che lavorava in una concessionaria Fiat ed era reduce dai  corsi di guida per collaudatori d’auto, effettuati a Torino Mirafiori e all'autodromo di Monza, per conto della Ditta, in relazione al lavoro cui era destinato a svolgere. Paolo appassionato sportivo dell'auto partecipava ai rally automobilistici ed alle gare di regolarità di categoria che si svolgevano periodicamente nella regione. Pino stesso aveva partecipato alcune volte con lui, come navigatore.

Paolo era smanioso di dimostrare all’amico Pino le sue capacità di guida sportiva, nel saper effettuare le curve in velocità mantenendo in sicurezza l’assetto dell’auto ed altre sottigliezze che pochi conoscevano e sapevano fare.

   

Fu proprio in una di queste occasioni che si verificò il fatto che racconto. Paolo volle affrontare in velocità una curva ad angolo retto, facendo stridere i pneumatici sull’asfalto (bravura o forse incoscienza riservata a pochi esperti). All’uscita della curva ci trovammo la strada sbarrata da un contadino che trascinava il suo asino legato al collo con una corda. Lo stridio delle gomme mise in allarme sia l'uomo che l'animale ma, mentre l’asino si spostò sulla destra della strada, il suo padrone andò sinistra tirando la corda per cercare di portare l’asino dalla sua parte.

 

Morale, ci siamo trovati il percorso sbarrato da questa corda tesa a mezz'aria da una parte all’altra della strada. Si, Paolo ha tolto il piede dall’acceleratore per portarlo sul freno ma non c’era lo spazio sufficiente per fermare l'auto e il rischio era quello di trascinare asino e padrone. È stato un milionesimo di attimo, ho visto l’asino che con uno strattone del capo ha letteralmente strappato la corda dalle mani del padrone facendola cadere per terra. L’auto passò sulla corda senza danni per nessuno ma era stato l’asino ad aver avuto l'istintiva prontezza di spirito della decisione per la sua salvezza e quella del suo padrone. Nella circostanza l’animale si era dimostrato più intelligente dell’uomo.

 

   

Nel corso della vita, durante il mio percorso lavorativo, mi è capitato di dover aggiustare o correggere ordini sbagliati che arrivavano dall’alto e ho sempre operato nel bene, ragionando sempre con la mia testa e, alla fine, constatato il giusto del mio operato, ho ricevuto pure i complimenti del “capo di turno”.

Morale, non disprezziamo l’asino che si dimostra sempre un animale intelligente, a volte più del padrone.

       

MAGIE E MISTERO DEL CAVALLO ( CENP )

   

LA PAROLA ALLE PIETRE

Dopo ingenti e laboriosi scavi eseguiti negli anni tra il 1950 e il 1957, è stato riportato alla luce il maestoso complesso nuragico di Barumini (Oggi classificato dall’UNESCO, Patrimonio dell’Umanità), sotto la guida dell’archeologo Prof. Giovanni Lilliu, viene spontanea una domanda: “Era Giovanni che, conoscendo quanta storia si celava sotto quell’immenso ammasso di terra, voleva parlare con le pietre nascoste da secoli o erano quelle pietre che chiamavano Giovanni per invitarlo a tirarle fuori, stanche di restare celate nell’oscurità dell’umida terra?

       

LE PIETRE DELLA STORIA

(LA PAROLA ALLE  PIETRE )

 

  Giovanni Lilliu

(l’uomo che parlava con le pietre)

Juanni, Juanni, seus nosus, seus innoi

Si, è la voce delle pietre sarde che parlano il sardo ma soprattutto parlano una lingua di cultura millenaria che pochi studiosi hanno saputo scoprire, interpretare e tradurre per portarla alla conoscenza dei contemporanei e dei posteri.

Tra questi si è distinto, al di sopra di ogni altro:

Giovanni Lilliu

(Barumini, 13 marzo 1914 – Cagliari 19 febbraio 2012)

Archeologo di fama internazionale, conosciuto soprattutto per aver riportato alla luce la reggia nuragica

 

Su Nuraxi (Barumini),

dichiarata nel 2000 patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO.

 È stato membro di numerosi istituti scientifici italiani e stranieri e dal 1990 Accademico dell’Accademia dei Lincei. Nel 2007 ha ricevuto dalla Regione Autonoma della Sardegna l’onorificenza

Sardus Pater

istituita proprio in quell’anno quale riconoscimento da assegnare a cittadini italiani e stranieri che si siano distinti per particolari meriti di valore culturale, sociale o morale e abbiano dato lustro alla Sardegna.

 

    Su Nuraxi Barumini in Sardegna

 

 
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Per Giovanni Lilliu, ritenuto il massimo conoscitore della Civiltà nuragica, dolmen, menhir,  domus de janas, tombe dei giganti, pozzi sacri, nuraghi, non avevano segreti e nelle sue letture delle pietre ci ha lasciato trattati di immenso valore culturale.

 

 

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In occasione della sua morte, l’amica Monica, interpretando il pensiero nell’anima delle grandi pietre ha scritto questa meravigliosa lirica in omaggio al grande uomo di cultura, sardo di convinzione oltre che di nascita.

 

GIOVANNI e le grandi pietre

“Giovanni, Giovanni, siamo noi, siamo qui.”

Così gemevano le grandi pietre che la arida e brulla terra, con il tempo, aveva ormai sepolto. Ancor più gemevano perché i figli del popolo che le aveva abitate  le avevano dimenticate, perché preferivano non credere ad un libero passato. Perché quei figli, nella sofferenza dei  secoli, avevano chinato il capo sotto il giogo di antichi Dòmini [1].

 

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Perché l’oblio forse è meno doloroso . Quanti passi di quei figli le avevano percosse, derise, ignorate. Ma loro erano pazienti,  speravano,  aspettavano. E così un giorno sentirono un calpestio sulle loro torri sepolte, si accorsero che era diverso, che non era un calpestio d’oblio e disprezzo, era una carezza che le faceva fremere e sperare, era speranza di luce e voce.

Ogni volta che quella carezza le avvolgeva iniziavano a fremere e vibrare e Giovanni un ragazzo, un piccolo uomo, un figlio di quel popolo … Le udiva. Ah … con quanta struggente passione le udiva, sentiva le loro voci, vedeva la loro luce.

Quanto tempo è passato da quel giorno, ora le grandi pietre sono avvolte dal caldo e cocente sole di Sardegna, quel sole abbagliante che su di loro, nude e grandi pietre, crea magici bagliori scintillanti di sogno. Il vento, che ora libero passa tra le loro fessure, è una  dolce ed impetuosa voce di ricordi che dal tempo lontano torna con fantastici racconti.

Cosa raccontano? Raccontano ai figli del loro popolo quale grandezza passò nei loro antri, quali colori e genti passarono per le loro strade, quali mari e orizzonti e sogni si vedevano dalle loro torri. Per secoli hanno avuto grande dignità e pazienza ed ora, grazie al piccolo uomo Giovanni,  le loro torri vogliono ricordare che dalla brulla ed arida terra ci si può sollevare. Giovanni   sentì e capì  quelle voci, amò loro e i suoi fratelli, i figli di quel popolo antico, credette nell’amaro sapore  della pazienza e della dignità che le grandi pietre avevano avuto per secoli. E così come il suo passo fu non semplice calpestio,  ma carezza e speranza  per le grandi pietre, capì che le grandi pietre volevano dire ai figli di quell’antico popolo: “Ecco,  le nostre torri sono risalite alla luce e di nuovo dominano la brulla ed arida terra, pazientate, conoscerete il dolore, non dimenticate la dignità, e quando udrete un passo amorevole fatevi sentire con forza e risollevate il vostro capo”. Un tempo un piccolo uomo di nome Giovanni fu luce e voce delle grandi pietre, ma ora le grandi pietre saranno PER SEMPRE luce e voce del grande uomo Giovanni.

 “ Al grande Giovanni Lilliu “  

Indegnamente

                                Monica Cuomo

Cagliari 20 Febbraio 2012

 [1] - inteso dominanti

Messaggio per Monica:

Un ringraziamento personale all’amica Monica per la sua splendida e spontanea testimonianza scaturita dall’animo di studiosa e profonda estimatrice della cultura sarda e non solo.

Confesso che ho lasciato anche l’ultima parola per mantenere integro il tuo scritto ma ho avuto l’impulso di cancellare la parola ‘indegnamente’ e l’avrei tolta volentieri perché non ritengo giusto che la tua innata modestia nasconda i tuoi veri meriti.

Ancora grazie.

   

Domo mea - Tazenda e Eros Ramazzotti